Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 2

Cari amici, dopo aver pubblicato ieri la prima puntata, inserisco la seconda del mio scritto sui romanzi di Nicola Lagioia. Aggiungo che, rispetto al previsto, lo scritto sul nostro eroe verrà pubblicato in più di tre puntate. In coda allo scritto inserisco un brano musicale. Per dare un aiuto a risollevare dal trauma voi, ma anche lui che si sta rileggendo. Stay human.

Legenda: TSST = Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj; OPP = Occidente per principianti; RTC = Riportando tutto a casa.

3.  Scrivere un romanzo in stile Google Translate
Qual è la cosa che maggiormente rimane impressa dei libri di
Lagioia? Fuor da ogni dubbio lo stile agile e terso come una tettoia
in eternit. E vabbe’, ho rinunciato definitivamente a tenere sotto
controllo la vis critica scimpanzesca; né forse è esistita mai la probabilità
di addomesticarla. Sicché voi valutate queste note per ciò che
sono, ovvero un esercizio di stolida critica operato da una persona
incapace d’adeguarsi ai sublimi dettami del Super Fluo in letteratura.
Nella mia rozzezza culturale anti-Super Flua trovo, per esempio,
che l’incipit di un romanzo debba essere stringato. O comunque
che non debba eccedere una certa lunghezza. Ho sempre in mente
l’inizio di L’anno della morte di Ricardo Reis, di José Saramago:
Qui il mare finisce e la terra comincia.
Semplice ma fortemente evocativo. Soltanto otto parole che
schiudono un orizzonte. E certo non tutti sono Saramago, né possono
avere la capacità di dire così tanto in così poco. Fra l’altro va

precisato che un incipit stringato non è di per sé garanzia di qualità.
Per capirlo basta richiamare il già citato inizio di Appunti di un venditore
di donne, di Giorgio Faletti:
Mi chiamo Bravo e non ho il cazzo.

Otto parole anche qui, ma quanta differenza. Leggendo il frammento
di sopra si capisce che talvolta il problema non è se l’incipit
sia lungo o breve, quanto se sia o no di Giorgio Faletti. A ogni
modo aggiungo che un buon incipit – sempre secondo la mia opinione
– non deve per forza essere sintetico. Può anche avere una
sua lunghezza compatibile, ma cionondimeno prendere immediatamente
per mano il lettore e condurlo in un cammino che scivolerà
via morbido fino all’ultima pagina. In questi termini, l’incipit di
Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez è esemplificativo
al massimo:
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello
Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in
cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
Quale meraviglia, a partire dal contrasto fra la condizione del
dramma definitivo (il trovarsi davanti al plotone d’esecuzione, a un
passo dalla morte violenta) e la dolcezza del ricordo d’infanzia. A
quel punto il lettore è già catturato, e non mollerà il libro nemmeno
trovandosi a deambulare nel traffico di città o seduto nel più chiassoso
dei locali; quell’incipit l’avrà rinchiuso dentro una bolla che
magicamente si dissolverà sul confine dell’ultima pagina, lasciandogli
dentro una nostalgia nuova per la finitezza di quell’esperienza
letteraria. E ancora possono esserci incipit lunghi e ricchi d’incidentali,
senza che ciò significhi cingere il lettore con un collare di piombo
o porlo sin dalle prime righe sotto un’Incudine di Damocle. Un
esempio meraviglioso è quello proveniente da uno dei libri più belli
che siano mai stati scritti: L’ordine naturale delle cose di Antonio
Lobo Antunes. E nel riportarlo dentro queste pagine, a così poca
distanza dagli stralci in cui Faletti tromboneggia sui ponti costruiti
a causa della latitanza di Dio o da quelli in cui il coattologo Moccia
cita se stesso nel disperato tentativo d’aumentare l’Impact Factor,
mi pare di compiere un gesto sacrilego: se lo faccio è perché provo
a rendere l’idea dei miei gusti letterari scimpanzeschi – troppo rozzi
per apprezzare il Super Fluo come si dovrebbe -, e perché penso che
molti fra voi necessitino d’una boccata d’aria pura dopo una così

lunga permanenza nel reparto cokerie:

Fino a sei anni, Iolanda, non conoscevo la famiglia di mia madre né
l’odore dei castagneti che il vento di settembre portava da Buraça, con
le pecore e gli agnelli che risalivano la Calçada diretti al cimitero abbandonato,
pungolati da un vecchio imberrettato e dalle voci dei morti.

Confesso che se provo a declamare questo frammento a alta voce
non riesco a giungere al termine senza sentire la voce spezzarsi. Mi
tocca profondamente fino alla commozione. Colpa dello scimpanzé
letterario che mi possiede come un demone, corrompendo i miei
gusti e impendendo loro di sintonizzarsi sul canone Super Fluo. A
ogni modo, avendo illustrato i miei scimpanzeschi gusti a proposito
del modo in cui un romanzo dovrebbe iniziare, vi lascio interpretare
quali possano essere state le mie reazioni al cospetto degli incipit
di Nicola Lagioia. Quello di TSST non ve lo cito nemmeno. Perché
a mio giudizio TSST non è nemmeno un romanzo, a dispetto
del fatto che autore e editore lo etichettino così fin dalla copertina.
Piuttosto ve ne riporterò il secondo capoverso, ma non subito.
Dunque parto da OPP. Leggete un po’ con che scorrevolezza inizi
il romanzo, dopo che nella pagina precedente erano state vergate
poche righe di prologo:
Qualche anno fa, in un imprecisato pomeriggio di luglio, stavo chiudendo
un articolo destinato a gettare nuove ombre sulla vita politica del
nostro paese e seminare il panico tra gli studiosi di una branca emergente
dello show-biz, la quale, per una sfortunata omonimia con una disciplina
messa in soffitta con il XX secolo, prendeva il nome di Storia.

Sì, lo so che l’emicrania vi ha già trafitto. Che l’esile filo cui
era sospesa l’Incudine di Damocle ha già fatto default, con devastanti
conseguenze. Però armatevi un attimo di pazienza e sezionate
questo guazzabuglio di parole sparate a casaccio, ma cionondimeno
meritevoli del Premio Scanno (stìca!). Dunque, l’autore parte collocando
la scena in termini temporali: qualche anno fa, a luglio. Tutto
molto vago, il che può essere una scelta degna come tante altre. Ma
allora perché rimarcare che il giorno di luglio fosse pure imprecisato?
Un tocco d’ulteriore vaghezza dentro un contesto vago di suo.
Giusto per piazzarci una bella ridondanza e iniziare a zavorrare un
frammento già naturalmente destinato a essere vergato col cemento
a presa rapida. Ma andiamo avanti. L’Io narrante racconta d’essere
impegnato a scrivere un articolo; va bene. Aggiunge che si tratta di

un articolo «destinato a gettare nuove ombre sulla vita politica del
nostro paese»; ok, il lettore valuterà leggendo. E spererebbe che a
quel punto l’incipit sia esaurito. Anche perché, escluso quel riferimento
del tutto Super Fluo all’imprecisato pomeriggio di luglio, gli
elementi disseminati in quelle poche righe sono sufficienti a suscitare
curiosità. E invece? Invece succede che l’esile filo dichiari immediatamente
default, e che l’Incudine di Damocle si schianti sulla
capoccia del malcapitato leggente (ché definirlo lettore sarebbe un
abuso, a quel punto). Perché il Vate della narrativa Super Flua aggiunge
che il panico andrà a seminarsi anche «tra gli studiosi di una
branca emergente dello show-biz». E già questo è un colpo esiziale
per il leggente, che dopo appena cinque righe di libro si ritrova abbattuto.
Ma non basta, perché a quel punto Lagioia maramaldeggia
sul cadavere ancora caldo. E certo lo fa inconsapevolmente, convinto
invece d’essere impegnato in un esercizio di raffinata scrittura. Ci
piazza un «la quale», formula da pratica catastale che tanto ricorda
le locuzioni relative usate a capocchia dal mitico Mago Gabriel («di
cui a sua volta»), e che in un romanzo non dovrebbe essere usata
MAI. Poi parla di una «sfortunata omonimia con una disciplina
messa in soffitta dal XX secolo». Questa disciplina sarebbe la Storia.
Forse il riferimento alla «messa in soffitta» richiama la teoria sulla
Fine della Storia elaborata da Francis Fukuyama, ma se così fosse il
nesso è perlomeno esoterico. E comunque impiomba ulteriormente
l’incipit. Quanto al fatto che l’Io narrante stesse scrivendo di Storia
senza fare della Storia, non è il caso di soffermarsi oltre. Incidentalmente
dico che il ghost writer di articoli scriveva pezzi in cui fatti
storici venivano rivisitati in chiave gossip. Ciò intendeva dire Lagioia,
ma l’ha espresso con una formula agghiacciante. Credeva d’essere
raffinato, gli è riuscito soltanto d’essere illeggibile. E se un romanzo
parte così, come volete che sia tutto il resto? Eppure, per quanto
possa sembrarvi impossibile, con l’incipit del romanzo successivo il
Vate della letteratura Super Flua è riuscito a fare peggio. Dopo aver
trascritto in corsivo il testo dello spot che dominò la campagna per
la rielezione presidenziale di Ronald Reagan, in cui si parlava di un
orso bianco che circolava liberamente e minacciosamente, Lagioia
parte così:
Nella pioggia di messaggi che raggiunse la città l’ultima estate in
cui avrei potuto battermi per dimostrare che la famosa mappa di Billy

Bones aveva un fondo di verità, il rompicapo contenuto nel precedente
articolo di giornale è testo del più importante spot televisivo mandato
in onda in quel periodo, lo stesso in cui Amadeus fece faville alla notte
degli Oscar e il mio paese cessò di avere formalmente una religione di
Stato.
Capito? C’è tutto il senso del romanzo che seguirà: l’ossessione
per la citazione dell’episodio storico, il burbanzoso vezzo da lettore
di libri ansioso d’ostentare quanti ne abbia letti, lo stile criptico
segnato dal costante rimando a qualcos’altro, e soprattutto la traccia
d’un cammino che per il leggente è come una sequenza d’Incudini
di Damocle lungo un Corridoio della Paura di cui non s’intravede
l’uscita. Anche a scansarne una, sai quante altre t’aspettano? Di questa
ininterrotta insidia parla il secondo capoverso di TSST, quello
successivo all’incipit che vi avevo promesso di menzionare. L’attacco
del libro era stato speso in una stracca analisi filologica del termine
barbaro. Ricollegandosi a quel tema arrivano le seguenti considerazioni,
spalmate fra le pagine 5 e 6:
Duemilacinquecento anni dopo. Riflettete sul fatto. Un’altra parola
fonosimbolica, un suono rapido, pulito, si pone parimenti ai margini
della civiltà. Una parola che pure sta a indicare un balbettio, un
farfuglio, un contrattempo della lingua. Solo che, questa volta, non si
tratta di esitare davanti al monumento del progresso. Ma digerirlo con
il minimo sforzo. Evacuarlo. Tra flatulenze divine. Sospiri di sollievo.
Alleggerirsi. Il nuotatore che, dopo un lunghissimo inabissamento, riemerge
dall’altro capo della vasca. Questa parola è Dada.
Se fonosimbolicamente v’è riuscito evacuare questo frammento,
e magari avete compiuto la missione accompagnandovi pure a un
concerto di flatulenze divine, siete davvero pronti a proseguire nella
lettura di questo capitolo. Dunque, consapevoli di ciò che v’attende,
inoltratevi pure assieme a me lungo il Corridoio della Paura.
A pagina 12 di OPP il ghost writer si lascia andare a delle limpide
considerazioni sullo spirito del tempo:

Quando l’orrore eccedeva i limiti che in un determinato periodo gli
venivano assegnati per incontrare i coefficienti che lo portavano verso
una crescita abnorme – lo stesso guasto che conduce le centrali nucleari a
momenti di crisi irreversibile – dovevamo trasformarci in persone molto
accorte.

Non avete capito? E chi l’ha detto che dovevate? Questa è Scrittura

per la Scrittura, espressione quintessenziale della narrativa Super

Flua. Il senso di ciò che viene scritto è cosa secondaria. E io
davanti a una tale sarabanda verbale, che somiglia a un frammento
sfornato dai grotteschi meccanismi di Google Translate, scopro sempre
più come la formulazione di un testo possa seguire i capricci
ordinali d’un algoritmo sprofondato nel coma etilico. Avete presente
tutti quanti le esilaranti traduzioni automatiche di Google? Ebbene,
provate un po’ voi a distinguere una qualsiasi di queste traduzioni
da alcuni dei frammenti più algoritmici di Lagioia. Vogliamo fare
alcuni test?
Partiamo dalla prima coppia di frammenti. Uno è tratto dal sito
della Süddeutsche Zeitung, l’altro da pagina 146 di OPP. Secondo voi
quale dei due appartiene al vate del romanzo Super Fluo?
 Fino a quando, adesso, un vento casuale ci presentava l’occasione
di sfilare la memoria privata dalle mucose del suo custode originario
per introdurla nell’organo cavo di una macchina di precisione che si
sarebbe presa cura di smembrare il corpo dell’oralità.
– Ma «contro il rip-off» è il nome di una iniziativa popolare federale,
che l’imprenditore e uomo politico Minder Thomas è stato avviato.
Minder, 52 anni, presidente della società di cosmetici Trybol
a Neuhausen am Rheinfall è «iniziatore di varie accuse penali contro
l’abuso di marchio Svizzera», come scrive sul suo sito web. Inoltre,
seduta piccoli come un non-festa per il Partito popolare svizzero
nazional-conservatore al Senato – ed è pertanto già lasciato intrighi
piuttosto sospetto.
Ok, questa era facile. Ma adesso provate a indovinare quale sia il
frammento tratto dal sito del Guardian e quello che si trova a pagina
30 di RTC:
– La discussione stava perdendo appigli con la realtà – si confrontavano
sull’Opus Dei senza sapere neanche cosa fosse, sproloquiavano di
collegi svizzeri ritenendo che la nostra disponibilità di denaro potesse
rendere tangibili certe immagini a cui durante gli anni delle giacche di
seconda mano avevano guardato come dal foro del caleidoscopio evitando
però di farsi toccare, mio padre e mia madre, dal sospetto che se
l’essenza del denaro è un dialogo tra specchi, ogni sogno messo nel mezzo
serve solo a generare cento miraggi di tipo nuovo. Per questo forse adesso
non sembravano difendere le proprie posizioni né tantomeno le mie,
ma quelle di un discorso che ci sovrastava, una fragorosa onnipresente

entità camaleontica che per nascondere le proprie scaglie da rettile aveva
bisogno di viaggiare sui continui qui pro quo degli esseri umani, sfruttava
rancori e incomprensioni personali perché il proprio fine ultimo

– la semplice, totale scomparsa nel suo stomaco per chi vi si accostava
– fosse confuso con un grandioso approdo proveniente dal futuro. E nel
passaggio dal fuori al dentro (dalle fauci spalancate del Grande Rettile
Contemporaneo alla profonda debolezza di carni e nervi e iridi venuti
alla luce negli anni Ottanta) qualcosa di determinante nelle menti di
mio padre e di mia madre si oscurava, realizzando al contrario l’intelligenza
– luminosa coerente, spietata – di qualcos’altro.
– Per alcuni di Cina uomini più ricchi ‘s, e anche alcune donne,
un paio di settimane può portare un cambiamento indesiderato. Negli
anni passati la sessione parlamentare annuale è stata una sorta di beanfeast
per i quasi 3.000 deputati, la possibilità di schmooze e mostrare.
L’apertura dell’evento il Martedì e una riunione politica di consulenza
che ha avuto inizio la Domenica guardare chiave piuttosto basso
questa volta. Non ci saranno ricevimenti VIP negli aeroporti o stazioni
ferroviarie, senza mazzi di attesa in camere d’albergo, e non stravaganti
serate di gala o doni, secondo l’agenzia di stampa Xinhua stato. Sontuosi
banchetti sarà sostituito da alcool-free buffet.
Come nuovi leader del Paese assumono i loro ruoli governativi – Xi
Jinping, il partito comunista segretario generale, diventerà presidente,
Li Keqiang diventerà premier – il tono sobrio nuovo riflette il tema
duplice Xi di affrontare in eccesso ufficiale e abusi e ardentemente perseguire
il «cinese sogno «. Nelle osservazioni pubblicate in questo fine
settimana, ha avvertito che il futuro del partito era sulla linea.
Fornito in no-nonsense lingua piuttosto che il gergo parte favorito
dal suo predecessore, Hu Jintao, Xi il messaggio sembra essere in contatto
con la gente comune preoccupati per la corruzione, l’arroganza dei
funzionari e crescente disuguaglianza.
La sessione annuale normalmente sottolinea i legami profondi tra
potere e ricchezza. Il patrimonio netto dei 70 più ricchi membri del
Congresso nazionale del popolo è salito a 565.8bn yuan (£ 60 miliardi)
nel 2011. Anche se il legislatore stesso è in gran parte una gomma-timbro
corpo, i membri sono fortemente collegati.
Gli osservatori hanno deliziato nel sottolineare la marcia costoso
progettista dei deputati. Ai partecipanti di quest’anno sono suscettibili
di evitare orologi appariscenti e cinture sgargianti.

Certo che sta avendo un effetto Molti funzionari sono ora in esecuzione

sul ghiaccio sottile,. Sono molto attenti», ha detto Ji Xiguang, un
giornalista ex giornale che ha diffuso la notizia di un recente scandalo
sessuale-e-estorsione a Chongqing.

Quale che sia la vostra risposta, mi limito a dire che uno di questi
due frammenti fa parte del libro che ha vinto l’edizione 2010 del
prestigioso Premio Viareggio. Altro confronto: un frammento tratto
dal sito della testata ungherese Délmagyarország e uno pescato a pagina
15 di OPP:
– Nello stesso momento i lampioni si stavano accendendo sul Foro
Italico e su via Giulia, sulle aquile pietrificate di Ponte Flaminio e su
quelle che facevano capolino dalle chiese medioevali senza che i vecchi
simboli del potere – pensai, mentre mi convincevo che sì, Luisa Ferida
aveva danzato nuda a Villa Triste – avessero un significato diverso da
quello che ogni sera mi entrava dalla finestra con le sue lampadine accese,
dal momento che la famosa aquila di Enea, sbarcato dalla Troade sulle
foci del Tevere, di qui a Costantinopoli, e poi di nuovo a Roma, quindi in
Spagna Olanda Inghilterra prima di compiere il volo transoceanico che
l’avrebbe vista fieramente appollaiata sull’antenna televisiva dell’Empire
State Building, aveva abbandonato adesso anche gli Stati Uniti per rifugiarsi
nel cuore di un Occidente fantastico – ubiquo, platonico, e rigorosamente
immateriale.
– Più di duemila citato in giudizio lo scorso anno da parte di individui
e aziende, l’ufficio delle imposte contro i casi per un totale di
cinquanta miliardi di fiorini ha detto – la riporta sulla Nazione Sabato
ungherese. Linczmayer Sylvia, la National Tax and Customs Administration
(NAV), portavoce del giornale ha detto, durante lo scorso
anno 2000 di prova circa la metà delle persone private contro i casi di
altre società ha iniziato.ügykörben catturato due dei cittadini in generale
contenzioso. Dopo l’acquisizione della proprietà, o prelievo imposto
sokallták o della ricchezza in discussione i risultati del test. Le aziende
di solito il contesto IVA trasformato i forum condanna, in primo luogo
lamentando che il NAV ha rifiutato la deduzione dell’imposta a monte.
L’anno scorso completato i processi di 68 per cento di successo dell’agenzia,
l’hanno detto. Materia fiscale al Mediatore osservazioni hanno
ricevuto, che durano per più di Tasse incontrato 200 denunce. La Corte
costituzionale prima della fine degli ultimi venticinque anni di risoluzione
delle imposte è stato. La Corte di giustizia europea nel 2012, un

processo può essere completato, uno dei quali ha colpito áfakérdést casa
– descrive la pagina.
So bene che non è facile distinguere, e che la limpidezza dei due
testi è più o meno pari. Mi rendo conto pure del fatto che insistere
col raffronto fra i testi del Vate Super Fluo e quelli processati (e
condannati alla pena capitale) da Google Translate rischi di diventare
stucchevole. Sicché ve ne offro un ultimo saggio, dopodiché passiamo
avanti. I due frammenti che sottopongo alla vostra attenzione
sono ricavati dal quotidiano sudcoreano Yeong-Nam Ilbo e dalle pagine
56-7 di OPP. Provate a indovinare quale dei due appartenga a
Nicola Lagioia:
– E così, mentre la milonga di Jarrett prendeva il volo, e dalla Berklee
School of Music veniva riconsegnata alle sue origini sudamericane
fin quasi a preparare, fraseggio dopo fraseggio, un attraversamento
atlantico alla volta della Guinea, mi vidi insieme a lei in un presente
parallelo, lanciati lungo la costa adriatica, o risalendo il Tirreno, oltrepassando
gallerie, stazioni di servizio, distese verdi o gialle o immerse in
un candore indefinibile a seconda dell’ora e della stagione, sequenza che
probabilmente non avrei dovuto partorire perché la ragazza in carne e
ossa era lì, a pochi passi da me, quando un impercettibile spostamento
delle sue mani, in perfetta sincronia con lo stacco delle dita dai tasti del
pianoforte, ravvivò il tema di un’improvvisazione che ci vedeva lontano
da lì, pensai con un trasporto così violento da farmi tralasciare
la circostanza di due persone che ancora non si decidevano a scopare
– e contemplando la sua immobilità nel letto, dimenticando la condizione
pratica di lei come studentessa e frequentatrice di brutte feste, e
seguitando a sottrarre, a cancellare, a mescolare, a risvegliare, credevo
di riuscire a farle assumere le proporzioni di una figura originaria.
Accogliente. Profonda. Misteriosa. Vitale. E da qui, pensavo, proprio
da questo trampolino inesistente è necessario rimettersi a sudare, e a
estenuarsi, pestando, pestando, su quei tasti – con un salire e scendere
lungo scale impazzite, con una smorfia di dolore strappata a ogni accordo,
con la figura di Zelda che a un certo punto inizia a sciogliersi, e
ruota su se stessa, si tira su, dice: «Buongiorno», e mi sorride – ed è qui,
ma soprattutto lontano da qui, sul punto estremo delle forze, quando la
vista comincia ad appannarsi, a pochi passi dal profilo di una partitura
perfetta. E allora. Mendichi al cielo un altro po’ di fiato. (Mentre le
dita si dannano). Ti dici: «Avanti!» Porti l’assolo sul più spericolato, il

più ineffabile, il più scriteriato e rovinoso dei percorsi concepibili. Oltre
l’inferno delle note. Verso una verde frontiera. Un’eleganza di zebra. I
laghi bianchi del silenzio. Sfiorando il sublime, certo, ma soprattutto
rischiando il ridicolo.
Finché Atahualpa (o qualche altro dio) non ti dica: «Descansate
niňo, che continuo io».
– 전입신고 등 주민등록 관련 민원 대부
분을 서류작성 없이 신청할 수 있게 됐다.
행정안전부는 4일 서류를 작성하지 않고 구술로만 신청할 수 있
는 민원사무에 주민등록 전입신고, 전입세대 열람신청, 주민등록 정
정신고, 주민등록신고 지연사유신고 등 4종을 추가했다고 밝혔다.
이에 따라 민원인은 읍·면·동 주민센터를 방문해 종이신청서
를 작성하는 대신말로 신청하고 신분증을 제시한 뒤 전자서명
을 하면 대부분의 주민등록 관련 민원서류를 발급받을 수 있다.
신청서류 작성이 필요없는 주민등록 관련 민원은 기존 주민
등록 등·초본 교부와 발급통보서비스 신청, 주민등록증 분실
신고·발급확인·재발급신청 등 5종에 더해 9종으로 늘어났다.
행안부 류순현 자치제도기획관은 «주민등록 관련 민원 대부분을 신청
서류 없이 발급받을 수 있게 되면서 서류작성이 어려운 노년층 등의 편
의가 증대될 것»이라며 «처리시간이 단축되는 이점도 있다»고 말했다.
연합뉴스
Ehm… scusate per l’increscioso incidente ma purtroppo sul più
bello Google Translate si è inceppato, sicché non è possibile procedere
alla traduzione in italiano. Di entrambi i frammenti. Dunque è il
caso di riprendere con l’analisi della prosa lagioiana senza ulteriori
comparazioni, anche perché essa è semplicemente incomparabile.
Di tale incomparabilità testimoniano scelte linguistiche all’apparenza
partorite dall’impazzimento del Google Translate, dal suo scatenamento
antiumanista sulla falsariga dello Hal 9000 di 2001 Odissea
nello spazio e dei suoi succedanei rappresentati nella cinematografia
degli anni Ottanta. Trovate il tema della macchina che si ribella
all’uomo e lo soggioga rappresentato nel computer Joshua di Wargames.
Giochi di guerra, negli androidi della saga di Terminator, e nei
programmi di videoscrittura usati da Vate Super Fluo. Gli esempi
sono innumerevoli. Uno di questi è reperibile alle pagine 291-2 di

OPP:
Oppure, se si vuole credere fino in fondo alle teorie sull’Occidente
fantastico, era possibile che la macchina celibe dei media, a furia di
stringersi intorno al vuoto di una semplice ipotesi, fosse riuscita a generare
una vecchia signora convinta di essere stata la prima amante di
Rodolfo Valentino.
Cosa sarà mai questa macchina celibe? E perché proprio celibe
e non nubile? Davvero la scelta di questa bizzarra aggettivazione è
frutto d’una volontà dell’autore, o è piuttosto una ribellione della
macchina all’autore agita attraverso il testo? Vi invito a valutare
seriamente e attentamente l’ipotesi, e sollecito a fare altrettanto lo
stesso Lagioia. Più leggo i suoi frammenti e più mi faccio convinto
del fatto che il suo computer sia oggetto di possessione. Un demone
difficile da stanare, temo. E per carità, non si tratta certo di un essere
inferno da film dell’orrore. Più probabile che somigli a Giuditta,
il piccolo diavolo interpretato da Benigni che al massimo della malefatta
si metteva a macinare doppi sensi erotici in un consesso di
preti e cardinali. Ma quale che sia la portata del maligno resta il caso
di possessione, assieme alle sue conseguenze sulla stesura dei testi
lagioiani. In che altro modo interpretare il passaggio che si trova a
pagina 11 di RTC? Leggete un po’:
Come la maggior parte dei ragazzi, soffrivo di una certa ipersensibilità
a basso costo per le situazioni dispari.

«Esci da questo software!» verrebbe da urlare rivolti al laptop di
Lagioia. Perché quello che avete appena scorso è puro Google Translate,
entrato in funzione senza che ci fosse alcunché da tradurre. E
badate che il problema è serio, né si può pretendere di liquidarlo
come fosse soltanto un affare privato di Nicola Lagioia; di una ribellione
del genere potremmo essere vittime tutti quanti, vedendoci
attribuire testi che per niente sono legati alle nostre intenzioni di
scrittura. Rischia di diventare un problema sociale di nuova generazione
e d’amplissima portata, al pari delle ludopatie e delle web-dipendenze.
Chiamiamola pure Sindrome da Testo Preterintenzionale,
o in qualunque altro modo vi piaccia. Ma comunque la si voglia etichettare
essa ci pone una sfida che dobbiamo risolvere tutti insieme,
e in questo senso i libri di Nicola Lagioia sono preziosissimi perché
ci consentono di rilevare la presenza del problema. A voler istruire
un dossier si ricava una quantità imponente di materiali. Ecco un

altro frammento, prelevato da pagina 14 di RTC:
Ma il suo silenzio era talmente chiuso da far pensare che nascesse da
una solitudine invincibile, un misterioso stato d’animo legato al segno
zodiacale di un paese che proprio in quell’anno brillava sulla cuspide
della quinta potenza industrializzata del pianeta – un vento gelido proveniente
dallo spazio, entrato da molto tempo negli studi dei notai dei
farmacisti dei medici di base, che ricadeva dopo una breve stagnazione
su quelli come noi soltanto adesso.

Per di più, quel congegno macchinistico d’inquinamento agisce
secondo delle regolarità precise. Esso finisce infatti per avere
gli stessi tic di scrittura degli umani, a cominciare da quello per la
reiterazione delle categorie usate in modo ricorrente e più o meno
inconscio dagli autori in carne e ossa. Si può cogliere questa peculiarità
guardando al grottesco ripetersi della categoria di Occidente
fantastico. In questo paragrafo la si è già trovata due volte: nel frammento
cavato da pagina 15 di OPP (e con questo mi tocca svelare il
mistero d’attribuzione che era stato creato mettendo il frammento a
paragone con un articolo di Délmagyarország), e in quello leggibile
alle pagine 291-2 dello stesso libro. Ebbene, esso ricorre una terza
volta in quel volume. Per l’esattezza a pagina 84:
Mi dispiace, devo andare.  Non importava che ci fossimo conosciuti
la sera prima, che non avessimo condiviso altro che un sonno pesante e
totalmente muto, che non ci fosse niente che potesse naufragare oltre la
porta di casa. Gli oggetti erano collegati l’uno all’altro e noi eravamo
l’ultimo bullone di un macchinario che ci sovrastava. Ci avrebbero pensato
loro a fabbricarci un’intera vita alle spalle: non solo gli oggetti che
ci stavano davanti ma eliche, turbine, autocisterne, missili sepolti sotto
i campi da golf, treni in ritardo, carri armati – e autoradio, satelliti,
cartelloni pubblicitari: ogni cosa collegata a ogni altra cosa. Eravamo
stritolati dalle ruote dentate di questa divinità. Scomparivamo da una
parte. Riapparivamo dall’altra. Eccoci catapultati nell’Occidente fantastico.

Vi sarà evidente che, così agendo, la macchina attribuisca all’autore

lo stigma di un’assoluta mancanza di originalità. E purtroppo
nei libri del Vate Super Fluo le ripetizioni si accatastano. Per esempio
c’è un riferimento ossessivo alle nuvole, per di più confezionato
dentro un canone pseudo-lirico che certamente l’autore rinnegherebbe:

– (…) una flotta di nuvole [e uno, NdA] a forma di disco volante
sembrava richiamarci verso sé (OPP, p. 150)
– E tuttavia in certi pomeriggi, una coltre di nuvole sospesa a pochi
metri dalla linea d’orizzonte consentiva a una sera per così dire artificiale
di giungere ancora più in anticipo rispetto alle previsioni, ma solo
perché poi – quando gli occhi si erano abituati al freddo delle lampadine
– un tardivo sussulto dorato tornasse a squarciare il cielo per ricadere
sulle cose come un angelo pestato a sangue (RTC, p. 129)
– Tornai alla finestra. Premetti la pancia nuda contro il vento gelido
oltre il quale una flotta di nuvole [e due, NdA] listava a lutto il cielo
di fine gennaio (RTC, p. 146)
Un’altra reiterazione che il piccolo diavolo produce nei romanzi
del Vate Super Fluo è quella che riguarda l’ossessione dei genitori
meridionali per i successi dei figli nel campo degli studi. A pagina
69 di OPP si legge:
E ancora: i tuoi sono rimasti romanticamente fermi al 1950 e ti
hanno trasmesso – con un ardore, un entusiasmo davvero commoventi
se non fosse che sconterai questo abbaglio sulla tua pelle – l’assurdo convincimento
che una laurea con il massimo dei voti valga un futuro in
cassaforte.

Due pagine dopo il motivo viene ribadito. L’autore s’immedesima
nel padre che si sbatte a lavorare allo scopo di pagare i migliori
studi al figlio per poi registrarne la stenta riuscita nel mondo del
lavoro, e scrive quanto segue:
(…) come è possibile, si chiede guidando da Frosinone a Battipaglia
la sua Fiat Duna col campionario sbattuto dentro il bagagliaio, come è
possibile che una perfetta macchina da guerra benedetta dalle istituzioni
riesca a malapena a macinare i soldi per l’affitto?

Da notare che qui si materializza una ripetizione nella ripetizione:
la figura del padre, che in un cammeo di OPP viene rappresentata
a girare in auto col campionario della merce da piazzare qua e là
per l’Italia, è la stessa che viene sviluppata in RTC. In quest’ultimo
romanzo si tratta del padre del personaggio principale, del Maschio
Omega lagioiano le cui penose vicende affliggono il lettore per quasi
300 pagine. Di questo padre, alle pagine 6-7 di RTC, l’autore descrive
l’enfasi alimentata nei confronti dello studio come proiezione
sul figlio dei propri mancati traguardi:

Per lui, la scuola che non aveva frequentato oltre il primo semestre

di un istituto tecnico era come l’ermo colle di Leopardi. Gli sfuggiva il
fatto che i nuovi sistemi pedagogici usavano la parafrasi come strumento
suicida – «quella collina mi è sempre piaciuta», si sforzava di tradurre il
nostro professore di italiano -, di conseguenza l’istruzione pubblica era
Leopardi senza l’ausilio della poesia, quindi nient’altro che le Marche
come massima intuizione cosmopolita. Anzi, la Puglia. Peggio: Bari,
nel 1984.
E poiché al ghost in the machine non doveva essere parso sufficiente
quell’intorbidamento della prosa, ecco che poche righe dopo
giunge un’altra mano di catrame a rendere quel frammento di narrazione
sempre più simile a un codice QR:
Papà si era tirato fuori dall’indigenza contando solo sugli errori a
proprio nome: dunque poteva sorvolare i monotoni bassopiani della parificazione
scolastica senza licenza di volo.
A proposito di «sorvolamento dei monotoni bassopiani della parificazione
scolastica senza licenza di volo» non saprei proprio cosa
dirvi. So solo che lo scimpanzé inside sta berciando indecorosamente
reggendosi con una mano al lampadario mentre con l’altra si gratta
lubricamente le pudenda. E ancor più si scalmana nel constatare la
reiterata metafora dell’unguento che la macchina ribelle sovrimpone
al periodare del Vate Super Fluo:
– Ma prima di poter capire se tutte le informazioni dovessero ritenersi
un fedele resoconto sullo stato della razza umana, ecco che la retroguardia,
la leggerissima e letale artiglieria delle ultime pagine, era pronta a
rovesciarsi su ogni cosa rileggendola secondo i propri codici, coprendo gli
eventi marginali con un unguento impermeabile (OPP, pp. 130-1).
– Avevo iniziato le elementari in un periodo – probabilmente l’ultimo
in Italia – durante il quale la brama di successo veniva ancora
coraggiosamente rivestita da un unguento di grossolana ipocrisia. Ma
nel frattempo era accaduto qualcosa. Superato un confine invisibile,
un’atmosfera di competizione sfrenata era discesa sul terzo scaglione delle
dichiarazioni Irpef, persuadendoci che la scelta del liceo poteva avere
conseguenze determinanti per chi imboccava la strada del diploma nel
1985 (RTC, p. 28).
Una variante dell’unguento si ha col balsamo inerziale (!), menzionato
a pagina 230 di RTC:
Mio padre si trovò a stringere decine di mani, sorvegliato dallo
sguardo sornione dell’avvocato: a cena al ristorante o nelle hall delle sale

congressi, seduto davanti a un cognac nel fumoir del Circolo del mare,
provando per la prima volta il piacere ineguagliabile di transitare – da
un territorio su cui ogni minima conquista portava su di sé i segni della
lotta – verso un empireo i cui eletti condividevano la sensazione di
librarsi senza sforzo, spinti dal balsamo inerziale del mutuo soccorso.
E tuttavia i frammenti fin qui riportati sono adulterazioni di
poco conto, manipolazioni tutto sommato innocue effettuate dal
demone computerino ai danni del Vate Super Fluo. Se la questione
si fermasse a ciò, non sarebbe il caso d’allarmarsi più di tanto.
Ma purtroppo le malignità del demone possono essere ben più
pesanti che quelle illustrate fin adesso. Se ne ha increscioso esempio
quando nelle prime 25 pagine di RTC (romanzo insignito nel
2010 del prestigioso Premio Viareggio, ciò che non mi stancherò
mai di rimarcare) si vede ricorrere per ben 4 volte una parola tanto
squallida quanto odiosa, al punto da essere stata tacitamente
bandita dal linguaggio corrente: mongoloide. Il proditorio agguato
teso a Lagioia dal piccolo diavolo produce l’imbarazzante sequenza
che potete leggere qui sotto, e successivamente verificare consultando
il libro:
– Ogni casa poteva vantare una vedova, un orfano, e almeno un
figlio mongoloide (p. 9)
– Quando ne uscii avevo gli occhi traboccanti di lacrime, e loro
– Annina, le figlie mongoloidi, le altre ricamatrici – iniziarono a sommergermi
di risate (p. 10)
– Fatta eccezione per quella che avevo ribattezzato «la quinta figlia
mongoloide di Annina» (…) (p. 11)
– E la prima figlia mongoloide di Annina rideva, la seconda figlia
mongoloide di Annina rideva (…) (p. 25)
Mi pare che questo esempio dimostri quali rischi possano essere
corsi se si continua a sottovalutare il problema. Quanti fra voi sarebbero
lieti di vedersi attribuire l’utilizzo di certe parole, e le conseguenze
in termini di reputazione? Prendendo coscienza di questo
aspetto, tutti gli altri frammenti di scrittura preterintenzionale, sia
quelli già esaminati che quelli a venire, mutano luce per presentarsi
molto più minacciosi. Certo adesso troverete meno da ridere nel
frammento tratto da pagina 76 di TSST:
Nessuno crederebbe che Tolstoj sia capace di spacciare tanto bene il
Destino per il Caso, una chiara vena autodistruttiva per semplice smarrimento,

un altrimenti indigeribile polpettone melodrammatico per il

trionfo dell’epica. Nessuno oserebbe crederlo e neanch’io se non l’avessi
letto. Ma tant’è. E in più sono convinto che in tutto questo ci sia qualcosa
di preordinato, languidamente sottaciuto, se non addirittura di
luciferino. Di conseguenza, al cospetto di cotanta mistificazione, come
potrei misurarmi io con il kitsch di un’agnizione, sia pure nel più modesto
quadro della stazione Termini alla fine del Novecento?
Più si passa in rassegna i frammenti selezionati dai libri del
Vate Super Fluo, più prende forza l’idea che il demone abbia annichilito
ogni filtro di protezione del pc usato dall’ignaro autore.
E allora è probabile che possano essere spiegate così quelle prime
sessanta pagine di RTC che appaiono tanto disomogenee rispetto
alla parte restante del libro. Di quelle pagine è efficace rappresentazione
il personaggio di Pasquale Di Liso. Costui è un direttore di
banca che il padre del Maschio Omega lagioiano cerca d’ingraziarsi.
E poiché la speranza del padre è che quel rapporto si rinsaldi oltre
la sfera degli affari, ecco che il figlioletto Omega si vede costretto a
fare amicizia col suo omologo Daniele Di Liso. Omega anch’egli,
va da sé. Per descrivere questa stracca situazione vengono partoriti i
frammenti raggelanti che vi riporto a seguire:

– Guardava me, ma era rivolto a tutto l’uditorio perché anche per
Di Liso e per Daniele fosse inequivocabile il mio desiderio di passare
la notte a casa loro. Per liberarmi della trappola avrei dovuto spiegare
a Daniele che non avevo niente contro di lui ma preferivo dormire a
casa mia, alla mamma che preferivo per una volta i libri alle fatiche
del gioco, e soprattutto mi sarebbe servito un letto in pelle nera dentro
uno studio con affaccio sul Prater per far capire a mio padre che i suoi
comportamenti erano la traduzione di brame inconfessabili eseguita su
un vocabolario in cui ogni lemma proveniente dal subconscio era disastrosamente
rovesciato – mi bastava seguire la danza delle sue zampe di
gallina agli occhi per capire che adesso era davvero convinto che volessi
rimanere a dormire lì; qualcosa in lui aveva scrupolosamente lavorato
sin dal tardo pomeriggio per trasformare la malafede in autoinganno
(che cos’erano state, quelle gimcane automobilistiche, se non il pendolino
oscillante davanti alle sue palpebre sempre più pesanti?) (pp. 34-5)
– (…) frequentavo i Di Liso, trascorrevo pomeriggi notti domeniche
mattina in casa loro, e nessuno aveva mai sprecato una sillaba per
sottolineare il gigantesco labiale con cui anche i muri testimoniavano

l’assenza della mamma di Daniele. (p. 38)
– (…) una di quelle persone, Di Liso, convinte di essere sempre la
prima scelta sul mercato, quindi capaci di augurare il peggio a chi rischia
di mandare per aria il delicato origami del mondo che si sono
fabbricati pur di darsi un’importanza. Non potendo condividere coi
suoi pari questi disturbi della personalità, scendeva pure lui nel Kindergarten.
(p. 41)
– Ma le blandizie di Di Liso seguivano la strategia di chi è disposto
a farti grandi concessioni solo per spostare il baricentro del discorso fino
a vederlo coincidere con l’arbitrio del coincidente. (p. 42)
Il demone non risparmia nulla all’autore. Nemmeno l’esercizio
di uno humour catacombale che verrebbe schifato pure da un Beppo
Severgnignaro. Leggete un po’ questi due frammenti cavati da
OPP, nei quali si fa riferimento a tal Francesco Giustiniani:

– Questo Francesco Giustiniani, per esempio, è un tipo scaltro. Se
fosse stato il comandante del Titanic, tanto per dire, avrebbe fatto gli
occhi dolci all’iceberg fino a vederlo sciogliersi in mare (p. 71).
– Se avessi chiesto al minus habens di lasciar detto a Francesco che
io, il suo amico di infanzia, prendesse nota per favore, Eichmann, colonnello
Adolf Eichmann, proprio lui, lo stava cercando per sistemare
una questione delicata, continuasse a scrivere per favore, «un imprevisto
smottamento di terreno sulla tratta ferroviaria Varsavia-Treblinka», il
povero meningofitico all’altro capo del telefono non avrebbe battuto ciglio
(p. 87).
A questo punto mi sento di attribuire al piccolo diavolo anche la
responsabilità del frammento finale di OPP (pagina 296) a cui ho
fatto cenno in precedenza. In quel passaggio l’Io narrante racconta
di trovarsi dentro la giornata storica dell’Undici Settembre, ma senza
dirlo esplicitamente. L’effetto è quello di non far cogliere il riferimento.
Per quanto mi riguarda, ci sono arrivato soltanto perché a
poche righe di distanza si fa riferimento a una partita della Roma in
Champions League che si disputò poche ore dopo l’immane evento.
E la ricordo bene: era un Roma-Real Madrid che venne giocato in
un’atmosfera surreale. Ma se non fosse stato per quell’aggancio alla
realtà non avrei mai capito di cosa si stesse parlando. Certamente è
colpa mia e dello scimpanzé inside che mi mura gli orizzonti; e però
– cazzo! – ditemi voi se un frammento così pesantemente intorbidato
dal piccolo diavolo vi risulti intelligibile:

Un mese dopo la mia promozione, all’inizio della seconda settimana
di settembre, nel giorno in cui la storia dello spettacolo si dimostrò un
bozzolo meno perfetto di quanto avevamo temuto, quando insomma la
ruota della Storia tornò a girare sospinta proprio da un evento spettacolare,
dopo avere passato come tutti la giornata incollato al televisore,
facendo zapping e ricevendo da parenti e amici telefonate isteriche, mi
ritrovai la sera senza niente da fare.

Quanti di voi riuscirebbero a connettere immediatamente l’Undici
Settembre con «[i]l giorno in cui la storia dello spettacolo si
dimostrò un bozzolo meno perfetto di quanto avevamo temuto,
quando insomma la ruota della Storia tornò a girare sospinta proprio
da un evento spettacolare»? E quanti di voi scriverebbero periodi
di lunghezza estenuante come quelli che vado a riportarvi, senza
poi entrare in apnea rileggendoli a alta voce?

– Solo che poi, non si sa come, mentre lei confrontava le sue idee
con l’emergente scrittore di turno e lui se ne stava a rigirarsi i pollici
tra le caraffe del succo di pompelmo (intrattenuto, al massimo, dal memoriale
in progress di un’eccellente vedova d’artista), mentre il dj-set
declinava sulle dilatazioni di un trip-hop da commiato, le chiacchiere
scemavano, la supervedova pre-Swinging London, sollecitata da segretarie-
accompagnatrici sempre più asiatiche e snervate, era costretta a
chiudere la conversazione, mentre accadeva tutto questo e nel momento
in cui Federico realizzava con sollievo che pochi minuti, pochi minuti
ancora lo avrebbero separato dal suo cinque vani a San Giovanni invaso
dalla voce di Luciano Ligabue, giunto il momento di recuperare
la fidanzata, San Sebastiano dalle Fraschette realizzava anche – dal
modo in cui lei salutava frettolosamente (e già dolorosamente) qualche
nuova conoscenza – che quelle poche ore di trambusto le erano state sufficienti
a porre le traballanti fondamenta di una relazione adulterina
che, traballando lungo un viale lastricato di «espressionismi tedeschi» e
«correlativi oggettivi», si sarebbe protratta per almeno una settimana
(OPP, pp. 50-1).
– Palmieri gli rispose che tutti i grossisti fino all’ultimo straccivendolo
erano stati passati al setaccio, e ognuno aveva fatto un ordine che
a mio padre avrebbe dovuto fare l’effetto di un oceano di camomilla
sparato dritto in vena, e per trovare un essere umano disposto («il diciotto
dicembre!») a visionare quegli articoli i cui prezzi e numeri di
protocollo Palmieri stava cercando di dimenticare «facendo su e giù

come un coglione» per tutti i circuiti innevati del Trentino, sarebbe
stato necessario che Gesù-Bambino-in-persona, al momento di nascere
per la millenovecentottantacinquesima volta, portasse sulla Terra, insieme
al miracolo dei supermercati assaltati all’arma bianca, quello di
trasformare tutti gli operai della Fiat in grossisti di biancheria e le maestrine
elementari ancora nubili in virago col sangue alla testa disposte
a raccattare il primo novantenne con pensione d’invalidità al solo scopo
di acquistare un corredo e dispensare lui, Palmieri, da incomprensibili
rotture di coglioni durante le vacanze di Natale (RTC, pp. 109-10).
Altri terribili sabotaggi sono ravvisabili attraverso frasi che presto
s’avvitano per prendere la forma di una travolgente sfida a Ruzzle
ingaggiata col mitico Minchius Maximus, il personaggio partorito
dalla fantasia dei Monty Python in Brian di Nazareth.

– Entri all’università ispirato da un confuso moto ribellistico ereditato
dal liceo, dalle tempeste ormonali in un tragico riflusso, da un
Sessantotto inesistente ridisegnato ad arte dagli ingegneri di una qualunque
Warner Bros travestita da indie label (OPP; p. 69).
– (…) uno sguardo che era la spenta testimonianza di ciò che resta
degli scatti d’orgoglio quando si infrangono contro uno stock di merce
di seconda mano lasciando a terra polvere, vestiti rattoppati e tristi
paralumi da privè sotto sequestro (RTC, p. 40).

– E anche in questo caso, pensai con rabbia, mi ero ridotto a riconoscere
l’evidenza delle cose con un ritardo clamoroso: troppo prudente
per affrontare il peggio quando faceva capolino nella coltre delle buone
intenzioni, e troppo pieno di amor proprio per accettare la piena connivenza
quando i tradimenti si mostravano per quel che erano senza
possibilità di errore (RTC, p. 51).
– Eppure, nel maneggiare tutta quella carta filigranata, brillava in
lui anche qualcosa che i nostri genitori non sarebbero riusciti a comprendere.
Qualcosa di violento e di (sì, la definizione era esatta) purgatoriale
(RTC, p. 83).
– (…) la faccia lunga e ossuta e soprattutto questi occhi che avevano
l’ammutolita forza inerziale di due bacini prosciugati (RTC, p. 88).
– [Parla di Donatella, un’amica del periodo di adolescenza] Non
arrivava al metro e cinquantotto, ma la sua frangetta color petrolio e il
viso tondo da furbastra, e un seno semplicemente prodigioso, facevano
di lei una festa di tornanti che attraversava il chiaroscuro di un Helmut
Newton di fortuna per deragliare negli assolati parchi-giochi delle

bambine grassottelle (RTC, p. 195).
– La luce sotto cui mi era apparso la prima volta tra i banchi di scuola
adesso risplendeva in una gradazione ideale, convertendo le sue imprese
precedenti in un lungo esercizio preparatorio rispetto a un’esperienza che
consentiva di provare sollievo dall’intero processo vitale (RTC, p. 235).
– Lo Sghigno aveva appena finito di pisciare dietro la piccola costruzione
di tufo e ora stava tornando verso la station wagon. Un intenso
profumo di polline invadeva lo spiazzo nudo e circolare, ma non
sembrava venire dai mandorli incrociati nel tragitto né dai fili d’erba,
perché quell’anno la primavera era un unico corpo femminile che affiorava
da un sonno lungo e piatto per tornare subito dopo a inabissarsi – e
fino a quando il risveglio non fosse stato completo, sembrava che l’intera
pellicola atmosferica venisse pervasa a capriccio da questi odori; i quali,
in modo altrettanto imprevedibile, svanivano sulla durezza metallica
di una stagione ancora non del tutto consumata (RTC, p. 238).
Soggette al malefico effetto del piccolo diavolo, anche le parti di
pregevole analisi sociale finiscono in vacca. Ne è terrificante esempio
il passaggio in cui si parla di Drive In, che come ho già detto
contiene anche degli spunti acuti e interessanti. Ma poi, purtroppo,
tutto viene rovinato dal passaggio in cui si parla di Antonio Ricci.
Che fu l’inventore del programma, e che secondo l’autore (o più
probabilmente secondo il malefico demone) ha il torto di tradire la
propria origine sessantottina per farsi strumento di un’operazione
culturalmente neo-conservatrice. Leggete un po’ in che modo viene
reso il concetto alle pagine 24-5 di RTC:

(…) così come ci si era avvolti nel vento caldo della contestazione,
adesso si tendevano le vele per sfruttare il vento gelido, che di quel vento
caldo era stato il mandante, il vero soffio d’alimento.

La sagra del nonsense è inarrestabile. Eccone un altro saggio a
pagina 101 di RTC:

È allora che sente la cosa. Grazie a questo paesaggio impossibile,
forse grazie anche a un’umiliazione così rapida e in fin dei conti così
onesta e circolare (…).

Un’umiliazione rapida ma in fin dei conti onesta e circolare.
Come dire, un’aggettivazione a casaccio, probabilmente determinata
per estrazione a sorte. Ma il culmine si raggiunge a pagina 200
dello stesso libro:

Dopo il tramonto – stanchi, scottati dal sole – ci eravamo trasferiti

nella stanza di Giuseppe, e osservavamo le striature violacee con cui la
sera si sforzava di imprimere un minimo slancio narrativo a un cielo
che fino a quel momento era stato una tabula rasa di splendore estivo.

Da lasciare annichiliti. Se il frammento appena riportato fosse
tradotto in stile «parla come mangi», anziché in Google Translate,
verrebbe fuori quanto segue: «Dopo il tramonto, stanchi e scottati
dal sole, ci eravamo trasferiti nella stanza di Giuseppe e osservavamo
lo splendido tramonto estivo». Invece l’intervento del demone ha
aggiunto l’agghiacciante figura della «sera che si sforzava di imprimere
un minimo slancio narrativo [!!!!!] a un cielo che fino a quel
momento era stato una tabula rasa». E davvero soltanto un programma
di videoscrittura imbizzarrito potrebbe partorire una pacchianata
del genere. Perché questa è scrittura trimalcionica, l’eccesso
cafonesco equiparabile al riempire i chicchi d’uva con lo zafferano.
Non basta scrivere, bisogna proprio fabbricare ampolle soffiando
nel vetro con l’impeto d’una rana gracidante. E poi colorare quelle
ampolle con tonalità catarifrangenti, e illuminarle con luci stroboscopiche.
Vi pare letteratura anche questa? Se sì, allora guardate la
sera che s’approssima, e chiedetevi se essa si sforzi di imprimere un
minimo di slancio narrativo al cielo. Ma dopo sparatevi un pornazzo
del mio amico Silvio Bandinelli, per evitare che l’esperienza appena
affrontata faccia tabula rasa dei vostri neuroni. (Stai a cuccia,
scimpanzé!).

E adesso rilassatevi con uno splendido Julien Lourau:

http://www.youtube.com/watch?v=NZZTpPn8eU8

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3 Risposte

  1. “La Scrittura per la Scrittura”, cioè come la scrittura non dovrebbe mai essere: autocompiaciuta, fine a se stessa, sterile. Sterile perché non è al servizio di una storia, ma anche perché non è al servizio della
    vita, no? Perché le storie, quelle scritte a regola d’arte intendo, altro non fanno che metterci la vita di fronte agli occhi, con una schiettezza e una ispirata naturalezza invisa a molti scrittori di certa narrativa.

    • Purtroppo molti autori credono che la grandezza della scrittura stia nello sfoggio di erudizione e nei presunti virtuosismi linguistici. I risultati sono quasi sempre desolanti…

  2. […] di Nicola Lagioia, così piena di ferite con l’importo. Le due precedenti puntate sono qui e qui. Buona lettura a voi e a Lagioia. Anche stavolta inserisco il link a un brano musicale, per far […]

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