Firenze, il Piano Strutturale nella Città-Palinsesto (Repubblica Firenze, 6 ottobre 2010)

Cari amici, questo è l’altro articolo che mi è stato pubblicato oggi. Buona lettura.

S’ostinano a chiamarlo Piano Strutturale, e invece è soltanto l’ultimo draft della Città-Palinsesto. Firenze, incompiuta d’improvviso. Aggredita da un Millennium Bug su misura, che al volgere del XXI secolo ha prodotto un cortocircuito di retoriche pubbliche. Dov’è l’anima, e dove l’immagine della città? Nei piani, sicuro. Tonnellate di pagine per miliardi di parole, tutto quanto spremuto a freddo al culmine di spossanti procedimenti. Per ritornare infine al punto di partenza. Ma quando e da dove si era partiti?

Innanzitutto fu il primo Piano Strategico, figlio di un’epoca in cui il solo dotarsene pareva per le città il requisito d’appartenenza a una categoria d’ottimati. Poi quella stagione svanì assieme alla sua hybris. E il Piano Strategico dell’Area Metropolitana Fiorentina si dimostrò per quello che è: un vezzo da aspiranti primi della classe, un’altra voce da aggiungere nei siti web delle reti civiche e nei curricula da spendere dentro la spietata competizione globale fra municipalità. Di quell’impresa intellettuale rimane nulla più che un documento patinato. Reperibile ormai soltanto attraverso un labirintico percorso nel web, e dal titolo che ora suona evocativo: Firenze 2010. Cioè oggi. Il futuro anteriore, il divenire mai avvenuto. Come quello contenuto nei romanzi di Science Fiction anni Cinquanta, che parlavano di come allora venisse immaginato il Duemila-e-oltre; e a leggere adesso quelle pagine si ricava uno spaccato sugli auspici e le ossessioni del presente d’allora. Cosa non andasse in Firenze 2010, al di là del suo valore romanzesco, nessuno sa. Per certo, dopo esso ci fu un ulteriore guizzo che portò al tentativo di stilarne una nuova versione. Draft ennesimo della Città-Palinsesto, dal titolo “Verso il secondo Piano Strategico”. Suggestivo battesimo, a fotografare lo spirito transeunte d’una città che si smarriva nel suo stesso mutare senza sapere se davvero ciò fosse tragedia. Territorio dunque è la parola chiave di una ricerca competitiva sulla via alta delle trasformazioni”. È ancora possibile leggere frammenti come questo, nel Verso-documento. Che rimane lì incompiuto anch’esso, prodotto e vittima di un’epoca Paper Fetish, drogata dall’ansia di produrre volumi che fruscino fra le mani e pesino nelle cartelle dei convegnisti. E sullo sfondo l’agghiacciante interrogativo: c’è per caso ancora qualcuno che viaggia ‘verso’ quel secondo Piano, inesausta anima transumante smarrita in cerca della postumità?

È stato anche attraverso questa via che si è arrivati alle vicissitudini sul Piano Strutturale. Che ha un respiro minore, ma non di meno racconta d’una città che non sa più scrivere se stessa. Incapace di darsi non solo uno scenario e uno script, ma persino una grammatica per governare il mutamento.  Il precedente Piano Strutturale nacque morto. Irrimediabilmente stigmatizzato dall’essere stato figlio d’una classe politica locale giunta al capolinea per consunzione, e sepolto dal sindaco del Tempo Nuovo con un aggettivo inappellabile: “molliccio”. E però non molto più turgida deve esserne la nuova versione, voluta dal sindaco stesso.  Carica d’enfasi ma già bocciata dal crudo pragmatismo dei professionisti in consesso riuniti. “Manca un’idea di città”, è stata una delle critiche. E a forza di sentirla circolare, quest’obiezione, viene da chiedesi se almeno esista un’idea di ‘idea di città’. Almeno per raccontarcela in modo un po’ più coerente, la storia di questa Firenze che non sa più immaginarsi e nemmeno dirsi. Presa com’è dallo sbanchettarsi addosso di continuo, rifiatando poi dentro l’ennesima pausa di riflessione.

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