Il risentimento come categoria della politica (Repubblica Palermo, 6 ottobre 2010)

Cari amici, questo è uno dei due articoli che mi sono stati pubblicati oggi. Buona lettura.

Nella politica siciliana accadono cose troppo grandi e troppo in fretta per potersi soffermare sui dettagli. Che invece quasi sempre raccontano più d’ogni altra cosa il senso della realtà. E un dettaglio cruciale sono state le parole espresse lo scorso martedì dal capogruppo dell’UDC all’Ars, Rudy Maira, forse il massimo performer siculo nella petulante arte della dichiarazìa. La quale, benché soltanto verbale, è comunque una forma di body art. Perennemente sul confine dell’atto estremo, dell’espressione che rompe gli schemi e i patti comunicativi seminando sgomento nel pubblico. E  proprio un atto estremo è stato quello oralizzato e verbalizzato da Maira, nel giorno in cui il governatùr Lombardo varava la sua quarta giunta regionale nel giro di due anni. Lo riportiamo per come è stato trascritto in queste pagine da Massimo Lorello, nell’edizione del 22 settembre: “E’ nelle cose che l’opposizione torni compatta. Un’opposizione unita dal risentimento nei confronti del presidente della Regione (…)”.

Vero, stiamo vivendo un tempo di straordinaria barbarie politica, scaraventato dentro un’arena di sumo nella quale i dossieraggi e l’uso del ‘metodo Boffo’ vengono persino rivendicati come normale strumento nella lotta per il potere. E però mai nessuno s’era spinto a teorizzare la valenza del risentimento come collante di una coalizione politica. Questa mancava, sicché Maira potrebbe persino rivendicarne il copyright. L’idea di società da realizzare in Sicilia, il programma politico, le principali emergenze da affrontare da un eventuale nuovo rassemblement che scalzi Lombardo dalla presidenza? Tutta roba secondaria, rispetto al livore ribollente nei confronti di una persona. Qualcosa che va persino oltre la dicotomia ‘amico/nemico’ teorizzata da Carl Schmitt come categoria del politico. Perché comunque tale categoria assume come sottostante un campo strutturato dell’inimicizia, fatto di simboli e valori oggettivamente riconoscibili e d’una grammatica dello scontro che ne disciplini le conseguenze. Invece il risentimento è uno stato d’animo acido, livore represso ma non domo. Una riserva d’esplosivo che attende detonazione. Fare del risentimento una categoria del politico significa sdoganare definitivamente le passioni negative e aggressive come elementi che hanno cittadinanza nell’arena politica. E preparare il terreno per lo stadio ultimo: la legittimazione dell’odio personale.

Era, questa, una delle derive possibili nel processo di personalizzazione della politica cui si è assistito in questo paese col crollo della Prima Repubblica. E di questa deriva si è fatta radicale esperienza in Sicilia, negli ultimi due anni delle vicende regionali. Da quando la scalata di Lombardo a Palazzo d’Orleans ha dato inizio alla folle corsa verso una forma di Ego-politica della quale oggi sono visibili gli effetti: la deflagrazione dell’intero sistema politico siciliano, con un uomo solo a muoversi a proprio agio fra le rovine. Una personalizzazione della politica che corrisponde allo stadio del ‘tutta la politica concentrata in una persona’. Qualcosa di assolutamente estraneo alla tradizione politica siciliana, dove i riti democristiani della Prima Repubblica non sono mai stati dismessi e l’eternità dei tempi di decisione aveva almeno come (unico) pregio il fare da camera di compensazione delle passioni forti, riconducendole entro la normale schermaglia dialettica tra le compagini. Ma a dispetto dell’apparente crosta post-democristiana una mutazione genetica stava avvenendo, e in questi giorni la vediamo compiersi. Quella che ha portato alla formazione di un leader politico capace di cambiare il registro rituale e espressivo, facendo della politica regionale il palcoscenico d’una tragedia shakespeariana permanente.

Più volte abbiamo messo in evidenza un caratteristica di Lombardo: il suo straordinario talento per il dramma politico. Nell’ordinaria amministrazione non ci si ritrova – e, del resto, quanti sono stati i giorni d’ordinaria amministrazione dalle elezioni regionali del 2008? Ma nelle situazioni a altissima tensione ci sguazza, e mostra un’eccezionale capacità di venirne fuori in piedi riportando a proprio favore il corso delle cose. Impossibile sapere fino a quando il giochino durerà, e se alla fine anch’egli non ne venga fuori sfibrato prima che disarcionato. Però fin qui l’ha avuta vinta lui, anche quando pareva che la situazione fosse disperata. L’ha messa sempre sul piano della sopravvivenza personale, e personalmente ne ha cavato le gambe a ogni occasione. Ha macinato chiunque abbia cercato di ostacolarlo, relegando un numero crescente di notabili della politica isolana fuori dai luoghi in cui vengono decise le cose. Che ciò facesse addensare attorno al personaggio umori negativi, era inevitabile. Ben altro è però organizzare sul risentimento la contrapposizione politica a questa persona. Questa non è politica. Questa è patologia politica. E sappiamo che adesso potrebbe scatenarsi la corsa a rettificare il senso delle parole, e a sostenere che c’è stato un fraintendimento. A poco servirà, perché il senso è già passato e anzi sarebbe bene che le parole di Maira – le quali, a nostro avviso, sono espressive d’uno stato d’animo diffuso tra le varie opposizioni al governatùr – venissero assunte come il penultimo segnale prima della catastrofe. Un’epigrafe sui mesi che verranno, e che rischiano di lasciare in eredità una Sicilia molto peggiore di quella già incattivita nella quale viviamo.

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