La finanza creativa del Porto, il Fair Play Finanziario e gli stadi privati: una storia a beneficio dei modernizzatori del noantri

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Grande e opportuna invenzione quella del Fair Play Finanziario voluta dall’Uefa. Afferma il principio per cui ogni club deve mantenere una gestione economicamente sostenibile non soltanto perché lo impongono ovvii criteri aziendali, ma soprattutto perché la logica della gestione a debito pone spesso le condizioni della concorrenza sleale: alcuni club si indebitano per mettere in campo squadre più forti, e quelle squadre più forti battono squadre allestite in modo meno competitivo perché i loro club sono stati più attenti alla sana gestione economico-finanziaria. Il che provoca due pessimi effetti: che i risultati del campo finiscono col premiare le squadre viziose a scapito di quelle virtuose, e che attraverso la distribuzione delle risorse generata dai risultati del campo il divario fra squadre viziose e virtuose aumenta a beneficio delle prime, facendo così passare l’idea che nel calcio l’indebitamento è giustificato se porta al successo sportivo. Dunque, l’invenzione di un sistema che rimetta al centro la sostenibilità economico-finanziaria dei club attraverso il rispetto di rigidi parametri è una misura da accogliere positivamente.

Purtroppo quest’invenzione rischia d’essere vanificata. Gli escamotage per aggirarla si moltiplicano, a cominciare da quello delle sponsorizzazioni per cifre esorbitanti, erogate da aziende controllate dalle holding proprietarie del club. Ha provato a battere questa via il Paris Saint Germain, che nel 2013 ha messo a bilancio un contratto quadriennale di sponsorizzazione a cifre lunari; 175 milioni di euro l’anno. Versati dalla Qatar Tourism Authority, cioè un’agenzia dipendente dallo stesso governo che è proprietario del club parigino.

Giocatori del Paris-Saint Germain si allenano sotto lo sguardo dei proprietari

Giocatori del Paris-Saint Germain si allenano sotto lo sguardo dei proprietari

In questo caso il tentativo è andato a vuoto, bocciato lo scorso maggio dal Club Financial Control Body (CFCB) dell’Uefa. Troppo spudorata l’operazione, troppo evidente che quell’imponente iniezione di denaro non fosse il frutto di un’attività di marketing del club, ma piuttosto una partita di giro attivata dalla proprietà. Che in questo caso è uno dei soggetti più ricchi al mondo. L’esatto opposto del fair play, dunque. Finanziario o sportivo che sia. È andata a finire che il PSG, unitamente al Manchester City, si è visto comminare una multa record da 60 milioni di euro per non aver rispettato il parametri del FFP.

E tuttavia, il fatto che un’operazione come quella tentata dal PSG sia stata stoppata dall’organo di controllo dell’Uefa non scongiura l’eventualità di vederne varare altre, non meno spericolate in termini di creatività finanziaria. Fra esse merita certamente menzione quella approvata lo scorso 2 ottobre dall’assemblea dei soci del Porto.

FC Porto

Un club che si trova in situazione parecchio strana. In estate ha condotto una campagna trasferimenti dagli effetti paradossali. Come si può leggere nella pagina di Transfermarkt dedicata ai Dragoes, il saldo fra acquisti e cessioni della sessione estiva è positivo per 48,40 milioni di euro. Ma il dato ottenuto è la mera differenza fra i prezzi nominali di acquisti e cessioni. Ben altre sono le cifre effettive se si va a disboscare la selva delle third party ownership (TPO) in cui si trova imprigionato il parco giocatori del club, o se si scala dalle cifre incassate le quote incassate dai fondi d’investimento detentori di diritti economici sui calciatori ceduti. Ai promiscui intrecci evidenziati dal Porto nel corso della scorsa sessione di calciomercato ho dedicato due post, riguardanti la cessione del nazionale francese Eliaquim Mangala al Manchester City e l’acquisto del nazionale algerino Yacine Brahimi dal Granada. Riguardo a quest’ultimo, bisogna aggiungere un aggiornamento rispetto a quanto si metteva in evidenza nel post precedente. In quell’occasione facevo notare come il Porto avesse acquistato Brahimi per 6,5 milioni per poi cederne immediatamente una quota di ottanta per cento dei diritti economici a Doyen Sports Investments per 5 milioni. Con perdita secca di 200 mila euro nei due soli giorni trascorsi fra acquisto dal Granada e cessione in quota a Doyen dato che, avendo come base i 6,5 milioni pagati per assicurarsi il calciatore, l’ottanta per cento avrebbe dovuto valere 5,2 milioni. Ebbene, all’inizio di questo mese di novembre si è venuto a sapere che qualora il Porto volesse ricomprare la quota di Brahimi in possesso di Doyen dovrebbe sborsare 8 milioni di euro. È ciò che riporta il periodico algerino Le buteur. E se davvero questa eventualità si verificasse, si avrebbe questo complicato computo di dare e avere: 1) il Granada della famiglia Pozzo rimane coi suoi 6,5 milioni, anche se le fonti spagnole citate nel post precedente parlano di un affare orchestrato fin dall’inizio da Doyen; 2) Doyen lucrerebbe 3,2 milioni, cioè i 3 di plusvalenza fra acquisto e rivendita (da -5 a + 8), più i 200 mila di svalutazione del giocatore in soli due giorni; 3) il Porto si vedrebbe gravare un costo di 9,7 milioni per un calciatore che avrebbe dovuto costargli 6,5 milioni. La cifra è così ricavata: 1,5 milioni passivi dati dal passaggio del cartellino dal Granada al Porto e poi in quota al Doyen (differenza fra i 6,5 milioni sborsati e i 5 incassati), più gli 8 sborsati per ricomprare un proprio calciatore, più i 200 mila euro di svalutazione effettuata al momento di cedere l’ottanta per cento di Brahimi al Doyen. Alle strette: Doyen lucra 3,2 milioni, il Porto ne sperpera altrettanti. Tutto regolare?

L’interrogativo si ripresenta ogni volta che ci s’imbatte in transazioni fatte apposta per alimentare l’economia parallela del calcio globale. In questo senso, la campagna trasferimenti condotta dal Porto in estate è stata un campionario dell’economia parallela, con Jorge Mendes e Doyen Sports Investments a orchestrare ogni mossa.

Jorge Mendes

Jorge Mendes

A partire dalla scelta dell’allenatore, il basco Julen Lopetegui, ex ct dell’Under 21 spagnola ma soprattutto cliente di Jorge Mendes.

Julen Lopetegui

Julen Lopetegui

Il risultato è che la rosa dei Dragoes è stata riempita di calciatori spagnoli o comunque provenienti dalla Liga, tanto da meritarsi il non benevolo appellativo di Portuňol dalle tifoserie rivali. Fra i tanti arrivi spicca quello, costosissimo, di Adrian Lopez dall’Atletico Madrid: 11 milioni per acquistare il 60 per cento dei diritti economici.

Adrian Lopez

Adrian Lopez

Un acquisto che fin qui si è rivelato un fallimento. Molta panchina, qualche spezzone di gara per un totale di 8 presenze fra campionato e Champions, e soprattutto il trauma d’essere fischiato a ripetizione dai propri tifosi in occasione della gara giocata sul campo dell’Estoril. Subito dopo quella gara si è fatta largo l’ipotesi che il calciatore venga ceduto in prestito a gennaio. Ma intanto gli 11 milioni sono stati spesi, e certamente già svalutati.

Gli esempi riportati fanno capire quanto grande possa essere lo scarto fra il saldo positivo nominale fatto segnare dal Porto alla chiusura della sessione estiva di calciomercato, e il saldo reale con le relative conseguenze sul bilancio. Che infatti ai primi di ottobre presenta un rosso di 37 milioni di euro. Dato allarmante non soltanto per il bilancio in sé, ma anche e soprattutto perché mette il club fuori dai parametri del Fair Play Finanziario. Come risolvere la situazione? Nessun problema, perché le vie della finanza creativa sono infinite. E quella imbroccata dall’assemblea dei soci tenuta il 2 ottobre è una soluzione tanto ingegnosa quanto intricata. Viene infatti deciso che il Porto inteso come club calcistico comprerà azioni emesse per 37,5 milioni dal Porto inteso come SAD (Sociedad Anonima Desportiva, denominazione portoghese per indicare la formula della Spa applicata al calcio). Vi siete confusi? Forse perché non avete ancora capito cosa sia diventato il calcio nell’epoca della finanziarizzazione spinta. Un’epoca in cui una società calcistica può vedersi separata in un’entità sportiva di carattere associativo e in un’entità economico-finanziaria. Nel caso del Porto, questo strano meccanismo è rafforzata dal fatto che si parla di una polisportiva con forte massa associativa, e che al tempo stesso la SAD sia quotata in borsa.

Risolto questo dubbio, rimane da chiedersi da dove il Porto club prenda i soldi? Risposta ancora una volta semplice e destabilizzante: grazie al trasferimento del 50% della società Euro Antas, l’ente che controlla l’Estadio do Dragao. Uno splendido impianto edificato in occasione degli Europei portoghesi del 2004.

Estadio do Dragao

Estadio do Dragao

Fra l’altro, con un mirabile inganno delle parole, si divulga la versione secondo cui Porto SAD “compra” la metà di Euro Antas.

Come da obblighi dettati dai regolamenti di borsa, Porto SAD comunica immediatamente alla Commissão do Mercado de Valores Mobiliarios (CMVM, la Consob portoghese) l’emissione di nuove azioni. In un primo tempo l’autorità di borsa nicchia, chiedendo che il piano d’emissione venga sottoposto a una valutazione indipendente. Ma infine dà il benestare. E così il 31 ottobre giunge il comunicato: aumento di capitale effettuato e interamente sottoscritto da Porto club. Conti a posto, dunque. Sempre che l’Uefa non abbia da ridire. E con un risultato tangibile: la metà dello stadio, cioè il principale asset patrimoniale del Porto, passa dall’entità associativa (il club) a quella finanziaria (la SAD). Un ammonimento per tutti coloro che di questi tempi blaterano sulla prospettiva dello stadio privato come panacea dei mali economici del calcio italiano.

Jorge Nuno Pinto Da Costa, presidente del Porto

Jorge Nuno Pinto Da Costa, presidente del Porto

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