Gli sciatti osceni di Marco Missiroli – 3 Il Codice Manc’Uso e l’adagio dell’onanista perfetto: eccitazione è citazione

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(Potete leggere qui e qui le precedenti puntate)

Sentii parlare la prima volta di Marco Missiroli e dei suoi libri leggendo sul Foglio un articolo di Mariarosa Mancuso.

Mariarosa Mancuso

Mariarosa Mancuso

Una che quando si limitava a essere un critico cinematografico riusciva pure a scrivere cose dignitose. Ma poi di punto in bianco ha fatto la scelta della magniloquenza. E dunque ha preso a criticare tutto il criticabile, dal romanzo contemporaneo al Martini con Oliva taggiasca. E nel farlo s’affida a insipidezze strutturaliste quali il Test della pagina 69, che tanto ricordano la valutazione del testo letterario lungo ascisse e ordinate come veniva descritto all’inizio de L’attimo fuggente.

Il Test della pagina 69

Il Test della pagina 69

Per quanto mi riguarda, il giudizio critico di Mancuso ha perso definitivamente ogni credibilità dal giorno in cui, nel valutare quell’immondo polpettone che risponde al nome di La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, disse che “va mandato giù come uno shottino di vodka (e poi un altro, e un altro ancora)”. E per chi sa invece quale sholtone (pupù liquida, come soavemente viene detto di questi tempi in uno spot dei pannolini) sia quel libro, le parole di Mancuso richiamano istinti d’inconsolabile vendetta. Vieni qua che ti faccio fare uno shottino di Guttalax (e poi un altro, e un altro ancora), Mistress Mary. Ma ritorno a Missiroli e all’articolo di Mancuso cui ripensavo mentre leggevo gli sciatti osceni. In quel pezzo veniva magnificato il romanzo d’esordio, Bianco, con argomento strutturalista: la rinuncia quasi totale agli aggettivi.

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Dettaglio che secondo Mancuso sarebbe indice di scrittura essenziale, e dunque efficace. Come a dire: se voglio scriver bene manc’uso un aggettivo. Giusto per ricordare una volta di più che l’arte della scrittura sta nel levare. Da declinarsi in ogni dimensione: manc’uso la congiunzione che più di una volta ogni ventisette parole, manc’uso il punto-e-virgola perché è roba da scrittura a pene di segugio, manc’uso la protasi perché mi sta sul cazzo l’apodosi. And so on.

Ora, bisogna che io ripercorra l’esatta sequenza dei gesti compiuti dopo essermi imbattuto per la prima volta nel Codice Manc’Uso. Un codice che lasciò in me una traccia nel profondo.

Ricordo che dopo aver letto quelle righe piegai disciplinatamente il giornale, in modo talmente scrupoloso da farlo sembrare intonso. Lo riposi sulla scrivania e mi dedicai una pausa pensosa che dovette durare un bel pezzo. Riempii quel tempo di cose insignificanti. Come grattarmi le ascelle, sfogliare distrattamente i testi di trigonometria usati in terza liceo classico. Persino vedere tutto intero per l’unica volta in vita mia un episodio dei cartoon di Holly e Benji, rimanendo ipnotizzato da quelle partite che parevano giocarsi su campi da calcio lunghi quanto la Roma-L’Aquila-Teramo, e da quelle azioni che tra il momento in cui iniziavano e quello in cui si concludevano si poteva pure andare a fare la spesa in Coop con sosta al banco pescheria. E dopo questo lungo intervallo d’abbandono nell’insignificanza ripresi dalla scrivania la copia del Foglio, la aprii un’altra volta alla pagina in cui era ospitato l’articolo di Mancuso sul primo romanzo di Missiroli, e rilessi il passaggio sull’assenza di aggettivi come indice di qualità di un libro. E a quel punto cacciai fuori le parole che da ore tiravano cazzotti contro la cassa toracica reclamando d’uscire all’aria aperta: “Ma che minchia di motivo è questo?”.

Sarà stato per questo rigetto totale del Codice Manc’Uso che ho rifiutato di leggere Bianco, tuttora confinato nel limbo dei libri intonsi e persino irreperibili che compongono le disordinate cataste di casa mia. Però di Missiroli ho voluto infliggermi qualcos’altro di bianco: la sciatteria oscena dell’ultimo volume, dato alle stampe da Feltrinelli. Che fra i numerosi tratti mostra pure quello di allontanarsi con decisione dai precetti del Codice Manc’Uso. E chissà cosa ne penserebbe adesso la Mistress dello Strutturalismo Artistico, vedendo che il suo pupillo ha cambiato barricata passando al Manuale dell’Ab’Uso. Le andrebbe lo shottino di traverso se leggesse frasi come la seguente, piazzata a pagina 85 di Atti osceni in luogo privato:

Rimasi a ridosso delle Colonne d’Ercole per settimane, felice e felice, saziandomi di un nuovo alfabeto di attese che tamponò le falle della mia vita.

In questo frammento si trova al tempo stesso il ripudio delle mancus’anze e la loro radicalizzazione. C’è addirittura l’aggettivo ripetuto (felice e felice), ma anche la parodia del radicalismo strutturalista col riferimento all’alfabeto delle attese. Che non può non fare il paio con le tabelline delle aspettative e con la tavola periodica delle supercazzole.

Ma di cosa sta parlando il nostro fabbricatore di sciatti osceni, mentre sproloquia “felice e felice” di alfabeti delle attese? Lo dice nella pagina precedente (84), dove piazza un’altra mancus’anza strutturalista:

Ero ancora illibato, ma già in prossimità del “moi-même” che Marie si era decisa a inseguire tardivamente. La grammatica della libido si appropriò del mio assetto neuronale, più della letteratura e dello studio del diritto.

E dunque, come avrete capito, dopo 85 pagine di turbe sessuali il protagonista della storia non ha ancora conosciuto i piaceri della carne al di fuori di quelli dati da soi-même, e già che c’è spara una ciollonata sulla grammatica della libido che s’incastra perfettamente con l’alfabeto delle attese. Altro che pagina 69, cara la mia manc’usa. Qui è tutto un cercare alfabeti e grammatiche. E non finisce mica qui. A pagina 91 si legge:

Imparammo l’alfabeto minuzioso che parlava di gesti piccoli e protezioni minute.

E poiché una sola menzione dell’alfabeto non poteva bastare, ecco il bis nel frammento piazzato alle pagine 239-40:

La gravidanza le aveva ridefinito la sensualità e il nuovo modo di viversi. Aveva sviluppato un nuovo alfabeto dell’attesa.

E non finisce mica qui coi formalismi e gli strutturalismi. Bisogna saltare dalle lettere ai numeri, e dagli alfabeti e le grammatiche alle geometrie piane, come si legge a pagina 94:

Negli ultimi mesi dormiva da me cinque volte a settimana, e ognuna di quelle notti erose le nostre baruffe passionali che diventarono nuove geometrie d’intesa.

Geometrie carnali

Geometrie carnali

Ricapitoliamo. Abbiamo una grammatica della libido, un alfabeto (minuzioso) di gesti (piccoli) e protezioni (minute) ma anche un altro (nuovo) dell’attesa, e delle geometrie (nuove) d’intesa. Un’apoteosi delle strutture formali mobilitate per disciplinare sentimenti e ormoni, con in più il reiterato ricorso agli aggettivi. Ab’uso. Così come si ab’usa dei territori figurati nei quali avventurarsi alla scoperta di rapporti nuovi e suggestioni diverse:

Io e Giorgio sconfinammo in un territorio prossimo all’amicizia. Lui evitò di essere il padre che avevo perso e io il figlio che non aveva mai avuto. Trovammo un purgatorio affettivo che mi portò a chiamarlo per consulenze culinarie o per lunghe chiacchierate consolatorie (…) (p. 135)

 

Mi addentravo nel territorio del diavolo quando le chiedevo se si sarebbe fatta sfiorare sotto la gonna. (p. 226)

E sì, proprio una scrittura essenziale, da Manuale del Manc’Uso. Se ne sbaglia di valutazioni, mia cara Mistress. Specie se si tromboneggia con la pretesa di scoprire talenti o di imbragare le mutande ai ramarri.

Il rischio è che poi ci si ritrovi a aver battezzato scritturri pretenziosi, capaci di scrivere frammenti da martellate edili sui mignoli come quello di pagina 24:

Avevo capito che l’eros è l’arte di immaginare situazioni realistiche con possibilità di fallimento.

O anche di fissarsi sul tema della catarsi, incapace di accorgersi delle reiterazioni:

La mia compagna di classe rappresentava il viatico per la catarsi e la ripartenza. (p. 52)

Ci guardammo I 400 colpi. Truffaut per Marie aveva qualcosa di catartico. (p. 61)

(…) questi giardini privati, sontuosi, catartici. (p. 119)

O persino di fabbricare frasuncole che nemmeno il peggior Giorgio Faletti avrebbe piazzato nei suoi orrendi libri:

Spesso il divorzio è un capriccio contro la vecchiaia. (p. 70)

  • Le tombe sono un’invenzione del dolore. (p. 76)

(…) perché la moralità futura dell’uomo è nei suoi segreti presenti. (p. 79)

Tutto questo può capitare sbagliando valutazioni. Si può credere d’avere intuito un raro talento letterario e ci si ritrova qualche anno dopo con nulla più che l’ennesimo PAD: Piace A D’Orrico.

Antonio D'Orrico, e il suo sguardo dall'intelligenza contagiosa.

Antonio D’Orrico, e il suo sguardo dall’intelligenza contagiosa.

Ma soprattutto si può generare in un autore appena passabile la sensazione d’essere un grande della letteratura contemporanea. Il rischio che l’ego si gonfi all’eccesso è immediato, con altrettanto immediato scattare di una malattia adolescenziale dell’intellettuale in formazione, sublimazione letteraria dello Spirito di Onan: il citazionismo. Ecco, dovendo citare la più stucchevole delle stucchevolezze missiroliane, il più osceno degli sciatti fabbricati in quelle pagine, menziono proprio questo burbanzoso menzionare libri a tutta forza. I titoli giusti, quelli che non possono mancare negli scaffali dei redattori di Terze Pagine o sui tavoli bassi dei salotti milanesiani. Paracooltura. Come se citare fosse eccitare e eccitarsi.

Salotti

Salotti

Ve ne riporto soltanto un breve campionario, ché altrimenti si farebbe notte:

 

Il discorso finì di nuovo su Miller: era davvero misogino, o gli piaceva soltanto scopare? Se fosse stata la seconda, be’, avrebbe fatto meglio a mettersi in fila perché non era l’unico. (p. 56)

Un bastardino affaticato ci venne incontro: si chiamava Somerset, come Maugham, lo scrittore che Marie non aveva mai smesso di rileggere. (p. 60)

Gli lasciai un sasso sulla lapide. Non so da dove mi venisse questa suggestione ebraica, credo da alcuni scrittori che ammiravo, primo fra tutti Malamud, l’autore preferito di papà assieme a Camus. Mi aveva fulminato con Il commesso, una storia sul sacrificio e sulla dignità. Era insopportabile che la rettitudine del protagonista Morris lo facesse crepare sotto la neve, come era stata intollerabile la sua esistenza dimessa. (p. 80)

Nei giorni successivi venne alla luce la parte di me che era me stesso. L’amante mi apparve come un romanzo strabiliante per la grazia con cui una donna osava. La ragazzina e l’amante ricco eludevano i cliché lolitiani e si concedevano la verità dell’eros: il godimento. E l’approdo all’autenticità. L’aveva scritto una donna che era riuscita a mettere al tappeto Henry Miller e il suo intellettualismo sessuale. (p. 84)

Fu allora che le consigliai Il filo del rasoio. (p. 126)

Si compì la magia che Marie aveva previsto: attraevo per una purezza ritrovata che feci di tutto per preservare. C’era riuscito l’Holden di Salinger a New York, poteva riuscirci il Libero di Monsieur Marsell a Milano. (p. 190)

E si capisce che certi beveroni di libraglia classica possano risultare graditi ai D’Orrico di turno. Un po’ meno si comprende come possano incontrare il gusto di stimabilissimi lettori delle arabescate supercazzole come quelle che seguono:

Dormivo cinque ore a notte, mangiavo una miseria, detestavo perdere il controllo, mancavo di erezioni: rimanevano le lacrime e il conatus sese conservandi spinoziano su cui il professor Balois mi aveva interrogato nell’ultimo esame sostenuto alla Sorbonne. (pp.114-5)

 E lì realizzai un dettaglio che avevo cercato di rimuovere: sopra la bocca, quasi impercettibile, aveva un neo che le dava qualcosa di materno e subdolo. Anna era accogliente, ma sfuggiva. Incastonava l’idea della complicità maschile in un corpo malizioso, In quel neo c’era la sua insospettabilità. (p. 170)

 

Sì, questo è proprio Ab’uso. E degli Ab’usi più pesanti sono stati fatti a danno della lingua italiana. Un oggetto del quale Missiroli, impegnato com’è a fabbricare ampolle, proprio non si cura. E allora eccolo scivolare in modo penoso sul terreno (potrò dirlo pure io, no?) della semantica. Come succede a pagina 223. Succede che Libero, il protagonista, porta la sua nuova donna, Anna, a conoscere la madre. Sì, quella che antifreudianamente viene uccisa perché protagonista, davanti agli innocenti occhi del figliolo, di una fellatio extraconiugale nella cucina di casa.

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Succede che la mamma legga il futuro della nuova coppia attraverso le carte. E ricordando la cosa a distanza di tempo, Libero/Missiroli dice quanto segue:

La traiettoria dell’esistenza andò così, e fu solo un’esile parte delle rabdomanzie di mamma in quella cena parigina che io e Anna avremmo chiamato la notte delle costellazioni.

 

E a questo punto Missiroli dovrebbe anche spiegare cosa diamine c’entri ciò che ha descritto con la rabdomanzia. Che secondo il dizionario della lingua italiana è una tecnica divinatoria mediante la quale sarebbe possibile scoprire sorgenti d’acqua o giacimenti minerari interpretando le vibrazioni di una bacchetta biforcuta tenuta con le mani”. Nulla a che vedere, dunque, con la chiromanzia, o con la cartomanzia, o con qualunque altra forma di minchiomanzia fattucchieristica.

Viaggiando a ritroso, fino a pagina 64, c’è il passaggio in cui Libero rivela al padre il problema prepuziale di cui ho dato conto nella seconda puntata di questa serie. E a quel punto il protagonista scopre che anche il babbo sconta l’inconveniente del passamontagna. Il frammento recita così:

– Il mio pene è incappucciato male.

Gli spiegai la questione e lui mi disse che aveva affrontato lo stesso dilemma in adolescenza.

Ancora una volta Missiroli dovrebbe spiegare: che cazzzarola c’entra il dilemma? Che, vocabolario alla mano, è:

  • 1Tipo di ragionamento con cui da due premesse opposte (dette corni del d.) si giunge a un’unica conclusione
  • 2 Scelta tra due opposte soluzioni SIN alternativad. insolubile; estens.caso problematico: è un bel dilemma! || sciogliere un d., fare una scelta

Per farlo capire a Missiroli, affinché da genio delle patrie lettere non abbia a ricascarci, il dilemma classico è quello amletico: “Essere o non essere”. E invece, nel caso da lui illustrato, il dilemma dove sarebbe? È forse “Pre-puzio o Post-puzio”? O forse sarebbe stato il caso di usare il termine “problema”?

E infine, continuando a andare a ritroso, ecco l’errore semantico che svela il lapsus freudiano, il pilastro della poetica missiroliana. Lo sciatto osceno fondativo. È registrato a pagina 17, quando il protagonista rimembra il tempo in cui era nel pieno della fase onanistico-esistenziale

Ricordo alla perfezione tre elementi di quei miei primi autoerotismi: le guance paonazze, la fioritura del cuore e un inaspettato ribollire cerebrale. Amplessi di cinque secondi mi provocavano tremori e l’assoluta convinzione che fosse solo la punta dell’iceberg.

 

Per l’ennesima volta: ma cosa c’entra l’amplesso? Che etimologicamente significa abbraccio, e nella versione estesa è accoppiamento sessuale. Come può esserci amplesso in un atto di sesso fai-da-te? Non può esserci, tranne che…

Tranne che non si sia in presenza dell’onanismo perfetto, del sesso con la sola persona che stimi. Con quella che non ti direbbe mai di no, e non starebbe a inventarsi un’emicrania o le sue cose. L’unica persona capace di farti sentire un seduttore irresistibile: il moi même di cui s’è detto sopra. E forse Missiroli non riuscirà mai a superare Piperno (altro prediletto di D’Orrico) quale cantore principe dell’Arte di tenere il Mondo in palmo di mano. Ma certo l’autostima non gli manca. Sprizza da tutti i pori. E da un solo orifizio.

(3. fine)

(Come ogni volta, vi alleggerisco delle brutture che avete letto fin qui proponendovi un brano musicale di qualità)

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6 Risposte

  1. L’ha ribloggato su bibolottymomentse ha commentato:
    da parte di Pippo Russo.

  2. Io ho letto di Missiroli “Il senso dell’elefante”. Che mi ha fatto pena si può dire?

  3. l’ho terminato solo 3 mesi fa e non mi ricordo quasi nulla. Dev’essermi piaciuto molto.

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