Lapsus linguae – In che senso? (Linus agosto 2010)

Cari amici, questa è la prima puntata di una nuovca rubrica inaugurata su Linus. Buona lettura.

Non sempre si ha la risposta pronta a una domanda, e fortemente bisognerebbe diffidare di chiunque ce l’avesse. Per converso, non sempre la domanda è chiara, e anzi a dirla tutta succede che essa sia un arrotolarsi verbale che si chiude con tonalità interrogativa; però sbattere in faccia all’altro la sua incapacità d’esprimersi non è garbato, e allora bisogna ingegnarsi a dargli soddisfazione. Ma come, se partendo dall’interrogativo la risposta è impossibile? E dunque si torna al punto. In quale modo cavarsi d’impaccio? Esiste una soluzione infallibile. Essa consiste nel lasciar passare qualche istante, assumendo un’espressione smarrita, per poi chiedere: … L’effetto è garantito, e seguirà il principio del jiu-jitsu: rovesciare sull’altro, mettendolo a malpartito, la medesima forza usata da lui per provare a schienarci. A quel punto la soluzione dell’interrogativo tocca a lui, e voi potrete godervi lo spettacolo del suo annaspare celando il sollievo d’aver scaricato su di lui l’imbarazzo che doveva toccare a voi.

Che la mossa funzioni è dimostrato in modo quasi scientifico, e il motivo è semplice. Chi vi aveva messo in difficoltà (fosse questo il suo scopo, o che piuttosto l’animasse soltanto curiosità) si ritrova a dovervi dare una spiegazione dopo aver pensato che gliela doveste voi. Di più: egli deve fare chiarezza su qualcosa che credeva fosse scontato e comprensibile. Ovvero, il suo interrogativo. Credeva d’avere formulato una domanda semplice e d’aver trasferito su di voi l’onere dell’argomentazione. Invece scopre che aveva dato per scontate troppe cose, a cominciare dalla sua capacità d’essere chiaro e diretto nell’avanzare una richiesta di chiarimento. E se nemmeno è in grado di farsi intendere sulle cose che vuol sapere, come può pretendere da altri la chiarezza delle risposte? Dunque, per costui scoppia lo psicodramma. D’improvviso diventa un’anima in pena catturata dallo smarrimento. Poco ci manca che prenda a balbettare. Deve chiarire il senso della domanda, e già nel cominciare a farlo egli ammetterà implicitamente d’essere stato un po’ somaro. E poi mica è detto che gli riesca di spiegare in modo dettagliato l’interrogativo. Perché un conto è sparare addosso a qualcun altro una domanda, che spesso si riduce a una frase scarsa di senso, o con risposta incorporata, o con una sfilza tale d’interrogativi che metà basterebbero per mandarlo a quel paese; altro invece è spiegargli il senso di quella stessa domanda, che molte volte non era chiaro nemmeno a chi l’aveva formulata. Quest’ultimo si sarebbe ritenuto abbastanza soddisfatto di sentirsi rispondere con un ‘sì’ o con un ‘no’, e invece guarda dentro quale terreno scivoloso è andato a avventuarsi.

Per chi non l’avesse ancora capito, l’inchsensismo è una forma d’arte dialettica. Un colpo basso non riconosciuto ma nemmeno bandito, e perciò tollerato. Forse persino insegnato segretamente dagli antichi maestri, come tutte le piccole slealtà che le regole non reprimono e bisogna ciucciarsele, dunque tanto vale acquisirle come opportunità prima che qualcuno ce le ritorca addosso. Colui che ricorre alla formula ‘in che senso?’ può farlo per motivi diversi. Perché davvero non ha capito, e allora la richiesta di chiarimento è sinceramente orientata a acquisire ulteriori elementi per dare la risposta più corretta all’interrogante. Ma più spesso costui lo fa per superba faccia da culo; perché magari non è proprio in gradi di rispondere, sicché spande fumo e prende tempo. Chiedendo ‘in che senso?’, egli tira un sospiro di sollievo e fa credere all’altro di possederne molti, di sensi possibili per rispondere alla domanda. In realtà sa una cippa, o se anche quella cippa la sapesse non potrebbe dirla perché ci rimetterebbe la faccia o semplicemente perché è un segreto. Dunque meglio sollevare la cortina fumogena, e rimandare a quell’altro la responsabilità di darlo lui un senso. Nei casi di maggior spudoratezza egli contrattaccherà, premettendo un ‘ma’ a ‘in che senso?’. Ché pronunciata così la formula fa pensare ci si sia persino indispettiti, e come cazzarola si permette l’interrogante di domandare certe cose? Il che significa che quel ‘ma’ con cui l’inchesensismo è stato lanciato sul tappeto possa veder chiuso il cerchio con uno sprezzante ‘mah!’. Come a dire: “Ma guarda se tutte a me devono capitare queste teste di legno!”. E c’è ancora chi tira fuori il suo “in che senso?” col semplice intento di troncare lì il discorso. Basta pronunciare quella formula, e poi salutare un amico (sovente immaginario) che passa dall’altra parte della strada e schizzare verso lui, mentre ancora l’interrogante s’arrabatta a trovarlo, il senso della domanda.

Fuori dal mazzo vanno collocati quelle che sull’inchesensismo hanno costruito delle tecniche infallibili per far dare delle risposte agli interroganti. Funziona così: mentre l’interrogante snocciola a fatica la spiegazione, e cattura qua e là brandelli di quel senso, l’inchesensista annuisce vigorosamente scuotendo in giù il capo, e magari pronunciando dei viscidissimi ‘bravo, bravo’ che assecondano l’interlocutore. Il quale, così blandito e anche estenuato dall’aver dovuto trovare un senso che nemmeno sapeva esistesse, a quel punto s’accontenta d’aver azzeccato tutto. Soltanto qualche minuto dopo, con l’interrogato inchesensista che avrà colto al volo l’occasione per squagliarsela, egli si chiederà cosa diamine abbia azzeccato, e di cosa mai si fosse inorgoglito mentre quell’altro non rispondeva alla sua domanda. E potrete giurarci che da quel giorno in poi si scatenerà una gara a inseguimento, col domandante che braccherà l’inchesensista, e quest’ultimo che agirà da vero genio dello smarcamento. Una vitaccia soprattutto per il primo, che rischia di vedere cumulare ulteriori sberleffi a quello già messo in saccoccia.

Che poi c’è sempre un momento in cui l’in che senso? piomba nel dialogo. È quando le cose hanno preso una piega seria, anche inattesa. Succede quando si cazzeggia, per esempio. E cazzeggiando cazzeggiano va a finire che vengono tirati fuori gli argomenti seri. Sorelle, soldi, fidanzate, segreti indicibili che affiorano nello scambio per via di allusione. Lì è bene che un “in che senso?” si faccia largo mai. Perché colui che lo pronuncia ha già cambiato faccia e tono, e la domanda stavolta non ha alcunché d’allusivo, Egli vuol proprio sapere ‘in che senso’ quelle cose sono state dette. E per colui che le aveva dette s’inaugurerà un pessimo quarto d’ora. Tanto più se sono presenti terze persone che, capita l’antifona, provano a fare da paciere. Quand’è così, meglio evitare. Perché l’incazzoso inchesensista crederà a quel punto esservi una congiura alle sue spalle, e che quelle verità inconfessabili e appena accennate siano un patrimonio comunitario e non soltanto di colui che aveva straparlato. Potrebbe saltargli in mente di voler chiedere ‘in che senso?’ a tutti coloro che si mettono nel mezzo, e ingaggiare una guerra con ciascuno di loro per il solo fatto che costoro un senso proprio non ce l’hanno.

Brutte storie, e complicate assai. Nate sempre dall’irrisolto viziaccio di far domande. E se la gente smettesse di farle? Forse vivremmo tutti in un mondo meno appiccicoso. Questo insegnavano i maestri dell’etnometodologia: difendetevi dalle domande sciocche e dai convenevoli con domande che mandino in crisi gli interlocutori. Per esempio, quando qualcuno vi chiede: .. E sapete che non ve lo chiede per sapere davvero come state, ma perché così usa. Fategli la contro domanda, chiedendogli appunto: .. Dopo un altro paio di battute di questo tenore otterrete d’averlo fatto imbufalire, e prima di allontanarsi vi avrà certo mandato al diavolo. Però avrete ottenuto una gran soddisfazione. In che senso, lo stabilite voi.

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