Libri che ho amato – 4 A Lilith Collett, e a ogni altra madre di questa Terra (ancora su “Villa Ventosa” di Anne Fine)

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Anne Fine

Anne Fine

 

(Le precedenti puntate sono state pubblicate qui, qui e qui)

Ma infine, cosa fa di Villa Ventosa uno dei libri che ho amato? E cosa rende a un libro bello, e al limite bellissimo, lo status di “libro che ha plasmato una parte di te”?

Sono domande che arrivano soltanto molto dopo. Deve trascorrere un giusto lasso di tempo perché si capisca quanto un libro abbia scavato una nicchia dentro di noi e da lì continui a inviare un’eco. E in quel lasso di tempo ti arrivano degli indizi che sul momento non riconosci. Ti sembra di rintracciare dei personaggi di quel libro nella vita vera, e di masticare le frasi che hai trovato in quelle pagine come se le avessi dentro da sempre e infine fossero tue. E senti il bisogno di rileggere, anche solo dei capitoli a caso, per scoprire che mentre lo fai riconosci le vibrazioni di allora. Soprattutto, scopri che delle vibrazioni c’erano state, ma per prenderne coscienza bisognava che si ripresentassero. E con questi brevi accenni ho dato la mia opinione su cosa faccia di un libro uno dei libri che ci segnano la vita. Se invece sposto l’attenzione dal generale al particolare, e indicare cosa di Villa Ventosa ne abbia fatto uno dei libri che ho amato, non ho dubbi: è il capitolo 12 della parte II. S’intitola “Ruote. Margherite”, e è uno dei più lunghi. Da pagina 127 a pagina 136.

Dieci pagine in cui il libro sembra vibrare fra le mani. E a farlo vibrare è sicuramente la rabbia sorda di Lilith Collett. Ma non solo quella. C’è il senso di vergogna del lettore, che scopre d’essere caduto nel tranello dell’autrice. D’aver seguito acriticamente la rappresentazione senza avere minimamente provato a usare il distacco, né a esercitare la serenità di giudizio. Senza cercare l’immedesimazione con l’unico personaggio verso il quale fin dall’inizio non v’è stata indulgenza, a cui non è stato concesso il beneficio del minimo dubbio. Perché fino a pagina 127 nessuno dubita minimamente di quanto sia cattiva, marcia, profondamente negativa Lilith Collett. E invece, arrivato lì, il lettore si sente afferrato per il bavero dall’autrice e scosso con vigore. Richiamato all’ordine, e severamente raccomandato di usare un po’ più di spirito critico, quando ricapiterà. Perché a chiunque bisogna concedere il beneficio del dubbio, pure a una Lilith Collett. Soprattutto, si ha l’impressione che d’improvviso la matriarca di Villa Ventosa si giri finalmente verso il lettore. E che lo guardi con disprezzo, prima di sibilare col livore più livore di cui è capace:

“Ma tu, chi cazzo sei per giudicarmi? E per farlo senza sapere nulla di me? Quanto sei miserabile, col tuo ascoltare QUALUNQUE PUNTO DI VISTA TRANNE IL MIO? Fin qui hai solo sentito parlare DI ME, ma non ha mai sentito parlare ME. Cosa ho fatto io a te per non vedermi concedere nemmeno un’attenuante? E allora, dato che finalmente ne ho facoltà, dico la mia. E non perché voglia convincere te o chicchessia, cosa di cui non m’importa nulla, ma perché almeno per una volta nella vita voglio sfogare tutta la rabbia che mi porto dentro”.

Ecco, se devo dire cosa abbia reso speciale Villa Ventosa ai miei occhi, rispondo indicando le 10 pagine in cui la rabbia impotente di Lilith Collett si scatena come un uragano dentro un acquario. Destinata ancora una volta a rimanere sigillata dentro lei perché fatta di pensieri troppo cupi e di parole indicibili, ma finalmente riconoscibile come un abisso d’auto-negazione. E prima di effettuare il difficile tentativo di descrivere quelle dieci pagine devo dire alcune cose. Innanzitutto, che nella prima puntata dedicata a Villa Ventosa ho dato un’indicazione errata a proposito del passaggio di libro in cui questa svolta avviene. Quando ho scritto la prima puntata stavo ancora rileggendo il libro, ma al tempo stesso avevo voglia di parlarvene presto. Dunque ho equivocato sul momento in cui avveniva il passaggio cruciale. Per come ricordavo, mi pareva che la svolta fosse collocata molto prima rispetto a dove effettivamente si trova. Tant’è che in quel post arrivo a dire di non aver provato alla rilettura le sensazioni d’allora.

Ho scritto un’inesattezza.

Specie perché alla rilettura le sensazioni sono state persino più forti della prima volta. E so che rileggerò Villa Ventosa soltanto per il piacere di rileggere quelle dieci pagine. Perché certi frammenti non possono essere estrapolati e letti a sé. Vanno guadagnati, e soprattutto bisogna lasciar crescere il climax che culmina in essi. Esattamente come succede per la scena più intensa del film da me più amato, accompagnata dal brano più bello di sempre a far da colonna sonora: il film è Magnolia di Paul Thomas Anderson, il brano è Wise Up di Aimee Mann, e la scena è quella in cui tutti i personaggi del film cantano un frammento.

 

https://www.youtube.com/watch?v=aNmKghTvj0E

 

Si può anche scegliere di andare in fast forward e vedere solo quella sequenza, o più semplicemente prenderla dal You Tube come ho appena fatto. Ma l’effetto non sarebbe lo stesso. Perché quella scena è un climax, e il climax bisogna guadagnarselo. Giuro che se potessi sacrificherei tre ore di ogni mio giorno per rivedere quel film e arrivare a quel climax. Di sicuro, rileggerò più volte Villa Ventosa per godermi il climax delle pagine dalla 127 alla 136.

Per di più, dopo aver riletto quelle pagine ho scoperto quanto profondamente il personaggio di Lilith Collett abbia inciso in me. Ci ho ritrovato molte analogie con Uta, il personaggio protagonista del settimo capitolo di Memo, il mio secondo romanzo. Dovevo tornare a Villa Ventosa per capirlo.

Ma cosa succede in quelle pagine? Provo a ricostruire lasciando parlare gli estratti. Il capitolo si apre con Lilith Collett che dalla finestra vede andar via Caspar. Costui le ha appena inferto la sonora sconfitta di cui si è parlato nella puntata precedente. E per la soddisfazione si lascia andare a un gesto infantile: giunto davanti al cancello di Villa Ventosa fa una ruota perfetta mettendo i palmi per terra e atterrano coi piedi dopo una virata di 180 gradi. Lilith Collett vede, e le ritorna in mente il tempo in cui a fare la ruota erano i suoi figli. E da lì parte tutto.

 

Strano come nelle persone il piacere sia così inestricabilmente legato alla tirannia sugli altri. Non ne sopportava più nemmeno il ricordo. Era ora di cambiare aria. Qualcuno, naturalmente, le avrebbe dato dell’egoista. “Ma che peccato vendere quel bel giardino proprio adesso che i suoi nipotini hanno l’età per cominciare a goderselo!”.

Che andassero tutti affanculo. A Hector, naturalmente, non avrebbe fatto piacere sentirglielo dire in quei termini: una delle poche cose che gli davano fastidio era quel genere di linguaggio in una donna. Ma nessun’altra espressione era abbastanza forte. In quegli ultimi anni, il giardino aveva smesso di essere un rifugio, un posto in cui nascondersi per prendere una boccata d’aria e stare sola (almeno per qualche minuto, prima di essere localizzata): era diventato una fonte di spiacevolezze, un simbolo di lotta, una scusa di cui i suoi figli dalle mille richieste approfittavano per tenerla in pugno. Ormai non riusciva più neanche ad annaffiare senza che Tory le snocciolasse i suoi moralismi da ambientalista: “Stai usando un diserbante chimico? Non hai letto l’articolo che ti ho mandato sulla quantità di residui tossici che lascia nel terreno? Perché invece non pianti delle patate?”. “Non è possibile che tu abbia buttato via quello stupendo barile per l’acqua piovana. George te lo aveva detto, che appena trovava del tempo sarebbe venuto a chiudere le fessure!”. Passeggiare per il giardino con Tory era come girare in un impianto industriale con un ispettore: comunque sempre meglio che con Gillyflower. Gillyflower la tirava pazza. “Oh, mamma! Ti ricordi quando Tory e io preparavamo quegli stupendi picnic sotto la magnolia? Che fine ha fatto il servizio da tè delle bambole? È ancora in cantina? Era di latta azzurro cielo…”.

(…)

Anche William aveva fatto lo scout, ma non gli era servito granché. La convivenza con Caspar non si poteva certo considerare purezza di pensieri, parole e opere.

 

Lilith va avanti, e ricorda quanto la scoperta dell’omosessualità di William fosse stato un colpo per Hector, il marito:

 

Non avrebbe mai dimenticato la notte in cui si era svegliata e non l’aveva trovato accanto a sé: le era arrivato il rumore attutito del pianto ed era andata in punta di piedi fino al bagno, dove lui, seduto con i pantaloni del pigiama giù fino alle caviglie, singhiozzava dal profondo dell’anima coi pezzettini di quella foto sparsi sulle piastrelle. Lo aveva spedito subito a letto e gli aveva parlato finché non si era riaddormentato, ma a quel punto era rimasta sveglia lei. Dopo un’ora trascorsa a guardare il cielo schiarirsi a poco a poco, si era arresa e aveva passato le ore che la separavano dalla colazione a ripescare uno a uno dal cestino i pezzetti della fotografia, e a ricomporli come un puzzle sul tavolo di cucina finché la faccia rabberciata di William non le aveva di nuovo sorriso tutta gaia dalla foto di scuola preferita di Hector.

(…)

E non aveva [William] fatto del bene neppure a se stesso. Quando mai lo si vedeva sorridere?Veniva a trovarla tutto altezzoso, trascinandosi dietro quel lumacone di Caspar, e se appena osavi alzare le cesoie per mozzare qualche germoglio impertinente, ecco che saltava alla gola: “Se vai avanti così non resterà più niente!”, Che cosa gli era preso, ai suoi figli? Come mai erano diventati tutti così allergici alle novità? Se fosse dipeso da loro avrebbero bandito qualunque forma di cambiamento. Bastava pensare al diavolo a quattro che avevano fatto quando aveva cambiato l’azzurro dell’ingresso. Agli strilli di quando aveva buttato quelle orrende vecchie fioriere. Pareva quasi che si sentissero in diritto di mantenere le cose esattamente com’erano sempre state.

(…)

Quante volte negli anni aveva ripetuto a se stessa: Lilith, rilassati. Goditi i tuoi figli e fa’ tesoro del giardino. Lascia che le preoccupazioni ti scivolino addosso e vivi in santa pace.

E a che cosa era servito? A niente. Non era la sua natura, al punto che non sapeva godersi neppure una mattina di solitudine. Nel giro di un’ora era già tormentata da qualcosa che avrebbe dovuto fare, e subito la rabbia irragionevole del risentimento tornava a impossessarsi di lei.

(…)

Cominciò a strappare selvaggiamente le margherite. Poi abbassò lo sguardo e si ritrovò le dita sporche e striate di verde. Oh, Dio. Quante volte al giorno se le doveva lavare? Abbastanza da far sfigurare Lady Macbeth. Per quanto famigerata, anche quell’altra madre casalinga, se fosse stata presa nel gorgo dei compleanni, dei Natali, dei Capodanni e delle Pasque, avrebbe al massimo trovato il tempo di cacciare Duncan fuori di casa. “E poi la settimana prossima c’è il compleanno di Banquo, tesoro. E la settimana dopo quello di Donalbain. E vuoi che nessuno dei pargoletti di Macduff sia nato in agosto? Devo comprare un regalo a tutti? O gli do solo un biglietto con gli auguri?”.

O li uccido? Lilith affondò le dita nel terreno finché la terra non le si conficcò dolorosamente sotto le unghie, e strappò un mazzetto di denti di leone che poi lanciò nella siepe più vicina. Non si riusciva a depennare la gente dall’elenco delle tirannie neppure dopo che era morta. Hector era sotto terra da dieci anni. Dieci anni! E ancora adesso, inesorabilmente, il due marzo Barbara si presentava alla porta con quell’agghiacciante sguardo professionale pieno di partecipazione, e sotto il braccio qualche costosa specialità gastronomica, desiderosa di condividere il suo stato d’animo. Ma quale stato d’animo. Hector era morto. Barbara poteva lagnarsi al telefono quanto voleva della sua reazione freddina, e di come non le avesse dimostrato neppure un po’ di gratitudine che ci si aspetterebbe da anni. (…) Ma la vera egoista era Barbara. Sì, Barbara. Come tutte le altre sanguisughe che stavano prosciugando Lilith, anche lei stava solo insistendo con determinazione su un vecchio schema di vita nel quale il due marzo era il compleanno di Hector. Si rifiutava di accettare il nuovo. Eppure lui era morto e sepolto. Hector non c’era più. (…)

 

Salto abbondantemente per andare verso la chiusura del capitolo.

 

Lilith si stiracchiò voluttuosamente sul prato punteggiato di margherite, e guardò il cielo sopra di lei. Nessuno se ne rendeva conto, ma le persone della sua età coltivavano ancora dei sogni. E il suo stava per realizzarsi. Una casetta piccina picciò (per niente sicura per i nipotini, troppo angusta per ricevere ospiti) dove finalmente avrebbe potuto spogliarsi della corazza in cui aveva così strenuamente protetto quel poco che le restava di sé. Poteva diventare generosa, adesso. Poteva diventare gentile, altruista e amorevole. Avrebbe potuto essere Madama Indulgenza per tutta la vita, se non fosse rimasta intrappolata mei panni della signora Collett. Ma fra tre settimane cominciava la sua vera vita…

Tre settimane…

Mentre guardava in su, piena dei tremuli desideri del prigioniero negli ultimi giorni di reclusione, una pesante nube color acciaio si fermò sopra il sicomoro e oscurò il sole.

 

Forse adesso vi sarà un po’ più chiaro perché mai Villa Ventosa sia uno dei libri che ho amato. E forse vi sarà un po’ più chiaro il motivo per cui non potremo ringraziare mai abbastanza le nostre madri, e tutte quelle che abbiamo conosciuto.

(4. fine – Il viaggio nei libri che ho amato riprenderà presto con un altro titolo)

 

 

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