Lo stile im-pulp-abile di Giuliano Sangiorgi (Da “L’importo della ferita e altre storie”, Edizioni Clichy)

Cari amici, pubblico un altro estratto da “L’importo della ferita e altre storie”. Stavolta tocca a Giuliano Sangiorgi.

Fra le tante cose che Sangiorgi vorrebbe essere nel suo romanzo,
quella che più di tutte emerge è l’agognata vena bukovskiana. Un
po’ cannibale e un po’ pulp – mai capito quale sia la differenza, ma
vabbe’ -, l’ugola epilettica dei Negramaro si sforza di scrivere passaggi
“forti”. Ce la mette proprio tutta a giudicare dall’insistenza,
come volesse fare di ciò la vera cifra della sua scrittura. Ahilui, alle
intenzioni corrispondono esiti miserrimi. Il turbamento provocato
da quelle trovate è il medesimo che provereste scoprendo i vostri
calzini bucati sull’alluce quando la sera vi togliete le scarpe.
Già l’incipit del romanzo, a pagina 5, pretende di provocare e
comunicare sconvolgimento:

– È sangue quello che vedo, babbo? – e tremavano le mani.
– È sangue, padre? – e insieme alle mani, i pensieri.
Prima di tutto e tutti, tremavano quelli.

A qualunque frequentatore di librerie basterebbe fare il gesto
minimo di leggere queste prime tre righe per decidere se valga la
pena impiegare 18 euro e il tempo necessario per leggere quelle 169
pagine. Certo valuterebbe con massima attenzione l’eventualità di
concentrare su Lo spacciatore di carne quote di due risorse sempre
più scarse quali il denaro e il tempo. Chi invece decide d’impiegare
quelle risorse per leggere l’Opera Prima del Caro Leader dei Negramaro
scopre che subito dopo quell’incipit c’è un frammento non
meno degno di menzione:

– Sì, è sangue! – e con le mani e i pensieri tremava anche l’immagine
nel buco della super 8 da cui guardavo il fiero assassinio di mio padre.
Né lui, né io sapevamo di calpestare le orme degli 80’s Psychic Tv
con il nostro primo snuff movie.
Scappo dal campo visivo in cui il rosso del sangue esplode e invade la
scena senza lasciar spazio a sensi di colpa o ripensamenti, gli unici, i miei.

La cosa più notevole di questo frammento, quella che in modo
massimamente efficacia testimonia delle doti di scrittura sangiorgiane,
è quel passaggio che dice “guardavo il fiero assassinio di mio padre”. Che espresso in questi termini fa sembrare che l’assassinato sia
il padre. Invece è proprio il padre a assumere il ruolo dell’assassino,
scannando un animale davanti agli occhi del figlio. Posso garantirvi

che questa sciatteria espressiva non è nemmeno la peggiore fra quelle
disseminate nel “romanzo”. Ma lo scoprirete strada facendo. In
questo passaggio basta soffermarsi sull’ulteriore tratto appartenente
alla scena iniziale, riguardante l’immagine del padre subito dopo “il
suo fiero assassinio” (pagina 7):

Non sapevo di chi fosse quel sorriso perfido poggiato su denti di finta
porcellana che sembravano, per la prima volta, in tutta la loro imperfezione,
davvero orrendi.

Il tema di quel trauma infantile diventa il pretesto per un esercizio
d’insostenibili stucchevolezze, come quella contenuta nella
stessa pagina 7:

Erano volati via i miei pensieri, migrando improvvisamente verso
altre spensierate giovinezze.
Quella pozzanghera era ormai troppo lorda di sangue per berci
dentro.
E come un fiume che straripa per solidarietà nei confronti di un
cielo che piange ormai da giorni, quelli hanno prima inondato la macelleria
di mio padre, e poi la strada del mio paesino di tremila anime
nel Salento, e poi un treno per il mondo, e poi il mondo, qualsiasi
mondo, purché lontano da quella pozzanghera prosciugata dalle mani
di quell’uomo, che diceva di essere mio padre e intanto, con un coltello
affilato, mi tagliava in due l’anima, fiero di sé, come fosse niente, come
io fossi l’agnellino immobilizzato fra le sue mani.

C’è un solo modo per definire lo stile narrativo di Giuliano Sangiorgi:
im-pulp-abile. Lo si capisce da quegli sforzi d’essere pulp a
tutti i costi che affiorano qua e là nel libro. Ecco come a pagina 30
viene descritto il momento del ritorno a Bologna dopo le vacanze
estive in Salento:

Un piede immobile sull’ultimo gradino del treno e l’altro sulla terra
marciapiedosa che sa sempre di piscio in questa stazione di nebbia e
grigio.

Ci sono passaggi in cui lo stile im-pulp-abile dell’autore prova
a sposarsi con ambizioni filosofiche. I risultati sono desolanti. Per
esempio, leggete un po’ questo frammento a pagina 35:

Trasparente: questo penso di chi non riesce a sentirsi e a farsi sentire.
Questo penso di chi preferisce restare comodo con piedi sanguinanti su
una lama affilata di rasoio piuttosto che volare dall’una o dall’altra parte.

Mi piacerebbe proprio sapere come si possa “stare comodi con i

piedi sanguinanti su una lama affilata di rasoio”. Vi riesce immaginarlo,
o solo sfiorarlo col pensiero vi provoca raccapriccio? Il Caro
Leader è capace di altre im-pulp-abili trovate anche quando si tratta
di descrivere le figure femminili. A pagina 11 viene così descritta la
madre di Edoardo:

Ha solo un taglio che le attraversa la faccia da un orecchio all’altro
e che somiglia quasi a un sorriso, ma che sorriso non è.
È più una fessura a forma di mezza luna.
Anzi, è proprio una mezza luna, che vuol rassicurare tutti che dal
cielo dei suoi occhi neri non pioverà né domani, né mai.

Ammazzata la madre per incapacità d’assassinare freudianamente
il padre – anche perché sul concetto di assassinio del padre, come
s’è visto, Sangiorgi va in confusione delle lingue -, tocca alla donna
amata da Edoardo (pagina 50) essere tratteggiata in modo quanto
mai gratificante:

Stella è a gradini, è l’ascesa mistica al nulla stupido e felice.

Penso che qualunque donna al mondo sogni d’essere percepita
dal suo uomo come «un’ascesa al nulla stupido e felice». Quanto
alla possibile descrizione di questo Nirvana in cui impera il “nulla
stupido e felice”, mi pare che possa essere la medesima condizione
che induceva il conte Mascetti di Amici miei a dire: «Beato te che
‘un tu capisci ‘na sega».
Il tema del nulla torna con insistenza nel libro del Caro Leader. Se
ne parlerà nel prossimo paragrafo. Per adesso continuo coi frammenti
di im-pulp-abilità. Eccone uno bello tosto, estratto da pagina 99:

Da quest’angolo vedo la stanza di Antonio e il budino di divano su
cui è cascato il mondo e il mio culo (…).

Giusto per non farsi mancare nulla, Sangiorgi ha piazzato nel
frammento appena citato un bell’errore di grammatica: avrebbe dovuto
scrivere “(…) il budino di divano su cui sono cascati il mondo
e il mio culo (…)”. E pazienza, ognuno ha gli editor che si merita. A
pagina 56 c’è un altro esercizio di virtuosismo. Si tratta di uno dei
tanti frammenti in cui il Caro Leader scambia la scrittura labirintica
per ragionamento complesso, e dunque s’incarta dentro parole che
producono altre parole per superfetazione mentre il senso logico e
la comprensibilità fuggono inorriditi. Così viene descritta la dissolutezza
di Edoardo e Stella, che pienamente dediti alle droghe
trascurano di mangiare e lo fanno quando capita:

Il nostro sostentamento era direttamente proporzionale al mal di
vivere che bene o male tutti, in questo cazzo di casa, ostentavamo.
Per cui, meno si stava seduti a tavola insieme più si era consapevoli
che in casa tirava aria di sopravvivenza.
Si dà un tavolo, delle sedie, delle posate e addirittura dei bicchieri
alla nostra sopravvivenza solo quando quest’ultima dimentica se stessa
nel tentativo inutile di trasformarsi in uno strano e velocissimo slancio
vitale, che duri il tempo di una digestione.

Notare un paio di finezze della scrittura: “il mal di vivere che
bene o male”, e il tragico mix di sostentare e ostentare nel medesimo
periodo. Inciampi che una penna appena smaliziata eviterebbe
senza difficoltà, scansando così anche le trappole di un editing sbrigativo.
Ma credo sia inutile sottilizzare o aspettarsi chissà che. Altri
frammenti di im-pulp-abilità arricchiscono quelle pagine. Citarli
tutti non avrebbe senso. Meglio chiudere degnamente riportandone
uno fra i più significativi. Si trova a pagina 134, e descrive la scena
in cui finalmente Edoardo fa una doccia dopo tanto tempo e si
riscopre il corpo sporco anche del sangue secreto dalle bistecche di
cui viene fatto spaccio. Sulla pelle del Novello Orlando quelle strisce
somigliano a ragnatele, sicché ecco la trovata:

Un ragno, su di me, si sarebbe sentito a casa, ma non protetto, perché
le mie ragnatele erano solo disegni di sangue e non case di fili in 3D.

Pulp? Burp!

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2 Risposte

  1. Certo che non ti sfugge proprio nulla… se fossi un libro di narrativucola, piuttosto che finire nelle tue mani mi suiciderei presentandomi spontaneamente al macero o appiccandomi fuoco.
    Comunque complimenti per le tue considerazioni puntualissime, e tuttavia diverite e leggere.
    ciao
    Polly

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