Pallonate (Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2010)

Ormai è diventata una sitcom. La flash interview che viene condotta alla fine della partita è il vero motivo per cui valga la pena vedere in tv l’Italia del calcio. Soprattutto per i protagonisti della scena: il ct Marcello Lippi e Carlo Paris, giornalista Rai. Meglio di Ficarra e Picone. Già la faccia esibita dal tecnico della nazionale quando Paris gli va incontro fa parte della recita. La smorfia è quella di chi s’appresta a farsi prelevare un litro di sangue, e dice: “Vabbe’, ma facciamola svelta”. Come se quell’intervista non gli toccasse da contratto; e in questo senso dalla Rai potrebbe anche cominciare a farsi sentire con la FIGC, ma questo è un altro discorso. Piazzato davanti al tabellone degli sponsor (che arriva sempre in ritardo perché prima Paris deve fare la grande fatica di fermare il ct impedendogli di bigiare), Lippi prende a non rispondere alle domande che gli vengono poste in modo vellutato. Nel senso che il cronista Rai cerca di non indisporre ulteriormente il già maldisposto tecnico della nazionale, e perciò gli presenta interrogativi con risposta incorporata. Ma nonostante ciò Lippi controbatte senza rispondere, e lo fa sempre col tono di chi dice: “Ma che razza di domanda è questa?”. E il tutto si riduce ormai a due-risposte-due, con l’allenatore azzurro sempre sul bordo dell’inquadratura pronto a scappar via. Esemplare l’ultimo duetto, inscenato la sera del 5 giugno al termine di Svizzera-Italia. Paris chiede: “Certo, questa non la si può chiamare Italia 2”. E Lippi risponde: “Ma perché, quelli che hanno giocato stasera le sembrano africani?”. Lì Paris ha cercato goffamente di spiegare ciò che voleva dire, senza che al ct importasse nulla. Poi si passa alla seconda domanda, riguardante la partita di Rino Gattuso: “Senza che qualcuno si offenda, possiamo dire a proposito di questa nazionale: ‘Meno male che Rino c’è’.” Il riferimento, ovviamente, era a “Meno male che Silvio c’è”. Ma Lippi non coglie o fa finta di non capire, e risponde come se fosse un discorso fa sordi: “Ma veramente io non mi offendo”. E adesso prepariamoci per i post-gara dei mondiali, quando per la trance agonistica del grande evento il ct potrebbe anche strappare il microfono a Paris e usarlo come un manganello.
I Toro Boys di Tuttosport sono sempre di un’altra categoria. E fra loro continua a spiccare il guru Alberto Manassero, la cui leadership è sorta e si è consolidata anche grazie a frammenti di letteratura come quello scritto per l’edizione del 6 giugno, nel pezzo sulla vigilia della semifinale di playoff di serie B fra Sassuolo e Torino: “Sulla via Emilia il Lambrusco è in fresco. I tifosi del Torino hanno preparato le mandibole e i gargarozzi per riempire le umane necessità in speranzosa attesa che la serata colmi e soddisfi l’anima”.
Potendosi giovare di una leadership culturale e morale come quella di Manassero, gli altri Toro Boys riescono a mettere a segno performance di sublime scrittura. Come ha fatto Piero Venera, nella stessa edizione del quotidiano torinese, parlando di un particolare connotato del tecnico granata Colantuono: “Sono quegli occhi, quei fari abbaglianti anche di giorno lo specchio della sua anima. Se Carlo Ancelotti denota nervosismo alzando inconsciamente il sopracciglio, Colantuono viceversa attira attenzione spalancando i fanali”. Più che un pezzo sulla vigilia d’una gara di serie B, la descrizione d’un personaggio da B-movie.

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