Parole – Giungla (Repubblica Firenze, 29 settembre 2013)

Cari amici, ecco la nuova puntata della rubrica domenicale. Buona lettura.

Qual è la parola della settimana. Senza dubbio alcuno è giungla. Termine ch’è sinonimo di luogo insicuro e collocato al di fuori d’ogni regola di legalità e civismo, e che rimanda a un’idea deteriore di esotico. Perché si tratta di quell’esotico che anziché affascinare intimorisce, col suo sottrarsi alla capacità di domesticazione e con quel frustrare il presunto fardello della civilizzazione che alcuni fra noi pensano ancora di portarsi dietro nel bauletto dello scooter. Deve essere stato un habitus analogo a armare il parlar forbito di quella docente d’istituto superiore di cui s’è saputo in settimana, mentre si rivolgeva a un alunno d’origini africane per suggerirgli di tornarsene proprio colà. Nella giungla, appunto. Che con ogni evidenza, nella rudimentale visione del mondo della docente, s’estende da una punta all’altra del continente africano come si trattasse d’uno sterminato territorio della selvatichezza. E qui non si tratta tanto di segnalare quanto di razzista vi sia nel parlare della signora, ché a metterla su questo piano le si farebbe l’onore di prenderla sul serio. Si tratta piuttosto di riflettere su quanto acerbe possano essere le categorie mentali d’una persona che arma il linguaggio in un modo così grossolano, come se si trattasse d’esplosivo fai-da-te confezionato leggiucchiando le istruzioni sui siti web. E di condurre tale riflessione partendo giusto dalla parola che così a sproposito la signora ha usato.

C’è che parlare di giungla rimanda a un concetto d’uso culturalmente antiquato. Si tratta infatti d’un luogo che certo esiste, ma non coincide in nessun modo con l’immagine mentale che ne abbiamo coltivato per oltre un secolo. Quel luogo ce lo siamo fatto narrare da scrittori otto- e novecenteschi che in molti casi non avevano mai messo piede fuori dal borgo, o dai telefilm della Tv dei Ragazzi anni Settanta in cui la location era ricavata da tratti di paesaggio appena più boscosi della pineta marittima di Cecina. Poi per fortuna si è cresciuti, sia individualmente che nella capacità collettiva di conoscere il Mondo Complesso. E a quel punto la giungla, come categoria mentale, è rimasta soltanto nella testa di chi non ha saputo addomesticare il proprio pensiero selvaggio. Sta qui il nodo. Se educare significa anche insegnare la complessità del mondo, come può pretendere di farlo una persona chiusa nella propria giungla mentale come un soldato giapponese a guerra finita?

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