Libri che ho amato -3 La cattiveria troppo perfetta di Lilith Collett (ancora su “Villa Ventosa”)

Le prime due parti della mia analisi su Villa Ventosa sono pubblicate qui e qui.

 

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È una cattiveria perfetta quella di Lilih Collett. Si esprime sempre attraverso la giusta misura, seleziona solo le parole più taglienti senza utilizzarne una più del dovuto, non ha mai una punta d’animosità che le faccia perdere il controllo. La matriarca di Villa Ventosa conosce perfettamente le debolezze dei suoi figli perché le ha plasmate. Dunque per lei colpirle è semplice come pigiare un pulsante, né lascia passar via un’occasione per farlo. Non si pone scrupoli nemmeno per la presenza di altri. Anzi, umiliare i figli davanti ai partner, e colpire questi ultimi di riflesso, è la più sublime delle cattiverie. Perché in questo modo la signora Collett rimarca che quelle continuano a essere le sue creature, e nessun’altra persona al mondo potrebbe avere su di loro un ascendente superiore al suo. Per questo può capitare addirittura che Lilith giochi al divide et impera fra i figli e i partner. Il meccanismo viene illustrato magistralmente e in poche battute all’inizio del romanzo, a pagina 14. Succede che William e il suo compagno Caspar siano appena arrivati a Villa Ventosa, e la signora Lilith si fa loro incontro a accoglierli. Rivedendo il figlio dopo un po’ di tempo, la prima cosa che le viene da dire o mostrare non ha nulla a che fare con l’affetto, ma piuttosto col difetto:

L. “Sei pallido, caro”.

W. “No, per niente”.

L. “Potevi almeno lavarti la faccia”.

Allora cercava rissa. Adesso avrebbe indirizzato a Caspar uno dei suoi sorrisi complici e vezzosi, per costringerlo a spalleggiarla – “Non trova, Caspar?” – nel trattare il figlio sempre più da bamboccio?

 

Il punto più alto di cattiveria si tocca a pagina 24 quando Barbara, dopo aver annunciato il proprio matrimonio, aggiunge che vorrebbe celebrare il banchetto di nozze a Villa Ventosa:

 

Qui, cara?”. La signora Collett fece una risatina, come se l’idea fosse semplicemente ridicola. “Non credo proprio, cara. Qui no”.

Barbara sembrava annichilita.

“Ma…”

“No, qui no, cara” ripeté con fermezza sua madre. “Direi proprio di no”.

Visto che Barbara era ammutolita dalla sorpresa e nessuna delle sorelle interveniva a difenderla, William si sentì in obbligo di affrontare lui il nemico.

“Perché no? Dopotutto questa è casa sua”.

“William!”. Altra risatina. “Sono anni che Barbara non abita più qui. O sbaglio, cara?”.

 

Lilith Collett si riferisce in quel momento a Barbara, ma in realtà quel riferimento agli “anni” riguarda tutti i figli che non abitano più lì e l’hanno lasciata sola a sorvegliare Villa Ventosa. Si tratta del motivo di più profondo risentimento verso i figli e il mondo intero da parte della matriarca, e la sua sottolineatura fa salire al massimo livello la tensione di quella riunione di famiglia. Ciò che dà modo a Anne Fine, soltanto due pagine dopo, di piazzare un passaggio che ci fa cogliere appieno la grandezza della scrittura vera. Quella che con poche e semplici parole ci fa vedere nitida con gli occhi della mente l’immagine descritta. Succede che Barbara ceda al pianto:

 

“Non è giusto!” gemette. “Io mi voglio sposare qui!”. Si spalmò i lacrimoni ai lati degli occhi con le mani, come una bambina.

 

Ecco il punto. Quando volete capire o spiegare cosa sia davvero “grande letteratura”, tenete in mente questo frammento di Anne Fine a pagina 26 di Villa Ventosa. E vi tornerà vivida l’immagine di una donna adulta e giunonica che regredisce allo stadio dell’isteria infantile in virtù delle sottili tirannie materne, e esprime questa regressione con un gesto che il lettore quasi sente sulla pelle: le mani che spalmano “i lacrimoni” ai lati degli occhi. Tutte le volte che v’imbatterete nei frammenti illeggibili di un Walter Siti o di un Antonio Scurati, o nelle fastidiose ciance di una Chiara Gamberale, o nelle desolanti banalità di un Massimo Bisotti, pensate a quest’immagine: le mani di Barbara Collett che spalmano sui lati degli occhi i “lacrimoni” da bambina. Sarà una boccata d’aria pura prima di riprendere a abbrutirsi.

Tornando a Lilith Collett, dovrebbe essere ormai chiaro anche a chi non ha letto il libro che la sua geometrica cattiveria si basi su una straordinaria dose di risentimento. E questo risentimento viene espresso contro ciò che è al tempo stesso una gabbia per lei e il nido per i suoi figli: Villa Ventosa. Per loro la casa circondata dall’immenso e rigoglioso giardino è il luogo di un’irriducibile nostalgia, e se continuano a tornare lì è soprattutto per respirare ancora Villa Ventosa e non certo per intossicarsi dei veleni materni. Per lei, invece, è un recinto di prigionia alla cui demolizione prende a dedicarsi dal momento in cui si ritrova a condurre da sola l’esistenza in quel luogo. A partire da un certo momento della sua vita Lilith Collett si intesta una sola missione: sterminare lo splendido giardino di Villa Ventosa. E quanto più i figli recriminano per la scomparsa di un albero o una siepe, tanto più è la determinazione di lei nel condurre quella spoliazione botanica. Lilith Collett odia la vita cui in cui è stata imprigionata, e il luogo in cui è stata rinchiusa fino a rimanerci sola, e infine odia se stessa. E esprime tutto il risentimento uccidendo pezzo dopo pezzo il giardino di Villa Ventosa:

 

 

Il prato digradante si stendeva fino agli alberi senza più l’intralcio del giardino giapponese che la signora aveva spianato. La vecchia vasca di pietra in cui incrociavano pigramente i pesci rossi era stata ripulita del muschio che la ricopriva con l’aiuto di un lindo candeggiante. Dall’ultima visita, persino il sentiero tra i graticci di rose pareva sparito. (pagina 16).

 

Quando scoppia la crisi familiare a causa della mancata concessione di Villa Ventosa per il banchetto di nozze di Barbara, la matriarca trova immediatamente il modo di sfogare il disappunto per aver visto messa in discussione una sua decisione. Così la scorge Caspar (pagina 30) dalla finestra del bagno:

 

Fu distratto da un rumore di colpi. Guardò in fondo al giardino e lontano lontano vide una figuretta accanirsi grottescamente con una zappa alla base dei rampicanti intorno al capanno degli attrezzi. Dietro c’erano Tory e Gillyflower, che senza dubbio stavano facendo di tutto per placarla. Toc-toc-toc-toc. Se non stava attenta, avrebbe finito per abbattere anche il capanno. Spesso quelle vecchie strutture di legno stanno in piedi proprio grazie alla vegetazione che le avviluppa. Ecco, dunque, come avveniva lo smantellamento del giardino. Le pratiche demoniache della signora Collett, il suo taglia-e-brucia, avevano origine dai conflitti con i figli. Niente di strano che William si svegliasse coi sudori freddi, Barbara si imbottisse le guance già paffute e Tory e Gillyflower dessero molta più importanza all’irritazione di una vecchia che non all’eccezionale notizia di un matrimonio. Dipendeva da loro la sopravvivenza del giardino che tanto amavano. Bastava mettere un piede in fallo, e…

Toc-toc-toc-toc!

 

Il grande giardino di Villa Ventosa è il campo d’una guerra a bassa intensità fra madre e figli, con la prima che devasta e cancella ogni segno d’una mappa sentimentale e i secondi che si sforzano di ricostruirla cercando le tracce scomparse. Tanto affanno viene ricostruito nel capitolo 3 della parte II, intitolato “Dammi la luna…” (pagine 86-91). Con l’aiuto di Caspar, William e Barbara si mettono in cerca di quello che lei sostiene essere una scatola di vecchie monete sepolte in giardino. Le operazioni vengono complicate dal fatto che non sia rimasto più nessuno dei punti di riferimento rispetto al tempo in cui la scatola era stata sepolta. Ecco un frammento alle pagine 86-7:

 

Da quel poco che Caspar aveva potuto cogliere delle istruzioni di Barbara, questo raid era una missione impossibile. “Sono ancora nello stesso identico posto” aveva detto il fratello. “Nella scatola di latta sepolta vicino alle pietre del sentiero”.

“Quello che la mamma ha tirato su l’anno scorso?”

“No, scemo. Quello che ha tirato su anni fa, quando ha fatto piazza pulita delle serre”.

“Quello lungo la siepe di bosso!”.

“Quale siepe di bosso?”.

“Te la ricorderai, la siepe di bosso! Andava da dove un tempo c’era il laburno a dove ha sradicato la mimosa”.

“Ah, sì!”. Lo sguardo confuso di Barbara si era illuminato. “Non c’è da così tanto tempo che me n’ero dimenticata. Sì, proprio quel sentiero là. Bene, devi andare dove passava una volta…”.

“Dopo quella bellissima panchina di legno?”.

“Panchina di legno?”.

“”Be’, adesso ovviamente non c’è più” aveva risposto seccamente William.

“Ah, sì! Dove c’era quella bellissima pachina di legno. E poi devi girare a destra dove una volta c’era il ciliegio in fiore. Lì dovresti trovare una discesa, dove prima c’erano i gradini…”.

“A meno che non abbia fatto sparire la discesa”.

“Può darsi. È da un po’ che non perlustro bene quella zona. Ma non dovresti sbagliare. La scatola era una trentina di centimetri a sinistra della terza pietra a sinistra del sentiero a partire dalla meridiana”.

“La meridiana?” si era lasciato sfuggire Caspar.

I due si erano girati a guardarlo.

“Scusate”.

 

Quella notte avviene un passaggio cruciale della storia. Il ritrovamento della scatola sotterrata svela che i ricordi di Barbara erano un po’ confusi. Nella latta non ci sono monete ma piccole pietre colorate d’azzurro. È Caspar a comprendere di cosa si tratti: sono i frammenti d’un mosaico d’epoca romanica, ritrovato durante i lavori d’edificazione di Villa Ventosa. Un bene archeologico di valore assoluto, certo più che sufficiente per bloccare le operazioni edili e far perdere la proprietà ai signori Collett. Unica soluzione possibile: far finta di nulla e passarci sopra una colata di cemento. Caspar intuisce tutto, e coglie al volo l’occasione che aspettava per mettere in scacco la matriarca di Villa Ventosa. Da tempo cercava il modo per recidere il cordone ombelicale che lega William alla madre e a Villa Ventosa, e quel viaggio gli mette fra le mani due armi insperate. Il frammenti del mosaico è una di queste. L’altra è la notizia di cui è venuto a conoscenza in modo fortuito, senza che i figli di Lilith abbiano minimamente intuito: la signora Collett ha venduto Villa Ventosa al confinante Hotel Partridge. Sono già state rilasciate le concessioni edilizie. In un estremo gesto di risentimento la matriarca non ha nemmeno avvisato i figli del fatto che il loro nido sta per diventare proprietà d’altri. E quando Caspar viene a sapere, indugia un po’ prima di decidere se metterne al corrente William. Infine, con la giusta dose di meschinità, decide di diventare il più prezioso alleato della signora Collett, sia pure all’insaputa di lei. Perché sa che soltanto la perdita di Villa Ventosa renderà William completamente adulto, cioè definitivamente suo. E pazienza se per il compagno sarà uno shock. La scoperta dell’esistenza d’un bene archeologico nel terreno di Villa Ventosa dà anche a Caspar la possibilità di far chinare la testa a Lilith Collett, infliggendole una sconfitta.

 

Per capire bisogna riprendere un antefatto. Dopo che la signora Collett aveva negato a Barbara di tenere a Villa Ventosa il banchetto di nozze, Caspar l’aveva sfidata offrendosi di pagare il (costosissimo) banchetto alternativo presso l’Hotel Partridge. Un gesto completamente fuori misura che ovviamente aumenta la tensione attorno a quel matrimonio, anziché smorzarla. La signora Collett reagisce ritenendosi non invitata, e d’imperio estende lo status alle due figlie. Sicché dei fratelli di Barbara rischia d’essere presente al matrimonio soltanto William, e giusto perché è il fratello del mecenate. Una cosa insostenibile. In quella situazione che pare senza uscita, Casper decide di giocare pesante. Senza avvisare William né le sue sorelle va a trovare la matriarca a Villa Ventosa. Lì le mostra una di quelle pietre di mosaico, poi le dice d’essere al corrente della vendita di Villa Ventosa e delle concessioni edilizie. Quindi le chiede garbatamente di presenziare al matrimonio di Barbara e di convincere Victoria (Tory) e Gillyflower (Gilly) a fare altrettanto, a meno che non voglia ritrovarsi con la soprintendenza in casa e la vendita bloccata.

 

A Lilith tocca abbozzare, incassando per sovrammercato una dose del disprezzo ch’era sempre stata solita indirizzare lei a altri. Ancora una volta, le parole di Anne Fine (pagine 116-7) sono straordinarie nel racchiudere il senso delle cose:

 

Negli anni Caspar ne aveva sentite abbastanza per sapere che l’egocentrismo della signora Collett era inattaccabile. Se guardavi le cose dal suo punto di vista (sorrisi scettici a labbra strette, sguardi di pura derisione), Gilly aveva sposato Angus non per amore, ma semplicemente per contrariare sua madre imponendole un genero incapace e impresentabile. Tory e George erano tornati a Fellaham da Londra per poterla meglio sfruttare come baby-sitter gratuita per i gemelli. E William era andato a vivere con Casper per il solo gusto di far rivoltare nella tomba la salma del suo povero papà. Si poteva perdonare alla signora Collett la meschinità d’animo con cui era venuta al mondo, ma era difficile non volergliene per l’abbondanza con cui la trasmetteva agli altri; e sapere che rendeva infelice se stessa almeno quanto il prossimo non era affatto consolante.

 

Davvero, una cattiveria troppo perfetta per essere vera. Eppure credibile, fino a che non si arriva a pagina 127. Lì le cose cambiano totalmente, avviene una specie d’agnizione. Ma per raccontarla come merita bisogna prendersi lo spazio d’un post intero.

(3. continua)

 

 

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