Postmoderna – 1 Hemingwrite, ovvero: la tecnologia e la corda di Ulisse, parte prima

Hemingwrite

Hemingwrite

La tentazione di tornare indietro. L’ho rintracciata leggendo a dicembre dello scorso anno le notizie dedicate a un dispositivo elettronico di scrittura. Si chiama Hemingwrite, nome che è un evidente omaggio al grande scrittore. E come il nome, l’oggetto in questione è un ibrido. È “Hemingway che scrive”, o “scrivere alla Hemingway”, certo. Ma è ibrido anche nel senso che si tratta d’una via di mezzo fra i personal computer e le vecchie macchine da scrivere. Certamente lo è nel design, che replica le forme delle portatili di una volta ma le adegua a un’estetica al passo coi tempi e le arricchisce di tutti i ritrovati che rendono più user friendly i pc. E soprattutto, è un ibrido in termini di funzionalità perché rende più smart la pratica di “nuda scrittura”, che era propria delle macchine dattilografiche, ampliandone le possibilità grazie alle tecniche ipertestuali e multimediali.

Passando in rassegna le descrizioni dell’oggetto, osservandone le caratteristiche, ho avvertito una fascinazione particolare. Quella provocata dalle cose che ritornano in modo inaspettato, ripresentandosi in una forma adattata al tempo mutato. Hemingwrite è un oggetto che ci ricorda la versione originaria ma non è la versione originaria né una sua replica; ché se si limitasse a essere ciò non avrebbe possibilità di entrare nell’uso quotidiano. Chi di noi, dopo aver lavorato con un pc e avere adattato le proprie pratiche di scrittura a quella gamma di funzionalità, tornerebbe alla macchina da scrivere? Impensabile. La pesantezza dei tasti, il carrello da riportare a sinistra dopo la scrittura d’ogni riga, il foglio da estrarre e sostituire: tutti gesti che adesso sarebbero un aggravio di tempo e fatica. E tuttavia, depurata da queste pesantezze d’uso e riadattata al presente, la vecchia macchina da scrivere presenta dei vantaggi per l’utente multimediale e iperconneso di oggi. Quali?

Da questo e da altri interrogativi parte il primo viaggio nel mistero della postmodernità. Che è un fenomeno socio-culturale indefinibile e forse inafferrabile, e proprio per questo risulta così affascinante da analizzare. Molti studiosi, soprattutto in sociologia, ritengono che il concetto di postmodernità sia quanto di più anti-scientifico vi sia oggi sul mercato teorico e concettuale. Io la penso diversamente, e credo che nella sua indefinitezza il concetto di postmodernità sia il più efficace per aiutare a orientarsi nel disordine creativo di questa lunga stagione di mutamento sociale e culturale. Perché si tratta di un concetto che richiama esplicitamente l’epoca moderna di cui è filiazione, ma al tempo stesso segnala una rottura rispetto all’epoca moderna ch’è segno di una discontinuità. L’ibrido è la cifra reale della postmodernità. E a questo punto dobbiamo chiederci: l’ibrido è una semplice variazione rispetto ai “puri originari”, o piuttosto è qualcosa che pur essendone filiazione rompe con essi prendendo identità propria?

Ibrido

Ibrido

Ecco uno dei tanti dilemmi che costellano la postmodernità. Destinati a non generare una risposta definitiva, perché in fondo di risposte definitive la postmodernità non ne fornisce né mette in condizioni di raggiungerne. A questo proposito, un oggetto come Hemingwrite e l’utilità che mette a disposizione degli utenti ne sono l’ennesima dimostrazione. Perché richiamano una  contrapposizione che è centrale nel panorama culturale della postmodernità: quella tra vecchio e nuovo. E la centralità di questa contrapposizione sta non tanto nel fatto che essa ci chiami continuamente a scegliere fra uno dei suoi termini, cioè a optare per il vecchio o per il nuovo; piuttosto, è  la contrapposizione stessa che viene risolta. Cioè, si vede sciolta come in un solvente che azzera la sua struttura dicotomica restituendo un magma indistinto, fatto di vecchio e nuovo ricombinati ma non più scindibili.

È propria della postmodernità questa tendenza alla de-dicotomizzazione. Si fa piazza pulita delle alternative aut-aut, trasformandole in relazioni et/et. E in ciò non possiamo non vedere la conseguenza d’una cesura netta rispetto alla logica ispiratrice della modernità. Quest’ultima, secondo un’accreditata linea d’interpretazione, ha raggiunto il suo picco con l’epoca dell’industrialismo. Cioè, un sistema che è innanzitutto di carattere economico-produttivo, basato sull’organizzazione altamente razionalizzata e meccanizzata dei processi di produzione e riproduzione sociale. Ma, com’è ovvio, al profilo economico-produttivo dell’industrialismo corrisponde una dimensione socio-culturale coerente. Che, per quanto riguarda il rapporto coi mezzi di produzione e gli oggetti d’uso, era fondata su una struttura delle aspettative incrementalista. La prospettiva dell’incremento potenzialmente infinito nella produzione dei beni d’uso e dell’innovazione tecnologica è stata una proiezione della modernità industriale, una struttura mentale collettiva che ci ha fatto orgaanizzzare di conseguenza le pratiche quotidiane. E all’interno di questa struttura, la dicotomia vecchio-nuovo è stata asse portante. Si è guardato alla produzione industriale in termini d’incremento dei beni a disposizione per le nostre pratiche quotidiane (un equilibrio sempre più avanzato, e dunque innovativo, nelle condizioni del benessere e nell’affrancamento dalle privazioni), e alle prospettive d’innovazione tecnologica come promessa di rendere più agevole il nostro rapporto col mondo esterno.

Post-industriale

Post-industriale

Ma nella postmodernità questo schema funziona sempre meno. Per i motivi più disparati. Per esempio, c’è che in molti campi le nostre possibilità di inventare e/o innovare sono prossime all’esaurimento. E che una volta giunti su quel confine, le formule dell’innovazione consistano nel decostruire e riassemblare l’esistente, o nell’enhancing delle sue potenzialità fin lì inespresse. Dunque, si tratta di insistere sulla stessa materia finita, non più di espanderla o assoggettarla alla pura innovazione. O forse c’è pure che il nuovo ci ha stufato, assieme alle retoriche di complemento che nell’ultimo quarto di secolo ne hanno magnificato le virtù risolutive d’ogni possibile crisi. E che, contemporaneamente a questa stanchezza da nuovo, si faccia largo la riscoperta del vecchio assieme alla sua de-stigmatizzazione. Un’operazione che libera gli oggetti etichettati come vecchi da una tara semantica negativa legata all’idea di deterioramento. Si tratta di una vecchia e mai superata questione, legata ai limiti di significazione che la lingua italiana mostra con frequenza. Nella nostra lingua non disponiamo di un concetto corrispondente all’inglese ageing, cioè che rimanda all’idea del cumulare e stratificare età anagrafica, senza che ciò significhi automaticamente l’andare incontro al decadimento organico. Per trasmettere nel discorso quotidiano quell’area semantica disponiamo soltanto di vecchio, che come detto porta con sé una carica di significazione negativa. Soprattutto per questo la dicotomia vecchio-nuovo ha avuto nel corso della modernità un esito squilibrato. Al primo termine è stata assegnata una valenza prevalentemente negativa, così come prevalentemente positiva è quella assegnata al secondo. Con la triste conseguenza, per quello che è lo schema della modernità, di veder quasi sistematicamente penalizzato il vecchio nel confronto col nuovo. Vien da dire che un’epoca ossessionata dalla ricerca dell’incrementalismo, e dalla volontà di produrre numeri crescenti, abbia posto come unica eccezione l’incremento anagrafico.

La post-modernità rompe questo schema. Il suo clima culturale mette al bando le contrapposizioni dicotomiche come vecchio-nuovo, e così facendo consegna al concetto di vecchio una dignità culturale fin qui negata. È frutto di questo mutato clima il culto del vintage, con la riproposizione di oggetti fuori moda il cui valore precipuo è proprio il loro essere fuori moda. E altrettanto frutto di questo clima culturale è il recupero di pratiche e oggetti sprofondati nel disuso.

È in questo contesto che giunge sul mercato un oggetto come Hemingrwrite. Che non è vecchio né nuovo, ma semplicemente ripropone il vecchio in una forma compatibile con le esigenze d’un pubblico di utenti nel frattempo socializzati alle meraviglie della multimedialità. Piuttosto, il vero interrogativo da porsi riguarda i bisogni che un oggetto del genere va a intercettare. Perché sul mercato viene messo un oggetto come Hemingwrite? Cosa lo rende un oggetto desiderabile? E perché adesso? Questi interrogativi portano verso la questione cruciale, e permettono di mettere a fuoco il motivo per cui questo oggetto si propone come una chiave di lettura della post-modernità. Hemingwrite è l’oggetto che ci mette definitivamente al corrente del disagio patito da ciascuno di noi per un eccesso di sviluppo tecnologico. Una condizione scaturita dalla natura incrementale della modernità, e frutto delle sue promesse illusorie. Ci era stato promesso che lo sviluppo illimitato delle risorse e dei mezzi avrebbe spostato sempre una spanna in avanti il controllo dell’ambiente esterno e il grado di benessere-felicità. E invece abbiamo scoperto che oltre un certo grado la disponibilità di tecnologia nella vita quotidiana colonizza le nostre pratiche, trasformandosi da mezzo in driver. E giunti su quel confine, a toccare il punto in cui si raggiunge la saturazione da tecnologia, tocca prendere una decisione che rompa lo schema incrementale. Sì, ma come? Con una rinuncia, tout court, alla tecnologia? Non proprio. Piuttosto con la sua riconduzione allo statuto di mezzo, da driver che era diventata. La tecnologia viene riportata dentro le esigenze delle Politiche della Vita, che adesso reclamano la liberazione di spazi saturati dalle pratiche iper-tecnologizzate cui ci siamo consegnati volenterosamente nella quotidianità minuta. L’approdo di Hemingwrite sul mercato ci dice esattamente questo.

  • (1. Continua. La seconda puntata verrà postata domani)

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