Anteprima – “Viene l’acqua”, capitoli 1 e 2

Cari amici, come annunciato ieri su Facebook e Twitter ho deciso di riprendere a scrivere per me. Cioè di tornare a dedicarmi alla narrativa, dopo essermi per lungo tempo intossicato leggendo opere di scribacchini di varia foggia. Ciò, ovviamente, non significa che io molli la presa sulle stroncature. Anzi…

Come molti di voi sapranno, ho da tempo completato la stesura di “Nedo Ludi. Il ritorno”, sequel di “Il mio nome è Nedo Ludi”. Ma per vederlo pubblicato bisognerà aspettare un po’. Al momento “Il mio nome è Nedo Ludi” e “Memo”, entrambi pubblicati da Baldini Castoldi Dalai, sono fuori catalogo a causa del fallimento della casa editrice. Sto provando a rientrare in possesso dei diritti di entrambi i libri, e a quel punto potrei fare un’operazione editoriale particolare: pubblicare insieme le due puntate di Nedo. Vi chiedo di attendere ancora un po’.

In attesa di rivedere Nedo, ho deciso di riprendere e portare a termine un’idea che mi è scoccata un paio di anni fa. Si tratta di un romanzo grottesco e polifonico, ambientato a Agrigento e intitolato “Viene l’acqua”. Il tema su cui la narrazione è costruita è quello dell’atavica mancanza d’acqua della mia città natia. Dove l’acqua corrente “non c’è”: essa è erogata soltanto alcuni giorni della settimana, e talvolta nemmeno uno alla settimana. Non c’è tetto di condominio o di casa singola che non abbia le cisterne, a Agrigento. Per questo dalle mie parti si usa una locuzione che ai non agrigentini suona assurda e incomprensibile: “Viene l’acqua”. L’erogazione dell’acqua è sempre un evento. E allora immagino il giorno in cui a Agrigento “viene l’acqua”, ma quella vera: come fosse fosse un evento messianico.

Quelli che anticipo sono i primi due capitoli, il primo dei quali molto breve. La lingua che uso per scrivere è un impasto di italiano e dialetto agrigentino. Quello vero, non uno stucchevole camillerismo. In nota è specificato il significato delle parole meno comprensibili. Buona lettura.

Capitolo 1

 

Dapprincipio parve solo pioggia.

Uno di quei temporali che a mezz’agosto spaccano la sonnolenza dell’estate con un crepitio di cieli lontani. Le prime gocce caddero pesanti, e si spiaccicarono a maculare la strada ingrigita da mesi d’ininterrotta calura. Ma furono solo attimi, perché poco dopo tutt’intorno traslucidò sotto il violento scrosciare.

Pure la signora Lilla e la signora Carmela traslucidarono. Se ne stavano lì, assittàte[1] una allàto[2] all’altra come guardiane sull’uscio delle case, dal dopopranzo. E ora che era molto dopopranzo non vollero scutulàrsi[3] da lì, benché tutta quell’acqua addosso significasse la certezza d’i dulùra[4]. Erano state lì tutto il tempo a aspettare che venisse l’acqua. Dovevano terminare di fare i buttìgli di pumadòru[5], ma la siccità degli ultimi giorni stava per sabotare a morte il loro lavoro. Adesso finalmente potevano sospirare di sollievo, ma senza scalmanarsi.

“’U vidìsti ca vinni l’acqua?”[6].

“’U vitti, ma ‘nto cannòlu avìa a véniri!”[7].

E dopo quelle brevi parole lì rimasero, per un’altra attesa. Aspettavano che la pioggia smettesse, per cominciare a lavorare con le pignàte[8]. Ma la pioggia non smetteva. E non smise per un tempo lunghissimo.

Soprattutto, non smise più di venire l’acqua.

Capitolo 2

 

“Ma nel mio quartiere quando viene l’acqua?”

Era la sua musica privata, per voce sola. E all’orecchio di Angelo ‘Ncilìnu Mallia – da dieci anni, quattro mesi e dodici giorni impiegato all’ufficio idrico del Comune di Agrigento – si trattava soltanto di distinguere fra le voci che intonavano lo stesso canto. Da questa parte del telefono rispondeva con tono statico:

“Ufficio Idrico, buongiorno”.

E con quel medesimo tono privo di fibra avrebbe voluto dire:

“Angelo Mallia, cu m’a scassa ‘a minchia stamatìna a mia?, buongiorno.”

Giurava a se stesso che l’ultimo giorno di lavoro prima d’andare in pensione l’avrebbe fatto, “curnùtu si m’a pentu!”[1]

E intanto per sublimare la frustrazione allineava sulla scrivania cirìna astutàti[2]. Li raccattava dai posacenere dei colleghi di stanza, e all’ora di pranzo faceva il giro delle altre stanze e li recuperava anche da lì.

I colleghi avevano smesso di farci caso. Mallia aveva dato segni di collezionismo dopo due anni, una settimana e quattro ore di servizio. E per quello fu oggetto di curiosità dei colleghi dopo due anni, tre settimane e due giorni. Poi di scherno dopo due anni, due mesi e dodici giorni. Invero, dopo due anni, otto mesi e ventisei giorni qualcuno prese a preoccuparsi (“Unn’è ca ci niscì u sensu a Mallia?”[3]). Ma poco a poco la preoccupazione scemò, e l’attenzione per il collezionismo di Mallia vidémma[4]. Dopo tre anni, tre mesi e sei giorni di servizio Mallia poté collezionare i fiammiferi spenti dell’ufficio senza attenzioni supèrchio[5]. E ogni volta che rispondeva alla domanda su “quando viene l’acqua?” (ventidue volte al giorno in media, fino a ottantanove volte nei giorni di siccità) li allineava scrupolosamente in file da dieci, una sopra l’altra.

“Bibbirrìa?[6] Mercoleddì verso le sei d’ammatìna” e disponeva una fila da dieci.

“Villaseta? Capaci ca[7] oggi pomeriggio” e via un’altra fila da dieci.

“Via Dante? Ma ‘unn’a déttimu aiéri[8] l’acqua in via Dante? … M’havi a scusare, sugnu tantìcchia strammato. Dumìnica dìa sicuro[9]” e per una telefonata come quella erano due file.

“San Leone? Luneddì!” e riattaccava brusco. Tre file di fiammiferi, e chi minchia!, loro al mare e io qua a travagghiàri comu un curnutu[10]! Se vogliono l’acqua se ne ìssiro a mare, e ci nni trovano quanto ne vogliono.

Il telefono continuava a squillare, e la gente continuava a domandare “quando viene l’acqua?”, e ‘Ncilìno Mallia continuava a allineare i fiammiferi spenti. Pazientemente. E quando finiva la scorta dei fiammiferi, smontava le file e le ricomponeva. Alla fine di ogni simàna[11] li portava a casa e li metteva in un coppo[12], che veniva bruciato l’ultima sera del mese. Tutti ‘i cirìna astutàti di una misàta[13] prendevano fuoco nel coppo e crepitavano qualche minuto, in quel privatissimo rito pagano. E questo per ‘Ncilìno Mallia era una cosa liberatoria. Il fuoco, dopo un mese intero a sparare minchiate su quando viene l’acqua. Un gesto di catarro, come gli disse una volta il collega allittràto[14]. Che forse non era quella la parola giusta, però voleva dire che era come scattiàre fora la raggia tutt’a ‘na vota e livàrisi i pinséra[15]. Proprio quello che sentiva Mallia quando bruciava il coppo e macàri gli scappava di addumannàre a qualcuno che manco c’era: “Quannu veni ‘u focu?”[16]

Sempre lo stesso scassamento, come se non lo sapevano tutti iddi[17] che è inutile domandarsi quando viene l’acqua. Quando viene, viene. E che minchia ne deve sapere un impiegato dell’ufficio idrico, messo lì solo per rispondere al telefono e sparare a muzzo[18] un giorno della simàna? Il primo che gli passava per la testa, che tanto cosa cambiava? Quelli che gli telefonavano già mezzo minuto dopo se l’erano scordato cosa gli aveva detto. E un’ora dopo già chiedevano al vicino di casa o alla putiàra[19]: “Ma quann’è ca havi a véniri l’acqua?”. E poi l’indomani avrebbero richiamato, anche se Mallia gli aveva detto che doveva passare una sìmana perché venisse l’acqua. E meno male che almeno una volta al giorno telefonava qualcuna di quelle signore ricche, zona via Giovanni XXIII o viale della Vittoria. ‘Ncilìno Mallia le riconosceva subito dal tono. Erano fine[20] a parlare, ma pure addumannàvano con meno cerimonia e non s’accontentavano della prima risposta. A quelle là non ci abbastàva la risposta tipo “dumàni”, o “lùnidi”, o “jòvidi”[21]. No, loro si facevano puntute e insistevano. “Ma mi scusi…” dicevano. E a ‘Ncilìno veniva di dire: “Mi scusi ‘sta còppula di minchia!”, perché quelle quando dicevano d’accussì[22] non si scusavano manco per niente. Anzi, scattiàvano[23] pesante senza bisogno di tono strafalàrio[24], e capace che lo pigliavano per sdisanuràto e scimunìto[25], ma con un tono dùci[26] e pulito che manco sua madre quando gli cantava la ninna nanna: “Endalalò, endalalò, e ‘Ncilìno s’addormentò”.

Quelle femmine lì sempre di più volevano sapere. E ‘Ncilìno era mezzo affascinato e mezzo suggizionàto[27] da quelle voci. Un poco si scantàva[28], ma pure assai gli piaceva. Era ancora schétto[29] a quarant’anni, e forse non s’era ancora maritato perché ne voleva una d’accussì. Che a uno come lui non se lo sarebbe maritato mai, però la speranza non costava niente. E in quel pomeriggio di mezz’agosto che tutt’a ‘na vòta aveva fatto scuro sentì che quelle voci gli ammancàvano.

Sin dalla matinàta non aveva ricevuto telefonate da una signora così. Soltanto chiamate dalla Bibbirria, o da Villaseta, o da via Dante. Qualcuno chiamava macàri da San Leone, ma no la gente ricca con la villa; a fàrisi séntiri erano state genti che macàri se ne vanno al mare a inchiùdersi dentro palazzine peggio di quelle dove stanno nell’invernata, e allora che ci scassano la minchia a addumannàri quando viene l’acqua? Ma ìssiro a stinnicchiàrisi[30] in spiaggia invece di telefonare a lui.

E perciò, arrivato al pomeriggio di quel giorno di mezz’agosto, col cielo che tutt’insémmula scurava[31] come a dicembre, ‘Ncilino Mallia sentì che una telefonata di una di quelle signore fine gli ammancàva. E dato che una non ne arrivava, decise che chiamava lui. Su un pizzino si era segnato i nùmmari delle voci più belle, quelli che vedeva spuntare sul telefono ogni volta che squillava. Ne pigliò uno a muzzo e telefonò. E ci andò di lusso che a rispondere era proprio la signora che gli aveva telefonato il giorno prima – non il marito, o il figlio, o macàri la cammaréra che in una casa come quella c’era sicuro.

“Signora, che me lo dice a mia quando viene l’acqua ‘ncasa mia?”

Quella arristò muta per un bello pezzo, e poi tutta stranizzata[32] accuminciò a addumannàre:

“Cosa?”

“L’acqua, signora. L’acqua!”

“Ma guardi che forse ha sbagliato numero” ribatté chidda, che manco nella cunfusiòni perdeva la finìzza.

“Nònsi, signora: il nùmmaro chiddu giustu ié. Lo chiama lei tutte le matìne, non se l’arricòrda?”

“Non capisco” disse idda, sempre più strammàta[33].

“Ce lo spiego io, signora. Una vòta tanto non può essere lei a dire a mia quando viene l’acqua? Mi pàri giusto, no?”.

E mentre ca lo diceva un filo d’acqua accuminciò a scendere dalla cornetta e dal braccio arrivò lentamente alla scìdda[34].

‘Ncilino Mallia sorrise. Ora sì che era venuta l’acqua.


[1] “Cornuto se me ne pento!”

[2]  Fiammiferi spenti.

[3]  “Sarà mica uscito di senno, Mallia?”

[4]  Pure.

[5]  Soverchie, eccessive.

[6] Quartiere popolare di Agrigento.

[7] “Può darsi”

[8] “Ma non l’abbiamo data ieri… ?

[9] “Mi deve scusare, sono un po’ distratto. Domenica sicuramente”

[10] “A lavorare come un cornuto!”

[11] Settimana

[12] Cartoccio

[13] Un mese

[14] Colto

[15] Espellere la rabbia tutta in un colpo e levarsi ogni pensiero

[16] “Quando viene il fuoco?”

[17] Loro

[18] “A casaccio”

[19] Bottegaia

[20] Raffinate.

[21] Giovedì

[22] Così, a quel modo

[23] Tiravano colpi

[24] Sguaiato

[25] Sdisanuràto: letteralmente, ‘disonorato’; liberamente reso, “indegno, inaffidabile”. Scimunìto: stupido, sempliciotto.

[26] Dolce

[27] In soggezione

[28] S’intimoriva

[29] Celibe

[30] Andassero a distendersi

[31] Tutt’a un tratto faceva buio

[32] Stranita

[33] Confusa

[34] Ascella


[1] Sedute.

[2] Accanto

[3] Letteralmente, “scuotersi”: in senso figurato, “allontanarsi”.

[4] Dei reumatismi.

[5] Le conserve di pomodoro, per l’inverno

[6] “Hai visto che è venuta?”

[7] “L’ho visto, ma nel rubinetto doveva venire!”

[8]  Pentole

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