Spicchi di Toscana – Orentano, la resistenza soffice della campagna (Repubblica Firenze, 30 luglio 2013)

Cari amici, a oltre un mese di distanza recupero un articolo della serie “Spicchi di Toscana”. Buona lettura.

Si arriva a Orentano soltanto per due motivi. Perché ci si va di proposito, e dunque si sa dove sia il luogo e come arrivarci. Oppure perché si è deciso di perdersi seguendo l’istinto da flaneur delle strade blu toscane. Capita così di lasciarsi trascinare dall’auto verso i posti dai nomi più evocativi, quelli che formano l’ossatura della Toscana profonda ma dei quali poco si parla.

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A Orentano, frazione di Castelfranco di Sotto posta lungo lo zigzagante confine fra le province di Pisa e Lucca, si arriva così. Secondo il percorso che ciascuno costruisce nel proprio bighellonare – e poi ripeterà sempre quello, nonostante in seguito scopra che esistono vie più rapide. Se a quel modo ci sei arrivato, a quel modo ci tornerai perché il viaggio è parte dell’esperienza del luogo. Nel nostro caso il percorso è composito quanto mai: approdo a Staffoli, curiosa frazione di Santa Croce sull’Arno piazzata fuori dai confini del comune, che già arrivarci è un viaggio a sé; percorrenza da un capo all’altro della sola strada di Staffoli, che in questo somiglia a una qualsiasi Dodge City da Spaghetti Western, e proseguimento a digradare lungo la Via Livornese; avanti nella direzione del cartello blu che indica Galleno; e una volta giunti a Galleno, altro scartamento comandato dall’istinto di scoprire ancora, e dunque giù per la stradina sulla sinistra che spicca per via di quel cartello blu. Orentano, come non lasciarsi attrarre dalla suggestione di quel nome?

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Tanto più che la manciata di chilometri da percorrere racconta il microfilm d’una storia più grande: quella d’una regione capace di farsi eccellenza sia sul piano paesaggistico che su quello industriale, ma che ancora a metà del secolo XX conservava orgogliosamente un’identità in prevalenza agricola. In pochi altri segmenti di Toscana si può scorgere un legame tanto forte col passato rurale. La striscia d’asfalto serpeggia nella campagna segnando curve morbide, e intorno il paesaggio racconta una trasformazione incompiuta come fosse un parco a tema. Non più pura campagna, ma nemmeno area urbanizzata. Soltanto un’approssimazione.

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Come se a metà dell’opera, o soltanto a un quarto, ci si fosse accorti che non valeva la pena. Meglio il cantiere aperto, e mai chiuso perché arrestato in tempo, che il definitivo salto nello snaturamento. E forse a raccontarlo così può sortirne l’impressione che Orentano sia un luogo incompiuto, e persino esteticamente sgradevole. Ma le cose non stanno in questo modo. Perché in quel cristallizzarsi della trasformazione incompiuta c’è la traccia d’una resistenza mai narrata, difficile da concepire e dunque anche da raccontare: la resistenza soft d’una campagna che non resta inerte a lasciarsi plasmare dalla modernizzazione. Piuttosto, impone un proprio ordine estetico e una forma al paesaggio ch’è un mix irripetibile. Al viandante può piacere o non piacere, ma egli è pregato di tenere per sé ogni considerazione estetica. Perché esprimerla significherebbe comunque applicare criteri di gusto ai modi quotidiani d’una comunità e alle forme dell’abitare che essa ha saputo darsi nel corso dei secoli; qualcosa che suona offensivo quand’anche s’esprimesse un giudizio favorevole.

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Molto meglio immagazzinare il senso di straniamento, e quella percezione di disordine spaziale buona a avvertire quanto standardizzati siano i nostri parametri di ordine. E la netta separazione fra cosa è città e cosa è campagna fa parte del nostro ordine, permettendoci pure di classificare i casi intermedi. Invece Orentano è un’altra cosa. È campagna persistente, irriducibile. Non quella rimasta immutata nel corso dei decenni – sempre ch’essa esista davvero, anziché essere un altro artificio nella gamma dei paesaggi da cartolina. Né area rur-urbana, cioè campagna che assume la forma cittadina e marcatamente prende a staccarsi dalla natura originaria. Piuttosto, si tratta d’una riaffermazione del canone rurale e della sua capacità di piegare a propria misura i processi di modernizzazione e urbanizzazione.

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È questo a provocare smarrimento. Almeno quanto l’aliena sensazione che viene dal vedere iniziare un orto sul limitare della strada asfaltata, rischiando di finire con due ruote sul terreno erboso. Un segno di come i confini territoriali interni alla comunità vengano tracciati secondo un codice tutto locale, lo stesso che governa le ex aie trasformate in parcheggi dove le auto sostano come armenti legati alla staccionata. I tempi cambiano ma l’impronta rimane. E i soli segni di passaggio della Storia sono concentrati su quel poggio che ospita la statua del Fante, monumento d’epoca fascista ai caduti nella Prima Guerra Mondiale, e il campanile costruito nel 1907 a immagine e somiglianza di quello fiorentino. Tracce estreme di liminalità, perché oltre quel poggio inizia una discesa verso un paesaggio che perde toscanità e comincia a ligurizzarsi. Saggio tornare indietro.

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Da leggere ascoltando: http://www.youtube.com/watch?v=m4pyPKNUDs0

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