La stanchezza del Natale (La Repubblica Firenze, 24 dicembre 2013)

Cari amici, questo è l’articolo che oggi mi è stato pubblicato da Repubblica Firenze. Buon natale a tutti.
Costretti a entrare dentro il recinto del Natale. S’avverte un pressante senso d’eterodirezione sul confine fra via Cavour e via de’ Martelli. Come se lungo quel confine sorvegliato dai pilomat fosse stata tracciata la linea di separazione fra la quotidianità e un rito pagano della dissipazione. Laggiù le decorazioni dell’ingombrante albero di Natale determinano lo stesso effetto della calura estiva di primo pomeriggio, quando l’aria si fa gelatinosa e vibra come smossa da un vento interiore. E davanti a quelle sensazioni estranee si ha la tentazione di resistere, di mantenersi distanti e al di qua del meccanismo che si perpetua. Ma poi passando oltre i dissuasori – che se così sono stati etichettati un motivo ci sarà – si scopre che proprio di un’illusione si tratta. Che, fatta salva la dimensione religiosa della festa per chi ci crede, la giostra si stia inceppando per usura; e che  intanto essa sferragli sempre più rumorosamente senza potersi fermare un attimo per essere sottoposta a revisione. Con questa formula ha funzionato, e con questa formula andrà incontro alla consunzione. Non c’è rito che non si faccia trito.
È questa sensazione di parabola quasi esaurita a dominare l’atmosfera natalizia a Firenze. E magari si dirà che ogni impressione è personale, e che inoltre sarebbe un abuso pretendere di elaborare come tendenza generale quanto avviene in un contesto locale. Ma se c’è del vero in ciò che si percepisce, allora non è errato dire che il Natale non è più quello. Che come minimo sta cambiando, e lo si nota dal passo svuotato di frenesia nel penultimo giorno della chiamata alle armi lanciata dai POS. Nessuno si affanna, e molti hanno l’espressione di chi sente che faceva meglio a disertare. L’allestimento dell’atmosfera è tutto lì, come ogni anno. Ma è la percezione che difetta. E questo basta per giustificare chi avverte nell’aria un senso di stanchezza. Che non è dovuto solo alla crisi, quest’entità onnivora con la quale infine tutti si trova un modus vivendi. C’è soprattutto che il Natale ci ha stancato, e ce ne stiamo allontanando gradualmente solo perché la pigrizia c’impedisce di staccare la spina in modo brutale. Lasciamolo agonizzare ancora un po’, giusto il tempo che serve per colmare il vuoto con un’abitudine sostitutiva. E intanto facciamo del rito un Temporary Christmas come se si trattasse di un Temporary Shop, una bottega just in time da tenere aperta soltanto il tempo che serve. Il giorno in cui non dovesse essere mai più riaperta ce ne faremo una ragione. Perché magari ricorderemo quella sterminata éra geologica in cui per le strade udivamo la vocina pronta a rammentarci ossessivamente che last Christmas I gave you my heart, e ci chiederemo come mai non andassimo a distruggere gli impianti stereo invece di lasciarci vellicare le nostalgie. Qualcuno rimpiangerà le catene di sms d’auguri preconfezionati, o le whatsappate con le foto del cenone in cui il vostro numero di telefono viene dato in pasto a dogs and pigs senza alcun riguardo per la privacy? Certamente no. E allora sopportate almeno quelle della notte che s’approssima. Sono temporarities. Ve ne ricorderete quando ci sarà da spiegarle ai vostri nipoti.
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Una Risposta

  1. L’ha ribloggato su Cetta De Lucae ha commentato:
    Natale stanca, o forse siamo noi ad esserlo.

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