Sara Bilotti, la Einaudi e l’ortaggio al pudore

Sara Bilotti

Sara Bilotti

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All’inizio mi era parsa soltanto l’ennesima trilogia erotica. La cinquantamillesima sfumatura di grigio tendenza marrone che ci veniva scaraventata addosso sin dallo stramaledetto giorno in cui il primo volume della signora Erika Leonard, aka E. L. James, è approdato il libreria. E invece il libro di Sara Bilotti, L’oltraggio, è qualcosa di peggio. E non solo perché attraverso questo manufatto ci s’ingegna a spostare il polpettone verso il territorio del “noir erotico”, ma soprattutto perché il repertorio di sciatterie e insensatezze assortite ospitato da quelle pagine supera il dicibile e il digeribile. E lo dico con imbarazzo, soprattutto se penso al (fu) prestigio della casa editrice che ha pubblicato questo volume e ha già messi in cantiere gli altri due: la Einaudi. Il mio imbarazzo è graficamente rappresentati dalla valanga di annotazioni che colora le pagine della copia in mio possesso. Sono abituato a passare tratti d’evidenziatore sui frammenti meritevoli di scudiscio, tracciando a penna commenti sui margini della pagina. Ebbene, le pagine de L’oltraggio sono un’orgia di colore, e in alcune i margini non sono bastati per segnare tutte le annotazioni.

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Mi è bastato invece leggerne 45 per scrivere questa stroncatura. Una lettura molto parziale, lo so. Ma sufficiente per dare un giudizio sul libro e sull’intera trilogia, oltreché sulle doti di scrittura dell’autrice. Mi era successo in un solo altro caso di “mascariàre” così sistematicamente le pagine di un libro, e di scriverne pur essendo ben lontano dalla conclusione della lettura. È accaduto con “La luna blu. Il percorso inverso dei sogni” di Massimo Bisotti (di cui ho scritto qui, qui, qui e qui). Che non per caso è quasi omonimo di Sara Bilotti.

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Massimo Bisotti

Massimo Bisotti

Il libro di Bisotti attende ancora d’essere terminato – sia nel senso che deve ancora essere letto fino in fondo, sia perché sa che un attimo dopo verrà bruciato foglio dopo foglio come usava fare il buon Pepe Carvalho – ma la parte letta mi ha dato materiale per quattro articoli-stroncature e per molti altri che non ho scritto perché non posso mica dedicare la mia vita a uno così. Idem per la quasi omonima. Di cui in questi giorni mi è stato detto che la sua precedente raccolta di racconti, “Nella carne”, è cosa notevole.

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Non saprei cosa rispondere a questa osservazione. Di sicuro, il titolo mi ricorda quello di “In the cut”, il film meno riuscito della regista australiana Jane Campion. E non è la migliore delle premesse. Mi procurerò il libro, come ho fatto nel caso di altri autori che ho stroncato leggendo soltanto una parte della loro produzione letteraria, e di cui subito dopo ho preso a leggere tutti i libri precedenti per scoprire se vi sia una linea di continuità nella mancanza di talento o se piuttosto si possa salvare qualcosa della loro opera. L’ho fatto con Chiara Gamberale, per dire. E dopo averlo fatto posso dire, pacatamente, che con quei libri anche un buon termovalorizzatore rischierebbe l’avaria. Lo farò con Sara Bilotti. E se ci sarà da correggere il giudizio, non avrò difficoltà a farlo. Senza che ciò muti il mio giudizio su L’oltraggio.

Chiara Gamberale

Chiara Gamberale

Quarantacinque pagine bastano, dicevo. E magari ci sarà tempo per ragionare sulle restanti 253 e sugli altri due volumi che verranno. E prima di andare a ritemprarmi con una sana rilettura degli Amori ridicoli di Milan Kundera, traccio un quadro di queste 45 pagine iniziali. Nella quarta di copertina si parla della “prima serie nera erotica italiana”. Sarà. Non so se sia davvero la prima, già questa mi pare una bella pretesa. Ma in fondo tale dettaglio è secondario. Di sicuro c’è che, nelle prime 45 pagine, di noir e di erotico non s’intravede nulla. E badate che si parla già di circa un sesto del volume. Cioè di un punto del libro e della lettura in cui la storia dovrebbe già essere nel vivo. E invece si continua a traccheggiare nel delineare ambiente, contesti e personaggi, trasmettendo nel lettore una potenza emotiva da film uzbeko in lingua originale e sottotitoli in braille. Quanto basta per dire che in quelle pagine non s’intravede proprio qualcosa di potente come un oltraggio. Piuttosto si ricava il senso di banalità di un ortaggio. Un bel broccolo, ma di quelli molesti la cui cottura andrebbe vietata dai regolamenti condominiali. “Ecco, anche oggi la signora Pina del terzo piano sta cuocendo i broccoli! Questo è un oltraggio al decoro della scala B!”.

L'ortaggio

L’ortaggio

La trilogia

La trilogia

Ecco, nelle pagine di Sara Bilotti si consuma un estenuante ortaggio al pudore, il lancio del broccolo lesso in luogo della giarrettiera. Lo si capisce già dall’incipit, quando viene usata un’immagine fra le più abusate nella storia del polpettone sentimentale:

La valigia era raddoppiata di peso, mentre Eleonora percorreva il lungo sentiero di pietre bianche che portava alla villa. Al volume dei vestiti, per la verità abbastanza ridotto, si era aggiunto un carico enorme, quello del fallimento.

E già, il peso di un fallimento messo in valigia. Bei tempi quelli in cui si diceva che “La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio/ e tu senza dir niente ci hai infilato l’ortaggio”. Ma è solo l’inizio di una vicenda confusa, quella di Eleonora che rimasta senza casa e lavoro va a chiedere riparo presso l’amica Corinne. E lì conosce l’uomo di lei, Alessandro, e il fratello di lui, Emanuele, che a sua volta sta con una donna scorbutica di nome Denise. Non so a cosa porterà questo pentagono. Anche perché il pentagono no, non l’avevo considerato. Se proprio si deve trasgredire preferisco la gang bang. Leggerò più avanti, ma con la stessa ansia di sapere che avrei se volessi scoprire il nome dell’inventore del brodo di dado. Adesso non ho tempo da dedicare a questo, perché bisogna raccontare cosa fa Eleonora mentre medita sulla valigia che, gravata del fallimento personale, avrebbe rischiato di eccedere gli standard di peso della Ryanair. Dopo un attimo di esitazione la sventurata decide di varcare la soglia, in ogni senso. E cosa fa?

Si fermò sul viale acciottolato, prima di suonare al citofono adiacente al cancello bianco (…) (p. 3)

Il citofono adiacente al cancello. E dove avrebbe dovuto essere, dall’altra parte della strada? E soprattutto, ma è possibile che si usi ancora in un romanzo una formula da mattinale dei carabinieri come “il citofono adiacente al cancello bianco”? Performance che fra l’altro viene bissata a pagina 26:

Eleonora fumò una sigaretta, guardando in basso, verso il giardino antistante la villa.

E mentre digito sulla tastiera sottostante alle mie dita ritorno al quadretto iniziale, e a quanto succede dopo che Eleonora ha suonato “al citofono adiacente al cancello bianco”. Intanto dà una sbirciatina oltre quel cancello, e vede quanto segue:

Persino gli uliveti che circondavano il perimetro della villa sembravano dipinti, sagome di cartone attaccate alla collina. (pp. 3-4)

Vi inviterei a fare attenzione al dettaglio degli uliveti. Non si parla di “un uliveto”, inteso come colonia di alberi d’ulivo che per definizione deve avere una rilevante estensione e un ampio numero d’esemplari. Né si parla di “ulivi”, tanti e al plurale ma presi nella loro singolarità. Si parla proprio di “uliveti”, al plurale. Tanti uliveti. E avete idea di quanto ampia debba essere un’area per ospitare “tanti uliveti”? Serve il parco di una reggia, altro che un “giardino antistante la villa”!

UN uliveto

UN uliveto

A ogni modo, proseguiamo. Una voce risponde in modo secco alla bussata di Eleonora, e la scena viene così descritta:

Ora quel <Sì?> lanciato come un proiettile dalla bocca lucida del citofono le toglieva l’ultimo briciolo di dignità. Il tono, troppo crudele per essere premeditato, era comunque colpevole (…). (p. 4)

E lasciando da parte il proiettile che esce dalla bocca lucida del citofono, mi soffermo sul “tono che era troppo crudele per essere premeditato ma era comunque colpevole”. Ma che cazzo vuol dire? E in che senso “colpevole”? La colpa era quella d’essere un tono brusco? O era una colpa pregressa a rendere brusco il tono? E poi, era colpa interiore (senso di colpa), o solo una colpa esterna perché feriva un altro soggetto (colpa da offesa inflitta)? Impossibile capirlo, dato che il periodo è scritto come peggio non si potrebbe. Ma proseguiamo. Eleonora s’inoltra dentro uno spazio così descritto:

(…) il cancello si aprì e le toccò riprendere in mano la valigia, percorrere il lungo sentiero fino alla villa, una lingua bianca che fendeva il verde, separando la piscina dal gazebo, le azalee dalle rose, la pompa arancione dal pozzo. E lei in mezzo, inopportuna e troppo sudata. (p. 5)

Ecco, al dettaglio del sentiero che separa la pompa arancione dal pozzo bianco si potrebbe già chiudere il libro. Il trash è servito. Ma sarebbe troppo comodo, e si rischierebbe di aver liquidato troppo presto l’autrice e il suo libro senza dar loro possibilità d’appello.

Dunque proseguo ma la faccio breve, perché davvero le 45 pagine lette contengono roba per scrivere una stroncatura lunga almeno altrettanto. Mentre sale il sentiero che la porta nella casa circondata “da uliveti”, Eleonora incontra per la prima volta Alessandro. Che fra i due “fratelli fatali” è quello più “ometto perfetto”, mentre Emanuele è il “màsculo ruvido”. Due stereotipi rifiniti col martello edile. Ecco come avviene l’impatto con l’ometto perfetto:

Era a metà strada quando un uomo uscì sul portone, annunciato da una cascata di pesche che rotolarono sui tre scalini dell’ingresso. Quel tappeto casuale segnò la sua entrata in scena e una pesca arrivò fino alla punta dei sandali blu, sfiorandola appena. (p. 5)

A quel punto la storia avrebbe potuto svoltare verso un canovaccio dal titolo Peach Girl, la Ragazza Pesca. Sarebbe stato un colpaccio, ma purtroppo esiste già una famosa serie di cartoni animati manga intitolata proprio così.

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Sicché a Sara Bilotti è toccato insistere sul sentiero del noir erotico, quello che separa nettamente la pompa arancione dal pozzo. E lungo quel sentiero Alessandro domina. Eccovi serviti una serie di frammenti che lo riguardano:

(…) un sorriso pieno di denti bianchi su una faccia regolare, sotto occhi neri senza pupille, accarezzato da ciocche selvatiche, troppo lunghe. Quante cose ballavano attorno a quel sorriso, piantato su un corpo solido ma elegante. (p. 5)

Aveva sempre immaginato che l’uomo di Corinne non potesse essere altro che un magnifico esemplare. [Manco si stesse parlando di un vitello, ndr] Ma non fino a quel punto. Una bellezza così sfacciata era uno schiaffo ai suoi tentativi di acquisire sicurezza, intrapresi con fatica da quando le loro strade si erano separate. (p. 5) [E qui sarebbe chiaro che le strade si sono separate fra Corinne e Eleonora, ma guardando alla struttura della frase pare che a essersi separate siano le strade di Eleonora e Alessandro]

Aveva una mano sul cuore, come a dimostrare la sincerità del sorriso disegnato, e l’altra all’orecchio, contro il quale spingeva un auricolare nero, quasi potesse sentire meglio sotto la cupola del palmo. (p. 9)

Posò con delicatezza l’auricolare sulla credenza e allargò il sorriso, investendo Eleonora di un ottimismo che lei non meritava. (p. 9) [Ma perché mai non lo meritava?]

Alessandro si staccò dal mobile, si diresse verso il divano a est della lunga tavola da pranzo [doveva essere talmente lunga che per muoversi intorno bisognava impostare il Tom Tom, ndr] e cominciò a sfogliare un manoscritto, forse il copione. C’erano uomini così, capaci di muoversi con grazia nello spazio, qualunque spazio, anche seguiti da due occhi indagatori e affamati. (pp. 9-10)

Le girò le spalle per uscire dalla stanza, in un movimento che addosso a qualsiasi altro essere umano sarebbe apparso brusco; ma non c’era scortesia in quell’illusionista, e guardarlo da dietro, nei suoi jeans grigi, era piacevole quasi quanto fissargli la bocca. (p. 16)

Perché Emanuele le si era seduto accanto, e Alessandro le era di fronte, e aveva iniziato a mangiare con la consueta grazia, come se non ne avesse bisogno. (pp. 29-30)

Notare quanto idealizzate siano la descrizione dell’ometto perfetto. Un bel Principe Grigio, un Mister Cera Grey i cui tratti toccano il massimo livello d’espressività a pagina 12:

Mangiava in modo affascinante, e sembrava non sporcarsi. Eleonora s’impose di non guardarlo. Cosa ci si poteva aspettare di più eccitante di un uomo che non si sporca? Nessuna sbavatura, una grazia e una bellezza assolute, nessun accento, nessun odore. Niente è più intrigante del sesso di un angelo.

Mi chiedo come possa ispirare erotismo un uomo totalmente asettico, che nemmeno si sporca e dunque non sporca. L’eros è odori e sapori, che devono essere forti senza arrivare a essere stomachevoli. E invece qual è l’ideale per Eleonora? Uno che richiama “il sesso di un angelo”. Ma allora dillo che ti piace Ken di Barbie, altro che nero erotico! Sono cresciuto nel tempo in cui c’era il bipolarismo Ken di Barbie vs Big Jim: uno piallato fra le gambe, l’altro che sotto gli slip aveva un pacco che lèvati! E era normale che Big Jim si portasse via Barbie e lasciasse Ken intento a “mangiare senza sporcarsi”.

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Un esemplare di Ken, ritratto in tutta la sua virilità

Big Jim

Big Jim

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

La platonica vita sessuale di Barbie e Ken

Vi risparmio le descrizioni del fratello rozzo e pure un po’ zozzo, avrete capito che lui è l’esatto contrario di Ken. Verso quest’ultimo, l’ometto perfetto, Eleonora nutre fantasie sessuali lappatorie. È tutto un leccare immaginato:

Lui non rispose, si limitò a farsi leccare la faccia dal sole. Era splendido, anche sotto quella luce impietosa. (p. 15)

Eppure, in un mondo ideale, non sarebbe stato sbagliato entrare in macchina, chiudere la portiera, afferrargli il bavero della camicia e leccargli la bocca. (p. 23)

Lecca di qua e lecca di là, senza perdere di vista quel “bavero della camicia” che grida vendetta, ci si trova a interrogarsi su misteriose mimiche facciali. Sia a pagina 5 che a pagina 23 troviamo due frammenti in fotocopia:

Eleonora alzò un sopracciglio.

Non so a quanti di voi riesca farlo. A me no. E comunque a coloro che avessero coronato l’impresa suggerisco di cimentarsi nella performance di mimica facciale descritta a pagina 21:

Ma June non si sedette. Si limitò a incrociare le braccia e a sollevare l’angolo destro del labbro superiore, in un ghigno che nelle sue intenzioni doveva essere un sorriso.

Sollevare l’angolo destro del labbro superiore. Solo quello. Ma come cazzarola si fa? Stenterebbe pure The Mask, il personaggio del film interpretato da Jim Carrey.

E comunque va detto che non tutto di Alessandro sembra positivo a Eleonora. A un certo punto lei coglie in lui un che di artefatto nel modo in cui cercai di aiutarla a tirarsi fuori dalla cattiva situazione esistenziale. Lo si legge a pagina 40:

E poi c’era l’altro pensiero, quello più nascosto, che riguardava la solerzia con cui Alessandro si occupava di lei e del suo problema. Non c’era stato tempo di affezionarsi, doveva agire così per indole, o per fare un piacere a Corinne. Ma faceva del bene con distacco, senza dimostrare entusiasmo. Di solito i gesto generosi si fanno con calore.

Verrebbe da dire: bella scassacazzo sei, figliola! Questo qui t’ha presa in casa senza nemmeno sapere chi tu fossi e solo perché sei amica della sua donna, ti scarrozza in qua e in là, s’ingegna per risolverti i problemi senza che sia tenuto a farlo, e ti lamenti pure perché fa tutto ciò “senza entusiasmo”? Ma non è nemmeno questo il punto. Il fatto è che 21 pagine prima, alla 19, Eleonora diceva una cosa esattamente opposta:

Si sentiva un’ospite sgradita, nonostante la gentilezza di Alessandro, e tutto ciò che diceva non sembrava abbastanza rispetto ai doni che le stava facendo quell’uomo. Un tetto, del cibo, una conversazione alta.

L’autrice non si accorge della clamorosa contraddizione. Quanto all’editor, se c’era, dormiva. Un altro esempio di sonno della ragione e dell’editor si ha con due frammenti che dicono pressoché la stessa cosa, e per di più collocati nemmeno tanto distanti fra loro:

C’era una strana atmosfera e i fratelli e le loro donne avevano un atteggiamento poco chiaro nei suoi confronti. Era come se recitassero una parte a suo uso e consumo, solo che qualche volta la realtà si faceva spazio nei dialoghi, esplodeva in una risata, s’insinuava in uno sguardo affilato. (p. 21)

La finzione sembrava una costante, nella vita del gruppo. Era come se tutti recitassero una parte, pensando ad altro. Ogni tanto qualcuno si animava e diventava vero, per poi tornare a calarsi nel proprio ruolo, indossando un velo di tranquillità apparente. (pp. 26-7)

Continuo a accelerare tralasciando decine di frammenti che pure meriterebbero d’essere menzionati, per parlare di alcune strepitose insensatezze del testo. Strepitosa quella di pagina 22:

Il direttore della banda del borgo aveva un modo buffo di parlare. Ogni doppia che pronunciava una doppia alzava il braccio destro e annuiva, con un solo movimento del capo, il mento quasi sul petto, per sottolineare quanto perentorie potessero essere le sue affermazioni. E di doppie ne usava tante, sì, tantissime.

Ma cosa vuol dire “pronunciare le doppie”? Spero non si riferisca alle lettere dell’alfabeto. Perché altrimenti dovrei pensare che pronunciando “soprattutto” il direttore della banda dovesse alzare due volte il braccio e picchiarsi il mento sul petto per rimarcare la doppia coppia di “t”. Manco in un cartone animato. A pagina 19 c’è una frase degna del quasi omonimo di Sara Bilotti, Massimo Bisotti:

Lui non badò a quel tentativo di dimostrare ammirazione, così poco credibile proprio perché vero.

Leggendario il passaggio di pagina 22:

Eleonora da sempre aveva una capacità speciale di cogliere qualunque anomalia. In un fiume di gente, riconosceva il diverso, quello che camminava in direzione opposta, anche se era il più basso di tutti, lei lo vedeva.

Onorevole Brunetta stia tranquillo, Eleonora scorgerà sempre la sua presenza. E cosa dire della “poetica dei contrasti”? Eccovi una bella galleria, che si apre con l’incompatibilità fra il “profumo” (anziché “odore”) di rosticceria e l’arredamento d’alto livello:

Nel salone aleggiava un profumo che mal si addiceva all’arredamento austero, ma Alessandro compensava la caduta di stile spandendo manciate di polvere magica. (pp. 8-9)

Dietro Denise, una giovane magrissima, dai lineamenti delicati che stridevano con il modo di parlare e il portamento, apparve un uomo biondo, dal sorriso gentile. Somigliava ad Alessandro, ma non aveva il suo carisma: era solo circonfuso da quell’alone di irrealtà che tanto piace a certe donne, quelle che amano corrompere. (p. 11)

Alessandro stava parlando al telefono di argomenti che mal gli si addicevano: azioni, titoli, tassi. Non era però meno attraente, e non si fermava mai, parlava camminando dalla finestra alla porta d’ingresso, alla cucina, e di nuovo alla finestra. Quando la vide le fece cenno di uscire, e insieme salirono su un fuoristrada nero. Lì dentro la sua voce urtava contro i finestrini, le arrivava alle orecchie senza disperdersi, era difficile non sentirsi attratta dalla sirena che la modulava. (pp. 17-8)

Scendi da lì che ti spezzi la schiena! – gridò Alessandro, e quell’urlo la sorprese. Mai avrebbe immaginato che dalla sua bocca potesse uscire un ordine tanto acuto. (p. 19)

Era in quei luoghi solo da un giorno, e già si stava ritagliando il suo angolino, contro ogni previsione e a dispetto di ogni strano comportamento. (p. 21)

– Emanuele, non fare il coglione.

Elenora si trattenne: non le sembrava il caso di scoppiare a ridere in un momento come quello. Ma la parolaccia nella bocca dolce di Alessandro continuava a risuonarle in testa, incongrua. (p. 29)

E poi ci sono certe immagini che rischiano di stendervi per sempre. Come quella a pagina 30:

Era difficile riflettere su quella notizia, mentre rotolava fuori dalla bocca scura di Emanuela. Le pareva di vedere le parole che fluivano tra i denti dritti come soldati, e di comprendere qualcosa di quel discorso, ogni tanto.

Vorremmo avere tutti i denti dritti come soldati, o trovare qualcuno che provi a captare i nostri pensieri come fa Eleonora con Alessandro a pagina 41:

Era stanco, e due piccole rughe si formarono tra le sopracciglia, un indizio di pensieri faticosi. Eleonora si tolse la cintura di sicurezza e girò il corpo verso di lui, per raggiungerne la mente.

Manco il Bluetooth può essere così efficace. A pagina 33 viene esibita un’altra gigantesca insensatezza:

Eleonora guardò il soffitto: nel buio scorgeva i profili degli oggetti, le erano già familiari.

Cioè guarda il soffitto, e per di più al buio, e scorge “il profilo degli oggetti”? Ma erano appiccicati al soffitto, questi oggetti?

Chiusura in bellezza a pagina 44. Alessandro accompagna Eleonora a Firenze in cerca di lavoro, poi lui deve andare per altri impegni e le raccomanda di prendere il treno per tornare verso la dimora di campagna. Le fa questa raccomandazione:

(…) la fermata è proprio Borgo San Lorenzo, non ti puoi sbagliare, prendi il treno in Centrale (…)

Cara Bilotti, caro/a editor, la frase “prendi un treno in Centrale” può essere pronunciata da un milanese. Non certo da un fiorentino o da un toscano che si riferiscano alla stazione principale di Firenze. Che si chiama Santa Maria Novella, e lo sanno pure i tappi di sughero. Questo sì che è un oltraggio. Meritevole di un ortaggio, scagliato con perfetta mira.

Come sempre, chiudo la stroncatura inserendo un brano musicale che vi aiuti a smaltire le brutture accumulate. Stavolta tocca ai grandissimi Crosby e Nash.

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59 Risposte

  1. Bella stroncatura quasi quasi mi vien voglia di leggerlo tutto ……NOOOO!

  2. Diciamo la verità io il primo noir erotico italiano non lo avrei mai letto, ma dopo questo quadretto neanche il secondo e il terzo

  3. Questi tuoi post, caro Pippo, sono sempre una vera miniera. Anche perché gli autori di cui parli, paiono proprio appena usciti da un simile luogo poverini e, per riposarsi dalle dure fatiche, evidentemente hanno pensato bene di premere un po’ i tasti di un pc e confezionare un prodotto vendibile, in questo caso, al famigerato Einaudi Stile Libero. Che ormai di prodotti come questo ne ha scaffalate piene.
    Anche la Bilotti, come il Bisotti, mi era sconosciuta, così sono andata a surfare un po’ la rete. Ho trovato un’intervista che le hanno fatto sui racconti del macellaio (Sulla carne). Le risposte sono perfettamente in linea con quello che scrive anche sugli ortaggi. Nel senso che lo stile è lo stesso.
    Una perla: “Spero che le mie storie abbiano la loro musica interiore, ma non ne posso essere certa: purtroppo, o per fortuna (ancora non lo so!), la mia scrittura è molto istintiva, è una sorta di bisogno primordiale, e analizzarla con la ragione mi risulta impossibile.”
    Dunque, vedi, te lo dice lei per prima che quello che tu vorresti, cioè trovarci un filo logico, è impossibile, perché è roba primordiale che non capisce nemmeno lei. Roba da Australopithechus, che pretendi!

    Poi ho trovato l’assaggio del romanzo sul sito Einaudi. Certo è che sei stato buono, perché ci hai voluto risparmiare pietosamente, il prosieguo dell’incipit. Infatti, dopo il “carico del fallimento” e dopo una virgola, prosegue: “soprattutto ora che stava per sbattere contro il sorriso di Corinne, la serenità dei suoi giorni, la consistenza delle mura della sua casa.”
    A parte il crescendo drammatico della roba contro cui va a sbattere, per finire contro un muro (ma che vista bizzarra ha la poverina, che non vede i muri ma vede la roba al buio e per di più attaccata a un soffitto?) l’autrice, che confessa di essere stata in passato anche ghost writer per roba di vampiri (ah, ecco perché ci vede di notte ma non di giorno!) ha una vera e propria fissa per i sorrisi, che caccia ovunque e in ogni possibile variazione. E te lo dice a riga 6.
    Poi, quando descrive il famoso citofono, sembra che sia il citofono a essere pure merlettato oltre che un cannone che spara proiettili. Perché così com’è messo, anche se c’è la virgola potrebbe pure essere: “prima di suonare al citofono adiacente al cancello bianco, merlettato in cima come un sipario barocco.”

    E più sotto il : “tutto era immobile, non c’era un canto d’uccello, un latrare di cani.”? Casomai tutto era silenzioso, dato che sta parlando di suoni!
    E siamo ancora a pag. 1…. adesso capisco perché le pagine di questo libro sono diventate delle opere alla Schwitters nelle tue mani!

    P.S. Hai mai pensato di organizzare una mostra con le pagine “lavorate” di questi libri? Altro che i collages cubisti!

    • A Francesca: sai che sarebbe una bella idea? 😉
      Quanto alle cose che di quelle orrende pagine ho omesso, come avrai visto da te, c’era quasi da riportarle tutte intere. Ogni pagina potrebbe essere ri-stroncata partendo da un’ottica diversa… 😉

  4. ma ci vuole il porto d’armi per comprare il libro ?

  5. Se questi sono gli scrittori degni di essere pubblicati, immaginiamoci i lettori.

  6. Justus von Liebig. Dico: l’inventore del dado da brodo – che consente di fare a meno degli ortaggi. (lo scoprii tanti anni orsono e fu indubbiamente più interessante di questo romanzo).

  7. mammamia, prof. e ho letto che espeorteremo ‘sta munnezza pure in germania…

  8. Mi domando se sia più colpevole il sedicente autore o chi ha deciso di pubblicarlo. Chissà poi cosa sperano di ricavarne…? Un altro fra le decine di flop che inanellano ormai da tempo.

  9. Pippo, se decidi di fare questa mostra mi offro come curatrice. Tanto l’ho già fatto in passato, date le mie origini di storica dell’arte. Sarebbe un gran divertimento.

  10. wow… ribloggo, e gioisco.

  11. L’ha ribloggato su bibolottymomentse ha commentato:
    è con sommo rammarico?… no. Einaudi dovrebbe leggere meglio i manoscritti che arrivano in redazione. leggerli almeno.

  12. La Bilotti ha annunciato con gioia la pubblicazione della trilogia in Germania. Mi auguro abbiano editor più capaci.

  13. Dire che sono demoralizzata è poco. Riguardo la stazione poi se consideriamo che l’agenzia letteraria che rappresenta i diritti di Sara Bilotti è fiorentina… è qui mi tiro la zappa sui piedi visto che rappresenta pure me (e no, non sono arrivata in Einaudi col mio romanzo, vedremo col secondo, sto diventando matta su ogni virgola, seguendo i suggerimenti di Chiara B. Mazzotta che mi cazzia un sacco) mi viene voglia di mollare tutto, dai, oltraggio all’impegno, alla qualità, al buon senso. E mi fermo qui, non si sputa nel piatto in cui si mangia, ma porca miseria, che scivolone 😀

  14. Caro Pippo, ho coltivato il mito Einaudi per una vita e adesso una Sara Bilotti qualsiasi me lo affonda come una crocetta in una partita di battaglia navale. Non è giusto. Ma questa è l’editoria italiana. Un titolo azzeccato, una copertina lucida, il nome di un (ex) editore prestigioso, la promozione mirata et voila: il bestseller è servito.
    Tu stronchi, caro Pippo, con acume e intelligenza ma cosi facendo dai valore ai titoli dei quali ti occupi. Un valore negativo che però, alle vendite, che sono poi l’unica cosa che conti per un editore oggi insieme con l’avvenenza dell’autrice, giova più del sangue fresco a un vampiro. E il risultato è che il romanzo stroncato, ovviamente non da te soltanto, si moltiplica per tre, per quattro, per cinque.
    Non starò a commentare la prosa fintamente colta (in realtà solo leziosa e sgangherata nei contenuti) della Bilotti che io pure ho tentato di scalare arrivando solo a pagina 37. Mi limiterò a inviare un pensiero di apprezzamento ai piccoli editori (quelli comunque seri) che con coraggio, tenacia, sudore della fronte, sprezzo del rischio e perfino entusiasmo continuano a fare scouting con la speranza che, sotto tonnellate di manoscritti, si nasconda ‘il romanzo’ qualcuno che sia dotato al punto da riuscire ad esprimere concetti e a narrare fatti senza doverli paludare sotto vuotaggini retoriche. ” Effettacci da strada” li definiva un mio vecchio caporedattore e ti assicuro che sapeva quello che diceva.

    • Cara Adele, purtroppo la prosa della Bilotti non è sgangherata solo nei contenuti. Una volta testi del genere si pubblicavano negli Harmony, ma credo con una forma meno pretenziosa.
      Da quando Einaudi ha iniziato la collana Stile Libero il livello è crollato sempre di più. Evidentemente chi la dirigeva non era poi così illuminato come si vorrebbe far credere. Ho letto due o tre titoli presentati e recensiti a ogni piè sospinto come “rivelazioni”, anche più – diciamo così – impegnati di questo e ho trovato lo stesso stile povero, sciatto, triste. Se poi se ne vendono tante copie grazie alle recensioni degli amici promosse dagli uffici stampa e tanti cadono nella trappola di crederci e comprarseli, non fanno certo la storia della letteratura. Purtroppo molti degli editor anche di grandi case editrici sono privi della cultura e delle capacità che sarebbero richieste. E si vede.

    • Sottoscrivo ogni parola…

    • Cara Adele, dici cose sensate. E mi rendo conto che le mie stroncature possano avere un effetto paradossale: suscitare curiosità attorno all’opera stroncata, ergo contribuire involontariamente al suo successo commerciale. Ma purtroppo quello è un effetto che non posso arginare. Quale sarebbe l’alternativa? Non stroncare? Almeno prendiamoci la soddisfazione di cantargliele… 🙂

  15. Non voglio difendere Repetti, che pure ho conosciuto in Luiss e mi è stato subito molto antipatico, mai come Ferrari ma abbastanza da sapere che non lui decide poco e niente. Oggi Einaudi è governata da direttori marketing giovani e ignoranti (mi bastò sentirne uno che raccontava l’importanza di lanciare Violetta sul mercato) che indicano ai direttori editoriali soltanto l’obbiettivo da raggiungere, che sia Piccolo, Scurati, Marias o la Bilotti a loro non importa: se non funzioni caro direttore te ne vai. Noi cosa potremmo fare?, scrivere per il piacere di scrivere e il tentativo di superare noi stessi, piantandola magari di dar credito e forza agli agenti letterari, agli editor e alla botta di culo a ogni costo. Lo scrittore dovrebbe provare a competere con certi personaggini riprendendosi il proprio ruolo di intellettuale (se ne è capace), depauperando la moderna concezione di scrittore per culo e sostituendola con scrittore per talento e studio. Se per primi gli scrittori si adattano al pensiero di agenti e editor abbiamo chiuso. Anche questa figura inutilmente ricoperta di poteri sovrumani che in Italia NON impreziosisce il testo (a meno di fare parte della vecchia generazione), ma lo passa in redazione, e basta, ha contribuito largamente al decadimento della letteratura. Io non ho fiducia negli editor. e nemmeno nei piccoli editori che fanno il filo ai grandi. Insomma funziona la critica distruttiva di Pippo e il valore che noi diamo alla scrittura di qualità. Ma per lo più siamo provinciali, corriamo in libreria ad “accattare” l’ultima moda. buona giornata.

    • Cara Francesca, mi riallaccio alla tua risposta precedente per chiarire che il libro della Bilotti non sarebbe mai stato pubblicato in nessuna delle collane Harmony et similia. E lo dico non perché lo penso, ma perché lo so. I romanzi d’amore Harmony, rigorosamente ambientati in epoche e luoghi lontani, fino a qualche anno fa (oggi non saprei) erano cosa seria. Si acquistavano quasi sempre i diritti dall’estero ed erano curatissimi nelle traduzioni e negli editing. Le storie erano magari un tantino banali e ripetitive ma mai cretine e lo stile, per quanto semplice e di facile lettura, non era mai becero o pretenzioso. Gli Harmony hanno il merito di aver salvato intere generazioni di donne dall’analfabetismo di ritorno. Di aver insegnato l’uso del congiuntivo e magari anche un poco di storia. Quindi non li userei per paragoni negativi.
      Caro Pippo, ribadisco i tuoi meriti di recensore. I tuoi pezzi me li divoro letteralmente e, come già ti ho scritto, varrebbero da soli interi corsi di scrittura alla Holden se solo gli stroncati si prendessero un po’ meno sul serio e di tanto in tanto riflettessero sul valore e sui meriti delle loro operine. Quello che intendevo nel mio commento precedente e che forse non è risultato molto chiaro è che è giusto e doveroso stroncare libri brutti spacciati per pietre miliari nella storia della letteratura. E’ sacrosanto fare le pulci allo stile e alle trame, vivisezionare i contenuti riga per riga rilevando ripetizioni, incongruenze, stupidaggini. Meno giusto è forse occuparsi dei libri falsi. Quelli che contrabbandano parole in libertà per pensieri profondi, banalità vestite a festa per letteratura, stupidaggini adolescenziali per nutrimenti dello spirito. Io dopo una vita passata a occuparmi di libri (miei e soprattutto altrui) i libri-patacca li riconosco dopo poche pagine e se salvo in qualche modo i ‘brutti’ Harmony così come molti romanzi di genere (noir, sentimentale, avventuroso, spionistico eccetera) mi irrito terribilmente davanti alle operazioni commerciali fatte da case editrici un tempo di élite che usano il proprio marchio prestigioso per spacciare fuffa.

    • Discorso lungo e articolato, da condividere…

    • Cara Adele, sì, nella foga della risposta non sono stata chiara io, hai ragione. Quando ho citato gli Harmony, (scrivendo appunto “ma con una forma meno pretenziosa”, intendendo con una forma migliore e in sostanza più elegante) mi riferivo a un tipo di pubblicazione che non aveva pretesa di far letteratura, ma di offrire semplice intrattenimento a un certo target di pubblico che nei paesi anglosassoni (e anche in Francia, con Delly) era da molto tempo ben delineato, mentre da noi non esisteva. Almeno non fino a Liala e alla Peverelli. Poi qui è sparito, riaffiorando in modo più ambiguo con la Tamaro et similia, che però non è considerata un’autrice di questo tipo.
      La nascita e la diffusione della letteratura rosa è un fenomeno interessantissimo. Infatti tu stessa dici come i romanzi Harmony fossero quasi tutti acquistati all’estero, dove il genere è ben rodato e ha le sue regole e il suo posto e le loro autrici sono seguite da un pubblico attento anche alla forma.
      Dunque da noi – credo a partire dalla Tamaro in poi soprattutto – è nata una certa confusione fra cosa sia letteratura pura e cosa no e autrici (ma anche autori, come Bisotti, Volo, Moccia) che potrebbero tranquillamente rientrare in questo genere senza alcuna pretesa di essere “fenomeni letterari” vengono invece spacciati per tali.
      So bene che un editore è un imprenditore (anche io sono per molti motivi, miei e altrui soprattutto, in mezzo ai libri e agli editori da una vita) e che dunque è giusto che tenga conto del guadagno dei suoi “prodotti”, ma è pur vero che, come dici tu, alcuni approfittano del nome prestigioso per spacciare fuffa. Cosa che si potrebbero risparmiare, pur tenendo a mente il guadagno, se solo all’interno di queste stesse case editrici (in particolare alcune, ripeto) si affidasse la responsabilità di certe scelte a persone di maggiore competenza ed esperienza.
      E parlo purtroppo con grande cognizione di causa, non per quanto riguarda me direttamente, ma per grandissimi autori, pensatori, scrittori, italiani e non, volutamente ignorati, o che non vengono ristampati e di cui mi occupo da molto tempo. Posso dire di aver avuto rapporti con tutte le grandi case editrici, per un motivo o per un altro e non c’è da stare allegri. Purtroppo nemmeno per la correttezza.

    • Purtroppo è proprio così…

  16. Buon pomeriggio a tutti. Ho letto i vostri commenti e sono d’accordo con voi. Sono arrivata qui ieri, per caso, proprio rincorrendo le opinioni degli altri sul libro di Sara Bilotti. Ho letto l’anteprima e non riuscivo a capacitarmi come Einaudi potesse averlo pubblicato. Così ho trovato Pippo, Super Pippo, e sono contenta.
    Ps per Pippo: secondo me,
    gli accenti sui monosillabi usati nel libro, e anche quelli su alcuni verbi, sono sbagliati. Ho pensato a delle sviste, poi ho controllato sul libro Suburra e… stessi errori! Mamma mia, sarà un cinese il correttore di bozze? 🙂

  17. Caro Pippo, I brani che riporti sembrano estrapolati da un libro di Frassica. Se mi capiterà, leggerò il romanzo, giusto per vedere fino a quale punto possa azzardare una casa editrice.

  18. Articolo divertente e interessante.
    Non dirò niente di nuovo, ma certamente l’imperizia in fase di editing è una conseguenza del crollo del mercato editoriale. In tempi di crisi quello è il primo settore che viene segato via.

    Probabilmente ora si predilige pubblicare tanti libri di questo tipo nella speranza di fare il colpaccio (in termini di vendita), piuttosto che pubblicare pochi libri, ma pensati e scritti meglio.

  19. ma la storia della villa toscana di Bruges?

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