Libri che ho amato – Anteprima

libro-sospeso

“Sì, però ogni tanto potresti parlare bene di un libro”.

Da oltre un anno mi sento rivolgere questa sollecitazione. Amici di Facebook e Twitter, ma anche altri con cui vado a mangiare dal trippaio a Firenze quando capita. Uniti nella lotta per farmi recedere dalla monodimensione di stroncatore e farmi allargare il raggio. Dovendo segnalare due nomi, direi Stefano Trucco e Chiara Beretta Mazzotta perché sono il primo e l’ultima in ordine di tempo a avermi sollecitato. Fra loro, qualche altro centinaio di persone.

A lungo ho resistito, almeno per due motivi. Il primo: ritenevo, e continuo a ritenere, che sia molto più utile stroncare ciò che c’è da stroncare, anziché dir bene di ciò che merita. Perché è nettamente superiore il numero di libri da stroncare di cui si dice bene, di quanto non sia il numero di libri dei quali non si dice bene abbastanza. Il secondo, più spicciolo: continuo a trovare molto più divertente stroncare che elogiare.
E però l’insistenza dei molti mi ha aiutato a comprendere che forse mi stavo (mi sto) perdendo qualcosa.

Ci sono tanti bei libri che meritano attenzione, e una misura altrettanto ampia di scrupolosità nel parlarne. E soprattutto ci sono “i libri che ho amato”. Quelli che a solo citarne il titolo ti accendono dentro una scossa a bassissimo voltaggio, e ti risvegliano la sensazione di essere ciò che sei anche perché ti sei perso dentro quelle pagine. Li vedi sullo scaffale, o li cerchi con gli occhi della mente sulla mensola della casa al mare, e senti che devi loro gratitudine perché non potrai mai restituire loro quanto ti hanno dato.

A questi libri adesso voglio dedicare un’analisi scrupolosa quanto quella che riservo alle stroncature. E poiché si tratterà di un viaggio nell’anima prima ancora che fra le pagine, parlerò di ciascun libro a spezzoni. Senza mai ultimare il discorso su ognuno, e saltando da un libro all’altro attraverso la sequenza dei post. Non saprei farlo diversamente, e spero che abbiate la pazienza di seguirmi nonostante io proceda a questo modo.

Un’ultima precisazione. La scelta della locuzione “libri che ho amato” ha un significato preciso, diverso da quello che si sarebbe portati a credere. Si potrebbe pensare che io mi dedichi a libri che amavo in passato ma adesso non più. Non è così. E spiegandovi cosa intendo dire torno su un tema che da tempo sollecita la mia attenzione: la povertà espressiva della lingua italiana rispetto a quella inglese. Purtroppo in italiano non abbiamo le declinazioni verbali “continuous”, quelle che danno l’idea dell’azione “che si va svolgendo” lungo una durata non precisamente individuabile. In italiano dovrei limitarmi a dire di “libri che amo”. Qui e ora. Ma io voglio parlare di “libri che ho amato”, nel senso che li amo ininterrottamente da un momento imprecisato del mio passato e continuo a amarli d’un amore in costante evoluzione: books that I’ve been loving.

Sono i libri che devo rileggere di continuo, anche soltanto a spezzoni. Ma anche i libri che ho donato sapendo che forse non sarebbero tornati, e che proprio per questo davano un significato particolare al dono. O i libri che non posso fare a meno di ricomprare per la quarta o quinta volta quando li scorgo su una bancarella dell’usato, nell’illusione di poterli conoscere un’altra volta da capo. Voglio parlarvi di questi libri. Dalla prossima volta.

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Una Risposta

  1. […] questa serie di articoli con un post preliminare in cui spiegavo il senso di ciò che avrei scritto, e la prima fra tutte le spiegazioni fu dedicata […]

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