Montepaldi, la Toscana che piace a se stessa (La Repubblica Firenze, 20 agosto 2013)

Cari amici, questo articolo fa parte di una serie intitolata “Spicchi di Toscana” e dedicata alle meraviglie nascoste della regione in cui ho il privilegio di vivere. Nei prossimi giorni pubblicherò gli altri articoli. Buona lettura.

 

Ci sono luoghi che la Toscana cura per piacere al resto del mondo. E ce ne sono altri che cura per continuare a piacere a se stessa. Riguardo ai primi, non è nemmeno necessario cercarli: chi vuol farne esperienza ci viene condotto come sul nastro dei bagagli in aeroporto, e quando li raggiunge ha la sensazione d’averli già visitati decine di volte e dunque mai. Quanto ai secondi, invece, bisogna proprio andarseli a scoprire. Cioè trovarli cercando, ma senza sapere esattamente dove andare nel momento in cui inizia il peregrinare. Così è nel caso di Montepaldi, frazione di San Casciano Val di Pesa, dove in modo plastico sono riprodotti i due modi di essere della Toscana attraverso i suoi luoghi. Pieno Chiantishire, un segmento di Toscana da cartolina rielaborato per mezzo di quel cliché globale Io ballo da sola che a un secolo di distanza ha sostituito il cliché Camera con vista. Eppure, nel bel mezzo di questo territorio glocalizzato, si trova un’enclave dove si preserva la toscanità verace. Puro Chianti in pieno Chiantishire. A creare un’ambivalenza simile a quella di certi ristoranti etnici dove vengono servite pietanze omologate alla necessità di soddisfare il palato del cliente globale, ma poi nel backstage delle cucine ci si concede finalmente ai sapori autentici della madrepatria.

Sarà per tutto ciò che imbattersi in Montepaldi è fra le cose più casuali al mondo. Bisogna oltrepassare il centro di San Casciano e andare in giù verso Cerbaia godendo sul versante sinistro d’un paesaggio ch’è uno sterminato calanco da levare il fiato. Chianti no-shire. E lungo quel percorso, lungo quel lato, ci s’imbatte nel cartello che indica Montepaldi fissato a un albero. Come si trattasse d’una comunicazione di servizio per addetti ai lavori anziché d’un invito a azzardare la scoperta. Un’intenzione di nascondimento che risulta comprensibile a chi sceglie di seguire la strada discendente, e in fondo al primo segmento trova la villa medicea che domina il poggio. Arrivi lì e per prima cosa t’interroghi sul curioso destino toccato alle ville medicee. In quella di Montelupo, che dista una manciata di chilometri, hanno collocato un OPG. In questa è basata una rinomata azienda agricola dell’Università di Firenze, le cui attività emanano i soli segni di vita del post. È in prossimità della villa che capita di udire una voce, o un rumore, o tracce di movimento. Perché per il resto Montepaldi si presenta quasi del tutto come un luogo del disabitare. Le vaghe tracce d’insediamento si captano nelle poche case piazzate in fondo a sterrati ripidi, resi quasi impraticabili dalla primavera più piovosa di sempre. Invece le case distribuite poco distante dalla villa medicea rimandano le sensazioni sorde del borgo fantasma, dell’inesorabile spopolamento. Persino della dimenticanza, come segnala quella cassetta della posta dalla quale debordano bollette irruvidite dall’esposizione alle stagioni. Senza che però tutto ciò significhi abbandono. Perché non c’è un senso di sfacelo in quelle abitazioni che paiono non ospitare esseri umani da decenni. Piuttosto sembra tutto quanto frutto di un allestimento, un disegno scenico che racconta la Toscana per com’è, non per come si sforza d’assomigliare alla visione di se stessa alimentata dall’immaginario globale. E sarà anche vero che lo scarto fra le due Toscane è meno ampio di quanto gl’indigeni romantici lo percepiscano. Ma resta il fatto che per essere efficace quell’allestimento deve escludere la presenza umana. Per questo, vagando per la strada digradante di Montepaldi, quella che s’inoltra dalla curva della villa medicea e dischiude un belvedere da rapire per sempre lo sguardo, avrete il privilegio d’udire il silenzio perfetto. Che contrariamente all’opinione stereotipa non è svuotamento d’ogni suono, ma piuttosto il respiro segreto della natura non interrotto da voci umane o suoni meccanici. La voce del vento tra le fronde in una mattina di marzo, o il canto delle cicale in un sabato pomeriggio d’agosto. E camminando dentro quella musica incorrotta capita di sentirsi fantasmi. Come pre-trapassati, immersi in un saggio di vita oltre la vita che anestetizza la paura della morte. Perché infine tutto quanto è soltanto un passaggio, da condursi magari dentro brani di surrealità. Come quelli che si dischiudono lì a due passi dalle case disabitate, e mostrano macchine agricole ferme e come addormentate dentro vani che in altri tempi hanno ospitato bestie da stalla, o un pozzo ormai avvinto dalla vegetazione al centro d’un patio calpestato ogni mille mai. Chi passa da qui è pregato di farlo in punta di piedi, e di spegnere voce e telefono mobile. Vietato disturbare la Toscana nei luoghi della sua intimità.

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2 Risposte

  1. L’armonia di un paesaggio raccontata con armonia di parole. Davvero bello.

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