Sicilianismi – Négghia (Repubblica Palermo, 9 giugno 2010)

Ci sono cose al mondo che non si limitano a essere insolite per il siculo. Esse si collocano oltre l’orizzonte del possibile, portandosi dentro il carattere della non sicilianità come se fossero antimateria. In loro presenza non può esservi sicilianità e viceversa. Facile allora ch’esse diventino sinonimo di altre cose e immagini massimamente negative. Come è nel caso della négghia, ovvero la negazione dello stesso esistere. E davvero si va incontro a una delle peggiori condizioni ritrovandosi giudicati, in siciliano, ‘na négghia.
Tutto parte dal fatto che la nebbia è per il siculo un’esperienza metafisica. Elemento tutt’al più da sceneggiati televisivi o da documentari di Piero Angela, nei quali la pianura padana è una realtà antropologicamente distante quanto il Mato Grosso o l’Alberta. E sarà anche vero che rispetto alle altre due la prima si trova in Italia; ma i fenomeni ambientali che in essa si verificano sono ugualmente bizzarri all’occhio siculo, troppu stranìi per non suscitare un senso d’etnologica distanza. E fra tali stranezze è proprio ‘a négghia l’elemento più differenziante. Cosa di un altro mondo. In Sicilia essa arriva quasi mai. E in quelle ristrette parti dell’Isola dove giunge ci si comporta come se l’evento non fosse mai accaduto. “’A négghia? Nooo, nuàutri ccà unn’hàmu vistu mai di ‘sti cosi”. E subito le imposte vengono richiuse in faccia all’interrogante. Il quale profondamente si convince che parlare di nebbia in Sicilia sia più o meno come parlare di monsoni. Una bizzarria ambientale sulla quale documentarsi navigando per le pagine di Wikipedia. E in effetti si tratta di fenomeno atmosferico ontologicamente negatore della sicilianità. Da queste parti dominano la luce e i colori, e le voci argentine che elevano l’abbanniàre a suprema forma d’arte. Dunque spazio non c’è per un fenomeno che spande nell’atmosfera una cappa lattiginosa e riduce l’ambiente circostante a una scena in bianco e nero dove ognuno pare un fantàsima.
Nessun diritto di cittadinanza alla négghia, allora. E guai al mischinàzzo che quella parola se la vedesse appiccicare addosso come etichetta. Perché significherebbe la sua morte civile, l’impossibilità di riprendersi un ruolo. Quando uno è ‘na nègghia lo è a vita, perché è come se su di lui calasse una cappa d’immateriale a sfumarne i contorni e rendergli un grado d’insignificanza agli occhi di chiunque. E come restituire mai la dignità a qualcuno che sia stato giudicato ‘na négghia? La quale ha natura diversa dall’éssiri vacànti, e grave errore sarebbe confondere le due condizioni umane. Se uno è vacànti significa che porta dentro sé tutte le dimensioni del vuoto, e tuttavia mantiene un involucro esteriore che lo rende tangibile. E poi chiddu vacànti è uno che forse nemmeno ci ha provato, e perciò con un buon ammaestramento e parecchia pazienza può anche essere edotto (“quannu unu è vacànti ven’a ddiri ca ‘u po’ ìnchiri”). Viceversa, se uno è ‘na negghia, significa che non ha nemmeno vuoti da riempire, ma che è egli stesso un’entità immateriale della quale non è il caso di curarsi. Soprattutto, a differenza di chiddu vacànti egli ha affrontato la prova. E è stato proprio lì che s’è dimostrato ‘na nègghia. Verdetto inappellabile, sicché figurarsi se si possa mai parlare di recuperare il tipo così etichettato (“quànnu unu è ‘na négghia mancu ‘u po’ maniàri”). A costui toccherà da quel momento in poi una vita d’immaterialità, il sempiterno inaffidamento che poco a poco lo rende quasi impercettibile. E allora sì che forse ha un senso dire “arrivò a négghia”. Quando il malcapitato varca la soglia del bar, e viene accompagnato dallo sguardo commiserante degli avventori mentre va a giocarsi una partita a stecca da solo nella saletta semibuia. 

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