1958: l’esigenza di rispettare l’eredità dei figli (Repubblica Firenze, 20 marzo 2016)

Cari amici, questo è uno degli articoli che oggi mi sono stati pubblicati da Repubblica Firenze. Buona lettura.

 

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L’articolo di oggi, versione screenshot

 

Genitori che devono essere all’altezza dell’eredità lasciata dai figli. A volte capita di leggere cose che destabilizzano, perché demoliscono le nostre categorie mentali e ci strappano alla pigrizia di pensare il tempo presente come fosse un tempo assoluto. In queste condizioni, soltanto un cortocircuito può riportare alla relatività delle cose e delle circostanze storiche, comprese quelle presenti. E un potente cortocircuito può essere in agguato anche nel mezzo di attività apparentemente neutre, da furieri o da topi di biblioteca, come la lettura di un antico verbale d’assemblea. Quello preso in esame si riferisce all’assemblea annuale ordinaria e straordinaria della Coop di Sesto Fiorentino, tenuta in una data carica di significati: 23 aprile 1958. Siamo a due giorni dal tredicesimo anniversario della Liberazione, e il clima politico del Paese è drammatico. È in questo contesto che prende la parola il presidente del Consiglio d’Amministrazione, Torquato Pillori, per leggere la relazione sull’attività annuale della Cooperativa. Il verbale riporta la trascrizione integrale della relazione. Della quale spicca certo la verbosità di molti passaggi, labirintici soprattutto in termini di costruzione del periodo, che però hanno il pregio di riportare con immediatezza la gravità del momento storico. Si approssima la data delle terze elezioni politiche nella storia della giovane repubblica, e il clima da Guerra Fredda diffonde un senso d’inquietudine nella vita quotidiana della cooperativa.

Della tensione del momento riferiscono diversi passaggi della lunga relazione di Pillori, spesi a scagliarsi contro un governo nazionale che si erge a difesa degli interessi del capitale, e perciò agisce da nemico della classe operaia. Per esempio, il presidente fa riferimento a una “legge sul maltolto”, che a suo dire è stata “insabbiata dalla maggioranza parlamentare solo per pochi voti”, in ossequio alla “classe dominante” e ai monopoli che protegge. Ma lunghe parti della relazione sono anche dedicate a descrivere gli sforzi organizzativi adottati dalla coop sestese per mantenere i propri servizi territoriali al passo col mutamento sociale: “Col maggior decentramento dei nostri spacci soddisfaremo l’aspirazione della nostra base sociale che abbisogna sempre di maggiori comodità. Oggi non si potrebbe più pensare all’epoca in cui le massaie dei nostri lavoratori venendo alla Cooperativa compivano un atto di fede verso quelle lotte che i loro uomini conducevano sui posti di lavoro, nelle piazze ed in ogni angolo del nostro sventurato Paese, oggi le nostre donne, che tanto hanno dato anche al movimento di liberazione Nazionale, hanno bisogno di maggior speditezza nelle loro quotidiane fatiche per cui oggi è la cooperativa che deve andare incontro alle nuove esigenze della nostra epoca (…)”.

Concetti molto interessanti, che rispecchiano il cambiamento in corso. Ma è la parte finale a dare una scossa al lettore del nostro tempo. Pillori conclude la relazione con un auspicio, e lo fa usando un argomento che colpisce duro: “Così nel rimettere nelle vostre mani il mandato che ci conferiste un anno fa, noi vi ringraziamo per la fiducia accordataci e vi invitiamo ad approvare il nostro lavoro e soprattutto auspichiamo che i nostri nuovi amministratori possano agire in un’Italia che si avvii a diventare quella dei nostri figli maggiori che caddero perché la nostra vita fosse degna di essere vissuta”.

La lettura di quest’ultima frase è uno shock, e ancor più lo è pensare al senso di normalità con cui è stata espressa. Si fa appello ai genitori dell’epoca affinché non rendano vano il frutto del sacrificio estremo compiuto dai figli maggiori. Un mondo alla rovescia. E superato il momento d’immediato disorientamento si comprende il senso. Sono passati circa quindici anni dall’avvio della Resistenza e della lotta per la Liberazione. Molti figli di quella generazione di genitori hanno sacrificato la vita per il ritorno alla libertà. Dunque, la struttura sociale e demografica sconta la conseguenza più immediata: una società in cui i genitori sopravvivono ai figli adulti. La sola condizione davvero innaturale di famiglia, ciò che molti guitti del tradizionalismo familista contemporaneo fingono di non vedere, intanto che starnazzano contro l’ampliamento dei diritti della persona. I genitori di sessant’anni fa si trovarono nelle condizioni d’essere all’altezza del sacrificio affrontato dai figli. Una condizione tragica, ma affrontata con dignità e consapevolezza. E chissà, se potessero, con quale sconcerto quei genitori guarderebbero all’oggi. Commiserando una società che di figli ne fa sempre meno, ma ciononostante s’arrotola in dibattiti ideologici sulle forme alternative di famiglia e procreazione. Una società senza eredi, la massima espressione di una svolta contro natura.

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La pagina del verbale di cui si parla nell’articolo

 

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