Memo, capitolo 21

Cari amici, oggi recupero un capitolo del mio secondo romanzo, “Memo”, pubblicato nel 2008 e attualmente fuori catalogo a causa delle vicissitudini che hanno colpito la casa editrice Baldini Castoldi Dalai. Sto lavorando per fare in modo che torni presto in libreria assieme all’altro romanzo pubblicato con BCD, “Il mio nome è Nedo Ludi”.

Buona lettura.

CAPITOLO 21
(The other side of town, CROSBY E NASH, «Crosby & Nash»,
2004)
Gabrio e Fabia, Casa 9
Ho aspettato come un dono che tornasse un giorno di sole.
Sigillata dentro il freddo di casa a guardare in alto verso il
cielo, e verso Oblivia intirizzita lassù, sul ciglio della strada,
non ho disperato un attimo che la luce e i colori riapparissero.
Oblivia non poteva morire, non così.
L’ho sentito stanotte che il tempo stava cambiando. E so
che l’hai sentito pure tu, Gabrio. Lo so anche se non lo dici,
perché non parli mai. Però c’era un’altra quiete nel tuo
respiro di stanotte, e questo è stato per me il segno che l’inverno
più freddo mai visto a Oblivia se ne stava andando.
Sentivo pure che c’era un frusciare diverso del vento sull’erba
vetrificata dal gelo, e che il fumo dei comignoli tornava a
forare l’aria immobile. E ho ricominciato a sentire il tuo
odore, Gabrio. Lo sento anche adesso mentre salgo per la
collina che sormonta Oblivia, e so che mi stai seguendo senza
dirlo. Perché tu non parli mai, nemmeno a me.
Come non sentire il tuo odore? Così forte e ruvido, come
vapore sprigionato da pietra. Così fiero e tenace, come
crosta sulla ferita. Così diverso, ma d’un’altra diversità che
quella detta dalla gente d’Oblivia quando sottovoce parla

dell’odore tuo e pure del mio, tutti convinti che discosti da
loro noi non s’oda. Il tuo, il nostro odore da allontanare, e
da disprezzare. Eppure non peggiore del loro. È odore di terra
e d’animale, odore di natura non ripulita. E io non lo
strapperei mai di dosso a te e a me, Gabrio. Questo odore di
vita che si feconda e marcisce, e poi rinasce. Di cosa credono
sia fatta la natura, e di cosa l’incanto d’Oblivia? È il ripetersi
sempre uguale a se stesso, morire e germinare dalla
morte, la decomposizione che riaccende la vita attraverso le
carcasse, e le larve, e i vermi. E il frascame che si lercia e
muffa per generare linfa e frutti. Tutto da se stesso, la poltiglia
di necrosi che rianima la vita. Quel sostrato di morte e
vita che è nella tua pelle, Gabrio, e nella mia. E cosa mai vogliono
saperne quelli che vivono Oblivia all’altezza della
strada e non vedono cosa c’è uno strato soltanto sotto il loro
quotidiano trascinarsi? L’odore della tua pelle e della
mia, Gabrio, ecco cosa. Quello che non vogliono sentire né
vedere, lo sporco e il marcio dell’idillio, raccolto e nascosto
appena qualche metro sotto la strada. Lì dove ci sono i nostri
maiali, e le nostre capre, e il letame che alimenta la natura
e l’idillio d’Oblivia, e i suoi abitanti. Lì dove abitiamo
noi, e nessuno viene mai a vedere e sentire.
Gli basta sapere che ci siamo. Che ci sarà sempre qualcuno
capace di fare quanto nessuno a Oblivia riesce a fare
più. Maneggiare gli olii e la soda per fare il sapone, e sfondare
una porta per ritrovare due persone che si lasciano morire,
e spargere il letame per i campi e mescolarsi ai maiali,
e ammazzare e poi aprire un animale quando ancora pulsa
di vita strappata, e affondare le mani nella merda e nel sangue
perché è di merda e sangue che comincia a nutrirsi la vita di chi rimane.

E poi fare in tempo a ripulirsi quanto serve

per essere lì, assieme a tutti gli altri per riceverne la condiscendenza.
Però tutto questo non basta, non è mai bastato per farmi
perdere il piacere di veder tornare un giorno di sole su
Oblivia. Un giorno come questo, che dopo la paralisi del gelo
sento la voglia di lasciare almeno un attimo il duro lavoro
di casa nostra e prendere la strada in su. Ti sembra così
strano, Gabrio? È il tuo istinto animale che ti sta guidando
dietro me, e forse è lo stesso che dentro l’aurora mi ha chiamata
fuori di casa a seguire quella figura vestita di scuro ferma
in cima alla strada, che non capivo perché guardasse me.
Non ho avuto bisogno di raccogliere il coraggio per andargli
dietro, perché non c’era paura nel guardarlo e nell’oltrepassare
la soglia di casa per andargli incontro a chiedere se anche
lui come tutti gli altri abitanti d’Oblivia avesse bisogno
di noi.
Sento solo un po’ freddo, adesso. Il sole gracile di questo
primo giorno dopo il grande gelo è ancora troppo poco per
proteggere il cammino in salita. E le colline che s’alzano sopra
Oblivia portano così lontano dal sole, e dal tuo odore
che adesso è un fiato debole laggiù. Non sono fatte per essere
attraversate queste colline che salgono all’infinito, buone
a perdersi e mai più tornare. Tutti lo sanno a Oblivia,
senza chiedersi perché. Però noi da queste colline siamo già
tornati, Gabrio. E adesso scopro perché ho aspettato come
mai che tornasse un giorno di sole, e capisco perché sento
tanto freddo ma non cerco riparo né desisto. Perché seguendo
il cammino di quell’uomo m’avvedo che è un cammino
conosciuto. E sento non essere solo nell’aria il freddo che

adesso mi scorre delicatamente gli artigli sulla pelle, come
una fiera sadica cui la sazietà non basta.
Certo che ricordo questo cammino, vero Gabrio? E mentre
vedo l’uomo vestito di scuro che lassù continua a ascendere,
e mentre avverto la forza misteriosa che mi guida dietro
lui, riesco infine a distinguere il brusio che forse ho sentito
fin dal momento in cui ho preso a salire. E quel brusio
è la tua voce, e il suo terrore una malia che scandisce i passi
dell’ascesa come il canto d’una sirena. Tu che non parli
mai Gabrio, e così poco parlavi già prima di quell’unica volta
che assieme ascendemmo per queste stesse colline a cercare
il nostro inferno, proprio adesso stai urlando per me. E
come vorrei spiegarti quanta gratificazione mi dia sentire il
bello nella tua voce, persino una nota di sensualità che non
è mai appartenuta a te, a noi, alla nostra vita.
So dove sto andando, e forse per la prima volta so cosa
sto facendo dentro una vita ch’è stata soltanto il ripetersi di
un eterno ciclo, il rimescolare la stessa terra piantando lo
stesso seme, e mischiando sangue medesimo. È quello che ci
hanno sempre insegnato, i nostri genitori ch’erano fratelli
come noi, e i loro genitori e i loro nonni ch’erano stati fratelli
come loro, che fare frutto sempre dalla stessa terra spargendo
soltanto lo stesso seme e lo stesso sangue era immensa
fatica, e però ci avrebbe salvati perché solo di noi potevamo
fidarci e tutto il mondo fuori di casa era un mondo ostile,
questo abbiamo imparato, Gabrio. Che la natura è fatica
e sofferenza, è dura ripetizione in attesa di un frutto che mai
arriverà sano, ma intanto è un dovere provare e riprovare. E
cosa abbiamo fatto noi per tutta la vita? Dopo essere sopravvissuti
ai nostri genitori ch’erano fratelli come noi, e a

una lunga catena di fratelli deformi che morivano o venivano
soppressi perché proprio mandarli in giro non si poteva,
e c’era un segreto da mantenere in attesa che la natura fosse
giusta verso il nostro sangue sempre medesimo.
Ma tu non puoi ricordare, perché io arrivai prima di te,
e fu una lunga e dura fatica veder nascere un altro maschio,
e sano, mentre sorelle e fratelli nostri prima di te finivano a
essere solo terra che marciva e rifecondava. E in quei giorni
ricordo nostro padre e nostra madre, che erano fratelli come
noi, mentre dicevano che ormai il cerchio s’era fatto troppo
stretto, e che arriva un momento dove il simile diventa troppo
simile e non può più alimentarsi di se stesso senza distruggersi,
mentre intanto provavano e riprovavano, corpi
esausti e aridi che si schiacciavano per spremere l’ultima stilla,
e intorno alla casa l’odore di natura putrida e rifecondata
s’addensava come nube funesta. Ma poi arrivasti tu, Gabrio.
E la minaccia cessò, e nostro padre e nostra madre
ch’erano fratelli morirono consumati eppur sereni, lasciando
a noi la fatica di continuare un ciclo che la natura aveva
esaurito.
E in fondo che colpa ne abbiamo, Gabrio? Questo freddo
che sento sulla pelle, mentre continuo a salire seguendo
lo Straniero, scioglie grumi di me che non conoscevo. E se
davvero scopro che la tua voce può essere sensuale – la tua
voce che avevo smesso di conoscere! – quanto altro rimane
da scoprire in quel che ci resta da vivere? Desiderarti, per
esempio. Il tuo corpo, la tua pelle, quel tuo odore animale,
e l’accoppiarsi dei nostri corpi che non è mai stato amore, né
desiderio, ma solo riprodursi e riaccendere il ciclo della natura
sperando ch’essa fosse giusta. E poi provare ancora, e

ancora, mentre creature sempre più deformi venivano espulse
dal mio corpo e scaraventate sotto la stessa terra che marcisce
e rifeconda, e persino una volta nella porcilaia quando
la furia delle tue mani nude cavò dal mio ventre una forma
che nemmeno scorsi ma doveva essere peggio d’ogni altra
deformità, ché giuro di non averti mai visto così rabbioso,
ma con chi?, e per cosa?, e che colpa abbiamo noi se arriva
il momento che la natura dice basta e pretende linfa nuova,
e se c’è un limite dopo il quale lo stesso seme e lo stesso sangue
distillano veleno?
Guardo lo Straniero lassù e con lui la cima della collina,
e adesso non sento più il tuo odore inconfondibile, odore di
corteccia e d’animale selvatico, odore di natura stagnante
che nulla più feconda, poltiglia infertile, e ripenso a quel povero
figlio che sperammo di far vivere. Nonostante la natura
fosse stata più crudele che mai, nonostante il suo mondo
fosse una cantina chiusa a chiave, e la segregazione l’unico
destino. Fu il suo odore d’animale in fuga a guidarci quassù,
quando per giorni e giorni lo cercammo, e col terrore negli
occhi immaginavamo il terrore negli occhi degli abitanti
d’Oblivia che l’avessero incontrato, come se quella fosse la
sola cosa importante. Ma nessuno l’aveva visto, nessuno
aveva scoperto il nostro segreto, e quello dei nostri genitori,
e dei loro padri e dei loro nonni, tutti fratelli come noi che
avevano rifecondato sempre la stessa terra senza desiderarsi
mai né amarsi, perché non c’è desiderio, né amore, né volontà
nel compiersi ciclico e eterno della natura. E adesso
che sono giunta quassù, e a guardare intorno non trovo più
traccia dello Straniero, posso confessare a me stessa e a noi
che nel vederlo morto annegato, quel povero figlio faccia in

giù nel laghetto che ora dorme sotto la membrana del ghiaccio,
fu più il sollievo che il dolore per quell’altra vita umiliata
e spezzata dal capriccio della natura, dal modo tragico
ch’essa scelse per dirci di non voler più nulla da noi, e che
potevamo anche lasciarci estinguere dentro il nostro sangue
guasto, dentro la putredine infertile di noi.
Però davvero, Gabrio, non ti ho mai desiderato come
adesso. Non ti avevo mai desiderato. Forse per questo ho
aspettato come un dono che tornasse un giorno di sole dopo
questo gelo infinito. E almeno un’altra volta, quando ritroverò
la strada per tornare laggiù a Oblivia, e sotto la strada
d’Oblivia, lasciami saziare del tuo corpo e del tuo odore animale,
solo una volta ancora, ché sento il tempo nostro e
d’Oblivia prossimo a finire, in questo meraviglioso giorno
di sole che ho atteso come un dono.

Immagine

Annunci

2 Risposte

  1. Bello, Pippo: mi piace molto. Complimenti (di cose tue narrative non ne avevo ancora lette).

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: