Gramellini e Gamberale, viaggio nell’analfabeto sentimentale – 3 Le cose che cosano

curategrande

Massimo Gramellini

Massimo Gramellini

Chiara Gamberale e il suo ghostwriter

Chiara Gamberale e il suo ghostwriter

(Potete leggere qui e qui le due precedenti puntate)

Ci sono le cose che pensano. E ci sono le cose che cosano.

Le prime sono state splendidamente cantate da Lucio Battisti.

Lucio Battisti

Lucio Battisti

È avvenuto nel secondo album della sua seconda vita artistica, quella segnata dai testi di Pasquale Panella. L’album, datato 1986, s’intitola Don Giovanni e per l’esercito di battistiani rappresentò un attimo di sollievo.

528

C’era la conferma che non si trattasse più del Lucio Battisti conosciuto e amato per un ventennio, e ormai rimasto dentro le note di una Una giornata uggiosa, l’ultimo album del sodalizio con Mogol. Ma almeno in questo secondo album c’era della musica, e non quel ronzio da motore di Panda 4 x 4 che faceva da scheletrica base musicale al precedente E già.

resize

(Un esempio di cosa fosse la musica di “E già”)

L’album del 1986 si apriva proprio con Le cose che pensano, e con quel testo deliziosamente paradossale fatto di passaggi come “Su un dolce tedio a sdraio amore t’ignorai” di cui era impossibile non innamorarsi.

Le cose che cosano invece sono mestamente descritte dalla ditta Gramellini & Gamberale nelle pagine di Avrò cura di te. Non c’è traccia di poesia nel loro essere rappresentate, e se davvero si vuol individuare in esse una musica è quella d’un disco rotto. Ma quali sono queste cose che cosano? E soprattutto, cos’è il cosare? Rispondo dapprima al secondo interrogativo per dire che sul cosare delle cose l’interpretazione è variegata, come è giusto sia per ogni concetto mai definito. In Toscana, per esempio, si usa dire che una cosa non còsa nel senso che essa non funziona. Dunque, c’è la cosa intesa come oggetto il còsa inteso come indicativo presente, terza persona singolare di un verbo cosàre, che in italiano non risulta esattamente definito. “C’è che ‘sto cazzo di computer non còsa!” sentii dire una volta, e il senso era che la macchina non rispondeva agli ordini. Il corrispondente italiano dell’inglese “It doesn’t work”, insomma. Ma ricordo un uso del verbo cosare anche in 051/222525, il brano di Fabio Concato dedicato a Telefono Azzurro: ” (…) che gambe deliziose… Son le calze un po’ velate/ tu non le compri mai/ biscotti per l’infanzia, poveretta/ carte igieniche lunghissime/ sentissi come e’ morbida/ e ogni volta viene voglia di ‘cosare'”. E in questo caso il cosàre è riferito a un’attività poco nobile.

Ma in generale il cosare è legato all’idea del fare pratico, del maneggiare e manipolare, del riplasmare a propria misura l’ambiente circostante. E a quel punto uno degli effetti è che sono le cose a cosare le persone, riplasmandole mentre ne vengono plasmate. Un’osmosi non cercata ma resa effettiva.

So che rischio di frastornarvi, dunque la pianto con le premesse per spiegare in quale misura nelle pagine della ditta Gramellini & Gamberale le cose cosano, e rendono cosàte le persone rovesciando il nesso fra soggetto e oggetto. E per iniziare a spiegare di cosa si tratti inserisco un frammento che comincia a rendere l’idea. Si trova a pagina 142 del peggior libro dell’anno 2014, e recita quanto segue:

Vivi il tuo amore, non chiedergli di vivere per te”.

Ecco la cosa che còsa. E lasciate perdere la stucchevolezza di una frase che ripropone il solito schema discorsivo kennedyano che rovescia i ruoli di oggetto e soggetto e di agente e agito, cioè la formula: “Non chiedetevi cosa il vostro paese possa fare per voi, ma cosa voi possiate fare per il vostro paese”. Qui si rovescia il nesso sull’amore, fra il viverlo e il lasciare ch’esso viva per noi. E non chiedetemi cosa significhi questa storia dell’amore che vive per noi, perché trattasi d’una gramellinata da rubrica della posta sentimentale. Una frase simile a quest’altra: “Non guardare negli occhi l’amato che non ti ricambia, guarda piuttosto all’amore con occhi capaci di ricambiarlo”. Secondo voi è una frase profonda? Vi ringrazio, e al tempo stesso vi confesso che l’ho elaborata mentre mi davo una sforbiciata alle unghie dei piedi. Può scaturire nei momenti più inattesi il cosarvi delle cose, e forse tanto meglio avrei fatto se mi fossi concentrato su quelle scaglie raccolte su un foglio di giornale. E guardando le mie estremità inferiori liberate dall’eccedenza avrei dovuto pensare: “Non chiedere ai tuoi piedi di andare e portarti dove vuoi, ma fermati in posizione bùddica e interroga le loro piante per sapere dove vogliano essere andati. Àndali tu”. E ora non ditemi che sto scrivendo minchiate, perché significa che non avete capito. Questo è l’effetto del cosare delle cose, del rovesciamento fra agente e agito. Voi rideteci pure, e intanto quei due ci hanno scritto un best seller applicando al massimo grado il principio gramellinico: Fai bei soldi. Sta nelle cose che cosano il segreto della New Age Bestsellerista, la via verso il Pantheon delle Patrie Lettere. Sicché, invece di sghignazzare come tante servette di Tracia imparate la Via dell’Illuminazione Còsica e continuate a assumere le supposte di saggezza che la ditta Gramellini & Gamberale spande con abbondanza. Eccovene una, bella effervescente, ancora una volta sull’amore che vi amòra. Non a caso si trova a pagina 69, simbolo numerologico di Coincidenza degli Opposti:

Se il tuo pensiero fisso è piacergli, dubito che gli piacerai. Piuttosto dovresti preoccuparti di piacere a te stessa.. (…) “Ti amo” significa “mi amo a stare con te”. Non è egoismo. Gli egoisti non si amano affatto. Solo chi si vuole bene è capace di volerne anche al prossimo.

Il frammento di sopra, come tutti quelli riportati in corsivo, dà voce a Filemone, il nostro Angelo de li Mortacci Sua (ADLMS), instancabile dispensatore di supposte di sapienza che raggruppate compongono un Compendio di Saggezza delle Cose che Cosano. A pagina 73 c’è un altro esempio sulla “malattia che malàttia”:

Ma ogni tanto mi piacerebbe che quella benedetta malattia della psiche umana agisse su di te come su tutti gli altri, provocandoti silenzi enigmatici e pudibondi rossori.

La rassegna sulle cose che cosano sarebbe sterminata, per cui riporto soltanto alcuni esempi. Questi sono tratti dai frammenti in cui prende voce l’ADLMS:

Quante domande, Giò. Ci toccherà ripartire dagli esordi. Da quella ragazzina selvatica che trattava l’amore come una pietanza per masochisti e andava in cerca del cibo che non sarebbe mai stata in grado di digerire. (pp. 21-2)

Io ti sussurravo: Smetti di chiedere gli altri l’amore che non riesci a darti da sola, altrimenti continuerai a incontrare soltanto persone che non te ne sanno dare. Ma tu eri troppo immersa nella prosa del mondo per ascoltarmi e mi costringevi ad assistere alle pantomime con cui mortificavi il tuo cuore. (p. 22)

Poi è arrivato Leonardo. Con lui hai smesso di affastellare le domande perché in lui ti sei illusa di avere trovato le risposte. (p. 22)

Si completa con gli altri solo chi sa bastare a se stesso. (p. 134)

Ma anche Beatrice-Gamberale ci mette il suo nel cosare le cose. È meno zen di Filemone-Gramellini nel farlo. Anzi, a dirla tutta ci mette un tocco di sottile carpenteria. Ma lo sforzo va apprezzato comunque. Specie quello di cui c’è traccia a pagina 180, e che potrebbe lasciarvi stesi fino al prossimo weekend:

E ritrovarsi è stato finalmente perdersi.

A un certo punto, provando a entrare pure io nella logica delle cose che còsano, mi sono azzardato a entrare in quel mood scrivendo un pensierino còsico in alto alle pagine 70-1:

Il viaggio comincia quando finalmente avrai la sicurezza d’un punto di partenza. Fino a allora sarà soltanto un errare, sublime doppio senso tra “sbagliare” e “andare senza meta”.

IMG_20150125_123448

Idiota al cubo, non mi accorgevo di star ponendo le basi per il più cupo sconforto personale. Perché arrivato a pagina 90 ho trovato un frammento vergato dall’ADLMS che dice quanto segue:

Prova a camminare un’ora tutti i giorni, senza una meta. Arriverai dappertutto. (p. 90)

E a pagina 148 ho letto il seguente frammento:

Ma per viaggiare non è indispensabile trasportarsi dall’altra parte del mondo. Si può uscire da se stessi con i suoni di un disco o le parole di un libro. Persino con un paio di scarpe da ginnastica.

E voi non potete immaginare quale sconforto possa attanagliarvi nello scoprire che pensate come Massimo Gramellini, che ne siete stati definitivamente còsati, che la New Age Còsica vi ha vinto e avvinto. “Accidentammé e a quando ho voluto imitarlo!” mi sono urlato. La mia autostima è sottozero, e adesso devo ricosarla chiedendole la grazia di stimarmi e autostimarsi, e chiedendo al perdono di perdonarmi, e alle pagine vergate di quel libro se siano disposte a librarmi. Mi merito di andare e andarmi per il mondo seguendo una mappa territoriale e esistenziale come questa:

E voi adesso continuate pure a ridere come sciocche servette tracie, che intanto loro spopolano e vi occhieggiano da ogni dove, con quella copertina che sbuca pure fra lo scaffale dei Tampax e quello della soppressata con sconto del 30%. Altre cose che vi cosano, e che voi trattate come se non avessero nessuna nobiltà ma le consumate, per poi esserne assoggettati attraverso metabolismi e coazioni a ri-consumare. E mentre ridete c’è uno sterminato esercito di lettori che s’abbevera a questa fonte, e diventa cosa cosàta credendo che il mondo somigli a quello descritto nelle pagine del Peggior Libro del 2014. A cominciare dalle annichilenti frasette sull’amore. Trattenete il respiro, e soprattutto leggetele una per volta ché altrimenti rischiate di schiantare già alla seconda, e poi vi troverete a chiedere scusa allo schianto per averlo schiantato:

Amarsi è l’opera d’arte di due architetti dilettanti di nome Io che, sbagliando e coreggendosi a vicenda, imparano a realizzare un progetto che prima non esisteva.

Noi.

I tuoi occhi interiori hanno mai goduto la vista maestosa di una cattedrale? O si sono arresi in anticipo davanti a un pugni di case abbandonate, di edifici pretenziosi lasciati malinconicamente a metà? Scheletri senza carne che urlano al cielo la loro incompiutezza. (p. 23)

Il pronome della testa è Io, il pronome del cuore è Noi. (p. 89)

Un tradimento uccide soltanto gli amori già morti. Quelli che non uccide a volte diventano immortali. (p. 118)

Mi ha sempre colpito l’atteggiamento delle donne nei confronti dell’amore. Si tratta di un atto di fede incondizionato che difendete da ogni minaccia, compresa quella dell’evidenza. Disposte a qualcosa di ancora più spericolato che perdonare il vostro compagno: illudervi che possa cambiare. (p. 139)

L’amore assomiglia a Ramana: si stupisce e non fa domande. Non ha un perché. È il perché. (p. 156)

Leggendo questa raffica d’insensatezze sull’amore che vi amòra sono stato colto da un dubbio: ma Gramellini sarà mica il padrino di cresima di Massimo Bisotti? (leggere qui, qui, qui e qui).

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Massimo Bisotti con addosso gli occhiali di Sergio Vastano quando imitava Gianfranco Funari

Indagate voi, che al momento non ho forza sufficiente per farlo. Devo ancora metabolizzare altre frasettine sull’amore come quella di pagina 159:

Ma l’amore sa anche infischiarsene della ragione, e non sempre a torto.

Semplicemente mortale, con quel gioco di parole sull’infischiarsene della ragione e non sempre a torto che fa il paio con l’accettare evidenziato nella prima puntata. E visto tanto estro nel giocare con le parole non capisco come mai Gramellini & Gamberale non si siano chiesti se per caso al prepuzio faccia seguito il postpuzio. E poi c’è il passaggio a pagina 181, cioè a 6 pagine dalla conclusione del manufatto:

(…) l’amore perfetto non esiste: quello reale è la somma di tante imperfezioni.

E lì non ho resistito alla voglia di scrivere in fondo alla pagina: “Meno male che sta finendo…”.

IMG_20150125_134240

A ogni modo, e a scopo terapeutico, propongo a me stesso e a voi un’altra performance del mio concittadino giurgintàno Giovanni Bivona, che sul tema dell’amore e su due figure che hanno contribuito a renderlo mitologico.

Ma a questo punto, poiché ho utilizzato quasi esclusivamente frammenti di Filemone-Gramellini, non vorrei si diffondesse l’errata impressione che Gioconda-Gamberale non abbia qualcosa da offrirvi. Lei brilla soprattutto per l’irriducibile egocentrismo. Non c’è cosa al mondo che non accada in funzione di lei, e in questo senso si ha il compimento del Ciclo di Cosàzione. Se per mano di Gramellini le cose vi còsano, arriva Gamberale e ricòsa le cose. Queste ultime tornano a essere cose che esistono solo in funzione della Persona. Ma mica una persona qualsiasi, nossignore. Soltanto in funzione di Issa, Gioconda-Gamberale, la Grande Ricosatrice delle Cose. A pagina 35-6 l’egocentrica si fa egotrofica mettendo in mostra una variazione sul tema della Sindrome di Atlante: me misera me tapina, mi tocca caricarmi sulle spalle tutti i mali del mondo! Leggere per credere:

C’erano giorni in cui mi sembrava di soffrire per il dolore di tutti. Mi convincevo che ogni animale seviziato, ogni bambino deriso, ogni foresta abbattuta fossero una ferita all’anima del mondo di cui io dovevo considerarmi responsabile.

Avete capito quanta modestia, e quanta sobrietà? E se le capita di ascoltare in casa un brano che ha fatto la storia della musica, Issa come reagisce? Esattamente come a pagina 63:

La voce di Ella Fitzgerald ha riempito tutte le stanze.

Everytime we say goodbye, I die a little, everytime we say goodbye, I wonder why… Ogni volta che ci diciamo addio, io muoio un po’, ogni volta che ci diciamo addio, io mi domando perché.

E ho pensato, Ella Fiztgerald mi sta facendo notare che, per colpa mia, fra me e Leonardo non ci saranno mai più goodbye . Perché un addio li spazza via tutti.

E già, cosa mai avrà voluto dirle Ella Fitzgerald ogni volta che cantava Everytime we say goodbye? E cosa mai avrà voluto dirle il presidente Giorgio Napolitano durante il suo ultimo Discorso di Fine Anno? E Gesù Cristo col Discorso della Montagna, e l’Onnipotente con le Dieci Piaghe d’Egitto? Cose che non sapremo mai. Perché lei poi passa a altro, e si concede il cicisbezzo letterario. Cioè la citazione da un classico della letteratura, buttata lì a capocchia perché così fanno i Grandi Scrittori. E Issa, in quanto ricosatrice di cose, lo è. Succede a pagina 40:

Che scrittrice potente, Edith Wharton. Che scrittore mediocre, a volte, il destino.

E che libri di merda, sempre più spesso, mi capita di leggere. E di nutrirmene. Deve essere il mio karma, giunto a compimento rendendomi una cosa cosàta.

(3. fine)

(Per scusarmi col grande Lucio d’averlo tirato dentro a ‘sta roba qui, gli dedico un omaggio inserendo i suoi tre brani da me più amati)

Annunci

5 Risposte

  1. Caro mio, come afferma la saggezza popolare: chi va con lo zoppo impara a zoppicare. A cosare troppo con questi cosi, ci si còsa. Forse ti servirebbe un po’ di ristoro con qualche pagina del Circolo Pickwick.

  2. L’ha ribloggato su bibolottymomentse ha commentato:
    terza parte “cose che cosano” ditta Gramellini Gamberale… bestselleroni italici (da leggere le altre due)

  3. La colpa è di Heidegger, sempre sostenuto.
    (sulla Panda non sono d’accordo)

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: