La vera verità sul caso Harry Quebert

È un bellissimo libro, La verità sul caso Harry Quebert dello svizzero Joël Dicker. Ti cattura subito e non ti lascia più. Un po’ ti porta via lui, ma soprattutto sei tu a volerlo con te in ogni dove come fosse una coperta di Linus d’ultima generazione. Un’attrazione fatale, invincibile. Lo vedi in vetrina o su qualsiasi altro banco vendita e sai già di non poterne fare a meno. E non è soltanto una questione di prima impressione, che come tante altre è sempre a rischio di rivelarsi ingannevole. Tutt’altro. Perché quando si entra in possesso di La verità sul caso Harry Quebert – di norma, non più di 10 minuti d’orologio dopo il primo avvistamento, e se proprio si è talmente sfigati da beccare la coda in cassa – si scopre che esso mantiene ciò che promette: un’esperienza di completo rapimento.

Chi possiede una copia di La verità sul caso Harry Quebert lo sa bene e ve lo potrà testimoniare. Trattasi di amore al primo tatto come esperienza vicaria dell’amore a prima vista, e poco a poco l’esperienza s’allargherà al resto dello spettro pentasensoriale. Andando a toccare persino il gusto, quantomeno per coloro che vorranno provare l’azzardo della palatabilità senza limitarsi al mero e figurato “divorare” il libro. Nessun altro volume aveva mai avuto una così potente forza carnale nel coinvolgere il lettore. E in questo senso La verità sul caso Harry Quebert pronuncia una verità definitiva sul complesso passaggio che si sta consumando dall’editoria cartacea a quella elettronica, e in ultima analisi dalla Civiltà del Materiale a quella dell’Immateriale. Non c’è ebook che tenga, se si tratta di fare concorrenza a libri cartacei come quello di Joël Dicker. Non adesso, quantomeno. E è una straordinaria maieutica indotta, quella attraverso cui La verità sul caso Harry Quebert ci rende coscienti di non essere ancor pronti per un completo passaggio dagli atomi ai bit, e che siamo ancora troppo analogico-tattili per compiere il salto definitivo verso l’essere digitali. E chissà se pure Nicholas Negroponte, maneggiando questo libro così bello e magnetico, si troverà a fare autocritica e a sentirsi un po’ meno guru dell’immateriale. Certo rivaluterebbe quell’elemento che in italiano non riusciamo nemmeno a dire perché ci manca la parola. Si tratta dell’anglofona thingness, la cosità: quell’attributo che hanno le cose d’essere cose, e di trasmettersi a noi solo e esclusivamente attraverso ciò. E noi amiamo le cose perché sono un’oggettivazione del nostro essere faber, trasformatori dell’ambiente attraverso gli oggetti che produciamo e poi maneggiamo. Ecco, la cosità di La verità sul caso Harry Quebert è paradigmatica. Spiega chi siamo e da dove veniamo, e soprattutto perché desideriamo possedere oggetti materiali da maneggiare con voluttà carnale. Stando così la situazione, come potete mai pretendere che un Kobo, o un Kindle, o ogni altra diavoleria elettronica che dovrebbe educare noi poveri bipedi materialisti a rinunciare per quanto possibile alla materia, possano condurre alla vittoria degli atomi contro i bit? Impossibile. Piuttosto, a coloro che stanno orchestrando questa campagna per il mutamento delle umane abitudini rispetto alla cosità – del libro, o di qualunque altro oggetto maneggiabile – non rimane che sperimentare strategie di mediazione. Del tipo: per soltanto un euro in più allegare a La verità sul caso Harry Quebert un e-reader il cui design replichi in scala di poco ridotta quello del volume. Una sorta di Operazione-Smart Book, o come si direbbe alla sicula di Libru Spértu, capace con una mossa un po’ ruffiana da Larghe Intese di convertire in alleato l’invincibile nemico. Il messaggio così confezionato sarebbe il seguente: viva il libro elettronico, che con la sua immaterialità ci ricorda quanta libidine vi sia nella cosità di La verità sul caso Harry Quebert. Si tratterebbe insomma di fare un’operazione simile a quella che porta a arruolare gli hacker per rafforzare le barriere contro la pirateria telematica. E quando infine i bit avranno trionfato, potrà essere edificato il Mausoleo all’Ultimo Libro Cartaceo. E lì, al centro d’un immenso open space e in cima a un obelisco con calotta in cristallo, la prima copia della prima edizione di La verità sul caso Harry Quebert, a spiccare sotto una luce perpetua e alternata fra naturale e artificiale.

Ve lo possiamo testimoniare, e facendolo sentiamo in anticipo l’inadeguatezza del non riuscire a trasformare in parole e trasmettere con pienezza le sensazioni di cosità regalate dal libro di Joël Dicker. Non ci è mai capitata un’esperienza paragonabile di libro da quasi 800 pagine che però al tempo stesso fosse di così lieve maneggevolezza. E a motivare questo aspetto non basta il fatto che si tratti d’un volume in brossura. Ché sai quanti altri volumi in brossura sono rigidi come la laccatura di Alfio Marchini, capaci di spezzarsi alla prima forzatura manuale? E invece La verità sul caso Harry Quebert è così smooth a dispetto del suo essere un tomo da bancali di grande distribuzione. E ve lo dimostra ogni volta che vi cimentate nella prova-ventaglio. Tenendo delicatamente il libro dalla parte del bordo potrete farvi vento senza alcun rischio per l’integrità del polso, e soprattutto grazie a una scorrevolezza delle pagine il cui frrrr è docile come fusa gattesche.

Un bel gattone tutto pelo e niente unghie, di quelli pronti a mettersi ogni istante panza all’aria a lasciarsi sgrattonare. Anche questo è La verità sul caso Harry Quebert, e molto altro ancora. È uno straordinario oggetto da passeggio, con quella sua misura perfetta da ascella o da sottobraccio. È un elemento da negligé balneare, che fa la sua porca figura se squadernato a cavallo della trecentesima pagina e spiaccicato sulla sabbia a pagine in giù; in quel caso la macchia nera della copertina, squarciata da quell’immagine dai colori smerigliati che sembra un dipinto Edward Hopper, è un richiamo irresistibile. “Oh, un altro Harry Quebert” è l’immancabile commento dei bagnanti, e in quelle parole c’è il segno della definitiva ammissione a una comunità d’eletti, di coloro che hanno colto lo Spirito del Tempo Nuovo. Ma è soprattutto nella sua qualità di oggetto d’arredamento d’interni che il libro di Joël Dicker esprime il suo massimo potenziale. Immaginate quale impatto possa avere una bella “Parete Harry Quebert”. Uno scaffale ampio di colore chiaro, diviso in mensole orizzontali ma anche in scansie quadrate, colmo di copie de La verità sul caso Harry Quebert. Una goduria impareggiabile per l’occhio, e soprattutto una scenografia d’irripetibile effetto per tutti coloro che mirano a far colpo sul visitatore occasionale. Per non dire di coloro che hanno il vezzo di farsi intervistare in casa mettendo la biblioteca privata in bella mostra alle loro spalle. Fin qui il massimo della pomata consisteva nel farsi ritrarre porgendo le terga a una libreria guarnita di volumi Adelphi, con quei colori pastello che danno idea d’una casa trasudante cultura alta e di pensose letture sul canapè calzando ciabatte Burberry. E invece la nuova tendenza sarà lo Scaffale Harry Quebert, che da oggi in poi non potrà mancare nelle case dell’intellettuale moderatamente engagé, che non ha paura d’essere enraciné, e sa qual è il modo per non rimanere demodé tutte le volte che va a caccia delle offerte “due x tre”. E anzi vi diciamo che questo concept della Parete Harry Quebert è talmente rivoluzionario da spingerci a correre per registrarlo all’Ufficio Brevetti, e perciò scusateci per la fretta con cui chiudiamo questo articolo ma non dobbiamo perder tempo se vogliamo tirarlo in tasca all’autore, ai suoi editori sparsi per il pianeta al book jockey Antonio D’Orrico che si sbatte in modo così zelante per elogiare il libro ma non ha ancora fiutato l’affare. Business is business, e qui c’è in ballo il principale oggetto di feticismo della stagione Primavera-Estate 2013. Ad maiora.

 

cop

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9 Risposte

  1. Si potrebbero anche utilizzare le quasi ottocento pagine per fare esercizio di decoupage sul vecchio scrittoio del nonno!

  2. LA VERITA’ sta anche benissimo in bagno… lo dico per esperienza. Su un mobiletto finto provenzale magari, di fianco a uno spargi essenze o a un contenitore di pout pourri aromatizzato al sandalo o alla cannella. Attenzione però: spostatelo in caso di docce frequenti, perché i vapori potrebbero rovinare le pagine e, non sia mai, la copertina!

  3. Questa recensione è un saggio accademico, andrebbe inserito nel curriculum delle pubblicazioni. Ti stai superando, Pippo!

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