Da “Memo” (Baldini Castoldi Dalai, 2008)

Cari amici, inserisco il capitolo 7 di “Memo”, il mio secondo romanzo pubblicato nel 2008. Esso è richiamato nell’ultima puntata dell’analisi dedicata a Villa Ventosa di Anne Fine. Buona lettura.

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Capitolo 7

(“Beloved wife”, Natalie Merchant, “Tigerlily”, 1995)

Uta, Casa 2

Adesso è come se la strada fosse sprofondata, inghiottita dalla terra. Uno squarcio, e laggiù l’abisso oltre le punte dei piedi. E è così freddo questo vuoto, e è così grande il canto di sirene che mi chiama a librarmi a inseguire lo sguardo perso laggiù.

Qui c’era la striscia d’Oblivia che tagliava in due il mio giardino, la linea di confine fra me e i miei tre meravigliosi fiori: Beba, Delo e Cora. Solo io potevo varcare il confine senza chiedere, solo io andare e tornare. Ora che quella striscia non c’è più – forse è solo un’illusione, come quella dei cristalli di salicornia fra le mani di Teo che ha riempito per giorni il chiacchierare d’Oblivia; ma a volte basta l’illusione per rendere la vita paradiso o abisso – ora che la vista s’acceca di vertigine perdendosi nello sprofondo nella crepa della terra, cosa rimane di tutta una vita spesa a coltivarli, i fiori del mio giardino?

Non è così distante l’altro bordo del vuoto. Solo un salto breve, buono anche per le mie esauste membra di madre. E a quale madre un abisso da saltare – qualunque abisso da saltare – può mettere timore se sull’altra sponda l’invocano i suoi cuccioli da salvare? Eppure questo salto adesso è troppo grande per me, che i tre passi di strada a tagliare il mio giardino sempre li ho odiati d’istinto. Doveva essere tutto da questa parte, o dovevo chiudere al passaggio questo maledetto pezzo d’Oblivia. Stenderci uno strato di terra fertile e fiorirci sopra il mio mondo, completo e rotondo; sorvegliarlo giorno e notte con armi e fiere; cingerlo di ferro e di fuoco, armarlo di lance e spade, issarlo di mura ruvide e merlarlo di cocci e veleni. E intanto continuare a coltivare i miei fiori, a custodire i miei cuccioli, solo io e loro: mamma Uta, figli Beba Delo Cora.

Quante cose avrei dovuto fare, madre snaturata e degenere che non seppe proteggere il suo giardino, che lasciò i suoi cuccioli sull’altra sponda dell’abisso a invocare vanamente aiuto. Senza il coraggio di saltare in là, a toccare la sponda della salvezza – dei cuccioli, e forse la mia – o a rovinare dentro una caduta infinita, buona a salvarmi dalla scoperta che nessuno dall’altra parte stia invocando aiuto, che nessuno adesso s’accorga dello sprofondo e di quell’abbandono che sull’altra sponda dell’abisso forse si chiama libertà. Madre vigliacca che non vuoi saltare, madre indegna che non risvegli istinti di protezione dentro i tuoi cuccioli. E adesso te ne stai lì a guardarti la punta dei piedi, e chiederti se l’abisso laggiù sia realtà o immaginazione.

Me ne stavo tranquilla, dentro la mia parte del mio giardino mentre il pomeriggio si faceva forte e una luce aspra sgranava l’aria liberando la polvere in particelle tremule e orfane di gravità. Osservavo senza ricerca la corteccia ossidata dei pruni, l’abbraccio soffocante dell’edera alla quercia, lo scheletro dei glicini. Non c’era intenzione, non c’era motivo. Non c’era qualcosa a avvertirmi che il mio giardino stesse per squarciarsi. (Madre improvvida, che non sapesti cogliere l’incombere del pericolo).

Così ignara scorsi in basso qualcosa luccicare, nella filigrana di polvere. E fu tutt’uno scorgere e incuriosire, e dall’incuriosire avvicinarsi.(Madre stolta, che il pericolo andasti a cercare e far prendere vita fra le mani).

Sotto la quercia, vicino allo sterrato che tagliava il mio giardino, una vecchia penna stilografica, polverosa della stessa filigrana del pomeriggio. Era sua la filigrana di polvere che respiravo. (Madre cieca e ottusa che non riuscisti a distinguere la fine del tuo mondo).

Se ne stava lì sguainata, la punta esangue sulla terra umidata d’autunno, uno strato di fossilità a rendere remoto il tempo che fu rorida d’inchiostro. (Perché adesso tremi, madre sciagurata, nel pensare a quando era sangue vero quello che vergò col tratto della punta armata?).

Toccarla e ritrarsi come scossa da folgore fu tutt’uno, e forse prima ancora del tocco e del ritrarsi udii la voce che parve arrivare dallo sterrato – come già fosse sprofondato nello squarcio del mio giardino – e invece veniva da dietro me. (Madre pavida, incapace di confessare pure a te stessa che quella voce provenisse da dentro te).

Era la voce dello Straniero, ma io ancora per un attimo prima di vederlo l’avvertii come fosse un brusio dentro il mio giardino – il crepitare di una felce sotto il peso di un animale, il frusciare del frascame vellicato dal vento, il richiamo di uno dei miei cuccioli. Solo un istante dopo vidi la figura ignota, un estraneo a Oblivia e a tutto il mio mondo indicato dalla punta arida della stilografica e da quell’indicare si sprigionò il ricordo più sotterraneo che saliva da sotto le radici forti e ingarbugliate della quercia. Disse anche “Sauro”, ma già il ricordo di Sauro era sgorgato come da una fontana riaperta dopo un’eternità intera, uno scricchiolio di condutture e il turbine d’aria svuotata che scuote la terra. E poi l’acqua ch’erompe alla libertà macchiata dal colore del tempo stagnato, e il lezzo di ruggine che ammorba e poi si stempera mentre il flusso scolora e illimpidisce, e poi la nettezza – del flusso e del ricordo. E era quella nettezza di flusso e di ricordo a fare limpido il terrore, e estrarre la colpa dallo strato di ruggine e dallo stagnare. Sauro, e quella penna riemersa da quale strato fossile del mio giardino e dei ricordi – Sauro, amore mio.

La penna indicata dallo Straniero, fra le tue mani così forti. Rivedo le tue mani grandi come i rami di questa quercia, le tue mani che caricavano la roccia d’Oblivia sul carro per portarla fin qui, dall’altra parte della strada – sull’altra sponda dell’abisso. Lì dove volevi fosse il confine del nostro mondo, ché già Oblivia ti pareva un mondo troppo grande. Con quelle mani costruisti il giardino, il nostro giardino, e tirasti su le case dei nostri cuccioli. Una dopo l’altra, un anno dopo l’altro.

Lo ricordo adesso – nel momento che l’acqua del ricordo specchia e rinfresca, e scorre fiera dentro i suoi argini – che fu un mattino di primavera quando decidesti che volevi costruire una casa per il nostro primo cucciolo. Ricordo che fu un mattino di primavera – acqua specchia e rinfresca – e io scoprivo che non ti bastavo più, dentro il nostro giardino. Che tu volevi costruire una casa lì dove non c’era, per metterci dentro qualcuno che ancora non c’era, e con ogni energia del corpo e della mente ti dedicavi a costruire qualcosa che non era NOI. E quando la casa era completa, con quelle pareti forti di roccia, e il tetto in travi di legno, quella era una casa da riempire di vita. E se c’era una casa da riempire c’era la mia pancia da riempire, solo il tempo necessario a impastare di carne e sangue qualcuno che non c’era e che dal mio dolore sarebbe venuto al mondo per andare dall’altra parte dello sterrato, nel nostro giardino che non era più di NOI. E poi ci fu una nuova casa, e un’altra ancora, e sempre la mia pancia da riempire senza capire perché – tutta quell’energia, quella voglia di costruire per chi non c’era mentre NOI stava franando. Le tue mani ruvide di cemento su di me, quel senso d’attrito delle epidermidi, e l’impressione che a ogni tocco fosse escoriazione, e a ogni abbraccio squarcio. Non c’era più tenerezza nell’avvicinarsi del tuo corpo al mio, né più desiderio, solo una casa da riempire e poi la mia pancia da riempire. Là dove adesso passo la mano mentre lo sguardo dello Straniero su di me si faceva tenue, come comprendesse il motivo dei miei dolori d’allora, e comprendendolo perdonasse – e m’aiutasse a perdonare me stessa – di quei lunghi giorni che portavo dentro Cora, il terzo fiore del mio giardino, e desideravo così fortemente d’impiccarmi alla quercia, e desideravo che tu, Sauro, riempissi col mio cadavere gravido la terza casa.

No che non c’è da soffrire e da pentirsi, diceva lo sguardo lieve dello Straniero, e però da dove risorgeva questo ricordo che mi penetrava nel ventre con quel dolore antico, come di anti-parto, e la riscoperta impietosa della colpa per aver solo pensato e odiato così tanto – e odiato chi?, lui?, i miei due tesori che già erano arrivati?, quella che sarebbe nata?, me stessa che ormai ero nulla più che un corpo da riempire perché c’era una casa da riempire?

Da dove aveva ripescato quel ricordo che avevo seppellito all’ombra della quercia? Come faceva a sapere quell’ombra che s’allontanava lungo il tratto di sterrato che tagliava in due il mio giardino?, e intanto a ogni passo del suo allontanarsi la strada sprofondava metro dopo metro, e dalla pancia saliva un dolore che era tutto il dolore del mondo chiuso dentro il mio giardino. Il dolore delle mie tre creature che rientravano nel ventre, attaccate a me per sempre, e io non avevo nemmeno la forza di soffrire, e la disperazione di piangere.

Ma poi ancora lo Straniero si voltò. E il suo sguardo mi disse ciò che sapevo ma non volevo sapere, perché non volevo andare ancora indietro col ricordo – ché già avevo ricordato più del voluto, più del sopportato. Ma fu il ventre dolorante a rimandarmi la memoria di quelle mattine che lo riempivo d’aceto perché non volevo ci fossero altre case, e altri giorni a indugiare sotto la quercia del mio giardino, e altre stagioni passate a fare del mio corpo una bottega d’altri corpi, per poi inventarmi giorno dopo giorno l’amore di una madre e di una moglie che aveva perso il suo uomo e non capiva perché quei figli. E quelle case. No, non era necessario che lo Straniero mi ricordasse i litri d’aceto, e il dolore d’aspro che dal ventre attaccava il resto del corpo e dell’esistenza lasciandosi dietro pietra calcarea dov’era terra fertile, intanto che tu, Sauro, vedevi i tuoi sforzi contaminati di sterilità e le mani perdere l’arte d’edificare. Entravi dentro questo ventre così doloroso ogni giorno, e più volte al giorno senza accorgerti che l’acido stava prendendo anche te e ti stava bruciando la vitalità, e che solo il mio odio per te, e per i miei tesori, e per le case dall’altra parte del mio giardino ti stava ammazzando per contagio, e solo quel contagio stava svuotando me della morte che presto o tardi mi avrebbe finita. Ti vidi svigorire, poi ingrigire, e poi piegare il corpo finché il letto di morte non fu la penultima stazione di un viaggio ch’era solo tuo – perché ormai da tempo avevo lasciato che proseguissi da solo, ovunque volessi andare.

Con tutto l’amore che non avevo più t’accompagnai alla morte, solo io e te, mentre i miei tre meravigliosi, odiosi fiori già vivevano dall’altra parte del mio giardino e io non permettevo loro di vedere il padre che stava concludendo il suo viaggio, quello in cui aveva voluto essere solo. Ti vegliai giorno e notte, per non perdermi nemmeno un istante del tuo spegnerti e vederti prendere lo stesso colore di pietra calcarea ch’era dentro il mio corpo e la mia vita, Sauro, amore mio, quanto odio sentivo in quel momento e quanto mi faceva di nuovo sentir viva, mentre s’ultimava il contagio d’acido e pietra, e finalmente morivi della morte ch’era stata la mia esistenza.

E intanto lo Straniero non smetteva di guardare, quando già tutta la strada che tagliava in due il mio giardino era franata nell’abisso e io, madre degenere che racchiude nel ventre il dolore della colpa, mi sforzavo di non afferrare l’ultimo filo del ricordo. Questa penna fra le mie mani, e il foglio che seppellii sotto la quercia del mio giardino dove avrei voluto impiccarmi, firmato da te, Sauro, mentre morivi ma avevi ancora dentro la vita che bastava per comprendere mentre ti chiedevo la proprietà di tutto, del mio giardino, delle case, e dei miei tre maledetti fiori, che mi lasciassi la libertà di soffocarli dentro il mio abbraccio privo d’amore, e di vederli sfiorire come ero sfiorita io nei giorni in cui c’era una nuova casa da riempire e allora bisognava riempire la mia pancia, e loro lì a crescere come se l’amore gli fosse dovuto quando io avevo perso il mio e non avevo più da darne. Lasciarli invecchiare senza un’alternativa, inesorabilmente catturati dal tempo che passa sempre così uguale a Oblivia. E io a sorvegliare che il loro destino fosse il mio, vi ho dato tutta me stessa, mi riprendo tutto di voi stessi.

Ma ora non più. E questa penna da rigirare fra le mani, sulla punta una goccia d’aceto sospesa sull’abisso fra me e l’altra parte del mio giardino, l’inchiostro della mia disperazione, madre snaturata per sempre negata all’amore.

 

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Una Risposta

  1. […] Collett abbia inciso in me. Ci ho ritrovato molte analogie con Uta, il personaggio protagonista del settimo capitolo di Memo, il mio secondo romanzo. Dovevo tornare a Villa Ventosa per […]

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