Posa la penna che non è cosa (l’Unità, 1 settembre 2013)

Cari amici, questa è la stroncatura che oggi mi è stata pubblicata dall’Unità. Altre seguiranno. Buona lettura.

Quando si conclude la lettura di certi libri è inevitabile porsi una serie di interrogativi nella forma di “perché?”. Per esempio: perché l’ho comprato e poi l’ho letto? O anche: perché è stato scritto? Ma soprattutto: perché è stato pubblicato? Domande destinate a rimanere insolute come nel caso di “Amore chiama amore risponde” di Cristiana dalla Zonca, manufatto editoriale etichettato come romanzo e piazzato sul mercato dalla Giunti. Che dal canto suo, come casa editrice, ha deciso d’avviare una nuova fase scegliendo la via della newtoncomptonizzazione: cioè, puntare forte sul prodotto rosa sciocching e fascettato a basso prezzo. In questa linea si colloca il romanzo della triestina Dalla Zonca, che dalle note biografiche nel risvolto di copertina viene definita “giornalista nel campo della comunicazione finanziaria” nonché “addetto stampa per tre olimpiadi”. Al servizio di chi, non è dato sapere. Dalla Zonca sforna un romanzo d’esordio per benedire il quale si scomoda nientepopodimeno che  la concittadina Susanna Tamaro. Così recita il suo giudizio fascettista: Si legge tutto d’un fiato e dopo rimane l’allegria, il senso delle cose importanti della vita. E per carità, ognuno può farsi piacere ciò che gli pare. E però due considerazioni s’impongono sul giudizio così espresso. La prima: se la tamarride ha trovato tracce d’allegria in quelle pagine, allora sarebbe capace d’imbastire un rave party usando i canti gregoriani. La seconda: anche una medicina disgustosa si manda giù “tutta d’un fiato”.

La storia? Di nessuna originalità. È la vicenda di una donna che perde la memoria a causa di un incidente. La riconquista poco a poco, e scopre che il suo modo d’essere prima dell’incidente non le piace. Troppo rigido e formale, meglio la semplicità. Nulla che, da “A proposito di Henry” in poi, non sia stato già ruminato allo sfinimento. Inoltre, dopo essere rientrata in possesso dei propri ricordi, la donna finge d’essere ancora smemorata. E, ancora una volta, motivo abusato: dall’esempio alto dell’Enrico IV di Pirandello a quello da cultura popolare di Vediamoci chiaro, commediola all’italiana diretta nel 1984 da Luciano Salce e interpretata da Johnny Dorelli, è tutto già visto e letto. E certo, è anche vero che ormai rimanga pochissimo da inventare, e che dunque a fare la differenza sono la qualità della scrittura e la capacità d’affabulazione. Ma è proprio qui che Dalla Zonca manca del tutto la prova. E per capirlo basta leggere la frase citata in quarta di copertina, quella che dovrebbe calamitare l’eventuale acquirente-lettore. È tratta da pagina 143, e recita: “Mi passo i palmi sugli occhi e li sfrego tirando la pelle. Sono così stanca. Ma è tutto vero e va messo sul piatto. Dietro le palpebre chiuse vedo i miei figli ridere e questa casa non più così ordinata che ora sento davvero mia. Vedo mio marito radersi mentre io chiacchiero dalla vasca da bagno e il mio cane bere dal bidet. Vedo l’esatta imperfezione di una famiglia vera”. E qui non si tratta tanto del fatto che una frase così, piazzata in quarta di copertina, sia da manuale dell’antimarketing: c’è soprattutto che il motivo dello stiramento facciale o del massaggio alle tempie è un tormentone del libro. Lo potete trovare alle pagine 16-7 (“Mi tiro la pelle delle tempie, ma gli occhi che lo specchio mi rimanda indietro non cambiano espressione: è come se l’anima mancasse del mio viso”), a pagina 29 (“Mi tiro le guance e la fronte, e sento la voce di mia sorella che mi dice di non fare Fosca, la protagonista di un vecchio film, con tutta la pelle tirata sugli zigomi”) e a pagina 52 (“Si toglie gli occhiali e si massaggia le tempie”). Uno stiracchiamento continuo ch’è il medesimo impiegato dal lettore nello sforzo d’arrivare – tutto d’un interminabile fiato – in fondo al libro. Per compiere l’impresa tocca sorbirsi passaggi d’assoluta desolazione come quello piazzato a pagina 45: “Il led rosso della sveglia digitale segna le tre e mezza del mattino. Continuare a fissarlo non servirà ad arrestare la sua funzione: misurare il tempo”. Roba da schiantare ogni resistenza, al pari del frammento (pagina 16) in cui la protagonista si pone un interrogativo fondamentale per il proprio orizzonte esistenziale: “Chissà se il tappo del lavandino è sempre stato così brunito o semplicemente l’ottone si è rovinato?”. Ah, saperlo! Non possono mancare il luogo comune fra i più inflazionati (“Mi siedo dritta come un fuso”, pagina 32) e la similitudine da compito in classe d’italiano di seconda media (“Esco di casa correndo, con la giacca slacciata e un vento da far rabbrividire un pinguino”, pagina 78). Fra l’altro, l’appena citato riferimento al vento richiama un’altra lacuna del libro. In un romanzo ambientato a Trieste non può mancare il riferimento alla bora. E dato che a scriverlo è una triestina ci s’aspetterebbe qualcosa di profondo e penetrante sull’esperienza della bora: la sua voce, il suo irrompere, il suo spegnersi, il modo in cui percuote le cose e le persone, le paure che scatena. Tutti dettagli che uno scrittore vero si sforzerebbe di tratteggiare. Invece nelle pagine di Dalla Zonca la bora di Trieste risulta indistinguibile da una qualsiasi “bbòra” da muretto romano. E che dire del momento in cui si svela la verità, e il marito scopre che la protagonista aveva finto per un po’ d’essere ancora smemorata? Succede in un pomeriggio di pioggia (pagina 134), e la scena descritta è a metà strada fra il film patinato di Adrian Lyne e lo spot di un deodorante ascellare: “Spalanco le braccia e mi riempio i polmoni di pioggia e odore di mare marcio portato da questo scirocco del sud. Sento Mario arrivare da dietro, mi afferra, mi fa girare di forza, stringo le braccia al petto e alzo il mento con sfida”. E adesso dimmi se so di brasato, mon amour.

L’autrice ci prova in tutti i modi a rendere interessante la storia, e non lesina nemmeno la battutona. Succede quando una delle amiche radical chic, durante un pranzo, le chiede quale sia la sua conoscenza della letteratura russa e in particolare se abbia letto “I fratelli Karamazov”: “Giro rumorosamente il cucchiaino nella tazza e ingoio il mio caffè, amaro come fiele. <Se proprio però devo tirartene fuori uno direi che tra i romanzi di Dostoevskij L’idiota è il più appropriato a questo pranzo>” (pagina 122). Dite a Dalla Zonca che questa era la battuta d’un vecchio spot della Telecom, e che lei arriva con quindici anni buoni di ritardo. Del resto, come dice il titolo, “Amore chiama amore risponde”. E amore disattiva il traffico dati durante il roaming.

 

amore-chiama-cop

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8 Risposte

  1. grandioso!!!!

  2. Cattivissimo tu. 😉 Grande Pippo,

  3. Fichissimo il tema dello stiracchiamento facciale. Forse fa bene e stimola il collagene. Grazie della news. 😉

  4. anche una medicina disgustosa si manda giù “tutta d’un fiato” -> Hai vinto, chapeau 😀

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