Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 2 Vi presento Joe Maya

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

Chiara Gamberale cura gli attrezzi di lavoro

(La prima puntata è leggibile qui)

Parola d’ordine: ricicciare. Un termine che per i non toscani è incomprensibile e dunque va spiegato. Esso sta per riutilizzare rimaneggiando, rimescolare cose esistenti per far venire fuori una cosa non esistente, riciclare ma facendo come se si stesse innovando. Dunque “fare ciccia”, cioè sostanza, ma con cose non fabbricate ex novo. A suo modo è un’arte, e bisogna saperla esercitare. Chi ci riesce merita comunque un applauso, perché riuscire a far sembrare altro le cose medesime è da fuoriclasse. Per esempio, prendete Leonardo Pieraccioni. E immaginate che un giorno metta sul mercato, spacciandolo per nuovo, un film fatto montando pezzi di tutti i precedenti in una trama coerente. Pensate che qualcuno se ne accorgerebbe? Certamente no.

Leonardo Pieraccioni

Leonardo Pieraccioni

Ecco, questo è un esempio dell’arte di ricicciare. E Pieraccioni vi si è specializzato in modo sopraffino: fa sempre lo stesso film e ve lo vende per diverso. Nell’industria editoriale c’è un corrispettivo di Pieraccioni: Fabio Volo. Ha scritto otto volte lo stesso (desolante) libro, e continua a venderlo come si trattasse di novità a una platea fatta prevalentemente di lettrici incapaci d’accorgersi delle clamorose ripetizioni. Anche lui un fuoriclasse della ricicciata, e non riconoscerlo sarebbe intellettualmente disonesto.

Fabio Volo

Fabio Volo

Vorrebbero esserlo anche i nostri due eroi, Massimo Gramellini e Chiara Gamberale.  In Avrò cura di te, peggior libro 2014, cercano di farlo con discrezione. Ma, ahiloro, non riescono in nessuna delle due cose: sia nel riciccio che nella discrezione.

curategrande

E ciò vale innanzitutto per Chiara Gamberale, che a ogni libro in più sottoposto a analisi mostra un’impressionante pochezza di argomenti e espressioni. Nei mesi scorsi mi sono dedicato a lei, scrivendo tre articoli per Satisfiction (leggibili qui, qui, e qui) dedicati a quelli che al momento erano i suoi due ultimi libri: Quattro etti d’amore, grazie (QEAG) e Per dieci minuti PDM). Nel frattempo sono giunti in libreria il libro di cui qui si fa analisi, e la nuova edizione di Arrivano i pagliacci, con tanto di prefazione vergata dallo scrittore italiano più noioso del nostro tempo: Paolo Di Paolo. E purtroppo mi toccherà leggerli tutti, pure quelli non menzionati, in vista del prossimo Importo della Ferita.

imageItem

Non è una bella prospettiva, ma pazienza. Rimanendo alle cose lette, si nota il ricicciamento gamberalesco sia quanto a temi che a trovate retoriche. Ci sono sempre una protagonista in crisi sentimentale e un marito emotivamente immaturo e sentimentalmente insensibile. C’è la figura della mamma che in età matura e dopo il divorzio gioca a fare la fricchettona e s’innamora di uomini più giovani di lei. La si trova in QAEG come in Avrò cura di te. Chissà come mai, invece, le figure dei padri non vengono tratteggiate in modo negativo. Ma questo è ancora nulla. Il problema è il ripetersi stucchevole di riferimenti e motivi. Se ne trova quanti se ne vuole, e il problema è non abbondare con le citazioni ché altrimenti si scrive un’enciclopedia.

Partiamo dalla questione di distinguere fra la dimensione del qui e la dimensione del lì. A  pagina 81 di QAEG si legge:

In realtà, ero semplicemente una ragazzina disturbata, a un passo dalla diagnosi clinica di psicosi da cleptomania, che, innamorata pazza del suo professore, l’avrebbe seguito ovunque, purché la portasse lontano da se stessa, con la speranza, segreta e non del tutto consapevole, che la distanza si rivelasse l’unico mezzo per arrivare al centro di quella se stessa, dove poter disinnescare il bisogno dei portafogli degli altri, dei loro scarti, degli scalpi dei cuori di ogni uomo che incontrava, dove poter disinnescare la colpa, la tentazione di fuggire da ogni qui, l’incondizionata fiducia nel lì.

Bella roba, eh? Simile a quella che nel peggior libro dell’anno 2014 si trova a pagina 21:

 

Ma che ci fa lui, con i miei libri, se ormai ha deciso e se ne sta, per sempre lontanissimo, in quel lì che un tempo era il nostro qui?

 

Ricorre anche la misteriosa passione per una data: il 29 febbraio. Un giorno intorno al quale imbastire stracche considerazioni esistenziali come quelle che si trovano a pagina 38 di Avrò cura di te:

Leonardo mi ha chiesto di sposarlo il 29 febbraio di cinque anni fa.

Adesso è quasi mezzanotte e fra pochissimo questo ventotto febbraio scivolerà nel primo marzo che lo sta aspettando. Chissà dove va a finire, il ventinove, quando non tocca a lui.

 

A pagina 44 di QAEG una delle due protagoniste femminili ricorda il primo convegno amoroso con l’uomo che sarebbe diventato suo marito. Indovinate un po’ in che data avviene il tutto? Ma il 29 febbraio, che discorsi! Il giorno viene citato con una parafrasi mortalmente allusiva:

Ma nessuno era come me, nessuno era come noi, quel giorno a cui l’anno di solito rinuncia per un primo marzo, in quel parco per cui la città rinunciava per un garage.

 

Il giorno a cui l’anno rinuncia per un primo marzo, cioè quello che non si sa dove va a finire quando tocca a lui mentre il ventotto febbraio scivola nel primo marzo. Vale la pena investire quote del vostro tempo e del vostro denaro per leggere siffatte amenità, vero? E poi addirittura rileggerle, se proprio non potete farne a meno.

C’è poi il tema degli occhi, un classico della letteratura rosa. Esso viene declinato da Chiara Gamberale attraverso le più ardite similitudini. A pagina 132 di Avrò cura di te Gioconda fa riferimento al marito Leonardo (sì, proprio così) usando la seguente frase:

 

Lui mi guardava, zitto, con quegli occhi da sanbernardo ferito (…).

 

La passione per gli “occhi da sanbernardo” era già balenata a pagina 88 di QAEG:

 

“(…) quegli occhi da sanbernardo abbandonato”.

 

E a questo punto ci sarebbe da chiedersi se nei libri di Chiara Gamberale sarà mai possibile vedere un Sanbernardo felice, o quantomeno lasciato in pace dalla sfiga.

"Ho appena incrociato Chiara Gamberale"

“Ho appena incrociato Chiara Gamberale”

Comunque sia, nei due libri gamberalici sui quali ho condotto l’analisi per Satisfiction si trova un’ampia varietà sul tema “Cinquanta sfumature di occhio”. Ecco una veloce rassegna.

 

“(…) quegli occhi liquidi un giorno grigi un giorno acquamarina” (QEAG, p. 36)

 

“Aveva gli occhi marrone triste” (p. 42)

 

“L’occhio di bue pazzo dell’impossibile attenzione di Riccardo per un attimo si ferma lì” (QEAG, p. 47)

 

“(…) mi fa ficcato negli occhi gli occhi sporchi di sonno” (QEAG, p. 48)

 

“(…) gli occhi all’insù, da gattina vanitosa” (QEAG, p. 49)

“Dalla poltroncina davanti a noi si gira un signore, forse infastidito. Ha due occhi di un azzurro incredibile, sembrano pescare proprio nel fondo dell’azzurità, per restituirla così com’è” (QEAG, p. 93)

 

“Con quello sguardo umido, bovino” (QEAG, p. 198)

Gli occhi bovini (QEAG, p. 210)

 

Gli occhi liquidi della vecchina frugavano nei miei, da dietro le lenti spesse. (PDM, p. 68)

 

 

Ma il motivo che davvero Chiara Gamberale ripete allo sfinimento è quello della casa condivisa col partner, che nel momento in cui il rapporto di coppia s’incrina diventa il principale elemento di crisi d’identità. Su questo motivo sono presenti due passaggi nel peggior libro del 2014:

 

Kiki stasera è qui, e a me sembra già un po’ più mia questa casa che mia dovrei cominciare a considerare. (p. 39)

Mi ha preso per mano e abbiamo camminato, in silenzio, fino a casa. Casa sua, casa nostra. (p. 180)

 

Un tema abusato nei due libri da me analizzati, e chissà in quanti altri. Ecco una lista di esempi, col primo che rientra perfettamente nel filone “psico-falegnameria” di cui si disse nel precedente post:

Salgo al piano di sopra, mi chiudo a chiave in camera nostra. Cioè da quasi un anno mia. Però comunque nostra. Comunque nel senso che non l’ho mai sentita nostra, anche quando ci capitava di dormire insieme. O forse è da sempre e solo sua, di Riccardo: che non sa di esserci e nemmeno di non esserci, e che dunque, quando non c’è, quando non occupa realmente uno spazio, c’è più di quando lo occupa. (QAEG, p. 40)

 

Letto un periodo del genere, penso che allo stesso modo in cui esistono preti che si spretano esisterebbero psicanalisti che si spsicanalistano, pronti a farsi pizzaioli o tassisti, se mai dovessero trovarsi sul lettino una paziente che si mettesse a snocciolare un ragionamento del genere.  A ogni modo, vado a chiudere la lista sul tema della casa-mia-o-forse-non-mia riportando gli altri estratti:

Comunque stavolta se l’è presa con la porta della nostra camera da letto. Cioè, la mia: quanto sarà che non dormiamo insieme? Non che sia stata mai la più cara delle nostre abitudini dormire insieme, anzi, all’inizio ne facevamo quasi un vanto: è un modo per difenderci dal due, dicevamo, dall’orrendo, viscido, insidioso, impossibile due, è un modo per preservare l’uno più uno (…) (QAEG, p. 26)

 

Non avevo mai pensato che potesse esistere e resistere un posto così, nel mondo.

In questo quartiere, poi. A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 67)

 

A tre isolati da casa nostra. Mia. (PDM, p. 69)

 

(…) a pochi passi da casa nostra. Da casa mia, insomma. (PDM, p. 91)

 

 

Ribadisco: ricicciare è un’arte che bisogna essere capaci d’esercitare. Altrimenti il solo effetto è quello di produrre la solita minestra.

Detto del ricicciar gamberalesco, va specificato che c’è anche un ricicciar gramellinico. Un po’ meno grossolano del precedente, e persino con qualche pretesa d’alto livello. Ma niente che possa meritare l’etichetta dell’Ars Ricicciatoria. Certo non la ripubblicazione del meglio (?) della rubrica Buongiorno, vergata quotidianamente per prima pagina de La Stampa e da cui è stato prodotto il volume La magia di un buongiorno a cui nei mesi scorsi ho dedicato attenzione. Ma nemmeno i frammenti che in Avrò cura di te provano a essere Ars Ricicciatoria riescono nell’intento. Per esempio, prendete il frammento di pagina 117  in cui Filemone, alias l’Angelo de li mortacci sua (ADLMS) scrive:

Durante la mia ultima avventura terrena, una donna mi sottopose una questione delicata. Suo marito si era arreso al disagio che gli procurava la condizione di omosessuale represso, lasciandosi cadere da un ponte. La coppia aveva un figlio che ignorava le inclinazioni del padre e le modalità della sua fine. Ma il ragazzo stava per compiere diciotto anni e la madre riteneva che fosse giunto il momento di fargli incontrare la verità.

Le suggerii che sarebbe stato più saggio cominciare a rivelargliene soltanto una parte e mi incaricai personalmente della missione. (…)

 

Mi sbaglierò, ma questo frammento mi sa tanto di Cuori allo specchio, la rubrica tenuta per il magazine Specchio e da cui (manco a dirlo) è stata tratta un’antologia. Ma è in un altro passaggio che il ricicciar gramellinico fallisce miseramente l’obiettivo.  Si tratta di quello alle pagine 59-60 in cui l’ADLMS si mette a filosofare sull’attitudine di noi umani a voltarci indietro per guardare alle cose che ci danno sofferenza nell’oggi. E lì s’inventa una definizione da Museo del Trash:

 

Cerca di sdrammatizzare l’accaduto perché vorrei farti sollevare lo sguardo dalle apparenze. La vita è un ritorno a casa e certi amore che sembrano crepacci diventano ponti  per attraversare il vuoto e avvicinarsi al traguardo. Non voltarti indietro a giudicarli. Il torcicollo emotivo è una malattia dei vecchi. E vecchi si può non esserlo a novant’anni oppure diventarlo già a trentasei, se si perde la voglia di coniugare i verbi al futuro.

 

Penso che il torcicollo emotivo faccia il paio col pensiero a forma di airbag di cui parla la socia Chiara, citato nella precedente puntata. Ma non è questo il punto. Piuttosto, si tratta di capire da dove scaturisca siffatta trovata. Una rapida ricerca sul web offre la risposta, contenuta nella puntata di Buongiorno pubblicata il 24 dicembre 2011.

Il mio amico Joe Maya, esperto in profezie terrorizzanti, si è licenziato ieri da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza, «Occupy Yourself». Occupa te stesso. A volte è più difficile che occupare una piazza. Mi ha mandato l’opuscolo pubblicitario.
«Caro compagno d’avventura, sono orgoglioso di anticiparti che il 2012 ti romperà le scatole. Non potrai più fare quello che hai sempre fatto. Se vorrai sopravvivere, sarai costretto a cambiare. Ho preparato una griglia di incroci che la vita ti getterà fra i piedi nei prossimi mesi. Gli incroci non li hai decisi tu, e questo si chiama destino. Ma quale strada prendere a ogni svolta dipende solo da te. E questa si chiama libertà. Protesta o subisci. Non credo sia più tempo di scrollare le spalle. Se ti tirano uno schiaffo, passati pure una parola di perdono sulla ferita. Ma non avere paura di urlare il tuo dolore.
Accetta o rifiuta. Il mondo è cambiato. Se non sei un cinese o un indiano, probabilmente in peggio. Per provare a cambiarlo daccapo, prima devi prenderlo com’è. Conosci la favola dei due topolini che un giorno non trovarono la fetta di formaggio al solito posto? Uno solo morì di fame: quello che restò ad aspettarla. Scappa o rimani. Puoi cercare altrove (ti suggerisco l’Australia per il clima e il Brasile per la compagnia) oppure cercarti dentro di te. A volte le scoperte più importanti si trovano a chilometro zero. Però ogni tanto alza le chiappe dal computer e azzarda una passeggiata fra gli umani. I sentimenti sono fatti di odori che neppure Jobs era riuscito a mettere in scatola. Delega o agisci. I politici non ti odiano e non ti vogliono bene: semplicemente se ne infischiano di te. Puoi provare a cambiarli, ma ricorda che non c’è limite al peggio, come disse un mio amico prima di conoscere Scilipoti. Oppure puoi provare a ricambiarli. Infischiandotene di loro. La nuova politica è il progetto che farai tu, associandoti con i tuoi simili per un obiettivo comune.
Diffida o credi. Puoi credere che tutto sia un complotto contro di te. Oppure credere in te. (Berlusconi riesce a fare entrambe le cose, ma è un caso unico). La prima strada è più sicura: troverai sempre qualcuno disposto a fornirti le prove della congiura. La seconda è piena di spifferi. Una via per eletti. Ti piacerebbe essere eletto, per una volta? Arretra o evolvi. Arretrare ha i suoi vantaggi, specie se ti trovi a un passo dal baratro. Evolvere ha il suo fascino: la perdita delle sicurezze può farti vincere un rischio, oltre il quale ci sei tu in un modo che adesso non puoi neanche immaginare. Scegli: avanti o indietro. Basta che ti muovi.
Rimpiangi o ricostruisci. Il torcicollo emotivo ha un effetto calmante sui pessimisti. Altri preferiscono guardare oltre le macerie. Il trucco è ripartire da un sogno piccolo. Aiuta a combattere la sensazione di non contare nulla e di non poter cambiare mai nulla, neanche se stessi». Sui deliri di Joe Maya non mi pronuncio. Ma l’ultima frase la sottoscrivo: non sono gli schiaffi a svegliarci, ma i sogni. E poiché il prossimo anno di schiaffi ne arriveranno parecchi, auguro a tutti un risveglio pieno di sogni. 

Emotivo?

Emotivo?

Eccolo qui il torcicollo emotivo. La cui paternità viene attribuita a tal Joe Maya. Che in realtà non esiste, come una seconda ricerca via web dimostra. È un’invenzione dello stesso Gramellini, che gioca con le parole sulla Profezia dei Maya il cui verificarsi era allora pronosticato per meno di un anno dopo. Ma non è un simpaticone quest’uomo? Arguto e spiritoso quasi quanto Beppe Severgnini. A ogni modo, Gramellini s’innamora di questa storia del torcicollo emotivo, e la ribadisce nel corso di un’intervista rilasciata a un sito web. Nel cui testo si può leggere il seguente frammento:

Quindi non bisogna mai voltarsi indierto? [il refuso è nel testo, ndr]

«Io non sopporto la nostalgia, la chiamo ‘torcicollo emotivo’. Non dobbiamo avere rimpianti e penso che la rapidità sia ‘il valore di oggi’. Ma bisogna andare oltre, non dobbiamo sottometterci ed essere ancora più rapidi, bisogna cambiare modo di pensare. Siamo ad un passaggio dell’umanità che non ha precedenti nella storia. Oggi la vita è ricca di stimoli come mai in precedenza. Era meglio prima? No, non era meglio né peggio, era quel tempo, e adesso noi viviamo il nostro tempo!».

Credevate di avere a che fare soltanto con un giornalista. E invece vi ritrovate un vero Maestro di Vita. Peccato che non abbia talento per l’Ars Ricicciatoria. E, per quanto mi riguarda, come Maestro di Vita io preferisca mille volte il mio concittadino giurgintàno Giovanni Bivona. Altra classe.

(Anche stavolta, per risarcirvi delle brutture che vi sono state inflitte, vi regalo un brano musicale che vi ritonifichi)

Annunci

26 Risposte

  1. “in quel parco per cui la città rinunciava per un garage” means?

  2. Pippo, mi hai fatto scoprire un universo! La situazione caffichiana del Maestro Di Vita Giovanni Bivona e il poeta Fosforo! Te ne sarò eternamente grata!

  3. E il poeta Fosforo? E Dante che legge l’Inverno e Dante e le donne??? Ma questo è un grande! Grazie!

  4. E’ tutta mattina che penso a ‘sto fatto di uno che sta qui ma anche lì, che c’è di più che quando non c’è e che proprio perché c’è allora c’è sì, ma anche no. Mah!
    Bisognerebbe condurre un’analisi del perché certi testi piacciono tanto. Probabilmente è un mio limite, ma non ci arrivo.

  5. Mamma mia, non ho il libro e non voglio comprarlo. Ma il pezzo di psicofalegnameria è davvero così?

  6. Dopo aver scoperto l’arte del rincicciamento, mi chiedo per quale motivo io mi sfracelli le adenoidi cercando di evitare le situazioni da cui sono ossessionato.
    Ma a parte la mia ammirazione per la tua pazienza nell’analizzare i testi due o tre alla volta, vorrei portare alla tua attenzione, magari dandoti uno spunto, una curiosa ricorrenza che ho spesso incontrato nei libri, ma non solo: “licenziamento” (e sue declinazioni) è un termine usato spesso e volentieri in maniera distorta. Essendo io un consulente del lavoro sono sempre rimasto basito di fronte all’ignoranza (tecnica, certo, ma ignoranza significa non sapere, quindi non è un uso dispregiativo del termine) su questo argoento di cui tutti dovrebbero sapere un po’ di più. Sto parlando del fatto che un rapporto di lavoro a tempo indeterminato termini per il LICENZIAMENTO del lavoratore da parte del datore di lavoro, o per DIMISSIONI del lavoratore.
    Ecco, quindi il licenziamento è messo in atto dal datore di lavoro, le dimissioni invece dal lavoratore. Il datore di lavoro licenzia, il lavoratore si dimette.
    Invece, come anticipato, spesso e volentieri leggo nei libri o sento nei film espressioni come “mi sono licenziato”. Corrisponde, per capirci, a un “lo hanno suicidato gettandolo da un dirupo”.
    La domanda è: perché io, per scrivere di staminali, mi devo fare un mazzo a reperire e studiare informazioni, mentre questo aspetto tecnico è così bistrattato da chiunque senza alcuna conseguenza?

    Grazie, sempre bello leggerti.

  7. Arguto e spiritoso come Beppe Severgnini è davvero il massimo del divertimento e che dire del torcicollo emotivo? Sai credo si tratti di Alzheimer allo specchio, anche se son convinti si tratti di filosofia del futuro possibile…
    Fammi sapere quando è pronto la ferita ed altre storie

  8. Scusa, ho già trovato il tuo libro in rete

  9. La metafora de garage è sublime più del torcicollo emotivo. Le farò mie enrambe per sfoggiarle in qualche evento tendente al trash.

  10. Se fan così schifo perché li pubblicano?

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: