Sex and Scurati, parte 1 – Golgota profonda: ovvero, la fellatio e il barracuda.

 

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Antonio Scurati

Questo articolo venne pubblicato nel 2014 dal sito Satisfiction, e nelle intenzioni avrebbe dovuto inaugurare una serie di articoli su Antonio Scurati. Poi le cose cambiarono in corso d’opera, perché venne fuori la storia dell’autoplagio compiuto dallo stesso Scurati nelle pagine del romanzo allora finalista per il Premio Strega (“Il padre infedele”). Si trattò di un autoplagio smascherato proprio da me e denunciato, ancora una volta, tramite Satisfiction. L’articolo su quell’autoplagio verrà recuperato nei prossimi giorni, e unitamente a quello che pubblico adesso farà da premessa alla stroncatura di “M – Il figlio del secolo”. Resta che l’articolo riproposto oggi sia rimasto il solo di una serie interrotta. Ma prima o poi la riprenderò. Buona lettura.

 

Leggere Scurati non è soltanto leggerlo. È un’esperienza che va oltre perché origina un esercizio d’abdicazione. Facendolo si decide di mettere in stand by gli ormoni, come si farebbe pigiando il tasto pause del decoder digitale. Se tutto va bene, per farsi riacchiappare dalla voglia d’una sana copula se ne riparla fra una mezz’annata. E certo, magari la prima volta uno non lo sa. E l’effetto è il frutto d’un agguato, dopo il quale ci si ritrova temporaneamente scaraventati dentro un periodo di quarantena sessuale: ogni fantasia erotica fugge terrorizzata. Ma già dalla seconda volta il lettore è al corrente del fatto che la conseguenza di quelle pagine vergate col piombo fuso, e di quelle parole cavate con fatica come schegge da una falesia, sarà di veder desertificare la libido per sei mesi buoni (stima per difetto). Dunque egli compie una scelta consapevole e per i motivi che ritiene. E non c’è rimedio che tenga. Né pozioni magiche né afrodisiaci. Persino il Viagra s’arrende, generando sì e no l’effetto d’una pallina Zigulì. Dico di più: una paginetta di Scurati letta nel bel mezzo d’una terapia di gruppo contro la sex addiction è uno strumento infallibile. Trasformerebbe Rocco Siffredi in un Padre Amorth scatenato nella caccia ai Demoni dell’Eros.

 

 

Chi ha letto Scurati sa tutto questo. E io purtroppo l’ho letto e riletto. Per cui vi prego di risparmiare ogni commento su quella tundra che è diventata la mia sfera libidica. Piuttosto seguitemi in questo percorso a tema intitolato Sex and Scurati, scandito in più tappe. La prima è dedicata alla fellatio. Che di norma è la più sopraffina delle arti erotiche, ma che nelle pagine scuratesche si converte in un Breviario di Castrazione. Dopo aver letto anche una sola sequenza fellatoria descritta in quei libri, ogni maschio eterosessuale medio avrà l’incubo di vedersi spalancare, alla prossima occasione, una bocca di barracuda davanti alle inermi pudenda. Roba che fa deviare il concetto di passione dall’accezione godereccia a quella flagellatoria. Golgota Profonda.

 

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Enjoy my mouth, baby…

 

Il primo e devastante esempio di ciò si ha già con Il sopravvissuto. La lunga sequenza che occupa le pagine 210-1 è esiziale. A prendere la parola è il protagonista, un docente di scuola media superiore che così descrive le sue tristi attività sessuali condotte con una collega:

Da un anno a questa parte non me la scopo nemmeno più. Lascio che sia lei, volontaristicamente, a gingillarsi con il mio pene riluttante. Lo massaggia, lo carezza, lo bacia, lo inghiotte, lo spegne con la sua persona e lo riaccende grazie alla impersonale appartenenza alla specie comune. Un legame animale ogni giorno più lasco, più molle come il mio pene nella sua bocca. Anche ieri è andata così. Mi ha strappato un’erezione crepuscolare, un’eiaculazione acquosa. Il mio membro si è davvero inturgidito soltanto in un sussulto terminale, nel tremito precedente l’orgasmo,come il moribondo che s’irrigidisce un’ultima volta prima del trapasso, quando l’illusione di una residua scossa di vita elettrica gli indurisce le membra defunte. Il proverbiale “miglioramento” che precede la morte. (…) Avevo impresso nella mente il volto di Manuela insozzato da un rivolo di sperma acquoso, schizzato sulla sua pelle invecchiata dal mio pene svogliato, l’immagine stessa dell’irrimediabile dissidio tra due esseri umani congiunti nell’atto sessuale, eppure le mie parole davano ai ragazzi l’idea dell’amore come fenomeno globale, realizzazione di una sintesi tra anima e corpo, tra spirito e istinto, tra sentimento e sensualità, l’amore grazie al quale il due diventa l’uno, unità assoluta degli individui, dei sessi, di natura e cultura, di finito e infinito. (…) Avevo nel cuore il pompino fattomi da Manuela, che valeva per me come impenitente professione di ateismo, eppure ho dato ai ragazzi l parole di Friedrich Schlegel, l’invasato di Dio: “Nell’anima degli amanti deve esservi la divinità, che essi nel loro amplesso realmente sentono di stringere fra le loro braccia che poi sempre invocano.

Pura quaresima sessuale. Notare quel “pompino fattomi”, con uso di forma verbale da mattinale dei carabinieri buona a maramaldeggiare sulla vostra libido già morente.

 

 

E ci sarebbe da sperare che finisca qui. E invece è solo l’inizio di una serie. Che procede con trovate splatter come quella della prostituta sdentata nella Milano delle Cinque Giornate, personaggio del romanzo “Una storia romantica”. E ovviamente quell’assenza d’incisivi è un esplicito messaggio antifellatorio. Cotanto spettacolo è descritto a pagina 80 di Una storia romantica.

La puttana si chiamava Berta, era rossa di capelli e tenerissima di gambe e di seno, molle della mollezza dei corpi abrasi. Poteva avere a stento diciott’anni, anche se aveva vissuto a lungo: era già patinata di vecchiaia. Era bella, ma di una bellezza che portava in sé una tara fatale. Berta aveva infatti tutti gli attributi della grazie celtica: capelli rossi, efelidi sul naso, incarnato diafano, ma, sopra ogni altra cosa, aveva due denti mancanti, i due incisivi superiori. Nella sua bocca, i denti interrompevano il loro regolare semicerchio giusto sotto la protuberanza del naso.

Se non fosse stato per quel vuoto strappato, Berta avrebbe senz’altro potuto servire nei bordelli di lusso di via San Giovanni sul Muro, ma quelle voragini ne inghiottivano tutta l’avvenenza.

E su quell’avvenenza inghiottita potrebbero essere scritti interi trattati di psicopatologia sessuale. Ma andiamo oltre e spostiamoci alla pagina 159 di Il bambino che sognava la fine del mondo. Lì il protagonista, aggirandosi nottetempo per le strade di Bergamo, s’imbatte nella scena che segue:

Non appena ebbi attraversato largo Cinque Vie, giusto oltre l’imbocco di via san Bernardino, assistetti a una fellatio. L’atto di sesso orale si accampava davanti ai miei occhi – e a quelli di una telecamera installata per scoraggiare la prostituzione di strada – all’angolo di una strada cittadina, in una zona semicentrale, su una via maestra illuminata dalle vetrine di un bar.

Ancora una volta, come sopra nel caso dell’avvenenza inghiottita, la scelta delle parole è freudiana. Perché parlare di una fellatio che viene praticata all’imbocco di una strada (per di più un largo) significa essere in preda a turbe inguaribili. Saltiamo al romanzo successivo, La seconda mezzanotte. Lì, a pagina 173, c’è un’ulteriore variante ammazza-libido: la fellatio con vomito:

Pochi colpi e Aiace si toglie. La donna crolla. Il maschio le cerca la bocca, la invade. Resta lì, senza movimento alcuno, la faccia di lei conficcata negli inguini. Poi il seme si mischia al vomito.

 

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E infine si giunge all’ultima opera, Il padre infedele. Qui a pagina 88 viene riproposta la trovata sperimentata in Il bambino che sognava la fine del mondo: il pompino per strada. La sequenza è lunghissima, per cui mi limito a riportarvene il primo capoverso:

La nuca batte leggera contro l’assito di legno marcito. Nulla di grave, non c’è ematoma o escoriazione, niente sangue o travasi sierosi. Soltanto, a impregnare i riccioli biondi sfiammati da colpi di sole, mèche bicolore e tinture a ossidazione per una colorazione permanente, un impercettibile pulviscolo di legno segato dalla lenta, costante, metodica lavorazione dei corpi in amore. Nulla di grave eppure la nuca batte, un colpo dopo l’altro soffocato dalla capigliatura abbondante, sospinta all’indietro dalla carne sessuale protrusa nella bocca aperta e però chiusa, morbida, accogliente e al tempo stesso serrata, mascellare.

Ogni lettore maschio medio, leggendo che quella roba laggiù di cui va più o meno orgoglioso è soltanto “carne sessuale protrusa”, avvertirà una ferita insanabile all’orgoglio mascolino. Ma purtroppo per lui il viaggio dentro quell’incubo targato Sex and Scurati è soltanto alla prima stazione.

 

Come al solito, per farvi riprendere da tante brutture, vi regalo uno splendido brano musicale.

 

2 Risposte

  1. Ho trovato assolutamente irresistibile, vivace, vitale l’orgasmo che si conclude gioiosamente così:
    “come il moribondo che s’irrigidisce un’ultima volta prima del trapasso, quando l’illusione di una residua scossa di vita elettrica gli indurisce le membra defunte. Il proverbiale “miglioramento” che precede la morte. (…)”
    Descrizioni come questa possono risolvere il problema del sovraffollamento del pianeta.

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