Il gigante sfregiato e il libro massacrato

Cari amici, questa è la versione integrale della stroncatura di “Il gigante sfregiato” di Enrico Vanzina, della quale è uscita una versione abbreviata sull’Unità di oggi. Buona lettura

Prima il nome, poi il libro. È una regola ormai consolidata per l’editoria di questi tempi italiani, ridotta alla caccia all’autore-banner. E tale regola trova ennesima conferma nel cosiddetto romanzo giallo di Enrico Vanzina, Il gigante sfregiato, pubblicato a luglio da Newton Compton. Un libro che fra l’altro è piaciuto a Antonio D’Orrico, book jockey del Corriere della Sera. Ci avrebbe stupito il contrario. Del manufatto D’Orrico ha scritto: “(…) questo è un gran bel romanzo scritto da un vero scrittore con un tocco neochandleriano di freschissima malinconia”. Stiamo parlando dello stesso D’Orrico che nel 2002 ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. E adesso quella frase campeggia nelle nuove edizioni dei libri falettiani marchiati dalla new company Baldini-&-Castoldi-non-più-Dalai. Memento per il BJ e per chiunque altro che certe figure scatologiche ce le si porta addosso a vita come fossero pochette nel taschino.

 

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

Enrico Vanzina, lo scrittore-banner

 

 

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma com’è il romanzo con tocco neochandleriano di freschissima malinconia? Presto detto, con una premessa: non ci si sofferma sulla trama, che è un guazzabuglio assurdo d’improbabilissime trovate di cui si perde presto il filo. Ricostruirla significherebbe dissipare tutto lo spazio. Meglio dedicarsi al testo, cominciando dai soliti richiami di copertina da banco dei detersivi che rendono famoso il packaging di Newton Compton. Si legge fra l’altro che “il giallo incontra la commedia all’italiana” (ai giardinetti?), e che il testo ricorda “un po’ Chandler un po’ Simenon”. Er Monnezza, inconsolabilmente offeso, ha tolto il saluto all’autore-banner. Si parla anche di “Le indagini del detective Mariani”; e ciò significa che incombe su di noi la minaccia di una serie. Siete avvisati, barricatevi in casa.

L’incipit è già esauriente. Uno ce la mette tutta a scacciare i pregiudizi sul libro di Enrico Vanzina, ma poi basta leggere le prime righe e ecco che ogni sforzo è vanificato: “La prima volta che incontrai Sandrone era un pomeriggio come tanti, uno di quelli in cui sarebbe potuto accadere di tutto. O invece niente” (p. 9). Leggendo questa avrete letto tutto il libro. Cioè niente. Ma noi quel niente, per deformazione professionale e anche psicologica, ce lo siamo voluto sorbire fino in fondo. Il che ci ha permesso di trovare, nel finale (pagina 241), un frammento praticamente identico all’incipit: “Ci fissiamo per una frazione di secondo. Un secondo nel quale c’era tutto quello che c’era stato tra noi. Molto. Ma anche nulla” (p. 241). Chissà se anche l’editor sarà stato ipnotizzato dal tocco neochandleriano di freschissima malinconia, al punto da lasciarsi sfuggire la ripetizione. Ci s’inoltra nelle pagine vergate neochandlerianamente e si va a scoprire strepitosi nonsense. Per esempio, a pagina 10: “Malgrado i capelli incolti e lunghi, aveva comunque un viso pulito, somaticamente leale”. E che diamine sarà mai ‘sta lealtà somatica? Quesito da girare a Raffaele Morelli, che magari ci campa su per 5-6 puntate di psico-pop. Il tizio che mostra tale soma è il rugbista Sandrone, che di se stesso dice (p. 14): “Ho amici che si contano sulle dita di una mano mozza”. E il detective Mariani, di rimando, commenta a questo modo la piatta esistenza del rugbista: “’Non è proprio la biografia di Marco Polo’, commentai ironicamente”. Due umoristi da infarto. Inoltre, c’è un passaggio che fa il paio con quello sulla lealtà somatica. È piazzato a pagina 33: “Era un vecchio poliziotto disilluso, ma ancora in grado di distinguere i bersagli del suo cinismo stanziale”. Cinismo stanziale? Misteri della neolingua newtoncomptoniana. Un idioma al quale Vanzina fornisce sostanziosi apporti, come quello riportato a pagina 121: “A me mi stavano pagando in due”. Perla d’assoluto valore a pagina 39: “Lo vidi arrivare in via Gioberti con aria dinoccolata”. Che aria triste e dinoccolata hai, mia cara: hai forse contratto la scoliosi sentimentale? Ancora, a pagina 57:“C’era stato, infatti, un tempo nella mia giovinezza in cui mi ero intestardito con le prospettive, i colori, la tempera. Una breve illusione artistica stroncata dal pragmatismo di mio padre, che mi obbligò a sterzare verso la carriera di avvocato. Acqua passata. Ormai quasi una vertigine”. Cosa c’entrerà mai la vertigine? La vetta del sublime si tocca pagina 135: “Giuliani mi fissò con l’essenza etimologica della sorpresa stampata in faccia (…)”. L’Essenza Etimologica della Sorpresa. Possibile che l’Accademia della Crusca non ci abbia ancora dedicato un’intera sessione di lavori?

Ciò che più spicca, nel libro dal tocco neochandleriano d’altissima malinconia, sono le imbarazzanti similitudini. La lista è sterminata: “Sandrone, al contrario, sembrava avermela raccontata giusta. Dritta come la piega di un pantalone uscito da una tintoria” (p. 16); “Lo fissai con un sorriso freddo come un ghiacciolo (…)” (p. 21); “La bionda mi lanciò uno sguardo gelido come avrebbe dovuto essere quella vodka (…)” (p. 28); “(…) entrò Giuliani, tarchiato come un boccale di birra” (p. 33); “La lista di quelli che ha spedito al pronto soccorso è fitta come due pagine di versetti del Corano” (p. 35); “Era visibilmente moscio, come una pianta da interni abbandonata in salone durante le vacanze” (p. 40); “Li feci ingabbiare come scimpanzé allo zoo” (p. 44); “Gli lanciai uno sguardo affilato come una lama” (p. 48); “La città pareva caduta già in catalessi, vuota come una bottiglia di Veuve Cliquot sul banco di un night all’ora di chiusura” (p. 72); “(…) ronfava tranquillo, un rombo simile al motore di un vecchio battello fluviale dell’Amazzonia” (p. 81); “Combaciavano come le valve di una stessa cozza” (p. 86); “Trovare il 439 non fu facile come mandare giù una pillola per il mal di testa” (p. 87); “Era spaventata come una bambina al Luna Park, nella casa delle streghe” (p. 91); “Quel nome mi rimbombò nelle tempie come un tuono” (p. 92); “Nel furgone calò un gelo da inverno finlandese” (p. 123); “Lugubre come un quadro espressionista tedesco” (p. 131); “Uscii dalla Questura di via Genova leggero come un petalo di mandorlo” (p. 136);”Vivevo dannatamente solo, in una casa lercia e solitaria come un calzino spaiato” (p. 149); “Mi preparai un caffè nero come la pece” (p. 175); “E mi concentrai di nuovo sul caso nudo e crudo. Era come una forma di groviera: piena di buchi” (pp. 176-7); “Mi stampò un bacio sulle labbra. Leggero come un fraseggio di Mozart” (p. 191); “Lei mi lanciò uno sguardo affilato come una rasoiata. Ma era solo un’occhiata, non mi fece sanguinare” (p. 216). In particolare, ecco una doppietta dedicata alla escort Fatma: “Fatma Sorrise. Un sorriso malinconico come un giorno di nebbia” (p. 74); “Sfoderò un altro sorriso triste come un fado” (p. 76). A pagina 31 ecco un frammento da oscar della ridondanza: “(…) mi gridò con un gracchiante rantolo asmatico”. Cioè, aveva l’asma e perciò rantolò gracchiando. Vabbe’.

Strepitose le descrizioni d’ambiente. A pagina 130: “Dopo la lunga estate torrida che aveva avvolto per mesi la città, l’arrivo di quelle folate di vento freddo ti facevano già rimpiangere l’umidità afosa di agosto. Siamo strani animali: non ci adattiamo mai allo svolgersi ciclico delle stagioni”. Notare l’errore di grammatica: “(…) l’arrivo di quelle folate (…) ti facevano rimpiangere (…)”. Meglio ancora a pagina 81:“Nuvoloni carichi di brutti presagi scorrevano come ombre cinesi sotto al coperchio del cielo”. Non sembra una telepromozione di pentole a pressione? E i luoghi comuni? Presenti. Si va dal “palpabile imbarazzo” (p. 131), alla porta che si chiude “con un colpo sordo” (p. 171), per giungere al “passo felpato” (p. 214).

Alla fine l’autore-banner sente di dover esprimere gratitudine a una persona (p. 245): “Ringrazio Olimpia Ellero, la quale, con la sua intelligenza e la sua tenace competenza, mi ha suggerito semplificazioni narrative ed efficaci soluzioni di sintassi”. E meno male che la signora “La Quale” l’ha ben consigliato! Altrimenti sai cosa ci avremmo trovato in quelle pagine.

Certo, per quanto attenta le è sfuggito il passaggio da antologia a pagina 146: “Per il momento la mia era solo una sensazione. Una sensazione sensata, però”. Magari anche un po’ sensitiva. Sicuramente neochandleriana e di freschissima malinconia.

 

978-88-541-5170-3

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7 Risposte

  1. Lo so, miri alla santità, ti autoinfliggi punizioni neochandleriane. Io lo avrei frullato dalla finestra a pagina 19.

    • Una tentazione del genere l’ho avuta col libro che sto leggendo: “Quando eravamo foglie nel vento”, di Anne Korkeakivi, edizioni Garzanti. Ma come al solito, masochisticamente, vado avanti…

  2. Sogno per te lunghe giornate di pigritudine a goderti la lettura di un libro bello e ben scritto. Il tuo è davvero “un mondo difficile”…grazie di tutto. Sono commossa dalla tua abnegazione.

  3. …ma come dice un antico adagio: “gigante sfregiato scrittore fortunato”. Abbastanza neochandleriano? 😉

  4. Colpito e affondato. Perché si pubblicano libri zeppi di similitudini orrende? Perché si pubblicani gialli zeppi di similitudini orrende? Non sono colte, non fanno figo. Sarà semplice pacchianeria?

    • secondo me N&C fa benissimo a pubblicare libri che venderanno indipendentemente da quello che c’è scritto dentro, basta l’autore. Quello che mi lascia basito ogni volta è il fatto che l’editor non si opponga ad essere menzionato (come per “ti prego lasciati odiare”): ma non ce l’avete una dignità? Un’etica del lavoro?

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