Libri che ho amato : “Neve”, di Maxence Fermine – 1 La magia dell’amore bianco

Neve_Fermine

Maxence Fermine

Maxence Fermine

Vorrei sempre poter indossare pantaloni modello cargo. Quelli abbondanti coi tasconi laterali a metà gamba dove insaccare senza fatica oggetti di media grandezza.

Vorrei camminarci dentro durante tutti i giorni d’ogni stagione, e fermarmi dove capita per concedermi una sosta.

Vorrei averne diverse paia, uno per ogni colore che mi piace. E dentro ciascun paio di pantaloni modello cargo vorrei tenere una copia di Neve di Maxence Fermine.

Vorrei pure trovare il sistema per impermeabilizzare ogni copia, affinché essa possa resistere al bucato e mi risparmi di doverla estrarre ogni volta dal tascone.

Ma mi rendo conto di volere troppe cose. Sicché m’accontento di aver conosciuto il libro e d’averlo amato immediatamente come una piccola gioia da cui non vorresti separarti mai.

Ci sono libri che scopri d’amare molto tempo dopo. Sul momento ti catturano in modo ordinario, come se fra te e loro fosse stipulato un patto di servizio per cui tu garantisci attenzione e loro ti ripagano trasmettendo un set di suggestioni e emozioni. E tutto pare andare secondo norma, perché in fondo proprio questo dovrebbe fare un libro: trasmetterti suggestioni e emozioni. Si tratta solo di capire quanto e di che qualità. I libri che scopri d’amare molto tempo dopo sono quelli le cui suggestioni e emozioni ti scavano dentro lentamente, fino a prendere possesso di una nicchia e da lì iniziare a plasmare il tuo modo di figurarti il mondo. Soltanto alla fine di un periodo più o meno lungo capisci che quello è un libro che hai amato.

Ci sono invece i libri che scopri di amare immediatamente. Non hai bisogno d’aspettare il sedimento del tempo perché di loro ti sconvolge l’immediatezza. E in quei casi ti trovi a gestire in modo rovesciato le suggestioni e le emozioni. Non ti scavano dentro poco a poco, ma piuttosto ti schiaffeggiano come su uno scoglio l’onda improvvisa. Non sei pronto, e hai la tentazione di chiudere il libro. Di fuggire e lasciarlo lì dentro il suo tempo. Perché a quel punto sei tu a dover sedimentare. Con Neve mi è successo così. In un attimo.

Giunto soltanto a pagina 14, e solo al terzo di cinquantaquattro capitoli brevi se non brevissimi. Lì ho letto questo:

“Cos’è la poesia?” domandò il monaco.

“È un mistero ineffabile,” rispose Yuko.

Un mattino, il rumore della brocca d’acqua che si spacca fa germogliare nella testa una goccia di poesia, risveglia l’animo e gli conferisce la sua bellezza. È il momento di dire l’indicibile. È il momento di viaggiare senza muoversi. È il momento di diventare poeti.

Non abbellire niente. Non parlare. Guardare e scrivere. Con poche parole. Diciassette sillabe. Un haiku.

Un mattino, ci si sveglia. È il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene.

Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere.

Avrei potuto chiudere il libro lì. Avrebbe potuto chiudersi lì lui, e mantenere bianche come neve le 94 pagine che restavano. Mi sarebbe bastato comunque, lo avrei amato già così. Al punto da desiderare di portarlo sempre dietro con me. O avrei potuto tenerlo lì sul comodino per leggerne un capitolo ogni tanto. Per poi tornare continuamente indietro al solo scopo di rinviarne all’infinito la conclusione. Invece sono andato avanti. Ho letto una prima volta. Poi ho conservato il libro con cura in un posto che ho dimenticato.

So che è da qualche parte in giro per la casa, e è giusto che lì rimanga. Perché si tratta del nascondimento delle cose che devi centellinare, quelle che ti sprigionano sensazioni troppo forti e allora devi avere cura di non inflazionarle per non rischiare di disperdere l’aura. Così è per l’ascolto di Lay me down di Crosby e Nash, o di π (pi greco) di Kate Bush, o di La Quinta Stagione di Roberto Giglio.

Così è per la visione di Gente comune di Robert Redford o per il profumo dei glicini nel mese d’aprile.

Glicini

Glicini

Scrigni d’emozioni che bisogna usare con misura, senza aprirli troppo spesso né troppo a lungo. In questa categoria rientra Neve di Maxence Fermine. E deve essere questa la ragione per cui la copia della prima lettura riposa da qualche parte che ho smesso di cercare. Sicché per parlarvene ho comprato un’altra copia. L’ho letta. E dopo averla letta lascerò che si perda anch’essa in qualche altro angolo remoto della casa. Perché forse il mio rapporto con Neve ha questa caratteristica. Devo lasciare che si nasconda e mi faccia intendere di non volere essere cercato. E se proprio vorrò rileggerlo, dovrò andare a comprarne un’altra copia. Ma non subito. Perché bisognerà sedimentare un’altra volta. Cioè dovrò essere io a sedimentare un’altra volta.

Mettendo a fuoco tutto questo capisco che non servirebbe avere tante paia di pantaloni cargo. Non potrei portare sempre con me Neve, ne dissiperei la magia. Dunque quando avrò finito di scriverne per voi lo lascerò andare. E mi rimetterò in attesa che mi chiami un’altra volta. Nel frattempo custodirò le sensazioni date dalla magia dell’amore bianco che in quelle pagine si racconta. E di cui vi parlerò la prossima volta.

(1. continua)

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