Massimo Bisotti e la deriva della donna italiana media – 3 La Critica della Ragion Purga

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

 

Le precedenti puntate sono leggibili qui e qui.

 

“Ma a che punto sei con Massimo Bisotti?”. Nei giorni che sono trascorsi dalla pubblicazione dell’ultimo post sull’idolo delle Desperate Webwives mi sono sentito rivolgere quest’interrogativo. E ogni volta ho risposto che proprio non lo so. Non se nemmeno se possa esserci un punto, nella lettura degli scritti di Massimo Bisotti. Qualcuno fra voi sarebbe capace di individuare delle coordinate dentro un buco nero? Impossibile, perché la sola cosa che vi possa capitare entrando in contatto con un buco nero è venirne inghiottiti e nullificati. Proprio quello che temo mi stia succedendo leggendo i manufatti cartacei di Massimo Bisotti, il Pink Bloc capace di nullificarvi con un solo aforisma. Qualcosa di molto simile allo sguardo di Medusa, che al solo incrociarlo vi trasforma in pietra; così è per le supposte di saggezza dispensate da Bisotti, che al solo leggerne una provate immediato il senso della smaterializzazione. Come se la vostra dimensione fisica venisse attaccata dal virus dell’evanescenza.

È con sincera preoccupazione per la mia sorte che vivo queste righe. Perché se tanto mi dà tanto, e se basta una suppostina di Bisotti (una Bisupposta) per far scattare il processo di nullificazione, allora è molto probabile che io sia già svanito. Forse non esisto più, e quello che state leggendo è soltanto un file autogenerato dal mio pc afflitto da inconsolabile vedovanza. Magari vergo queste righe da un limbo d’esistenza illusoria. Sono già trapassato o pre-trapassato ma non mi rassegno. O forse è che il processo di nullificazione non è così immediato, e che dunque non subito si passi all’immaterialità. Probabile che bisogni attraversare gradi diversi della dematerializzazione, dall’hard al soft, affinché il passaggio non sia traumatico. Sicché mentre vergo queste righe potrei essere allo stato liquido, come direbbe il Fabio Volo delle scienze sociali Zygmunt Bauman.

Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman

 

E in attesa di passare allo stato gassoso e poi dissolvermi, definitivamente bisottizzato come fosse essere terminato alla Schwarzenegger, alimento questo barlume di vita intellettuale ch’è illusione d’esistenza. Lo confesso: sono atterrito dall’ipotesi d’essere come Bruce Willis in Il sesto senso, o Nicole Kidman e figlioli in The Others. Già trapassato, ma illuso d’esser vivo e terrorizzato da vivi che scambio per fantasmi.

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Ok, lo so, ogni volta che c’è da parlare di Bisotti la prendo un po’ troppo alla lontana. Ma vi giuro che è solo autodifesa, non lo faccio certo per eludere il discorso. La missione che mi sono intestato è impossibile. Provateci voi a prendere le misure al Nulla, a mapparlo, a persino a disegnare lì dentro dei tracciati. Dopo cinque minuti comincerete anche voi a prenderla alla lontana. E ve le inventereste tutte pur di non dare una risposta precisa. Ci tenete proprio a averne una? Bene, ve la do ricorrendo a un’immagine. Ipotizzate che io sia su una duna qualsiasi in pieno Sahara. E che arrivato lassù pianti un picchetto. Vedendo dov’è, sapreste dirmelo voi in quale cazzo di punto del Sahara io mi trovo?

Ecco, magari adesso avete un po’ più chiari sia i termini della questione che la rozzezza della domanda. Quando si viaggia attraverso i manufatti cartacei di Bisotti non si può essere “a un dato punto”. Non ci sono punti, ma soltanto delle immensità da scandagliare. Per esempio, un’abissale assenza di talento per la scrittura. O una galattica distesa d’insensatezze. O un’eterna negazione della correttezza linguistica formale. Non si finisce mai di apprenderlo e riapprenderlo. Per intenderci: da oltre un mese sto leggendo il primo dei tre manufatti stampati bisottiani, La luna blu. Il percorso inverso dei sogni.

 

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E non so nemmeno quando lo completerò, figurarsi immaginare quando inizierò i due successivi e terminerò di leggerli. Al momento sono a pagina 129 di 188, e nemmeno questa informazione vi può dire qualcosa. Perché se si ragionasse su un libro qualsiasi, si potrebbe dire: “Bene, sarai anche lento come Davide Checco Faraone quando prova a mettere in fila due parole in italiano, ma almeno hai la certezza d’essere a cinquantanove pagine dalla fine”. Nossignori! Il problema non sono le cinquantanove pagine alla fine, ma le centoventinove lette in modo mai definitivo. Perché questo è il punto. Ogni frammento di Bisotti presenta alla rilettura dei vuoti che alla prima lettura non erano stati colti. Laddove ne avevi scovati due o tre, poi ne ritrovi almeno un altro paio. E se azzardi la terza lettura del frammento ne individui ancora uno o due, e così via. È come tenere i fermenti lattici in frigo. Il contenitore è sempre quello, e in parte li avete già consumati, ma niente: ce n’è sempre di  più e non smettono mai di fermentare. E dunque, come potete pretendere da me che vi parli con precisione dei manufatti cartacei bisottiani? Posso limitarmi a farlo come viene, isolando volta per volta degli elementi e sapendo che su quegli stessi elementi avrei necessità di tornare dopo aver letto le cose non lette e riletto quelle già lette. Sempre che in questo momento mi stiate leggendo, s’intende, e nella speranza che io non sia trapassato.

Dopo una così lunga premessa, vengo a illustrare la chiave di lettura che oggi ho scelto per l’analisi dei manufatti cartacei bisottiani. Essa ha a che fare con la logica di quegli scritti. Che è il vero Mistero fra i tanti misteri della scrittura bisottiana. Nel senso che non la si trova manco per sbaglio. E che più la si cerca, più si scopre quanto essa sia incompatibile con la scrittura bisottiana. Perché Bisotti lascia scorrere le parole come vengono, e nel momento in cui vengono. In questo esatto momento è colla, ma un istante fa era culo e fra un istante sarebbe stato callo. La differenza è data dal momento, non dall’appropriatezza semantica o dal corretto combinarsi dei concetti cui le parole danno costrutto. Sicché fare un’analisi razionale dei testi bisottiani significa avventurarsi in una Critica della Ragion Purga. E vi diffido immediatamente dall’interpretare la cosa in modo volgare, perché l’accezione che io do all’atto di purgare è fedele all’etimologia. Quest’ultima dice che purgare viene dalla fusione del termine latino purus, cioè “puro”, e della desinenza –igare, che indica frequenza di atti. Questo fa Bisotti: riempie il mondo di purezze, con lodevole assiduità. E rispetto a ciò cosa volete che siano mai l’appropriatezza delle parole usate e la coerenza dei periodi costruiti? Dettagli per fissati, roba da cinici controcuore che non pensano d’aver bisogno d’una sana purga. Purtroppo io rispondo a quest’ultimo profilo, né mi rassegno alla purificazione. Forse per questo sto andando in evanescenza, ma finché manterrò un barlume di presenza intellettuale non smetterò di portare avanti questa Critica della Ragion Purga. Passando allo scanner periodi come quello che si trova a pagina 13 di La luna blu:

 

Tuttavia, sapeva della passione quasi viscerale di Meli per la fotografia, tanto da darle i nervi a volte.

 

Ora, a parte che non si capisce chi fra Meli o “colei che sa della passione” diventi nervosa davanti a questo dettaglio, resta l’improprio modo di riportare il modo di dire. Si dà “sui nervi”, o “ai nervi”. Non so se invece “dare i nervi” sia una cosa simile a donare il sangue o il midollo osseo. O più probabilmente è una di quelle situazioni da banco del trippaio. “Signora, oggi ho un’insalata di nervetti che modestamente la concorrenza mi fa una trippa. Gradisce?”. “No Tanino, lo sai che per il mio lignaggio m’impone di mangiare soltanto stigghiòla, o al massimo pani c’a meusa con ricotta e tumàzzu grattàtu”.

 

Un piatto di stigghiòla

Un piatto di stigghiòla

 

Pani c'a meusa con "tumazzo grattato"

Pani c’a meusa con “tumazzo grattato”

 

Sono pedante? Probabile. È che non mi adeguo, come fanno le schiere di bisottine che sono tutte quante di bocca buona.

Massimo Bisotti con una delle sue fan più affascinanti

Massimo Bisotti con una delle sue fan più affascinanti

 

Sono un po’ più esigente, pretendo ancora di fare la Critica della Ragion Purga. Perciò noto le illogicità del testo. E l’uso a dog’s cock di parole del cui significato evidentemente l’autore non si cura. A pagina 72 Demian, il personaggio di uno scrittore che ha la peculiarità di scrivere peggio del suo inventore, parla del modo in cui cerca di neutralizzare “i suoi dolori”. Che messi al plurale anziché al singolare sembrano i reumatismi, ma vabbe’:

 

Chiudevo scatole bucate sotto, loro come un druido diabolico, una specie di fumo ipnotizzante, uscivano e indisturbati nuotavano nell’aria.

 

Ma Bisotti ha idea di cosa sia un druido? Lo scambia mica per il Genio della Lampada? O forse, vista l’assonanza, voleva scrivere fluido? In quest’ultimo caso, e tenendo conto della giusta estemporaneità delle parole, anche lurido avrebbe avuto un suo senso.

 

Ma il problema non è soltanto di appropriatezza delle parole. C’è anche quello dei frammenti che, messi uno dopo l’altro, si contraddicono. Per esempio, quelli che si trovano a pagina 8:

 

Noi cambiamo e tutto resta uguale, persino il tempo, mentre scorre senza farci scorrere davvero.

Resta uguale perché noi siamo uguali, negli stessi meccanismi che usiamo per difenderci dall’esperienza.

 

Magari le bisottine non lo notano, perché loro andrebbero in sollucchero anche sentendosi rivolgere formule sconosciute tipo Ifix Chen-Chen.

Quando non esistevano le bisottine ma i fotoromanzi sì...

Quando non esistevano le bisottine ma i fotoromanzi sì…

Gabriel Pontello e la sua formula magica

Gabriel Pontello e la sua formula magica

 

 

Mai controcuore

Mai controcuore

Io invece riscontro come nel primo capoverso si sostenga che “noi cambiamo mentre tutto resta uguale”, mentre nel secondo si dice che “tutto resta uguale perché noi siamo uguali”. Ma sarà mica bipolare, questo qui? E badate bene che questo non è l’unico esempio. I manufatti cartacei bisottiani sono pieni di periodi che si contraddicono. Per esempio, eccone un altro a pagina 10:

 

Viviamo nell’inferno degli imprevisti. Tentare di dare a tutti i costi un significato a quel che accade può farci sprofondare  all’inferno, ai confini della follia.

 

Dunque, si parte dall’assunto che “viviamo all’inferno”. Ma poi si dice che a secondo di quello che facciamo c’è il rischio di sprofondare all’inferno. Tutto quadra, no?

Il vero problema è intestardirsi, provare a capire. Io lo faccio, e perciò continuo a non fare tesoro della lezione tramandata dalla banda di Amici Miei: che il mondo è dei candidi.

https://it-it.facebook.com/pages/Beato-te-che-un-tu-capisci-una-sega/107251842630405

 

Ma cosa ci posso fare se davanti a certi frammenti bisottiani m’inceppo? Prendete questo a pagina 20:

 

Priva di complementi e oggetti ma con dentro il tuo corpo, il cielo e un giardino di fiori le mie carezze e petali di labbra le mie parole a fermare il tempo, tanto che se il mondo finisse in quell’istante non ce ne accorgeremmo e ogni nuovo istante sarebbe il prolungarsi naturale dei sensi, dalle montagne all’increspatura delle ciglia del vento dischiuse all’infinito.

 

Sì, lo ammetto: ‘un c’ho capito ‘na sega. Ma al contrario delle Desperate Webwives non mi sento beato. Perciò m’interrogo sull’ardita costruzione del periodo, che sembra fatta con scarti di Lego e pezzi di Cera Pongo tenuti insieme con una Big Babol. E allo stesso modo mi chiedo che minchia significhi “il prolungarsi naturale dei sensi dalle montagne all’increspatura delle ciglia del vento dischiuse all’infinito”. Qualcuno ha una spiegazione?

Il fatto è che leggendo i manufatti cartacei di Bisotti si aprono sconosciute frontiere all’analisi del periodo. Che tutti quanti ricordiamo con terrore dai tempi del liceo, ma almeno ci è servita a distinguere in uno scritto le preposizioni principali da quelle subordinate e incidentali. Invece leggendo il Pink Bloc scopriamo che le possibilità si moltiplicano in modo caleidoscopico. Ci sono certamente delle preposizioni principali, ma sono soltanto pre-testi. Perché da lì in poi c’è lo scatenamento totale. E potrete trovare le preposizioni preterintenzionali. Le preposizioni abusive. Le preposizioni a origami. Le preposizioni “passavo di qui per caso e mi sono infilata”. E infine, quelle di maggior pregio, le preposizioni che il compianto professor Franco Scoglio avrebbe definito ad minchiam.

 

Ecco un esempio di quest’ultima categoria fra le pagine 8 (cioè la stessa in cui c’erano i passaggi in cui non ci si decideva se si stesse cambiando o se si fosse sempre uguali) e 9:

 

E comunque voglio un angelo che abbia posato per sempre le sue ali per fare finalmente una colazione normale, spalmandosi la bocca di sostanze naturali. Che sia bianco sporco come il pavimento su cui cadono granelli di presenza, disseminando molecole di energie interne. Un angelo a cui arrossiscano i globuli bianchi davanti a un piccolo cuore imperfetto. Perché stupirsi o farne a meno non è una scelta, è disintossicarsi dalle scorie di paura che involontariamente aggiungiamo alla vita, mandando all’aria i nostri piani di solitudine e le nostre cascate di malinconie.

 

Ora, a parte che l’immagine dell’angelo che fa colazione è una maldestra e non dichiarata citazione dal film Michael interpretato da John Travolta.

 

E a parte la supercazzola sui granelli di presenza che cadono e sulla disseminazione delle molecole di energie interne (!!!). A parte tutto ciò, resta il mistero dell’ultima parte del frammento, quello che parte oltre il punto dopo il “cuore imperfetto”. Si dice che “stupirsi o farne a meno non è una scelta”. Ma “stupirsi o farne a meno” di cosa? Quale sarebbe l’oggetto dello “stupirsi o farne a meno”? Non c’è alcun nesso, alcun riferimento, nelle parti precedenti. Soltanto parole che si arrotolano. Appartengo alla vecchia scuola secondo cui un testo deve essere una costruzione coerente in ogni sua parte, e che ogni parte del testo deve essere coerente col tutto. E ciò passa per l’indispensabile coerenza interna delle singole frasi. Per esempio, se inizio una frase dicendo “C’è un piatto di pasta sul tavolo”, devo continuarla e chiuderla con una formula coerente come “dunque è ora di pranzo”; o anche, dopo una virgola, “evidentemente chi si trovava in casa è scappato di fretta”; o ancora, dopo un punto e virgola, “per fortuna qualcuno si prende cura di me”. Ma non esiste che io scriva un periodo come il seguente: “C’è un piatto di pasta sul tavolo, ma se il calzino è spaiato sarà mica martedì?”. Perché potrebbe anche esserci una logica dietro questa frase, ma tale logica va sviluppata attraverso il testo e costruita utilizzando un congruo numero di periodi. E invece Bisotti compie i suoi atti di purificazione così, all’impronta, come urgenza comanda. E pazienza se le forme non vengono rispettate, e perciò vengono fuori un po’ scquacquere. Quando l’ispirazione scappa, scappa. Sicché non resta che mettersi le mani nei capelli davanti a frammenti come quello di pagina 9:

 

C’è una scala che separa due vite, le posizioni si alternano, non sono mai le stesse. C’è chi sta su e chi sta giù, quel che conta è che sono innumerevoli scalini a unire quei piedi in corsa per arrivare a casa. Oppure c’è la direzione opposta. Non c’è bisogno di aprire la porta per sapere che l’altro sia dentro quando scegli di ritornare a casa davvero.

 

Dopo aver letto una roba del genere, i casi sono due: o insistere con la Critica della Ragion Purga bisottiana; o purgarsi a propria volta reagendo nella modalità indicata qui sotto.

 

 

 

(3. continua)

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6 Risposte

  1. Illuminante come sempre, Pippo. Però, occhio, ché un piedino in fallo ce l’hai messo pure tu. Ad un certo punto, hai parlato di “prEposizioni” quando evidentemente avevi intenzione di parlare di “prOposizioni”. Erroruccio da niente, che è capitato anche a me che di mestiere, fra le altre cose, la insegno l’analisi del periodo.

  2. […] da un dubbio: ma Gramellini sarà mica il padrino di cresima di Massimo Bisotti? (leggere qui, qui, qui e […]

  3. […] luna blu. Il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti (di cui ho scritto qui, qui, qui e qui). Che non per caso è quasi omonimo di Sara […]

  4. […] il peggio che il web proponga. Hanno arruolato il desolante Massimo Bisotti  (leggi qui, qui, qui e qui) facendone un autore di punta, sicché volevate che non elevassero Miss Refuso al ruolo di […]

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