Libri che ho amato – 1: Quella strada nascosta che porta a Villa Ventosa

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Per capire quanto sia difficile trovare la strada che porta a Villa Ventosa bisogna dapprima rendersi conto di quanto siano fuori mano i percorsi di lettura che conducono alla sua creatrice. Una splendida signora inglese sessantaseienne di nome Anne Fine, scarsamente nota in Italia. Provate a chiedere in giro, anche fra i più voraci lettori di libri che conoscete. Difficilmente sapranno darvi indicazioni. E magari qualcuno s’illuminerà quando gli chiederete con una punta d’indulgenza: “Ma come, non sai che è l’autrice di Mrs. Doubtfire?”. Le labbra disegneranno una “o” di stupore, e da lì seguirà una considerazione che suonerà più o meno: “Non l’avrei mai immaginato”. E a quel punto resterà il dubbio a voi su cosa la persona con cui avete interloquito non avrebbe mai immaginato: che l’autrice di Mrs. Doubtfire si chiami Anne Fine, o che il film sia stato tratto da un romanzo? Di sicuro, incassata quell’informazione la persona da voi illuminata tornerà a ignorare Anne Fine. E con animo lieve riprenderà a leggere Massimo Gramellini.

 

Anne Fine

Anne Fine

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Eppure ce ne sarebbero di motivi per conoscere Anne Fine. Non soltanto perché si tratta d’una scrittrice eccellente sia per qualità che per quantità di produzione editoriale, ma anche perché si tratta di un personaggio a tutto tondo. Nata a Leicester nel 1947, Fine è autrice di una vasta serie di romanzi rivolta a diverse categorie di lettori raggruppate per fasce anagrafiche: bambini, adolescenti, persone adulte. Libri che in Gran Bretagna le sono valsi onorificenze e riconoscimenti d’alto prestigio. Ma c’è altro nella biografia di Anne Fine che merita d’essere citato. L’autrice ha lavorato due anni presso l’ufficio stampa di Oxfam, la ONG che si batte contro la povertà nel mondo. E è stata sposata per lungo tempo con un filosofo e matematico della New York University e della Birmingham University che porta il suo stesso cognome, Kit Fine.

 

Kit Fine

Kit Fine

 

Quest’ultimo è un accademico di fama internazionale, autore di libri su temi d’epistemologia e di filosofia del linguaggio. Chi volesse può ristorare la mente leggendo alcuni suoi paper disponibili sul web.

 

 

Dal matrimonio fra Kit e Anne Fine sono nate due figlie, Cordelia e Ione.

 

Cordelia Fine ha passaporto canadese e insegna presso la Melbourne University e la Melbourne Business School; è una psicologa specializzata negli studi di genere, e alcuni suoi libri come Delusions of gender. The real science behind sex difference e A mind of its own. How your brain distorts and deceive hanno suscitato dibattito e polemiche presso la comunità accademica.

 

Cordelia Fine

Cordelia Fine

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Dal canto suo, Ione Fine è assistant professor di psicologia presso la Washington University.

 

Ione Fine

Ione Fine

Una famiglia intellettuale a tutto tondo, dunque. Forse un po’ troppo per la mentalità italiana, abituata a “coppie intellettuali” che vanno da Trevi-Gamberale a Sofri-Bignardi passando attraverso Caressa-Parodi. Ogni paese ha ciò che merita, effettivamente.

Il matrimonio fra Anne e Kit finisce perché lei, come racconta al Daily Telegraph, si stanca di girare il mondo dietro al marito. Nel 1981 se ne torna a Edimburgo portando con sé le figlie ancora bambine. Lì comincia una nuova vita, che trova una svolta quando Anne conosce Dick Warren viaggiando in treno fra Edimburgo e Londra. Di lì a poco Dick diventa il suo secondo marito, e con lui vive tuttora nella Contea di Durham.

Ciò che fin qui vi ho raccontato di Anne Fine sarebbe sufficiente a stimolare curiosità sul personaggio e le sue opere. Ma in realtà, al momento del mio primo incrocio con l’autrice conoscevo di lei esattamente ciò che quasi tutti voi conoscevate prima d’iniziare a leggere questo post: nulla. E per fortuna esistono gli incontri causali, che nelle esperienze di lettura sono quelli che portano alle scoperte più feconde. La scoperta casuale è avvenuta durante una delle mie frequenti puntate presso il banchino di libri usati che si trova all’incrocio tra via de’ Martelli e via de’ Pucci. Chi vive a Firenze lo conosce bene, e sa che quello è uno dei punti di riferimento privilegiati per gli amanti del libro fiorentini. A pensarci bene, proprio lì ho scoperto quello che sarebbe diventato il libro più importante della mia vita. Ma ci sarà tempo per parlarne. Al momento basta dire che al proprietario di quel banchino devo una certa gratitudine, senza che lui lo sappia.

Un giorno di diversi anni fa, passando da quel banchino, m’imbattei in un libro di Anne Fine. Non ricordo quanti anni fa, perché quella copia del libro giace adesso in cantina assieme a qualche altro centinaio di volumi disordinatamente accatastati. Posso invece dirvi con certezza la data in cui, presso lo stesso banchino, quel libro l’ho ricomprato: 10 gennaio 2014, come annotato sulla prima pagina bianca. Ho rivisto quella copertina verde pastello di Adelphi, il dipinto raffigurante un paesaggio bucolico visto dalla finestra, e il titolo che al tempo in cui comprai il libro suscitò in me una curiosità tutta da testare: Villa Ventosa (edizione originale In cold domain, 1994).

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Il prezzo richiesto dal proprietario del banchino era basso abbastanza da indurre a soddisfare senza pentimenti lo sfizio di ricomprare il volume, magari per regalarlo dopo averlo riletto: 5 euro. E così è stato.

La seconda copia di Villa Ventosa è rimasta dormiente fino alla scorsa settimana, in attesa di una sorte qualsiasi. La rilettura, o il dono, o un viaggio in cantina per consentire un minimo di turnover negli scaffali sempre più assediati delle librerie di casa. Ma nel momento in cui ho deciso di inaugurare questa serie di post dedicati ai libri che ho amato mi è parso naturale partire dal libro di Anne Fine. Che racconta una storia minimal eppure profonda, di cui è protagonista una famiglia radunata attorno alla madre dispotica e alla dimora intorno a cui ruota la storia di questo gruppo: Villa Ventosa, appunto.

Riprendendo in mano quel volume avevo ancora in mente la sensazione di spiazzamento che mi venne trasmessa dal rovesciamento di prospettiva giunto a pagina 45, lì dove inizia il capitolo 9 dal titolo “C’era mai stata una volta…”. Fino a quel momento ogni pagina aveva trasudato sensazioni profondamente negative nei confronti di Lilith Collett, la madre e padrona di casa. Una donna dispotica, egocentrica, manipolatrice. Francamente odiosa in ogni sua espressione, e proprio per questo temuta e riverita dai quattro figli. Un personaggio di cui credevo d’aver capito tutto. E invece, a pagina 45, ecco il rovesciamento. Per la prima volta viene rappresentata la visione delle cose di Lilith. E d’incanto ogni cosa cambia tono e prospettiva. Proprio in quel momento ho avuto la certezza di trovarmi al cospetto di un libro fuori dall’ordinario, e di un’autrice di spessore superiore. E riprendendo il libro fra le mani ho aspettato di ripassare attraverso quello snodo per vedere se si ripetessero le sensazioni provate allora.

Confesso che alla rilettura quel passaggio non mi è parso così dirimente. Il che non ne sminuisce il valore. Piuttosto, conferma che ogni rilettura del medesimo testo ci suscita e svela qualcosa di diverso. Infatti il mio nuovo viaggio fra le pagine di Villa Ventosa mi svela dettagli cui alla prima lettura non avevo dato importanza. Ma di questo parlerò la prossima volta. Per il momento preferisco riportarvi le parole dell’autrice a proposito del personaggio di Lilith, pronunciate nel corso di un’intervista rilasciata a Radio 3 Rai:

La madre rappresenta un caso interessante: l’ho immaginata come un’esponente dell’ultima generazione la cui vita e’ stata condizionata dall’imperativo di fare figli al di la’ dei desideri individuali.
La contraccezione non era disponibile e cosi’ anche donne che ora non farebbero figli o ne farebbero uno solo erano obbligate a vivere ripetute maternita’ e questo condizionava loro la vita. Nel caso della signora Collett questo condizionamento e’ stato devastante.

Sì, bisognerà parlare un bel po’ del personaggio di Lilith Collett.

 

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7 Risposte

  1. E’ così che si vorrebbero leggere delle recensioni, se recensione questa tua si può chiamare senza offenderla e sminuirla. Quelle di libri che ci hanno toccato, intendo. O che ci hanno lasciato un segno, o ci hanno cambiati. A differenza delle persone, di cui ci si innamora a volte in modo inesplicabile e magari riportandone delle ferite, di alcuni libri ci si innamora per sempre e per motivi che ci diventano prima o poi noti. E mai ne siamo feriti, anzi. E quando ci innamoriamo di un libro, quell’amore è contagioso e vorremmo che anche gli altri potessero provarlo. Molti sono i libri che ho amato e amo e anche io li ricompro se mi capita di non trovarli più. Quasi tutti mi hanno insegnato a guardare il mondo in modo diverso. Tre mi hanno letteralmente aperto gli occhi. Uno mi ha cambiato la vita. Dunque grazie di questo tuo racconto del racconto. Che tu questo libro lo ami si capisce anche dal modo in cui l’autrice pare quasi diventata parte della tua famiglia.

  2. Penso che invece chiunque si ritrovi in quello che hai scritto sia grato a te, perché ecco, è bello sempre scoprire negli altri parti di noi. E chi ama i libri sa che i libri non sono solo pagine coperte di scrittura a stampa, ma esseri viventi che parlano.

  3. In quel banchino moltissimi anni fa (più o meno una trentina) trovai una vecchia edizione di “Il sorriso ai piedi della scala” (The Smile at the Foot of the Ladder, 1948), di Henry Miller, Feltrinelli 1963. Altra lettura miliare.

  4. […] La precedente puntata dedicata a Villa Ventosa di Anne Fine si può leggere qui. […]

  5. […] prime due parti della mia analisi su Villa Ventosa sono pubblicate qui e […]

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