Piombino stretta intorno al suo sacro fuoco (La Repubblica Firenze, 24 aprile 2014)

Cari amici, questo è l’articolo che oggi mi è stato pubblicato da Repubblica Firenze. Buona lettura.

 

Il sacro fuoco in via d’estinzione e una comunità rassegnata che gli si stringe intorno. C’è qualcosa d’ancestrale dentro questo giorno che segna per sempre la storia di Piombino. Qualcosa che rimanda indietro al tempo in cui una civiltà industriale non esisteva, e che immutato si presenta nel momento in cui un pezzo di quella stessa civiltà affronta l’eclissi. E quella cosa è il fuoco, il primo elemento addomesticato nell’eterna sfida umana alla natura, e perciò da sempre rielaborato come una potenza al tempo stesso munifica e crudele. In ogni luogo, in ogni comunità, v’è traccia d’un sacro fuoco. Di un punto che forgia l’identità in un mix tra sacro e profano di cui presto si perde coscienza. E a Piombino quell’entità ha trovato compimento nel fuoco materiale e non simbolico. Piazzato nella pancia dell’altoforno, al centro della Fabbrica-Moloch che si stende lungo la linea del mare. Da ieri mattina il sacro fuoco piombinese brucia il respiro della propria morte. E tutt’intorno domina il senso d’enormità e d’indicibile. Perché non v’è abitante di qui che non sappia quanto quella lenta estinzione sia un punto di non ritorno. E che se anche dovesse esserci una nuova vita per “la Fabbrica”, essa sorgerà a prezzo di una ferita insanabile. La perdita del pilastro identitario di una comunità.
Bisognerebbe aver vissuto quotidianamente il respiro di quel fuoco per capire. I piombinesi lo sanno, per esperienza diretta della fabbrica o anche soltanto per genius loci. Chi invece piombinese non è non può capire, e allora gli tocca immaginare l’espianto del segmento identitario più forte legato alla comunità di riferimento. E per chi ancora rifiuta di comprendere come mai possa creare tanto sgomento il semplice spegnersi di una macchina industriale bisogna tornare a delineare la potenza evocativa del fuoco. Il suo essere al tempo stesso natura e artificio, magia e tecnologia. La linea genetica fra il mondo primitivo e la modernità industriale. Un legame troppo potente per essere razionalizzato, sicché bisogna soltanto viverlo e raccontarlo per ciò che è. E testimoniare il dolore di una comunità che ieri per cerchi concentrici attorno a quel fuoco s’è radunata. Con le tute blu a fare da avanguardia. Dapprima la mattina, nel momento dell’ultima alimentazione dell’altoforno effettuata con l’amorevole dedizione di chi somministra l’ultima dose di morfina al malato terminale. E poi sotto la calura del dopopranzo, durante l’assemblea che nel piazzale fuori dalla fabbrica ha discusso dell’appoggio all’accordo di programma. Intorno a quest’avanguardia, per cerchi successivi, gli altri piombinesi raccolti dentro una mutezza dolorosa. Tutti a condividere quella sensazione: che per quanto si possa dare una continuità alla produzione dello stabilimento, da ieri Piombino non è più la stessa. E forse estremizza chi si spinge a dire che il 24 aprile del 2014 sia la data di morte per questa città, ma di sicuro c’è che nulla sarà più come prima.
“Si dice che con oggi finisce una storia lunga centocinquant’anni – sostiene Mirko Lami, delegato Fiom in fabbrica –, ma in realtà la tradizione che ha portato al sorgere di questa fabbrica è molto più remota, e risale al tempo degli etruschi. Oggi finisce una storia millenaria. Mi chiedi cosa ne sarà di Piombino da oggi in poi?”. La risposta è contenuta in una smorfia di rabbia impotente. La stessa espressa nel corso di un’assemblea messa al cospetto di una sitazione priva d’uscita: accettare un accordo di programma come se fosse una scelta e non la sola possibilità. E col timore che si stia soltanto barattando la morte immediata con un’agonia terminale, e che dunque la differenza stia in un’altra manciata di tempo presa in prestito a usura.
È determinata da questa sfiducia la rabbia di chi ieri durante l’assemblea invocava di mandare tutto in aria e passare alla protesta senza se e senza ma. Ma non c’è soltanto questo a armare uno sconforto di massa. C’è soprattutto il constatare che, a parte le poche figure di esponenti politici cui viene riconosciuta la costante mobilitazione in difesa della fabbrica (il presidente della Regione, Enrico Rossi, il sindaco Gianni Anselmi, l’assessore alle Attività produttive, Enrico Simoncini), spicca la sensazione d’abbandono a se stessi vissuta dagli operai e dalla città. Ciò che costituisce un atto d’accusa per lo stato centrale, incapace da vent’anni di ripensare un ruolo pubblico dell’economia nei settori strategici e d’arginare l’azione di avventurieri d’ogni risma e provenienza. Effetto del pensiero unico neo-liberista, di un’altra superstizione non meno esoterica che quella del sacro fuoco. E c’è anche la ribellione alla sordità dei mass media e dell’opinione pubblica, capaci di risvegliarsi attorno alla vicenda soltanto nel momento estremo e in conseguenza dell’appello lanciato da Papa Francesco. “Quando è il momento dei funerali son tutti presenti” è stata la battuta tagliente lanciata ieri a metà mattina da un operaio, mentre il piazzale semideserto fuori dalla fabbrica era occupato soltanto da telecamere in attesa d’entrare in azione e da giornalisti a caccia di un’opinione volante perché c’era un tiggì o un gierre di lì a una manciata di minuti. E questa sensazione d’essere stati snobbati troppo a lungo, e di essere ora nulla più che carne da cannone massmediatico, fa male quasi quanto lo spegnimento del fuoco sacro, e scava un solco fra la comunità piombinese e la comunità nazionale che forse nessuno più potrà colmare.
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