Portogallo, la sindrome dei penultimi (l’Unità, 18 maggio 2010)

“Portugal e Grecia săo diferentes”. I quotidiani portoghesi andati in edicola venerdì 7 maggio riportavano questa frase come fosse un mantra. Essa era stata pronunciata il giorno prima dal presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, durante una conferenza stampa tenuta a Lisbona presso il Centro Culturale di Belem. Accanto a lui, il presidente della repubblica portoghese Anìbal Cavaco Silva accoglieva quelle parole con aria soddisfatta, ma forse non fino in fondo. La crisi economica portoghese è infatti diventata un terreno di scontro quasi ideologico fra il governo socialista e l’opposizione di centro-destra, all’interno del quale il ruolo del capo dello stato (leader storico del PSD, il Partido Social Democrata che più d’ogni altra forza politica rappresentata l’elettorato moderato di destra del paese) è tutt’altro che neutrale. Ma, almeno per un attimo, la logica dello scontro politico condotto sul versante interno è passata in secondo piano rispetto alla questione del destino economico del Portogallo.
Quest’ultimo si scopre sempre più pilastro debole della complessa costruzione politico-istituzionale e economica europea. Ciò che costituisce un’autopercezione del paese ormai talmente radicata e di lunga durata da far accogliere con sollievo la notizia di non essere gli ultimi in Europa. A volte anche l’essere penultimi può rendere la vita meno grigia. È a partire da questo ‘mood’ che si può comprendere l’approccio dei media portoghesi alla crisi greca. Altrove in Europa il tema è stato affrontato nei suoi risvolti di politica comunitaria e presentato come un’emergenza riguardante l’intera società sovranazionale racchiusa entro lo spazio di Eurolandia. Non così a Lisbona, dove le notizie provenienti da Atene stimolano inconfessabili retropensieri. Da una parte il sollievo dato dallo scoprire che altrove, e non lì, sia arrivato il primo default di uno stato membro dell’Unione. Dall’altra, il riecheggiare dell’ammonitorio ‘de te fabula narratur’. Per questo giro è toccato a qualcun altro. Ma a chi toccherà nel prossimo? Sullo sfondo s’agita lo spettro d’un sigla minacciosa: PIGS. Non i maiali della fattoria di Orwell, ma l’acronimo formato dalle iniziali dei quattro paesi deboli che rischiano di far saltare in aria la delicata architettura della moneta unica: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. C’era stata una fase in cui l’acronimo conteneva un’altra ‘I’, a indicare l’Italia. Ma poi essa è sparita, e dei quattro paesi rimanenti uno è già franato nella condizione di crisi piena, con avviato processo di destabilizzazione sociale. Altri due, Portogallo e Spagna, rischiano di seguire a ruota vedendo strozzato nella culla il risorgente mito dell’Iberia unita.
I portoghesi sanno dunque d’essere prossimi all’abisso nel quale i greci sono già sprofondati. Ma sarebbe errato arguire che a Lisbona questa condizione venga vissuta come un dramma collettivo. E tale assenza di stati d’animo emotivamente carichi non va ricondotta, come l’abusato stereotipo vorrebbe, al fatalismo d’un popolo. Piuttosto, c’è che i portoghesi hanno fatto in tempo a metabolizzare la coesistenza con uno stato di crisi economica ormai cronicizzato. Quando visitammo per la prima volta il Portogallo era l’estate del 2001, e il paese s’avviava a essere il primo di Eurolandia a sforare il rapporto deficit/Pil (3%) comandato dal Trattato di Maastricht e a andare incontro alla sanzione comunitaria per deficit eccessivo. In quei giorni l’indice fatto registrare dall’economia portoghese era del 4,1%, e quello scarto di 1,1% pareva un’enormità da addossare al governo guidato dal socialista Antonio Guterres. Da allora i premier e i governi sono cambiati ripetutamente, e per i motivi più disparati. Nel 2002, a causa di un risultato fortemente negativo nella tornata di elezioni amministrative, Guterres volle andare a nuove elezioni politiche. Ne uscì sconfitto dalla coalizione di centro-destra che raccoglieva il PSD guidato da José Manuel Durao Barroso e il CDS-PP del rampante futuro ministro della Difesa, Paulo Portas. E quando due anni dopo, con non poca sorpresa, il premier Durao Barroso venne chiamato a presiedere la Commissione UE, il ruolo di premier venne assegnato a un altro esponente della nomenklatura socialdemòcrata: Pedro Santana Lopes, sindaco di Lisbona. Nel 2005, dopo che un parlamento allo sbando venne sciolto dal presidente della repubblica Jorge Sampaio, Santana Lopes e la sua coalizione vennero sconfitti da un cartello guidato dal Partito Socialista e da un giovane leader la cui immagine non era ancora stata sporcata da scandali di vario genere: José Socrates. Il quale ha rivinto le politiche a settembre 2009, nonostante un’immagine appannata e forse soprattutto perché il partito laranja (arancione, il colore della bandiera socialdemòcrata) gli ha contrapposto il candidato meno felice che si potesse immaginare: la signora Manuela Ferreira Leite, una Thatcher in sedicesimo, campionessa d’antipatia nonché ministra delle Finanze durante i governi Durao Barroso e Santana Lopes. E nel frattempo, dopo tutti questi rimescolamenti, cosa è cambiato rispetto a quel 2001 in cui il rapporto deficit/Pil fece segnare il 4,1%? Le notizie che giungono dall’attualità dicono di un indice più che raddoppiato: 8,3%. Nelle scorse settimane il governo Socrates ha inviato alla Commissione Ue un documento PEC (Programa de Estabilidade e Crescimento) in cui viene promesso uno sforzo titanico d’abbattimento del deficit nell’anno 2011. Obiettivo, quota 6,6%. Da Bruxelles quella stima è tornata al mittente con una sostanziosa correzione: secondo gli esperti dell’eurocrazia, se tutto va bene il Portogallo chiuderà il 2011 con un rapporto deficit/Pil del 7,9%. Quanto al 2012, la ricetta d’ingegneria economica più efficace sembra essere la tradizionale ‘incrociamo le dita’. Ricevuta una così sonora bacchettata Socrates ha abbozzato, abbassando l’asticella rispetto alla stima inviata a Bruxelles e ponendosi come obiettivo il 7,3%.
Del resto, non è la prima volta che il primo ministro incassa una batosta e fa marcia indietro, anche da posizioni dapprima propugnate con decisione. Persino se si tratta di questioni qualificanti l’azione di governo, come quella riguardante le grandi opere che dovrebbero migliorare la condizione infrastrutturale del paese. Un costoso piano di opere, la principale delle quali è la realizzazione della linea TGV, l’alta velocità ferroviaria che entro il 2013 consentirebbe di coprire in sole 3 ore la distanza fra Lisbona e Madrid. Nella visione del primo ministro questo piano di opere infrastrutturali permetterebbe al Portogallo di fare un salto decisivo verso la modernità. E l’umanissima ambizione di mettere la firma su tutto ciò ha spinto Socrates, in un primo momento, a farsi sordo davanti alle eccezioni di chi suggerisce un rinvio per un piano troppo costoso, visto il momento del paese. Poi però il Partito del Rinvio s’è ingrossato, e le sue fila hanno registrato adesioni eccellenti. In primis quella di Cavaco Silva, che già lavora per la conferma alla presidenza della repubblica da conquistare nel 2011 (a votarlo sono gli elettori, non i parlamentari) perciò si muove a tutto campo; e nel quadro di questo attivismo ha convocato per lunedì 10 maggio una riunione con nove ex ministri delle Finanze, allo scopo di discutere (soprattutto) di opere pubbliche. Poi è arrivata da Bruxelles, indirettamente, l’opinione contraria di Durao Barroso. Scontata la posizione negativa del nuovo presidente del PSD, Pedro Manuel Passos Coelho, in carica da poco più di un mese. Anche Vitor Constâncio, presidente della banca centrale (Banco de Portugal), ha suggerito che è meglio soprassedere. E se le voci contrarie fossero rimaste quelle dei personaggi citati, Socrates avrebbe potuto liquidare il tutto come una serie di attacchi politici provenienti da personaggi legati (con l’eccezione Constâncio) agli ambienti laranja. Ma per il premier il vero colpo basso è stato scoprire che anche il suo ministro delle Finanze, Fernando Teixeira Dos Santos, spande dubbi a piene mani sulla compatibilità finanziaria di quelle opere. Negli ultimi tempi i rapporti fra i due hanno raggiunto il loro punto più basso. Se si dovesse fare un parallelo con la politica italiana, Teixeira Dos Santos sarebbe l’omologo di Tremonti. E non soltanto perché le competenze sono le stesse, ma almeno per altri due motivi: perché entrambi sembrano privi dalla nascita della facoltà d’articolare il benché minimo sorriso; e perché parimenti sono portatori d’una linea di rigorismo indigesta ai rispettivi premier e alla loro tentazione di usare la leva del deficit spending per catturare consenso. In più, Teixeira Dos Santos ha una certa propensione a non nascondere la verità delle cose, fosse anche la più spiacevole. Rilasciando la scorsa settimana un’intervista al canale televisivo appena inaugurato dal quotidiano Diario Economico (giornale in carta salmonata, come tradizione impone a tutti i quotidiani economici), egli ha risposto in modo allusivo all’interrogativo-ossessio

ne di queste settimane: “Prima la Grecia, poi il Portogallo? Non so…’.
Sarà stato anche per questo che Socrates, lo scorso fine settimana, ha fatto marcia indietro sulla realizzazione delle opere pubbliche. Si andrà avanti soltanto su quelle già finanziate e per le quali sono stati firmati i contratti. Per tutte le altre (fra cui il nuovo aeroporto di Lisbona) bisognerà aspettare tempi migliori. Una soluzione che ha accontentato Antonio Mendonça, il ministro per le Opere Pubbliche di cui si racconta la vicinanza coi poteri economici. Lo stesso Mendonça, che sabato 8 maggio ha firmato i contratti di concessione per i lavori di un lotto della linea TGV (tratta Poiceirão-Caia), ha liquidato l’appuntamento fra Cavaco Silva e i 9 ex ministri delle finanze come ‘un incontro fra vecchi personaggi della politica’. Lo scontro fra lui e Teixeira Dos Santos si prospetta come un motivo ricorrente dei prossimi mesi. Un ulteriore problema per José Socrates. Rispetto al quale, rimanendo nel campo dei paralleli con la politica italiana, non si può non notare la paradossale condizione che lo accomuna a Silvio Berlusconi: entrambi recentemente rafforzati dall’esito elettorale (elezioni politiche di settembre 2009 nel caso portoghese, elezioni regionali dello scorso marzo in quello italiano), eppure in costante calo d’immagine e stabilità politica sia prima che dopo il verdetto delle urne. Per l’incerto primo ministro portoghese s’apre un periodo di difficoltà estrema, con un rischio d’accerchiamento che potrebbe venirgli non soltanto dagli avversari. E una serie di inchieste che potrebbero sporcare irrimediabilmente la sua figura.
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