Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 1

Cari amici, come promesso qualche giorno fa inizio oggi la pubblicazione di un lungo scritto sui libri di Nicola Lagioia, rimasto nel cassetto. Lo stile analitico è lo stesso che ho usato in “L’importo della ferita e altre storie”. Questa è la prima di tre puntate. Buona lettura a tutti.

1. Premessa

Quanto vale un premio letterario? E quale valore, quale significato
dovremmo assegnare al libro e all’autore che ricevono il riconoscimento?
Interrogativi con cui da tempo mi confronto, e che le
edizioni più recenti dei principali concorsi letterari italiani hanno
acuito. L’opinione personale è che bisognerebbe tenersene alla larga,
come autori ma soprattutto come lettori. Sia che si tratti dei premi
assegnati al termine di una competizione fra opere e autori diversi,
sia che si tratti di riconoscimenti al singolo autore conferiti al di
fuori di ogni gara. La ragione è che ormai un premio non si nega a
nessuno. Si tratta di una bella medaglia di latta che chiunque può
appuntarsi al petto. Roba da inserire nel curriculum, e da esibire
ogni volta che ci sia da lustrare pubblicamente l’ego.
È soltanto un caso che io parli di questo argomento mentre
m’appresto a scrivere di Nicola Lagioia. Che ha ricevuto un premio
per ciascuno dei tre romanzi pubblicati, ma che c’entra? Sono
soltanto coincidenze. Le considerazioni sul valore
dei premi letterari restano cose espresse a titolo personale, senza
che vadano ritenute giudizi indiretti sulla qualità dell’autore e della
sua opera. Mi limito a dire che ognuno si vede attribuire ciò che
merita, e a ribadire che per quanto mi riguarda i premi significano
zero. E ciò vale anche per l’autore di cui si parla in questo capitolo.
Che ha vinto un premio per ciascuno dei tre romanzi fin qui
pubblicati. Fra questi premi spicca l’edizione 2010 del Viareggio
Répaci, un concorso che soltanto tre anni prima aveva fatto parlare
di sé a causa dei contrasti e degli strepiti da vaiasse scambiati fra un
gruppo di giurati e la presidente Rosanna Bettarini. Per la cronaca,
in quell’anno 2007 venne selezionato come vincitore nella Sezione
Opera Prima uno dei romanzi più brutti che abbia letto in vita mia:
Fideg di Paolo Colagrande. Il libro che porta Lagioia a vincere un
premio tanto qualificato s’intitola Riportando tutto a casa e di esso

parlerò fra poco.

Per il momento mi limito a tratteggiare la figura dell’autore. Che
è un prodotto della factory di Minimum Fax, casa editrice specializzata
in teiere. Se volete sorbirvi un tè di buona fattura, alle cinque
del pomeriggio d’ogni dì, lì potrete trovarne di ogni qualità e fattura.
Servito alla temperatura ideale per il vostro palato. Ve lo favoriranno
con squisito savoir faire. E se capitate in un giorno nel quale i
minimifaxi sono di luna acconcia, magari va a finire che vi faranno
compagnia sdraiati sul canapè accanto a voi, a sorseggiare pensosamente
poggiando appena le labbruzze al bordo arabescato della tazza,
retta tenendo rigorosamente il mignolo in su. Se invece dovesse
capitarvi la malaventura di non trovare disponibile per la cerimonia
del tè il menomo fax, allora potrete sempre rimediare pescando fra
quei volumetti che come bustine da infuso se ne stanno disciplinatamente
impilati negli scaffali della factory. E fra quei volumi troverete
la raccolta di racconti intitolata La qualità dell’aria, mandata
in libreria nel 2004. Un volume curato dallo stesso Nicola Lagioia e
da Christian Raimo, un duo di specialisti nella sublime arte di dare
anima e vigore al superfluo. Convertendolo però in Super Fluo. E
non è mica una cosa alla portata di chiunque, credetemi. Bisogna
possedere un eccezionale talento da masturbatori di formiche rosse
(scopo: ridurne l’aggressività), o da spallinatori di fichi d’india (scopo:
ricavarne pura polpa), o da tracciatori del percorso dei granchi
albini (scopo: trarne vaticini su eventi futuri) per riuscire nell’intento.
Perché il nostro vivere quotidiano in società post-materialiste
si regge esattamente sul Super Fluo, sull’effimero elevato a matrice
suprema. E a qualcuno le pratiche appena menzionate – la masturbazione
delle formiche rosse, lo spallinamento dei fichi d’india, la
tracciatura del percorso dei granchi albini, e la curatela di antologie
come La qualità dell’aria – potrebbero apparire LSI (Lavori Socialmente
Inutili). E invece costui s’inganna, perché soltanto la scomparsa
delle pratiche apparentemente inutili ne fa spiccare l’utilità. E
vorrete mica che un giorno ci si ritrovi privi d’un Super Fluo come
La qualità dell’aria? Siete proprio sicuri che non vi mancherà qualcuno
capace di friggerla con sì superba perizia, quell’aria?
Probabile che nemmeno Camillo Langone, critico letterario del
Foglio, avesse compreso a suo tempo il senso della cosa. Nei giorni
in cui l’antologia curata dal Duo Super Fluo bivaccava in libreria,
Langone scrisse una stroncatura memorabile. Già il titolo valeva il

prezzo del quotidiano: «E Roma Nord inventa l’antologia dell’incularella
letteraria». Il riferimento geografico era alla zona della capitale
in cui i minimifaxi hanno sede, nei paraggi di Ponte Milvio. E
quanto all’incularella, nell’accezione data da Langone si tratta di un
sollazzamento omoerotico di gruppo attraverso il quale una cerchia
di maschi d’indole ellenizzante realizza la propria visione estetica
della vita. Naturalmente, in questo caso, la pratica incularellistica
trova espressione nell’ascesi letteraria e persegue questa via attraverso
un rigore anti-carnale dal quale non è possibile derogare. Di
ciò testimoniano abbondantemente tutti i frammenti dei romanzi
di Lagioia che s’avventurano nelle lande ostili dell’erotismo, e che
come vi mostrerò possono comporre un bel dossier su Turbe Sessuali
& Affini. La stroncatura firmata da Camillo Langone si soffermava
non solo sui contenuti dell’antologia, ma anche e soprattutto sulle
abitudini d’un gruppo di persone che a Roma Nord «vivono, scrivono,
e incularellano». E tuttavia, detto dell’indubbia pregevolezza
denotata dalla stroncatura di Langone, rimane il fatto che egli abbia
dato un giudizio distorto su La qualità dell’aria. Perché certamente
sul momento non ne seppe cogliere quel carattere Super Fluo che
era il vero senso dell’operazione editoriale. Sono certo che a distanza
di anni il critico del Foglio sarebbe pronto a fare ammenda e rivedere
il giudizio. Del resto, la stessa pattuglia dei minimifaxi assorbì il colpo
dopo che nell’immediato – narrano i ben informati – uno sbocco
di bile fosforescente risultò visibile persino attraverso Google Earth.
Bastava digitare «Roma Ponte Milvio» nella maschera di ricerca, e la
scia verde spiccava come un fiume acido.
Ma forse mi sono dilungato troppo sull’argomento del Super
Fluo e sui corollari incularellistici. Il fatto è che non sarebbe possibile
capire Nicola Lagioia e la sua letteratura senza menzionare la
sua appartenenza alla cerchia letteraria dei minimifaxi. E adesso che
questa premessa è stata effettuata si può procedere nell’analisi della
narrativa lagioiana.

2.  Razzolando male nel Super Fluo

Prima di valutare da lettore i libri di Lagioia devo fare due premesse.

La prima è che la valutazione riguarda soltanto i libri che l’autore
ha etichettato come romanzi. Così lui li definisce, e io mi attengo a
quella definizione anche se – specie nel caso del primo libro – stento
parecchio a riscontrare una connessione fra l’etichetta stessa e
il manufatto. Quanto ai suoi altri libri, che non sono romanzi né
provano a spacciarsi per tali, non mi è minimamentefax passato per
la testa di leggerli.
La seconda premessa riguarda il mio razzolar male. Perché nel
paragrafo appena concluso ho fatto l‘apologia del Super Fluo ma
adesso vado a contraddirmi esprimendo giudizi e voti molto negativi
sui libri di Lagioia. Finendo così per mostrare un atteggiamento
persino più chiuso di quello che ho criticato in Camillo Langone.
Ma purtroppo così va il mondo, e riconoscere l’insensatezza d’una
cosa non significa mica evitare di farla. Quale fumatore non è consapevole
d’avvelenarsi mentre si concede il vizio? Eppure lo fa. Così
avviene in me a proposito della narrativa Super Flua lagioiana e
delle sue inclinazioni incularelle. Ne riconosco la grandezza ma non
mi riesce proprio d’apprezzarle. E la colpa è solo mia, che non sono
in possesso della sensibilità letteraria sufficiente a giovarmi d’un così
immenso messaggio artistico. Forse un giorno riuscirò a grattar via
la crosta di grettezza che m’obnubila. Per adesso mi limito a riconoscere
la ristrettezza delle mie facoltà di giudizio, e la medesima limitatezza
d’atteggiamento che porterebbe uno scimpanzé a strepitare
e grattarsi il culo mentre ode le Quattro Stagioni di Vivaldi. Questa
consapevolezza mi aiuterà nel prosieguo del capitolo, consentendomi
di temperare la rozzezza dei miei pregiudizi con un contro-pregiudizio
favorevole al Super Fluo incularello.
Il primo libro è tutto un programma già dal titolo: Tre sistemi
per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), da qui in poi
TSST. Lo scimpanzé si gratta vigorosamente le natiche e poi s’annusa
le dita per stordirsi di realtà. L’editore del libro è minimum fax,
l’anno d’edizione il 2001. Il libro è stato insignito del Premio Lo
Straniero. Dicasi. In terza di copertina c’è una foto dell’autore, con
un’espressione simile a quella che mostrerebbe Maurizio Gasparri
guardandosi allo specchio e chiedendosi chi cazzo abbia messo lì
quella riproduzione di Guernica.

 

La foto di Nicola Lagioia in terza di copertina

La foto di Nicola Lagioia in terza di copertina

 

Quanto alla storia, non c’è nessuna
storia. Dunque lo scimpanzé che mi porto dentro, istigato da
Camillo Langone, mi indurrebbe a mettere in dubbio che si tratti

d’un romanzo. Ma ancora una volta si tratta di un limite mio. Sforzandomi
di individuare quei pochi elementi narrativi che attraverso
la nebbia delle mie deboli capacità cognitive mi riesce distinguere,
ne catturo tre.
Il primo riguarda gli incroci fra l’Io narrante e Tolstoj nella
Roma dei giorni nostri; i due giocano a scacchi e intrecciano dialoghi
surreali. Roba palpitante quanto osservare una tartaruga che
mangia una scorza d’anguria.
Il secondo riguarda il sofferto rapporto fra il protagonista e la sua
donna, che in questo romanzo si chiama Giulia. Naturalmente Giulia
lo molla, ma poi a un certo punto decide di tornare mostrando
d’essere donna capace di tenere il suo uomo (o almeno l’omuncolo
paracelsiano che fa da Io narrante nel libro) per le fragili palline. Le
sfighe sentimentali e sessuali dei protagonisti sono nei romanzi di
Lagioia una costante, al pari dell’omuncolezza dei protagonisti stessi.
E qui va fissato un primo punto: il campionario di svirilimento e invertebratezza
denotato dagli Io narranti maschili dei romanzi di Lagioia
è il migliore spot per un femminismo radicale post-genetico,
propugnatore della svolta verso la riproduzione senza accoppiamento.
In fondo, cosa farsene del maschio se il maschio è questo qui?
Dunque meglio bypassare la Super Flua fase dell’accoppiamento,
che per di più se praticato con esemplari maschili del genere risulta
piacevole quanto un paio di orette di Supplizio della Ruota. Quelli
delineati dalla penna di Lagioia sono tragici esemplari di Maschio
Omega, la deriva disfattistica di un’identità di genere che evidentemente
portava dentro sé come un germe, fin dalle origini, questa
malattia senile. Studiando quei profili di Maschio Omega lagioiano
i sociobiologi e i genetisti radicali esulterebbero, prendendosi la rivincita
contro decenni di critiche fondate sull’accusa di eccesso di
determinismo. «Visto che avevamo ragione? E che tecniche quali
l’inseminazione artificiale o la fecondazione assistita non sono meri
strumenti, ma piuttosto una risposta adattiva della specie?» Soltanto
nelle pagine di Scurati si registrerà una disfatta peggiore, ma è presto
per parlarne. E tuttavia ancora una volta mi faccio consapevole
del fatto che quanto appena detto sia solo una valutazione scimpanzesca,
frutto della mia insufficiente capacità di cogliere il Super Fluo
(maschile, in questo caso). Fra vent’anni, rileggendo queste righe,
mi vergognerò come un primate.

Il terzo elemento ha a che fare col tema della tossicomania. L’eroina
ricorre anche nel terzo romanzo dell’autore, e pure nel secondo
qualche sballo emerge qua e là. Un’altra costante narrativa,
dunque. E tuttavia, osservando la citata foto dell’autore in terza di
copertina, va detto che mica si può sempre dare ogni colpa alle droghe.
Suvvia!
Voto: 0.

Il secondo romanzo s’intitola Occidente per principianti (da qui in
poi OPP, Einaudi, 2004). Il libro risulta essere vincitore del Premio
Scanno (stìca!), e si fonda su una storia che in ogni modo si sforza
d’essere grottesca. Per come l’ho somatizzata è stata, più che altro,
grattesca. L’orchite è stata infatti il segno più tangibile di quest’esperienza
di lettura, dopo averla conclusa. Ma anche in tal caso la mia
è una reazione scimpanzesca, dovuta all’incapacità di acquisire il
mood post-materialista necessario a apprezzare il Super Fluo. Quanto
alla storia, provo a sgrovigliarne le coordinate dal sudoku che il
lettore s’infligge scegliendo ostinatamente d’andare fino in fondo al
libro. Il protagonista è un ghost writer d’articoli giornalistici, a cui
la committente assegna il compito di ritrovare le tracce d’una donna
italiana amata da Rodolfo Valentino. Per riuscire nell’intento il
protagonista s’imbarca in un viaggio per la penisola narrato in tono
grattesco; cioè si vorrebbe stupire il lettore con provocazioni a getto
continuo, e invece la sola reazione davvero provocata è la narcosi. A
fare compagnia al protagonista sono la solita donna fatale candidata
alla riproduzione senza accoppiamento, e un regista cinematografico
paranoico talmente caricaturale da sembrare uscito da un cartone
animato. Quanto al colpo di scena finale, provoca lo stesso pathos di
quando in stazione il tabellone elettronico dà finalmente il binario
del vostro treno. E, che ci crediate o no, il romanzo vincitore del
Premio Scanno (stìca!) e tutto qui. Ultima notazione: il romanzo si
conclude in una data storicamente cruciale: martedì 11 settembre
2001. Il lettore, annichilito dai fumi lisergici della prosa Super Flua,
quasi non coglie il dettaglio. Il frammento di libro da cui la circostanza
temporale si dovrebbe evincere verrà illustrato più avanti,
a ennesima dimostrazione di quanto sia capace Nicola Lagioia di
comunicare i propri labirintici paesaggi mentali.
Voto: 2

Il terzo e ultimo romanzo della serie è quello più famoso. Si tratta

di Riportando tutto a casa (da qui in poi RTC, Einaudi, 2010), e

dei tre è quello che presenta un qualche pregio. Per esempio ci sono
alcune interessanti analisi di taglio sociologico, anche ben argomentate.
Molto interessante quella sull’effetto e sul significato sociale di
Drive In, il programma d’intrattenimento che impresse una svolta
rilevante alla berlusconizzazione culturale del paese. Si tratta di
frammenti che, presi a sé, sarebbero stati apprezzabili. Ma che scaraventati
dentro a un romanzo e al suo registro risultano omogenei
quanto lo sarebbe sentir intonare «Vitti ‘na crozza» nel bel mezzo
d’un concerto degli Iron Maiden. In condizioni del genere anche
un’analisi ben argomentata diventa puro Super Fluo. E sì, ok, ancora
una volta lo scimpanzé ha preso il sopravvento sull’avveduta capacità
di critica. Ma almeno fino a che non avrò educato i miei rozzi
gusti letterari al più raffinato canone Super Fluo continuerò a pensare
che se si scrive un romanzo si scrive un romanzo, e se si scrive
un saggio si scrive un saggio. E che qualche incursione saggistica nel
romanzo si può anche fare, ma a patto di non creare l’Effetto Box;
ovvero, fare in modo che alcune pagine di un romanzo sembrino
gli spazi che in un manuale vengono dedicati agli approfondimenti.
Per leggerli questi ultimi bisogna aprire una sorta di parentesi
rispetto alla continuità dei capitoli e dei paragrafi che compongono
il libro. Lo scopo è sviluppare con dovizia di dettagli un tema specifico
senza correre il rischio d’appesantire la struttura complessiva
del manuale e la sua scansione in capitoli e paragrafi. Chi vuole
continuare la lettura secondo la sequenza ordinaria guarderà i box
in un altro momento (o, al limite, eviterà di leggerli), o altrimenti li
leggerà subito attrezzandosi mentalmente all’apertura di una parentesi.
Nella forma-romanzo un artificio del genere è assolutamente
da evitare, sia che si tratti di box appositamente disegnati, sia che si
tratti di scarti della scrittura che abbandonano le sponde della narrazione
per approdare sulle rive del cosiddetto pippone sociologico. E
essendo io parte in causa (come sociologo, non certo come pippo)
mi sento accreditato a parlare di ciò. Per dire che brandelli d’analisi
sociologica possono anche essere coerenti negli schemi della forma
narrativa, ma a patto di mantenere una misura. Se invece si sconfina
nel saggio, rompendo la continuità del registro narrativo, allora il
risultato è quello di ammazzare la narrazione. Questo è l’Effetto Box,
e consiste nell’interrompere bruscamente la narrazione per piazzare

un pippone sociologico. L’effetto, sgradevolissimo, è lo stesso che si
prova quando un film trasmesso in tv viene interrotto per far passare
una telepromozione di materassi a acqua.
Quanto alla storia, si compone di una sessantina di pagine (le
prime) che messe assieme alla parte restante del libro compongono
un Frankenstein. Il resto procede in modo più o meno accidentato
verso una fine che arriva troppo tardi. Nelle pagine di RTC vengono
narrate le vicende di una coorte di giovani nella Bari che attraversava
il boom economico degli anni Ottanta. Droga, dissipazione, e
tanto sesso avariato. Vi si trova qualche buona descrizione del clima
socio-culturale del tempo, che alza il voto rispetto a OPP. Quanto
all’intreccio, è palpitante come le estrazioni del Lotto.
Voto: 2,5.
E adesso che lo scimpanzé inside ha fatto il suo lavoro e esternato
le sue impressioni, posso passare all’analisi più dettagliata. Senza
però riuscire a darvi delle assicurazioni sulla capacità di tenere definitivamente
a freno il primate che è in me e la sua ansia distruttiva
verso il mood Super Fluo.

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16 Risposte

  1. C’è da dire che Langone è uno dei più grandi testa di cazzo a cui sia permesso scrivere, eh

    • È uno che divide. Ma è capace di scrivere cose strepitose…

    • No, è un provocatore. Che o crede a quello che dice, ed è da internare (com’era? “Togliamo i libri alle donne?”), o non ci crede manco lui e lo fa apposta per far avvelenare la gente e far condividere i suoi articoli su facebook, accompagnati da commenti sdegnati. Io non ci casco più.

    • Su questo sono d’accordo. A volte le spara talmente grosse da far pensare che lo faccia per puro gusto della provocazione…

  2. L’articolo è illeggibile. Scritto in modo pessimo.

  3. Recensione ineccepibile Pippo e, cosa non da poco, spassosissima. Tuttavia non sono del tutto d’accordo con te sulla questione dell’incursione saggistica nel tessuto romanzesco. Qualora la tautologia “se si scrive un romanzo si scrive un romanzo, e se si scrive un saggio si scrive un saggio” fosse un principio universalmente valido, dovremmo ritenere molti grandi classici degli ibridi meritevoli delle tue eccezionali stroncature. Penso, ad esempio, a Guerra e pace, dove i due piani si intersecano di continuo, oppure a qualcosa di più “leggero” come Tom Jones, dove addirittura ogni primo capitolo di ogni libro è un saggio a sé. Ora, lungi dal paragonare Lagioia a Tolstoj o a Fielding (o a qualsiasi altro grande!), in questo aspetto della stroncatura mi sei sembrato un po’ troppo categorico. Tuttavia il mio non è che il parere di un lettore appassionato. Tu che ne pensi degli autori digressivi, ad esempio Gadda? Non pensi che a chi voglia fare della letteratura alta si possa condonare una mescolanza di romanzo e saggio, purché sia fatta a dovere? Non credi che chi non vuole accontentarsi di fare paraletteratura possa richiedere al lettore un maggiore sforzo di attenzione? Mi piacerebbe davvero molto conoscere la tua opinione. Buona vita e non vedo l’ora di leggere L’importo della ferita…

    • La risposta è contenuta nel mio libro. Non sono contrario alle venature saggistiche nelle opere di narrativa. Il problema è la capacità di calibrarle. Pochi ne sono capaci, e Lagioia non è fra questi…

  4. […] amici, dopo aver pubblicato ieri la prima puntata, inserisco la seconda del mio scritto sui romanzi di Nicola Lagioia. Aggiungo che, rispetto al […]

  5. che capolavoro di tagliente e irresistibile ironia. Applausi.

  6. […] di Nicola Lagioia, così piena di ferite con l’importo. Le due precedenti puntate sono qui e qui. Buona lettura a voi e a Lagioia. Anche stavolta inserisco il link a un brano musicale, per […]

    • Grazie della segnalazione! 🙂

    • Ti pare? Dovere. Da quando ho scoperto le tue dissezioni – e mi scuso con te se prima non le conoscevo – ti sono debitrice di momenti di pura felicità. Non solo, mi sto riconciliando con chi scrive sui quotidiani e sul web di letteratura (chiamiamola così) italiana contemporanea. Non è piaggeria – che pessimo gusto! – ma proprio mi pare di respirare meglio. Grazie Pippo.

    • Ma grazie a te! 🙂

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