Pallonate Reloaded n. 1 – L’attico delle aspettative e i maghi del food-ball journalism

Comincia la stagione calcistica e per l’ennesima volta riparte Pallonate, la rubrica che più la mandi giù e più te lo tira indietro con gli interessi. Si ricomincia sul web con cadenza di tre volte alla settimana: martedì, giovedì e sabato. Inutile perdersi in presentazioni. Chi conosce la rubrica non ne ha bisogno, e chi ci s’imbatte per la prima volta fa presto a capire di cosa si tratti. Soprattutto, chi credeva d’essersene liberato adesso corre il rischio di ripiombare nella depressione. Affari suoi.

Dovendo ricominciare in modo degno, quale migliore spunto che quello offerto da Mario Zarathustra Sconcerti? Nella sua Prima Lettera ai Posteri sul Campionato 2013-14, egli ha esposto uno dei suoi Dogmi Inattaccabili: quello secondo cui il campionato italiano è il più equilibrato del mondo. Ecco come la bolsa tesi è stata esposta sul Corriere della sera del 24 agosto:

Tutto il calcio degli altri è drogato da fortissime differenze economiche. Non ci sono più classifiche, solo bollettini imperiali. In Germania giocano non più di due squadre, in Spagna tutti hanno venduto fuorché Real e Barcellona. In Inghilterra hanno dimenticato la vecchia arroganza, i loro giocatori sono tornati buoni, non più ottimi, ma corrono per vincere le stesse squadre. Questo porta a pensare che il calcio migliore sia qui, non per tecnica, non per squisitezza, ma per equilibrio. L’Italia è l’unico posto in Europa dove possono ancora vincere cinque-sei squadre diverse, forse di più.

 

Questo è il dogma, e come ogni dogma esso regge fino a che non lo si testa con le evidenze. E purtroppo per lo Zarathustra de noantri la storia recente dice che quello italiano è il campionato meno contendibile d’Europa al pari di quello spagnolo. Chiusa infatti la breve stagione del dominio romano (Lazio campione d’Italia nel 1999-2000, Roma nel 2000-01), a partire dal 2001-02 lo scudetto è stato vinto soltanto da tre club: Inter, Juventus e Milan. Un tripolarismo da campionato portoghese che ricalca quello della Liga spagnola, vinta a partire dal 2001-02 da Valencia (due volte in tre stagioni), Barcellona e Real Madrid. Dice Sconcerti che altrove “corrono per vincere le stesse squadre”. Ma intanto nell’arco di tempo preso in esame la Premier League inglese ha registrato  la vittoria di quattro diversi club: Arsenal, Chelsea, Manchester United e Manchester City, con quest’ultimo a fare da new entry nell’élite recente. E nella Bundesliga tedesca come va? Dal 2001-02 essa è stata vinta da cinque club: Borussia Dortmund, Bayern Monaco, Werder Brema, Stoccarda e addirittura Wolfsburg, che nel 2008-09 ha conquistato il primo titolo della propria storia. Per altro Mario Zarathustra non mette nel novero la più aperta delle leghe europee di punta, la Ligue 1 francese: forse per paura che gli scassi la media. E fa bene. Perché lì, dopo la dittatura settennale del Lione, gli ultimi cinque campionati sono stati conquistati da cinque club diversi: Bordeaux, Marsiglia, Lilla, Montpellier e Paris-Saint Germain. E va bene filosofare, ma le figure di merda sono altra cosa e per evitarle basterebbe perdere cinque minuti a documentarsi su internet.

Del resto, ormai le pagine sportive del Corriere della sera ospitano solo fenomeni. Come è per esempio Roberto Perrone, un non brillante cronista di pallone che da qualche anno a questa parte s’è convinto d’essere scrittore sopraffino. E certo in tutto ciò pesano le responsabilità del book jockey Antonio D’Orrico, lo stesso che ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. Ma resta il fatto che le conseguenze siano nefaste, perché ormai Perrone ritiene d’essere davvero un fenomeno e non perde occasione per cercare di dimostrarlo. Nell’edizione del 24 agosto il suo articolo di presentazione sull’esordio della Juventus in campionato, a Genova contro la Samp, iniziava in modo agghiacciante:

C’è una sorta di capricciosa ma non sconsiderata volontà della sorte in questo esordio della Juventus bi-campione d’Italia al Ferraris blucerchiato. (…).

 

E già, la capricciosa ma non sconsiderata volontà della sorte. Purtroppo è solo l’inizio. Andando avanti si leggeva che:

 A Roma più che con il gioco, Madama si è imposta con la sua tremenda forza mentale che la fa soggiornare all’attico delle aspettative. (…)

 

L’attico delle aspettative: formula geniale, vero? E ancora:

 

Non manca l’immancabile accento alla linea societaria, votata al rigore finanziario.

L’avreste mai immaginato che “non manca l’immancabile”? Nell’edizione del giorno dopo Perrone ha commentato così la vittoria juventina:

I primi tre punti (in trasferta, dopo due successi in casa) del Conte-tris (che punta al tris, se permettete il calembour) li incamera Carlitos Tevez, il nuovo arrivato, l’aspirante top player, ballando sotto la pioggia.

Dategli una ridimensionata, perché questo qui fa rimpiangere persino Germano Bovolenta.

E una ridimensionata bisognerebbe darla anche all’immancabile Gaia Piccardi, la principessa del giornalismo frou frou che sempre sul Corrierone dà lezioni su come NON si scrive un articolo. E si tratta di frammenti didatticamente preziosi. Nell’edizione del 24 agosto, la stessa in cui Perrone parlava di attico delle aspettative, Piccardi relazionava sulla sfida tra Luna Rossa e i neozelandesi di Aotearoa:

In queste condizioni è disumano fare regata pari con i kiwi, a maggior ragione se in partenza Chris Draper (<Avrei voluto uscire dalla linea un po’ meglio, ma loro trovano sempre la velocità per superarci. Possiamo discutere delle mie partenze finché volete ma i neozelandesi sono più veloci… Noi paghiamo errori commessi mesi e mesi fa. Perdere così, però, è frustrante…>), timoniere inglese della barca italiana, appare rassegnato al suo destino, mentre Barker fa quello che vuole: aspetta sornione e poi solleva di colpo le prue rosse di Aoteroa, che decolla come se avesse scalato marcia, imprendibile verso la boa di traverso (10” di vantaggio).

 

Un periodo sterminato e illeggibile, con persino un virgolettato tra parentesi talmente lungo da far perdere il filo del discorso. Uno splendido saggio d’anti-scrittura dispensato con gaia sapienza alla plebe affinché non replichi il difetto. Il giorno dopo, altra perla in puro stile “Fantozzi cazza la randa”:

È, la terza, la boa sensibile di Barker e dei suoi uomini: là dove s’ingavonò rischiando il ribaltamento in gara 1, Aotearoa s’impenna come un cavallo selvaggio, ripreso per le drizze da undici all back nati con il timone in testa, e il vento tra i capelli.

 

Undici all black nati col timone in testa. E un’italiota che cesella le parole con la roncola.

Da qualche tempo si è sviluppata una particolare branca del giornalismo sportivo: quella del food-ball journalism. Vi si sono iscritti tutti quei cronisti che, volendo dimostrare d’essere sempre sulla notizia, spiattellano i nomi di ristoranti e trattorie in cui s’incontrano i protagonisti del pallone. In questa schiera milita Antonio Barillà del Corriere dello Sport-Stadio, che nell’edizione del 23 agosto ci ha offerto dettagli essenziali sulle trattative di mercato:

A prescindere dal futuro di Alessandro Matri, al centro di un’asta che vede iscritta anche la Roma, il centrocampista Marquinho si avvicina alla Juventus. Il direttore sportivo Fabio Paratici, mercoledì sera, ha confermato l’interesse al collega giallorosso Walter Sabatini, in un colloquio avvenuto nel ristorante milanese Quattro Mori, a un passo dal Castello Sforzesco, spiegando che il brasiliano stimato e dai costi contenuti, può supplire, nell’organico bianconero, al sacrificio di Emanuele Giaccherini.

 

E poiché ci aveva preso gusto, Barillà non ha potuto resistere alla tentazione di dare un’altra dritta di food-ball a proposito delle trattative tra Juventus e Cagliari:

 

Ieri c’è stato ancora un contatto tra le parti, sempre a Milano dove Paratici si è fermato fissando nuovi appuntamenti: ha ritagliato, in particolare, un pranzo di lavoro con Nicola Salerno, ds del Cagliari (…).

 

E il nome del ristorante? Notizia bucata, Barillà. Ti aspettano due settimane punitive presso la redazione curling.

Rimanendo nel settore food-ball, Antonino Milone di Tuttosport osa l’inosabile nell’edizione del 23 agosto. Parlando del possibile trasferimento dello juventino Alessandro Matri a uno dei due club milanesi, egli ha scritto:

Questa è la storia di una reciproca ossessione. I protagonisti dell’ultima pièce in salsa sabaudo-sforzesca non si nascondono dietro nomi fittizi, né tantomeno celano le loro concrete intenzioni (…).

Caro Milone, una domanda: ma che cazzo è ‘sta salsa sabaudo-sforzesca? E la metteresti mai sui tuoi spaghetti senza temere la botta di squarauss?

Sono sicuro che in questa stagione anche Il Messaggero mi regalerà numerose soddisfazioni. Nell’edizione del 26 agosto c’erano due articoli che da soli valevano il prezzo del giornale. Il primo era dedicato a Gaetano D’Agostino, centrocampista del Siena autore di due assist su calcio d’angolo nella partita del campionato di B contro il Crotone. Un tema che ha dato a Gabriele De Bari l’opportunità di esibire il suo principale talento: quello da svirgolatore. Leggete un po’:

In primavera, Gaetano D’Agostino, sembra al crepuscolo della carriera: colpa di una pubalgia che gli impedisce persino di calciare, il pezzo forte del repertorio tecnico. Però, a 30 anni, il talento siciliano, che nelle giovanili del Palermo, giocando da trequartista, segnò addirittura 100 reti in una sola stagione, non ha intenzione di smettere e, per rimettersi in discussione, sceglie di tornare a Siena dove annovera tanti estimatori.

 

Penso, che, Gabriele, De,Bari, sarà, ospite, frequente, di, Pallonate. Punto.

Poche pagine prima c’era un pezzo di Luca Pasquaretta sulla vittoria del Torino contro il Sassuolo. Questa l’immaginifica lettura della gara:

Primo tempo sostanzialmente lento, poco rock. I duellanti si annusano, pigri, e all’emozione del morso letale privilegiano l’agio della gestione oculata, in attesa che qualcosa o qualcuno offra un episodio con cui sfamarsi.

Capita l’antifona? Fra l’altro, l’incipit di Pasquaretta era da Oscar del Nonsense. Due sole parole inframmezzate da una virgola:

Toro, dunque. (…)

 

Minchia, Sabbry!

Il fine settimana d’apertura del campionato è stato caratterizzato anche dal debordare sui quotidiani di Paola Ferrari, che domenica sera in tv si è presentata con una mise e un trucco dark belli carichi. Pareva la zia tardona di Nina Hagen. Ansiosa di far sapere che questa sarà la sua ultima stagione alla conduzione della Domenica Sportiva, Ferrari ha rilasciato  interviste al Corriere della sera e alla Gazzetta dello sport. In particolare, per la rosea (edizione del 24 agosto) l’ha intervistata Elisabetta Esposito, che così ha riportato il passaggio dedicato a un recente e clamoroso scontro fra la conduttrice e uno dei principali social network:

D. Come procede la sua querela a Twitter?

<Va avanti. Ho avuto il coraggio di fare una cosa impopolare in cui però credevo. Adesso in tanti cercano tutela, la legislatura si sta adeguando ai tempi e il mio grido d’allarme è stato importante>.

Anche un mediocre studente d’istituto tecnico commerciale alle prime lezioni di Diritto sa che Ferrari intendeva dire legislazione, non legislatura. E resta da capire se lei abbia detto proprio così. Di sicuro c’è che così Elisabetta Esposito ha scritto. E a questo punto si tratta di capire se l’ignoranza sia fifty-fifty o se piuttosto una delle due abbia diritto all’esclusiva.

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4 Risposte

  1. bellissimo il dogma di sconcerti. Vorrei sapere secondo lui in base a cosa ci sono ben 6 squadre, se non di più, che possono vincere lo scudetto. Se sono tre è già tanto.

  2. […] così, dopo la salsa sabaudo-sforzesca menzionata da Antonino Milone di Tuttosport nella scorsa puntata, ecco quella bolognese. Tenete aggiornato il menu, ché poi a fine campionato mettiamo su un bel […]

  3. […] e dunque deve specializzarsi in alcuni sottogeneri. S’era parlato di food-ball journalism citando Antonio Barillà del Corriere dello Sport-Stadio, e su questo versante un ulteriore esempio ci viene da Filippo […]

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