Nicola Lagioia e la qualità dell’aria. Fritta… – 3

Cari amici, questa è la terza puntata del lungo scritto sulla narrativa di Nicola Lagioia, così piena di ferite con l’importo. Le due precedenti puntate sono qui e qui. Buona lettura a voi e a Lagioia. Anche stavolta inserisco il link a un brano musicale, per far riprendere voi e lui dalla lettura.

Legenda: TSST = Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj; OPP = Occidente per principianti; RTC = Riportando tutto a casa

4.  Mammismi, droghe e turbe sessuali assortite

Ci sono molti altri aspetti meritevoli d’analisi, nei libri del Vate
Super Fluo. Fra essi troviamo tutti quelli che, usando una formula
soft, possono essere catalogati come riflessi di una personalità provata
dalle vicende esistenziali. O che in modo altrimenti meno generoso
andrebbero catalogate come turbe cliniche. Tenendo a bada lo scimpanzé
do per scontato che grossa parte di questi frammenti siano
effetto del virus demoniaco da cui il pc di Lagioia è stato catturato.
Ma, riconosciuta l’attenuante, non posso certo fare a meno di
riportarne le tracce. Si tratta del dossier più penoso fra quelli che
riguardano il nostro Vate Super Fluo; però tocca guardarci dentro.
Partiamo da quella che in fondo è la turba più innocente: quella

del mammismo. Essa emerge con maggior forza in RTC, specie in
quel passaggio in cui il Maschio Omega legge attraverso la figura
materna un determinato senso del passaggio della società italiana
dal tempo della povertà a quello del benessere. Il frammento che
riporto a seguire è un’anticipazione dei pipponi sociologici di cui
verrà dato conto nel paragrafo successivo. Ecco quanto si legge alle
pagine 20-1:
Ascoltavo mia madre, in quello come in altri pomeriggi, e non erano
le parole a convincermi ma la sua incontestabile bellezza. Oh, lei era
uno di quei meravigliosi cocktail di geni corretti al Plasmon che iniziarono
a far tremare i sedili delle sale cinematografiche dal dopoguerra in
poi. Di regola, si sarebbe dovuto trattare di una lottatrice dagli avambracci
enormi alta un metro e quarantasette. In quanto figlia di coltivatori
diretti a loro volta figli di mezzadri la cui fede nel cattolicesimo era
legata al fatto che i ritratti della Vergine disegnati da qualche avanzo di
parrocchia risultavano comunque più appetibili della barbuta in scialle
nero disposte ad alveare tra le navate della stessa chiesa. E invece ci si
era messa di mezzo la rivoluzione alimentare, questa improvvisa disponibilità
di omogeneizzati e biscotti multivitaminici che fece esplodere
l’adolescenza della mamma. Le allungò le gambe, le strinse il busto, le
ammorbidì la pelle senza per altro spodestare il genius loci, la cavernosa
tenebra dello sguardo conficcata nelle ragazze meridionali come un
paletto in grado di far valere uno ius prime noctis senza spargimenti
di sangue. Per questo anche le orchesse della generazione precedente
sapevano sedurre prima ancora di aver mostrato un solo neo. Ma poi
arrivarono quelle come la mamma a fare piazza pulita, e bisognava
considerarle quando non avrei potuto farlo, nel momento magico di fine
anni Cinquanta – il radioso movimento che separa la vasca polverosa di
un cantiere dalla prima scritta UPIM.
La figura della supermamma che tutto risolve fa nuovamente
capolino alle pagine 114 e 115:

– Tra la prima e la seconda telefonata passarono meno di cinque
minuti. Quanto bastava perché mia madre restasse ferma in una zona
morta di piastrelle con il volto pallido e i lineamenti alla mercé di un
violento torpore animale che aveva spazzato in un secondo tutto il fumoso
armamentario di ville da ristrutturare e automobili da cambiare,
restituendola ai miei occhi nuovamente bella, il lungo e slanciato principio
femminile che sarebbe potuto essere sempre. (…)

Nello sguardo di mia madre, nuovamente il meraviglioso smarrimento
del primo cromosoma xx comparso sulla Terra.
– La mamma elettrificò di conseguenza il piccolo cordone sanitario
di conoscenze semi-influenti che sono il patrimonio vivo di ogni famiglia
rispettabile.

Ma, come già detto, questa del mammismo è una turba tutto
sommato veniale. Lo siamo un po’ tutti, e persino lo scimpanzé che
mi porto dentro potrebbe esserlo un tantino se è vero che in questo
momento mi sta rimproverando per aver insistito su un aspetto tutto
sommato secondario. Risulta invece più significativo soffermarsi
sulla seconda delle turbe che emergono dalla lettura dei romanzi del
Vate Super Fluo, quella riguardante le droghe e le tossicodipendenze.
Alle pagine 96-7 di TSST si parte con un bel delirio che probabilmente
non avrebbe superato il test antidoping:

Hanno provato con il metadone, i centri di recupero, gli spot televisivi,
i film-inchiesta, il diritto penale, lo zoo di Berlino. Idioti, idioti,
idioti! Nessun amore per la letteratura, il gioco dei contrari, il pensiero
dialettico. Diventa sempre più urgente il bisogno di un manipolo di
intellettuali illuminati che si costituiscano in falange armata. Prendano
d’assalto i ministeri, le farmacie, gli ospedali, i centri di ricerca.
Spieghino al mondo come l’unica vera suggestione capace di tenere testa
a ogni tipo di oppiaceo sia un composto di uova, burro, uva passa, vaniglia,
estratto di arancia. Anche detto madeleine proustiana.
Prendete un amico e portatevelo al bar. Un amico paziente. Ordinate
da bere. Parlate al vostro accompagnatore dell’amore perduto,
l’amore della vostra vita, la donna che a un certo punto non volle più
vedervi. Scatenatevi con i ricordi. Siate banali. Siate veri. Le corse in
motorino: le fughe a mezzanotte: le gite al faro.

A pagina 262 di RTC viene descritta la figura di Max il bucomane,
il tossicodipendente di lungo corso che viene utilizzato come
pretesto per fare delle stracche considerazioni da pippettina sociologica:
Ma a lui, nato e cresciuto nel quartiere, della politica non era mai
importato niente, e aveva perso il vizio perché l’inesauribile coazione a
ripetere della roba – acquisto consumazione rota, acquisto consumazione
rota – faceva il paio con l’eterno ritorno all’uguale che imprimeva il
proprio calco analgesico di non speranza e non dolore all’intera nervatura
della zona periferica.

A pagina 224 di RTC era già stato fatto un ritratto del quartiere
ghetto di Japigia, a Bari, descritto come il principale supermarket
nazionale degli stupefacenti:
Japigia rappresentava un universo sconosciuto per tutti quelli che
delegavano alla tv il compito di istruirli su ciò che succedeva oltre la
scrivania del proprio ufficio, almeno quanto era pacificamente nota
come «l’Eldorado dell’alcaloide» per quell’eterogeneo, nascosto ma informatissimo
esercito di iniziati che erano consumatori di droghe pesanti
sparsi per tutta la penisola.

Abbiamo capito che l’autore conosce il tema e i contesti. E non
lo dico con malizia, davvero. La droga e le tossicodipendenze sono
piaghe della contemporaneità, e in nessun modo si può fare ironia
su temi del genere. Mi limito a rimarcare che l’insistenza del Vate
Super Fluo su questa tematica testimonia d’una sua ansia di dimostrare
conoscenza specifica. Una scelta rispettabile dal punto di vista
letterario. Fermo restando, tuttavia, che ogni pretesa d’ispirarsi alla
romantica epoca dell’assenzio e degli oppiacei, e d’equipararsi agli
autori che da Edgar Allan Poe in giù hanno costruito la propria
poetica fuggendo dalla realtà con l’aiuto di sostanze psicotrope, è assolutamente
mal riposta. Uno sproposito talmente grande da essere
non soltanto una minzione fuori dalla tazza del cesso, ma addirittura
un insensato tentativo di centrare la luna col getto d’urina. Piscia
basso, Nicolino.

Esaurita la turba riguardante le droghe e le tossicomanie, è il
momento d’affrontare quella che nei romanzi del Vate Super Fluo
risulta essere la più perniciosa: la turba sessuale. Declinata nei modi
più vari, ma scaturita dal fatto che tutti i suoi personaggi principali
siano Maschi Omega. Dunque geneticamente cicisbei, trafitti
dall’inferiority complex, annichiliti da un’inedita Invidia dell’Utero.
Ovviamente risparmio ogni considerazione sul rapporto fra arte e
vita, ché quello è affare dell’autore. Mi limito a mostrarvi immediatamente
il prototipo del cicisbeo lagioiano, colto attraverso una delle
sue espressioni caratteristiche: l’assoluta insipienza nel rapporto
con le donne. Una caratteristica che si nota sin dall’avvio del primo
libro. Siamo infatti alle pagine 12-3 di TSST, quando il Maschio
Omega si lascia andare alle rimembranze:
La festa era in giardino. Ore e ore distesi nell’erba. Io che parlavo. Il
ventre premuto contro quello di Giulia, le mani sviluppate sul suo collo

[sarà mica che intendeva scrivere «avviluppate»?, NdA]. Non saprò
mai: cosa le ho detto. Non mi ricordo: cosa abbia mai potuto dirle. Ma
se hai saggezza e le stagioni con il loro stillicidio ancora non ti gravano
la schiena basterà poco per far venire tutto fuori. Dopo di che sarà tardi.
Dovrai leggerti Dostoevskij. Tentare con Kafka. Fare passare gli anni.
Rileggere Moby Dick. Tutto Fenoglio. In ginocchio. Muore il primo
amico. Non basta. (…) Ogni volta che ho voluto dare una struttura
solida a un mio scritto che superasse le tre pagine è finita malissimo. Fui
mollato da Giulia il giorno dopo.

E già, chissà come mai l’avrà mollato…
Soltanto quattro pagine dopo, ecco un altro delirio cicisbeo:

La moglie di Tolstoj, diciamolo, era una gran rompicoglioni. Una
Santippe indurita da un ritardo sui tempi di oltre due millenni. A
Giulia ho voluto bene. Ma avevo calcolato un credito di baci. E biancospini
per la notte di Natale. Il qui e ora dei nostri discorsi era eco per
giorni non ancora esistiti. La mia mente aveva partorito la categoria del
progetto. In quel momento ho perso l’adolescenza.

Chissà come mai l’avrà mollato, n. 2.
Si salta a pagina 36, e ecco un’altra pennellata da Omega:

Le prime volte che facevo l’amore con Giulia non l’amavo.
Scopavo fuori di me.
Scontavo le mie tare generazionali.

Chissà come mai l’avrà mollato, n. 3.
Il problema è che per i Maschi Omega disegnati da Nicola Lagioia
il senso di un’insufficiente virilità è schiacciante, tanto più se
essi si mettono a paragone con altri maschi coetanei e maggiormente
propensi a dar sfogo al loro vitalismo. Il dato emerge in modo
spietato a pagina 19 di RTC, in un passaggio nel quale l’Io narrante
parla dei ragazzi che vede passare giù in strada mentre lui se ne sta
chiuso in casa a studiare:

E avrei voluto anche seguirli – pensai con rabbia e con rimpianto
– perché poi, scesa la sera, avrebbero portato le loro moto dentro garage
pieni di attrezzi e di effetti personali (polsini da tennis usati come
segno di virilità, una bandana prestata a una ragazza e poi restituita
per diventare la viva testimonianza della scoperta del sesso o di un dolore
successivo) e dai garage, calcolai, si sarebbero infine riversati in
un disordine notturno fatto di strade, di voci e soprattutto di incontri
– di litigi, di abbracci, di discussioni, di addii (loro, loro erano già al

momento degli addii!) – per far parte del quale sarei stato disposto a
vendere senza pietà le persone fisiche dei miei genitori.
L’esistenza d’un profondo inferiority complex nel rapporto con
l’universo femminile si manifesta addirittura in modo quintessenziale
quando il Maschio Omega di OPP viene baciato casualmente
da una donna, che per errore lo chiama Federico. Si scopre poco
dopo che Federico è l’uomo di costei, e che il rapporto di coppia
è per lui un assortimento di corna dalle variegate fatture e dimensioni.
Lo zio Sigmund ci vedrebbe uno svirilimento al quadrato – il
maschio poco virile e per di più scambiato per un altro maschio che
di professione fa il cornuto patentato -, ma lascio perdere questa
considerazione ché altrimenti mi tocca cedere definitivamente la tastiera
allo scimpanzé. Mi limito a riportare il riferimento sul modo
in cui il Federico in questione sublimi il proprio essere cuckold, con
tanto di riferimento letterario da salotto Verdurin (pagina 52):
Piangeva ufficialmente perché la amava troppo ed effettivamente
perché iniziava a flagellarsi attingendo Jpeg ad altissima risoluzione dal
pozzo senza fondo della pornografia, immaginando la propria compagna
in poco commentabili combinazioni erotiche ed esotiche, sordide,
molto sordide, che il Mellors di turno era riuscito ad estorcerle mentre
lui, povero sir Chatterley, non avrebbe mai saputo esperire.

In effetti il riferimento al rude guardacaccia del romanzo di D.
H. Lawrence, così come quello al sir Chatterley reso inabile (anche
sessualmente) dalle ferite di guerra, sono la spia di un’evanescente
virilità, ma non è tutto. Anche le donne delle quali i Maschi Omega
lagioiani si innamorano sono caricaturalmente fatali. Come disegnate
apposta per cauterizzare il maschio che c’è in un uomo, capaci
di affettargli minuziosamente i testicoli à la Julienne. Un prototipo
di queste è Zelda di OPP. Leggete un po’ quali siano i suoi comportamenti
dopo che assieme al suo Maschio Omega rimane coinvolta
in un incidente autostradale:
Zelda si legò un foulard intorno alla testa. Si appoggiò con la
schiena lungo lo sportello della Citroën e aprì le braccia in una finta
capitolazione da ecce diva col fumo bianco che le si arrampicava tra le
gambe (OPP, pp. 160-1).
La sirena del carro attrezzi le accendeva le guance e il vento, dal
parabrezza rotto, le agitava i capelli caricandola di significato (OPP,
p. 162).

Le due descrizioni appena riportate e riferite a Zelda fanno pendant
con quella che a pagina 171 di RTC viene dedicata a Rachele:
Sembrava che le fosse passato sopra un caterpillar che anziché ucciderla
aveva lasciato su quel corpo altrimenti immacolato l’impronta di
una sanguinante meravigliosa sporca imperfezione.

Mah! Peraltro di Zelda il Maschio Omega nota immediatamente
un dettaglio, la prima volta che la vede nuda (OPP, pagina 54). E
si tratta di un dettaglio che, una volta riferito, dice molto più di
quanto l’autore intendesse comunicare:
La accompagnai in camera da letto e la spogliai. Manteneva decisamente
le promesse. Un corpo morbido e slanciato. I seni tondi e piccoli.
Un bel sedere da maschietto.

Guardando all’ultimo dettaglio mi tocca imbavagliare lo scimpanzé
per impedirgli di pronunciare battutacce da caserma, che per
di più mi esporrebbero al massacro in quest’epoca ossessionata dal
politically correct. E per neutralizzare gli strepiti del primate passo rapidamente
altrove, facendo notare come il Vate Super Fluo veda sesso
e frustrazioni carnali – persino castrazione! – anche negli oggetti
più insospettabili. Per dire, a pagina 159 di OPP viene descritto uno
scorcio del quartiere romano dell’EUR. Ecco ciò che ne viene fuori:
Il Palazzo della Civiltà e del Lavoro, con il suo enorme basamento,
gli occhi vuoti delle fornici, la squadratura vasectomizzata delle balconate,
era la costruzione più autocelebrativa di tutto il mondo occidentale.
Il suo continuo tentativo di blindarsi verso il cielo si rovesciava in
una orrenda tautologia.

Senza bisogno di mobilitare lo scimpanzé, mi chiedo: ma come
cazzo si fa a associare la vasectomia alle balconate di quel palazzo?
Ma non è tutto qui. Per il Vate Super Fluo una stanza di motel può
essere percepita come un utero artificiale:
La stanza di un motel, come una scatola magica o un utero artificiale,
veniva fecondata dallo spirito del tempo per ottenere personaggi
legati gli uni agli altri in un racconto triste e radioso, costellato da fallimento,
riscatto e fallimento ultimativo (OPP, p. 179).
Se poi volete avere una minima indicazione su quanto possa essere
labirintica l’idea lagioiana del sesso, leggete pure il frammento
a pagina 64 di OPP:
E questo desiderio – pensai, mentre sborsavo ventimila lire per la
foto in cui Rudolph tiene una sigaretta tra le dita senza mai portarla

alla bocca – utilizza il sesso come un centro di attrazione che prima di
essere raggiunto inverte la sua polarità torcendo il nostro slancio per un
asse verticale, e inaugurando un estenuante processo di avvicinamento
che non ha mai speranza di concludersi sotto un cielo stellato, e forse
neanche sotto una volta di celluloide.
Ovvio che se il sesso è «un centro di attrazione che prima di
essere raggiunto inverte la sua polarità torcendo il nostro slancio
per un asse verticale», forse è meglio sublimare i propri slanci erotici
nel curling o nel giardinaggio. Tanto più se persino i momenti che
dovrebbero essere coronamenti delle proprie aspirazioni sessual-sentimentali
si trasformano nella premessa di estenuanti seghe mentali

– ciò che anche in questo caso è il riflesso di un inferiority complex

ineludibile. Lo si rileva alle pagine 178-9 di RTC, quando infine
il Maschio Omega riesce a castigare la fatalona di turno nominata
Rachele:

Avevo appena finito di fare l’amore con la ragazza dei miei sogni.
E, senza nemmeno darmi il tempo di gloriarmene, la furia compensatrice
della nemesi arrivava a punirmi con la storia del personaggio di
cui Rachele era stata invaghita fino a un mese prima (ne era ancora
invaghita? e soprattutto erano stati a letto insieme?). Il quale, con la
precisione di un chirurgo e la brutalità dei migliori amanti, era riuscito
a estrarle dal profondo un canceroso grumo di menzogne di cui lei avvertiva
la presenza solo in maniera intermittente («Proprio così – stava
dicendo adesso, – era come se quelle cose le avessi sempre sapute. Solo che
ora le vedevo!»)La nemesi? Perché proprio la nemesi e non un banale scherzo del

destino? Ma perché (fui costretto a riconoscere) quelle cose le sapevo
anch’io.
Ovvìa Lagioia! E se l’è trombata finalmente! Ma lasciagli godere
‘sto momento di gloria, cazzo!

Scusatemi, sono mortificatissimo. Purtroppo lo scimpanzé ha
preso il sopravvento e pure la tastiera. Vi assicuro che non succederà
più. (Spero). Rimango però al tema delle seghe. Che fino a un
attimo fa erano mentali, ma adesso evolvono verso la dimensione
materiale. Ci s’inoltra così nei territori delle tenere rimembranze
adolescenziali, quelle segnate dalle pugnette socializzatorie che cementano
le solidarietà fra adolescenti appena puberi, come si conviene
all’interno d’ogni gruppo di pari. La sequenza che si legge

alle pagine 47-9, dedicata ai sollazzi masturbatori praticati dall’adolescente
Maschio Omega assieme agli amichetti, è una Piccola
Epopea sulle Tribù delle Terre di Onan:
(…) seguendo un disegno invisibile, a un certo punto io e Mimmo
sgombravamo il tavolo dalla mappa del RisiKo dichiarando l’armistizio.
Daniele raccoglieva una rivista dal fondo di un cassetto e ci sbatteva
sotto il naso lo splendore mammifero di Helene Hanson inquadrata
dalla cascata dei capelli alla doratura delle cosce; uno sguardo serio e
morbido (da praghese nelle domeniche di sole, o da californiana violentata
sulla spiaggia senza opporre resistenza), e soprattutto tre sottili
bende di tessuto nero a fasciarle giusto l’inguine e i capezzoli lasciando
completamente libero il fianco destro, in particolare l’ascella completamente
rasa, una tenera porzione di carne rivelata dal braccio portato
indietro in un gioco di luci che, scorrendo verso i fianchi dopo averci
mozzato il respiro con la curva del seno, si interrompeva nel tessuto che
le copriva il pube per ritornare a splendere sulle rotondità dell’ileo, ovvero
il piccolo luogo intorno a cui sarebbe dovuto passare il cotone delle
mutandine e dove invece, grazie all’abilità dei fotografi di «Skorpio»,
la ragazza si mostrava di un’impudicizia superiore a quella del suo sesso
spalancato: «Sono indifesa, è questo il mio coraggio, sono qui perché
voi vi approfittiate di me». Uno dopo l’altro ci sbottonavamo i pantaloni
e iniziavamo a masturbarci sulla copertina di «Skorpio». (…)
Iniziavamo a prendercelo tra le dita con una compunzione da cadetti
aeronautici al battesimo del cielo. Se Helene Hanson fosse stata viva
(…) sarebbe forse rimasta spaventata da questi sguardi che niente sembravano
concedere al nudo desiderio – Daniele andava per strappi perfettamente
misurati; Mimmo dava l’impressione che per lui la copertina
di «Skorpio» fosse davvero quel che era, una miscela di fibre vegetali
uniformate in uno stabilimento tipografico che il suo sguardo associava
più al cameratismo d’occasione che a un’astratta voluttà, e quindi uno
strabiliante caso di corpi cavernosi gonfiati dal semplice bisogno d’amicizia;
io mi davo da fare gettando gli occhi a destra e a manca con la
paura che fossimo ridicoli. Ma poi i movimenti uscivano dalla partitura,
iniziavamo a perdere il controllo, avvertivamo l’imbarazzo di essere
uno accanto all’altro con le mutande abbassate, perché soltanto adesso
lo eravamo davvero; soltanto che adesso Mimmo e Daniele, esattamente
come me, erano terrorizzati dalla possibilità che uno di noi, in preda
alla frenesia, potesse avvicinarsi troppo all’altro fino a toccarlo. Infine

rientrava anche questo pericolo, e ci ritrovavamo soli con la nostra immaginazione.
Abbandonavo i miei due amici sulle scintille svolazzanti
di un rogo mentale (…), vedevo l’ultimo bagliore di emozione condivisa
e poi davanti a me c’erano solo Helene Hanson col suo broncio assassino.
E a separarci, mi dicevo aumentando i movimenti del pugno stretto intorno
al cazzo, a separarci non erano quattrocento miseri chilometri (la
rivista era stampata a Roma), non era l’insignificanza degli anni (quel
numero di «Skorpio» era datato 1981) ma solo un vuoto luminoso in
cui lo spazio e il tempo si annullano, i miliardi di fotoni che viaggiavano
da sempre per il cosmo legando tutti a tutto, impressionati come
lastre fotografiche capaci di trasmettere istantaneamente l’informazione
agli altri mattoncini del creato, la radiazione universale che adesso i
miei occhi socchiusi si sforzavano di riconoscere nella luce primaverile
che scendeva a piramide sul pavimento della stanza aprendo una botola
accecante nella quale convergevano tracce vive di Helen Hanson, e
insieme a loro c’era il riflesso verde degli eucalipti che si vedevano dalla
finestra e i gas rabbiosi degli automobilisti in strada, e a pochi cieli di
distanza (lo stesso cielo: una continua successione di stanze senza porte)
c’erano le rondini in picchiata che ferivano lo spazio sulle pianure dove
la ronda immobile dei pali telefonici affondava nell’esplosiva giovinezza
del frumento e risaliva a ondate verso le prime zone urbane, testimoniate
a piccoli passi da me (dentro la stessa botola accecante) dall’arrivo
del pulviscolo invisibile staccatosi dalle schiene nude delle ragazze che
a Bari il giorno prima il giorno stesso in quel preciso istante venivano
urlando tra le braccia dei loro amanti, ed era allora che – in breve ritardo
o ancor più breve anticipo rispetto a Mimmo e Daniele – mi sentivo
tirare tra l’ano e l’attaccatura dei testicoli, stringevo forte, scaraventavo
la testa in avanti poggiando tutte e due le mani sulla rivista aperta per
non crollare a terra fra i sospiri.

Che dire, a proposito di questo lungo frammento tratto dal libro
che ha vinto nel 2010 il prestigioso Premio Viareggio-Répaci?
Soltanto alcune rapide considerazioni, vergate dopo avere incatenato
e imbavagliato lo scimpanzé. La prima: un’esperienza masturbatoria
così minuziosamente descritta, e per di più caricata di
accenti pseudo-poetici, sembra essere proprio lo zenit di un curriculum
sessuale. Del personaggio o dell’autore?, vi starete chiedendo.
Mi limito a dire che riguardo a certe cose il confine tra arte e
vita è inesistente. La seconda considerazione riguarda la premura

di precisare che un contatto fra i masturbanti non c’è stato, e che
ognuno ha badato a sé tenendosi a distanza di sicurezza dagli altri
due; la classica excusatio non petita. E si sa com’è, in certi casi le
circostanze sfuggono di mano. A quel punto c’è il rischio che l’incularella
sia non soltanto letteraria. La terza considerazione riguarda
la leggiadra immagine della «californiana violentata sulla spiaggia
senza opporre resistenza»; un’immagine che viene bruciata come
legna nel calderone dell’eccitamento. Nulla di stupefacente, perché
in fondo un Maschio Omega odia nel profondo le donne. Alimentare
l’immaginario dello stupro è un meccanismo di elementare
rivalsa. Infine c’è il fatto che, al contrario degli altri due amici,
all’Adolescente Omega lagioiano non basta guardare l’immagine
della bonazza da giornale softcore per eccitarsi. Per raggiungere
l’orgasmo egli deve immaginare le donne della sua città che in quel
preciso istante stanno godendo fra le braccia di altri maschi. Signore
e signori, questa è impotenza sublimata al cubo. Se Freud fosse
stato contemporaneo di Lagioia, il caso di Dora gli sarebbe parso
una robetta da film con Alvaro Vitali. Aggiungo che la suggestione
sulle donne che stanno raggiungendo l’orgasmo «in quel preciso
istante» è presa di peso da Il favoloso mondo di Amelie.
Naturalmente il dossier sulle masturbazioni è corposo. C’è lo
spazio per le masturbazioni individuali, come dimostra il passaggio
riportato a pagina 145 di RTC:
Mi sollevai dal letto e confessai alle pareti della stanza vuota che la
amavo. Raccolsi un kleenex dal pavimento e mi pulii lo sperma dalle
dita. Mi sfilai la maglietta di dosso e la gettai per terra. Osservai dalla
finestra il cupo cielo invernale, tornai a stendermi sul letto e pensai a ciò
a cui non avevo smesso di pensare per tutta la giornata.
Era la terza sega che le dedicavo.

E poi ci sono anche le prime esperienze adolescenziali con le
coetanee, tempestate com’è d’uopo da rapidi colpi di mano. Ancora
una volta il frammento è sterminato (pagine 121-4), ciò che ancora
una volta dimostra l’impetuosa passione del Vate Super Fluo per
tutto quanto è catalogabile come handcraft:

Le mani di queste ragazzine si aprivano sul nostro mento, poi si
muovevano nella direzione opposta portandoci a baciarle prima che
fossimo pronti a farlo. Il loro sedere inguainato nei jeans di marca si
staccava dal divano per venirci meglio addosso. (…) Le nostre mani

stringevano il maglione della ragazza, toccavano il tessuto dei jeans,
si infilavano nell’incavo prima morbido e poi grinzoso appena sotto la
cintura. A quel punto l’abbandono delle labbra semichiuse delle ragazze
diventava un sorrisetto di brillante intelligenza. Ci fermava le mani.
Compiva un rapidissimo ma sempre melodioso giro su se stessa in modo
da darci le spalle – le nostre pance contro la sua spina dorsale, le ginocchia
della ragazza tra i cuscini del divano e la sua guancia premuta
sulla parete contro cui il divano era addossato -, e mentre noi ci chiedevamo
macchinosamente cosa avremmo dovuto fare, stoc… sentivamo
la pancia rilassarsi e subito dopo realizzavamo che la ragazza ci aveva
appena sbottonato i pantaloni. Di spalle, senza guardarci, iniziava a
carezzarci i boxer: lo stomaco ci risaliva in gola e poi la sensazione di
un cubetto di ghiaccio ci bloccava l’esofago quando sentivamo senza
poter sbagliare (e alcuni di noi si sorprendevano a pregare: Mio Dio, fa’
che non mi sbagli!) le nocche ossute di una mano stringersi e allargarsi
sul cazzo in modo così diverso da come facevamo noi (e tutti, per un
attimo, eravamo disposti a rivedere le nostre posizioni: Forse per anni
ho sbagliato impugnatura, forse una vera sega si fa proprio in questo
modo…) oppure la fredda e inaspettata consistenza di un anello con
cuoricino in acquamarina gelarci e poi graffiarci l’inguine senza che
l’«ah!» che avremmo voluto urlare ci uscisse dalla bocca.
E quella, appunto, venne ribattezzata «sega della vergognosa»: una
nuova padronanza delle cose che sbeffeggiava il goffo autocontrollo delle
prime feste, uno speaker’s corner di pochi centimetri quadrati che la
ragazza si costruiva nell’ombra per poter dire senza parole a noi e a se
stessa: «Così facevano le nostre nonne e forse anche le più sprovvedute
delle nostre mamme: spegnevano la luce per non guardare in faccia il
proprio uomo, affidando la responsabilità delle loro gambe aperte al
dovere coniugale, o a Dio, o a quel principio di maschile e ignara prepotenza
che una volta era stato il vero nome di Dio. Ma io sono nata in
un mondo mostruosamente libero, e da bambina ho visto Gli Aristogatti
quattordici volte di seguito. E ho letto per anni I consigli del ginecologo
su «Cioè» (…). (…) E ho visto mia madre e mio padre precipitarsi
in macchina nel cuore della notte verso un paesino della Basilicata
subito dopo il terremoto dell’80, nella caritatevole speranza di trovare
qualcuno che sostituisse la cameriera eritrea licenziatasi senza preavviso
da un giorno all’altro. E la prima volta che ho baciato un ragazzo ho
capito che un bacio non è un bacio ma la prova documentale intorno

a cui possono scatenarsi le crisi isteriche delle sue migliori amiche. E
quando finalmente, poche mesi fa, subito dopo l’inizio della scuola, le
otto del mattino, mezzo immobilizzata in un autobus pieno di facce
anonime, il mio vestito sopra il ginocchio, le gambe accese dalla radiosa
tornitura di iodio e cocco che è il ricordo non ancora morto dell’estate,
le mie braccia verso l’alto, le mani strette alle prese di cuoio, le ascelle
depilate e ripassate col BABY ROLL, quando ho sentito una pressione
troppo insistita per essere il movimento casuale di un altro passeggero,
e ho girato la testa, e ho visto questo vecchio in giacca e borsalino, uno
che avrebbe potuto essere mio nonno, la faccia magra piena di rughe, le
macchie rosse a punteggiargli le tempie, quando ho pensato: Non è possibile
che mi si stia strusciando addosso, e poi ho pensato; Oh sì, lo
sta proprio facendo…, allora non mi sono messa a urlare, non mi sono
allontanata, non ho nemmeno sganciato le mani dalle prese di sostegno,
l’ho lasciato fare, ho risposto alla violenza con la resa più totale perché
oltre quella soglia c’era qualcosa di in intestimoniabile, una storia che
non sarebbe mai potuta finire sulle pagine di «Cioè», non avrei mai potuto
riportarla alle mie amiche né all’emancipata visione del mondo dei
miei genitori, una cosa mia e soltanto mia, l’unica libertà che il mondo
mostruosamente libero in cui sono nata non avrebbe potuto strapparmi
di dosso. Di conseguenza, ragazzo mio, la riconosci? Questa è What She
Said degli Smiths, quest’altra è Joe le Taxi di Vanessa Paradis… e allora,
l’hai capito oppure no perché ti sto facendo una sega in questo modo?».

Lo scimpanzé vi manda a dire di non aver mai sentito di nessun
maschio, normalmente ormonizzato, che si sia fatto venire un dubbio
sul giusto modo di farsi una pippa dopo esserselo visto impugnare
per la prima volta da una ragazzina. E per quanto l’argomento
sia davvero scabroso, mi tocca proprio dargli ragione. Il corretto
modo di farsi una sega è expertise esclusivamente maschile, l’ultima
roccaforte davvero inespugnabile della maschilità. Se davvero esiste
al mondo un essere bipede di sesso maschile capace di veder vacillare
le proprie certezze persino su questo aspetto dopo aver fatto
esperienza del contatto eterosessuale, ebbene, costui è l’Adamo dei
Maschi Omega. Non mi resta che raccomandare a Lagioia approfondite
letture di Fabio Volo e Alessandro Piperno, che sul tema
della masturbazione sono fra le massime autorità della narrativa
contemporanea. Forse ne caverebbe indicazioni meglio spendibili
di quelle che saltano fuori dall’ennesimo tentativo di analizzare le

turbe sessuali dei suoi Maschi Omega. Se ne ha un esempio a pagina
169 di RTC:
Durante tutto quel periodo non ebbi mai la forza per liberare il
mio delirio amoroso dai mostruosi laboratori schilleriani in cui l’avevo
imprigionato. (…) Adesso, nei momenti di leggerezza, riesco a dirmi
che uno dei territori più danneggiati dall’interpretazione creativa del
romanticismo è stato l’ego di tanti adolescenti occidentali nati in una
famiglia in buone condizioni economiche.

Non so se il motivo di tanto disordine sentimental-ormonale sia
chiuso davvero nei «mostruosi laboratori schilleriani». So per certo
che la scena di maggiore intensità erotica espressa dal Vate Super
Fluo nello spazio di tre romanzi è quella che viene descritta alle
pagine 133-4 di RTC. Tenetevi forte:

Continuammo a ballare e a baciarci tra altri ragazzi che facevano
lo stesso. Ci ritrovammo su un divano. Le passai le mani sui fianchi e
poi mi feci avanti fino al seno. Rachele disse: «Vieni qua…». Mi accarezzò
i capelli, io le baciai le tempie, e quindi le strinsi l’avambraccio
contro il collo come se il compito fosse quello di strozzarla. Al che Rachele
sussurrò: «Accompagnami in bagno». Si liberò della stretta, mi prese
per la mano, superammo un imprecisato numero di coppie, inciampammo
nei nostri stessi passi, la voce del cantante disse: «Oggi useremo
soltanto/ benzina che sia priva di piombo» e io pensai: Ora succede,
ora andiamo in bagno e succede, sta per succedere…
A quando entrammo in bagno, chiusi a chiave nel suo bagno, di
nuovo quelle pareti rivestite di sughero mentre la luce della specchiera
rivelava ogni dettaglio della ragazza (fu allora che mi accorsi di un
canino lievemente spostato in avanti), la confusione e la paura che mi
gelavano il sangue furono incenerite dalla voce di Rachele che scandì
perfettamente: «Devo fare la pipì». Portò le mani sopra le ginocchia,
alzò di qualche centimetro il vestito e si sfilò le mutandine mentre il
vestito, bloccato dalla forza delle cosce, non andò giù di un dito. Vidi
la curva perfetta del culo mentre aderiva ai bordi della tazza. Mi prese
una mano, la strinse forte e – lei seduta in quel modo, io in piedi a
bocca aperta – sentimmo il primo fiotto contro la polla d’acqua in fondo
al water. Mentre continuava a pisciare tenendomi la mano, ebbi la
sensazione che ci stessimo disintegrando. Tutto era fermo, e noi ci trovavamo
di nuovo lì, dall’altra parte. Sfilai la mano da quella di Rachele e
gliela misi sulla fronte. Chiuse gli occhi. La accarezzai come si potrebbe

fare con una creatura extraterrestre se fosse l’unico sistema per impedirle
di tornare nella dimensione parallela da cui è saltata fuori. Eravamo
dentro il tempo, e vedevamo chiaramente, un passo dopo l’altro, tutto
ciò che avremmo dovuto fare per salvarci dalla vita e rimanere insieme.
Mio padre, imbottito dagli ansiolitici dall’altra parte dell’universo, era
in un sogno governato da forze diametralmente opposte rispetto a quelle
che adesso, qui in fondo, spingevano la dinamo di un’accesa beatitudine.
Fa’ che non si svegli mai più, implorai, oppure fa’ che non mi
riaddormenti io… Ma di qualunque cosa fosse fatta quell’atmosfera
magica, stava iniziando a disgregarsi. Rachele non aveva più una goccia
da regalare alle acque sotterranee. Abbandonò la schiena contro il
coperchio del water. Sospirò. Le tolsi la mano dalla fronte e lei aprì gli
occhi. Provammo a guardarci, ma adesso tra di noi c’era solo l’imbarazzo.
Ogni cosa ebbe un singhiozzo, balzò in avanti e si stabilizzò.
Era di nuovo il 1986, l’anno dell’Aids e degli imprenditori travolti dal
successo, del compact disc, del videoregistratore, dei figli che odiavano i
padri e dei parcheggi semovibili che svettavano nel cielo. Rachele strinse
le ginocchia. Mi voltai perché potesse rivestirsi in pace.

Dunque, per l’Adamo dei Maschi Omega il primo contatto erotico con la donna amata consiste
nel metterle una mano sulla fronte mentre lei piscia; e mentre il contatto avviene,
il pensiero corre al padre che in quel momento sta dormendo
stordito dagli ansiolitici. Un consiglio al Vate Super Fluo, dato di
concerto con lo scimpanzé: si faccia vedere da uno bravo. Ma parecchio.

 

http://www.youtube.com/watch?v=bDmA8qQKhMY

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