L’impossibile verità scientifica e il gioco delle manipolazioni

La verità è inconoscibile. E per paradosso lo è tanto più quanto più si provi a ricondurre dentro il rango dell’oggettività gli elementi che dovrebbero certificarla. Perché in quei casi si scopre una volta di più che non v’è cosa inopinabile, che non c’è un dato non sottoponibile a confutazione. Da sociologo, è questa una delle verità più spiazzanti e preziose al tempo medesimo che io abbia inserito nella personale cassetta degli attrezzi. Per tale motivo non mi sorprendo più al cospetto delle dispute che periodicamente s’accendono in campo scientifico. Mi sorprendo piuttosto del fatto che altri si stupiscano. Costoro continuano a pensare che il campo delle scienze sia il regno dell’oggettività, e che dunque l’esplosione di conflitti su idee e metodi porti con sé come un epifenomeno l’indebolimento di un’aura di prestigio e infallibilità. E invece proprio in ambito scientifico più che altrove è auspicabile, periodicamente, l’esplosione di conflitti. La cui portata non può non essere totalizzante, poiché in casi del genere sono in ballo non soltanto idee contrastanti ma anche e soprattutto paradigmi inconciliabili. E se fra idee opposte si può trovare una sintesi, fra paradigmi in conflitto vige una dinamica della contrapposizione darwiniana la cui sola conclusione possibile è il dominio di uno su tutti gli altri, costretti a loro volta a un’esistenza di nicchia se non all’eliminazione.

E tuttavia, trovo che ci siano sempre una tendenza alla nevrosi e un indulgere smodato all’emotività nei casi di conflitto su idee e paradigmi scientifici esplosi in Italia. Casi il cui destino è invariabilmente quello d’essere ridotti entro uno schema narrativo di facilissima presa e pericolosi effetti: quello della sfida ai poteri forti portata dall’outsider innovatore, che a sua volta si vede presto disegnare intorno una silhouette carismatica. Succede così che una disputa da tenersi entro il registro specialistico della scienza si sposti immediatamente extra moenia con coinvolgimento dell’opinione pubblica. La quale non può che partecipare sul piano meramente emotivo, essendo l’oggetto del contendere materia talmente specialistica da risultare esoterica per i non addetti. La conseguenza è quella di far prevalere la narrazione del conflitto rispetto ai contenuti del conflitto stesso: l’attenzione si sposta sul racconto dei personaggi e delle storie personali, sulla contrapposizione fra Davide e Golia, sulla caratterizzazione secondo cui il sano sforzo di promuovere il bene comune venga ostacolato da interessi sordi e corporativi. Tutti elementi che in qualche misura sono anche presenti all’interno di ciascuna vicenda, ma la cui portata nel complesso della controversia andrebbe ricondotta entro margini ristretti per lasciar spazio all’aspetto scientifico. Il quale finisce invece con l’essere posto in coda agli elementi cruciali.

Succede a intervalli dal tempo del “Caso Di Bella”. E lo schema si ripropone in questi mesi col “Caso Stamina”. Una vicenda che ormai ha totalmente travalicato i confini della Cittadella delle Scienze, e che rifiuta di rientrarvi anche quando le autorità scientifiche facciano lo sforzo di ricondurvela. I giornali di oggi riportano le reazioni di Davide Vannoni, presidente della Stamina Foundation, alle eccezioni che al suo metodo sono state sollevate dalla rivista Nature. I toni sono forti, pressoché grillini; e ciò a mio giudizio danneggia la legittimità di molte contro-argomentazioni avanzate dallo stesso Vannoni, leggibili nel post inserito ieri in una delle sue pagine Facebook.

In special modo, il riferimento alle “maccheroniche opinioni” segna un altro passo verso la delegittimazione reciproca, già andata parecchio avanti. Con Vannoni dipinto alla stregua di un ciarlatano dalla comunità scientifica istituzionalizzata, e quest’ultima a vedersi ricambiare con toni sprezzanti e accuse di bieco conservatorismo. Ma va anche sottolineato come sovente la narrazione del conflitto vada incontro a semplificazioni dannose. Lo testimonia l’articolo pubblicato sull’Unità di oggi da Pietro Greco, che pure è un serio giornalista scientifico. Il passaggio sulle “maccheroniche opinioni” si converte in “maccheronici opinionisti”. Il che non è soltanto una sfumatura linguistica, poiché comporta un attacco alle persone anziché alle loro idee.

A far da sfondo, come sempre, c’è una manipolazione delle parole (voluta o inconsapevole) dagli effetti devastanti. In questo caso a entrare in ballo è la retorica della libertà di cura, che tanto da vicino ricorda quella libertà di scelta in materia di istruzione il cui scopo è legittimare i finanziamenti pubblici alle scuole private. Fra tanto bailamme polemico, non sarebbe interessante approfondire questo concetto di libertà? Ecco uno dei temi dei quali mi piacerebbe discutere serenamente, senza posizioni preconcette.

Immagine

Consiglio musicale: Jan Garbarek, As seen from above.

http://www.youtube.com/watch?v=JJeokcRZ5As

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