Le Wags all’italiana (Il Riformista, 9 giugno 2010)

Le wannabe wags. Ovvero, le mogli e le fidanzate (Wifes And Girlfriends) dei calciatori che compongono la nazionale azzurra più sfiduciata e sfiduciante mai qualificata per una fase finale della Coppa del Mondo. A loro Sorrisi e Canzoni TV ha dedicato l’ultima storia di copertina, scegliendo per la titolazione una formula quanto mai originale: “La nazionale in rosa”. E speriamo almeno che l’abbiano brevettata, ché altrimenti i colossi mondiali del content managing gliela sfilano sicuro. E, di rosa in rosa, non poteva non riprendere il tutto la Gazzetta dello Sport, che ha affidato al suo esperto di happy hours (Francesco Velluzzi, ovvero dal nostro inviato nel privè) la confezione d’un pezzo di seconda mano sulle ‘Wags all’italiana’. Un bel cambio merci, e a buon rendere.
Le mogli-e-fidanzate in questione sono nove, alternativamente vestite di bianco, verde e rosso. E a guardarle una a una sorge potente l’interrogativo: Wags queste qua? Abbiate pietà di loro, please. E mica solo perché il confronto con le originali Wags inglesi risulta impietoso sotto ogni profilo, ma soprattutto perché davvero molte di loro non hanno il fisico del ruolo. In ogni senso. Già la collocazione delle nove nella foto del paginone che apre il servizio svela dettagli impietosi: con le mogli di Iaquinta e Cannavaro messe ben in retrovia e chissà come mai. Sono anche le due sole a vestire di rosso (e anche in questo caso, chissà come mai) sulle pagine del settimanale che prima d’ogni altro è stato l’organo ufficiale della way of life berlusconiana. E guardando Daniela Cannavaro ogni lettore potrebbe chiedersi se per caso pure sua zia Filomena non sia un tipo sexy, o non debba ritenersi una Wag sol perché lo zio Gaetano va a farsi una partita di calcetto con gli amici ogni giovedì sera. Certo, a ciascuno le sue Wags. E nel nostro caso si tratta di una pattuglia di fidanzate e mogli tutte casa e famiglia, e che per la maggior parte a andare in Sudafrica manco ci pensano. Perché hanno paura di quel mondo difficile. Mica come le Wags originali, che in occasione delle recenti fasi finali dei Mondiali e degli Europei hanno dato vita a performance di squadra nettamente superiori a quelle dei loro uomini in maglia bianca dell’Inghilterra. Prendevano possesso di interi resort a pochi passi dal ritiro della nazionale inglese, e lì diventavano una manna per gli esercenti di generi di lusso. Un po’ meno bene, con loro, se la passavano i gestori dei locali in cui la pattuglia wag soleva passare le serate. Perché in breve, e senza che nemmeno l’alcol dovesse finire di fare il suo lavoro, le signore erano capaci di lasciarsi andare ai comportamenti più trash e litigare con la clientela maschile, riuscendo in molti casi a metterla in fuga dopo aver sfoggiato vocabolario e comportamenti da maschio operaio britannico medio durante un medio sabato al pub. Le loro gesta hanno creato in Inghilterra uno stile comportamentale e d’abbigliamento (roba da stracafonal, ovviamente), e persino ispirato una serie televisiva, “Footballers’ wives”. Donne protagoniste non meno dei mariti, insomma; e persino con tanto di pelo sullo stomaco quando è stato necessario perdonare le scappate extraconiugali dei consorti. Come è stato nel caso di Victoria Adams in Beckham e Toni Poole in Terry. Rimaste a fianco dei consorti, e mica per amore o senso del focolare domestico, ma perché sciogliere l’azienda a conduzione familiare sarebbe stato più dannoso che mantenerla tutta sbeccata. È stato anche per questo che ormai il loro mito è tramontato. E adesso qualcuno pretende di replicarne il modello in Italia, senza che se ne sentisse il bisogno. Del resto, volete un esempio di condotta da Wag all’italiana? Eccolo sintetizzato nel sommario del servizio pubblicato da Sorrisi e Canzoni: “Tutte sognano la Coppa. Poche di loro, però, seguiranno i loro uomini in Sudafrica. Tra scaramanzie, paure, pannolini da bebè ed esami di maturità”. Le Wags originali non le avrebbero prese nemmeno come Colfs.

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