Felicità provvisorie – 1 Ma l’amore…

Amore infinito finché dura.

Non avrebbe potuto dirlo meglio il vecchio Vinicius de Moraes. E non dovrebbe mai dimenticarsene ciascuno di noi. Servirebbe farsi tatuare quella frase su un polso. E farsene calamitare la vista tutte le volte che punga l’intenzione di promettere amore infinito, o con magno sproposito di assicurare che quello di adesso sia l’amore più grande. Come se la cosa più grande non fosse l’adesso anziché l’amore. Salvo poi lasciarci via Whatsapp alle nove e mezza della sera quando ancora alle tre del pomeriggio ci si rassicurava che fosse per sempre. Come le tariffe di Iliad.

Meglio volare basso, darsi al sano realismo degli amori modulari. Assemblati con ciò ch’è possibile rimediare, e senz’altre pretese che trovare l’incastro funzionante. O darsi alla parsimonia sentimentale. Offrire un quarto d’amore tagliato a dadini e tenersi il resto in freezer accanto al limoncello che non si sa mai. Potrebbe arrivare un altro lockdown e sai che fatica la coda col numerino dal pizzicagnolo. E allora meglio darsi alle felicità provvisorie. Quelle di un attimo, da vivere per ciò che sono e senza pretesa di eternarle.

Facevo questi pensieri svalvolati mentre mi trovavo a pranzo oggi (anzi ieri, dato che ho scavallato mezzanotte) a Milano, in attesa di partecipare a un dibattito su calcio e società nel quadro della manifestazione Campo Aperto organizzata presso l’ex Fabbrica del Vapore. Da dove ero seduto potevo osservare una coppia piuttosto, come dire?, composita.

Lui italiano (e direi milanese) con un’età sui 65 anni, o forse meno ma portati male come quelli di un 65enne che se li porta bene (facciamo che fosse un 65enne sulla fiducia). Lei cinese con una trentina di anni in meno. In termini estetici, una donna che passa dignitosamente inosservata. Ma avendo quel 65enne sulla fiducia come tetrmine di paragone, valeva Scarlett Johansson.

Li avevo avuti nel campo visivo fin dal momento in cui mi ero seduto a tavola, dato che si erano accomodati nel locale prima di me. Ma non avevo fatto loro caso fino a che non ho assistito alla seguente scena. Lui che le versa del vino bianco nel calice, e poi le dice: “Io ti voglio bene. Ma l’amore…”. E i puntini di sospensione volevano dire che l’amore, dài, è una cosa un po’ impegnativa. Vorrai mica?

A quel punto ho trattenuto il fiato. Perché se fossimo stati in un film il vino del calice sarebbe finito in faccia al 65enne sulla fiducia tempo mezzo secondo. E da lì una scena madre che ne avrebbero parlato le cronache locali dell’indomani. E invece donna, dopo una breve attesa, ha fatto cin cin. Accettando che fra lei e il suo uomo vissuto ci si fermasse un passo prima dell’impegno sentimentale. E da quel momento in poi è stato tutto uno scambio di tenerezze, che hanno toccato il culmine quando lui ha arrotolato dal tagliere una fetta di pancetta e amorevolmente l’ha imboccata alla sua bella cui vuol bene ma senz’amor. Storia d’amore con affettati.

E però va benissimo così. Perché promettersi l’amore eterno quando non se ne ha abbastanza da mettere sul piatto assieme alla finocchiona? Meglio dirsi “ti amicchio”. Almeno si ha un senso di quel che si può dare e ricevere. E si scansa una volta per tutte il titanismo sentimentale.

E certo, poi qualche dubbio mi è rimasto. Per esempio, magari la donna cinese non aspettava e non sperava altro che NON sentirsi chiedere l’amore. Perciò ha sospirato di sollievo, una pasqua più di lui. O forse, chissà, ha ancora qualche problema con la lingua italiana e non ha capito esattamente cosa quello volesse dire. Avesse mica capito il contrario?

Sia come sia, parevano felici. Pure sollevati. Magari anche da una base così minimal può nascere un grande amore. Se son rose, pungeranno.