Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1 Dilettarsi con l’esegesi

Con questo post avvio il recupero della trilogia di articoli con cui ho stroncato “La ferocia” di Nicola Lagioia. Gli articoli vennero pubblicati a ottobre 2014 da Satisfiction, e successivamente spariti dal web. Pochi mesi dopo il romanzo avrebbe ricevuto il Premio Strega 2015. Ciò che costituisce la sentenza di morte del premio medesimo. Questa versione degli articoli contiene anche alcuni passi che dalla versione pubblicata su Satisfiction erano stati tagliati. Per esempio, quello sulla lezione di dottorato e l’esegesi veterotestamentaria. Ultima annotazione: da oggi si ricomincia con le stroncature.  

resizer

Nicola Lagioia in posa sexy

 

images

Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, e di farlo soltanto per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza cedere. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15”: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo. Ma anche nella pretesa d’aver scritto il romanzo epocale, come con sprezzo del ridicolo si legge nell’ultimo frammento della quarta di copertina: “Mobile e intenso, ‘La ferocia’ è un libro che costruisce un mondo – il nostro”. E sì, sentivamo proprio il bisogno di libri mondi. Perciò mondiamoli, e per bene. Anche perché questo libro mondo lo richiede a causa del terzo motivo per cui è esagerato: il coro laudatorio privo di stecche, unanime quanto poche altre cose nel sistema dell’editoria italiana. Come l’assenza di stroncature per il libri di Uolter Veltroni, per esempio. E allora, almeno nel mio caso, l’esercizio d’estenuazione è dovuto.

Del resto ero già rodato dopo aver letto i precedenti tre libri di Lagioia, oscillanti nel giudizio di qualità fra lo scadente e il pessimo. Da questo punto di vista, “La ferocia” s’allinea. È un libro da 2,5 in pagella, ma non è questo a contare così come non contano i giudizi di qualità. Come al solito m’interessa la forma, guardo alla composizione del testo. E lì ritrovo il Lagioia di sempre, col suo stile che non sarà mai mondo. Perché l’immondo non si è fermato mai un momento, e quanto a ciò Lagioia è un instancabile globetrotter.

Il fatto è che Nicolino nostro privilegia uno stile neo-geroglifico portatore di sfide inattese per il lettore. E il punto è sempre quello: il lettore investirebbe risorse scarse come tempo e denaro se immaginasse di non dovere soltanto leggere un libro, ma anche decodificarlo? Ecco il problema. L’esercizio d’estenuazione dovrebbe essere volontario, non proditorio. Quando m’accingo a leggere, devo poter scegliere se leggere parole chiare e frasi dal senso immediato. Se al contrario voglio impiegare il mio tempo a fare kamasutra col testo, va bene: purché sia una mia scelta. E invece no, specie nel caso dei libri di Nicola Lagioia. La cui lettura mi fa sempre tornare in mente un episodio avvenuto ai tempi del Dottorato di ricerca in Sociologia Politica.

Successe che ci venne inflitta l’ennesima lezione su Max Weber, e pazienza. In fondo durante quel triennio dovetti sorbirmi pure di peggio, tipo una lezione di Gaetano Quagliariello (sì, proprio lui) sui movimenti giovanili dei partiti politici italiani nel periodo fra il 1948 e il 1953. Roba che fra colleghi dottorandi ci si doveva pungere reciprocamente con gli spilloni da balia per tenersi desti. Quella lezione su Weber venne tenuta da un sociologo della religione. Risparmio il nome perché davvero sarebbe ingiusto dare al ridicolo un’identità. Mi limito a dire che in un passato recente ha scritto alcuni articoli soporiferi per Il Foglio, e che pareva uscito da un film di Carlo Verdone. Vestito come un professore di Latino anni Settanta, usava rivolgersi ai dottorandi con il “loro” anziché col “voi”. Insomma, sprizzava un tanfo d’inattualità da intenerire. E invece di parlarci di Max Weber c’intrattenne due ore a raccontarci dei suoi titanici sforzi nel confronto coi testi di Max Weber. Manco fosse Friedrich Tenburck. Così lodandosi e imbrodandosi ci spiegò che per meglio approfondire la sociologia della religione weberiana aveva egli stesso provato il confronto diretto coi testi sacri, letti in lingua originale. E quel punto sparò la frase che da allora si è conquistata il podio nel mio personale Olimpo delle Cazzate: “Non so quanti di loro abbiano esperienza di esegesi vetero-testamentaria”. E come no?! Fin dai tempi delle scuole medie, tutti i pomeriggi finito di fare i compiti a casa, invece di scendere in strada per giocare a pallone con gli amici mi facevo due belle orette di esegesi vetero-testamentaria. M’appassionava soprattutto la versione in aramaico: libidine pura.

E pazienza se nel mondo dell’università italiana personaggi come quello di sopra girano liberi e sciolti. A ognuno la propria esegesi, purché sia attività volontaria. Il fatto è che la lettura di un testo di narrativa non dovrebbe richiedere un esercizio esegetico. Se m’infliggo due orette di esegesi veterotestamentaria è perché ho scelto di farlo. Altra roba è se mi ritrovo un testo in aramaico quando credevo di leggere un romanzo in lingua e stile potabili. Ebbene, proprio quest’ultima evenienza, l’aramaico a tradimento, coglie l’ìgnaro lettore quando decide di leggere i libri di Nicola Lagioia. Tutti, compreso l’ultimo, in cui la ferocia del titolo è quella che si riversa addosso al povero lettore, annichilito da una sterminata sequela di nonsense. Leggere quelle pagine è un continuo chiedersi: “Ma cosa voleva dire?”. E la serie comincia molto presto, a pagina 7, dove il libro-mondo ospita il primo frammento di puro aramaico:

Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.

 

Ecco, appunto: ma che vuol dire? “L’intangibile rilasciamento dei tessuti”, “la sveltezza di certe adolescenti”, e soprattutto quell’esercizio d’illogica iniziale: non era molto oltre i trenta, cioè era certamente oltre i trenta, “ma” non poteva avere meno di venticinque anni. Che razza di scruttura e mai questa? Se hai già asserito che la persona in questione è “oltre i trent’anni”, è pura tautologia sottolineare che “non può averne meno di venticinque”. Ci arriverebbe pure un gibbone, contando con le dita poggiate sul labbruzzo inferiore. Non c’è bisogno di sottolineare che se tua nonna avesse avuto le ruote non sarebbe stata bipede. Soprattutto, è sublime quel “ma”. Come se si dovesse segnare un passaggio di contrapposizione fra due termini dello stesso discorso. Peccato che la contrapposizione fra questi due termini non esista in punto di logica. Ha un senso dire “Oggi fa caldo ma piove (e dunque per contrapposizione il meteo non è così positivo come sembrerebbe)”, o “Oggi ho una fame da lupi ma sono a dieta (e dunque per contrapposizione devo tenere sotto controllo la fame e selezionare i cibi)”; e invece che senso ha dire “Oggi fa caldo ma non fa freddo”, o “Oggi ho una fame da lupi ma mangio tutto quello che mi pare”? Quei “ma” non c’entrano nulla, perché “Oggi fa caldo E DUNQUE non fa freddo”, e “Oggi ho una fame da lupi E DUNQUE mangio tutto quello che mi pare”. Sicché, tornando all’oscuro frammento lagioiano, in punta di logica la persona in questione “era non molto oltre la trentina E DUNQUE non poteva avere meno di venticinque anni”. E allora cosa diamine c’entra quel “ma”? Questioni d’esegesi, appunto. E di volerla fare anziché vedersela imporre proditoriamente.

Purtroppo il lettore se la vede imporre, eccome. E così si salta alle pagine 10-1, dove si trova il frammento che segue:

Il grossista aveva l’aria di chi è convinto di non avere superato il confine che taglia in due l’aspettativa di vita, né di correre il rischio di farlo.

Qualcuno mi decodifica il senso di questa frase? Innanzitutto: cosa vuol dire “superare il confine che taglia in due l’aspettativa di vita”? E come si taglia in due l’aspettativa di vita? E ancora, in cosa consistono le due parti tagliate? Qual è il loro quantum? Tagliare in due l’aspettativa di vita significa forse trovare il punto di mezzo “del cammin di nostra vita”? O significa “spezzare l’ottimismo verso l’aspettativa di vita e virare verso il pessimismo”?

Interrogativi su interrogativi, in cima ai quali se ne staglia uno a fare da capofila: ma come si può scrivere così male? E farlo con passione e perizia pari a quelle squadernate da Nicola Lagioia? Sono necessari uno zelo e una voglia di raggiungere l’obiettivo che tanto da vicino mi ricordano l’agente immobiliare interpretata da Annette Bening in “American Beauty”, quando dice a se stessa: “Oggi venderò questa casa”. E ci dà dentro a pulirla da cima a fondo.

 

Allo stesso modo immagino Nicola Lagioia che s’alza la mattina dandosi la missione del giorno: “Oggi voglio scrivere male, ma proprio male-male-male”. E da quel momento in poi si mette a vergare frammenti come quello di pagina 15:

Gli errori si erano accumulati nel vuoto spazio primordiale dove le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili.

E il vero prodigio sarebbe rendere “attivo e comprensibile” un frammento come questo, assegnargli una forma tirandola fuori da quell’indigesto mappazzone di parole spiaccicato su carta. Sarebbe utile, tanto più che in certi passaggi del libro i frammenti come quello di sopra si avvicendano a ritmo serrato, senza nemmeno dare il tempo al povero lettore di metabolizzare il precedente. Per esempio, ecco una sequenza da sterminare i neuroni. A pagina 21 si legge:

Alto e abbronzato, in abito di lino tagliato su misura, stringeva tra le labbra una smorfia soddisfatta che nessun sarto avrebbe ricondotto a una tradizione più vecchia di dieci anni.

Ma di cosa parla? Cosa dice? Il sarto taglia non soltanto i vestiti ma anche le smorfie? E purtroppo il nostro “voglio scrivere male, ma male-male-male” quella mattina doveva essersi fissato col tema “Moda & Eleganza”, come dimostra il passaggio che si legge soltanto due pagine dopo:

Giacca e pantaloni ricadevano nel facsimile dell’eleganza, un volontario passo indietro rispetto a quella vera ma solo per farle strada.

Anche a chi non ne avesse intenzione tocca fare esegesi. E come se non bastasse, fra i due estratti appena riportati ce n’è un altro non meno esiziale, anch’esso piazzato a pagina 23:

I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento [e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr], l’apparente ebetudine dei privilegiati in cui Vittorio ritrovava una ulteriore forma di intelligenza. Nessuna traccia del foglio metallico che annerisce sottopelle a causa dell’attrito con il mondo.

E già, il romanzo mondo che del mondo valuta persino l’attrito. Per poi guardare pure alla sfera dell’oltremondano, come suggerisce il frammento piazzato alle pagine 34-5:

Era uno splendido pomeriggio fuori stagione dei primi anni Novanta, uno di quegli avanzi che l’estate ripone in uno spazio oltremondano per evitare alla temperatura di salire troppo.

Ma cosa volevi dire, Nicolino? E quanto bene volevi al tuo lettore, mentre gli confezionavi un testo come quello pubblicato alle pagine 38-9? Di sicuro, se esso fosse stato mandato per posta elettronica sarebbe finito nella casella antispam, assieme alle offerte del Cialis e alle proposte d’affettuosa amicizia femminile tradotte da Google Translate:

Ecco il problema di Ruggero: la concrezione di pazzi con cui la sorte voleva distoglierlo dall’unica attività che lo avrebbe reso libero, il tasto su cui battere fino a quando la particola di follia che in linea retta alimentava anche lui fosse diventata un nudo anello che non trasmette niente, lo studio, lo studio fanatico della medicina a cui si dedicava senza perdere un attimo.

Micidiale, tanto quanto la doppietta piazzata a pagina 40:

 

Avrebbe dovuto superare il dislivello tra lo strazio e la simulazione dello strazio con cui si stava confrontando ora

Tutta la sua vita era stata una crescita equipollente di fortuna e minaccia.

Risultati immagini per gif capocciate al muro

Siete già annichiliti? Dilettanti! Quanto fin qui ho riportato è contenuto soltanto nelle prime 40 pagine, cioè nel primo dieci per cento scarso di “La ferocia”. C’è tutto un altro novanta per cento abbondante da infliggersi e passare a esegesi, nel caso che “loro” non avessero ancora capito. E bisogna fortificarsi per affrontare tutto ciò che segue. Per esempio, a pagina 49 si trova un frammento che sembra scritto dal peggior Massimo Bisotti:

Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile.

Non vogliategli del male, è fatto così. Dove l’acqua è pura lui la intorbida affinché facciate il sano sforzo di ri-filtrarla. Per esempio, se deve dire che i popolini del Sud annichiliscono la lingua italiana rendendo controproducente lo strumento principale per l’unificazione culturale del paese, esprime così il concetto (pagina 61):

Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.

La lotta per afferrare un senso si fa titanica col procedere della lettura, continuamente ostacolata dalla fioritura dei nonsense. A pagina 67 si legge:

Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsava un fastidio privo di abrasioni.

Ma sì, il fastidio è abrasivo quasi quanto la lettura di “La ferocia”. E non meno abrasivo è il frammento di pagina 81, quello con cui chiudo la prima puntata del nostro viaggio dentro l’ultima opera del nostro Radical Flop. La chiudo perché sarebbe un eccesso piazzare dentro questa prima puntata tutti i frammenti meritevoli di menzione. E io, al contrario di Lagioia che pretende d’aver scritto un romanzo mondo e spamma 411 pagine quando 115-20 sarebbero state d’avanzo, una misura me la do. Tutti gli altri frammenti del genere “ma cosa voleva dire?” verranno distribuiti nelle puntate successive, quando “La ferocia” verrà analizzata a partire da altri motivi. Però è giusto chiudere in bellezza. Lo faccio col passaggio presente a pagina 81:

Clara impallidì. Poi si accigliò. La forzatura consentì a Pascucci di vederla – l’ombra di una ferita – come avrebbe iniziato a mostrarsi di sua spontanea volontà se solo lui avesse avuto più pazienza. L’estorsione di un anticipo già ridotta a saldo.

Cosa voleva dire Nicolino? E soprattutto, cosa vorreste dirgli voi dopo aver letto tutto questo?

(1. continua)

 

(E come sempre, dopo avervi dispensato tanto orrore letterario, provo a ristorarvi l’anima con uno splendido brano musicale)

 

Annunci

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 3

005351036-a14ebf55-427f-4687-850c-b62dd0d4ed00

Nicola Lagioia mentre prova a capirci un cazzo da un reading de “La Ferocia”

Continua il recupero dei miei articoli pubblicati da Satisfiction. Buona lettura. Le altre due puntate sono leggibili qui e qui

Una bellissima lingua da slabbrare

L’italiano è una lingua bellissima. Opinione di Nicola Lagioia, espressa  nel corso di un’intervista televisiva dedicata al suo ultimo, ferocissimo libro. Me ne ha girato il link l’amico scrittore Marco Ciriello, uno che quando ci si mette sa essere persino più carogna di me. Intervista banalotta, ma non è per giudicarla che la richiamo. Se la menziono è per sottolineare la frase sulla suprema qualità dell’italiano. Sarà un’opinione che corrisponde al vero o no? Non saprei. E non credo nemmeno che una lingua nazionale debba essere bellissima, come non mi frega più di tanto che sia bellissima una costituzione. Per me conta che funzionino l’una e l’altra, e soprattutto che chi le usi ci metta la cura dovuta. In questo senso, il nostro Nicolino contribuisce o no al buon funzionamento della bellissima lingua italiana?
Ahimè, qui il dossier è imbarazzante.

Per proseguire la lettura, cliccare qui.

 

E dopo avervi ammannito cotanto orrore letterario, provo a risollevare il vostro morale con uno splendido brano musicale.

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2

Prosegue il recupero dei miei articoli pubblicati su Satisfiction. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui

nicola la gioia tra gli olivi

Nicola Lagioia, braccia rifiutate dall’agricoltura

Ombra di salice, h. 16-17

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo si deve essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante saperlo. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionado di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Per continuare la lettura cliccare qui.

 

E adesso ristoratevi l’anima con un buon brano musicale.

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1

Da oggi prendo a recuperare i miei articoli pubblicati su Satisfiction.  Non posso che cominciare dalla stroncatura in tre puntate di “La ferocia”, l’orrendo romanzo di Nicola Lagioia che nei mesi successivi avrebbe vinto Premio Strega. Segnandone la definitiva decadenza. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui.

images

Nicola Lagioa e il suo sguardo di contagiosa intelligenza

 

Dilettarsi con l’esegesi.

Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, solo per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza mollare la sfida. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15″: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo.

 

Per continuare la lettura, cliccare qui.

 

E dopo aver completato la lettura, godetevi questo brano musicale.

 

 

 

 

 

 

In itinere – Sofia Viscardi, una finestra sulla Tundra Culturale Italiana – 1 La pedanteria cronometrica di Miss Refuso

mgid-arc-content-mtv

Sofia Viscardi

 

images

Il dramma di Sofia Viscardi è che rischia d’essere soltanto un refuso. Un cognome dall’iniziale sbagliata, come fosse trash ma con la prima lettera diversa dalla “t”. E chi volete mai che si lasci impressionare dal brash, o dal vrash? Che infatti sono parole segnate in rosso dal mio programma di videoscrittura, al contrario di trash che viene riconosciuta e autorizzata. E lo stesso succede se digito uno accanto all’altra “Biscardi” e “Viscardi”. Diffidate delle imitazioni, sempre. Perché anche il peggio ha il suo marchio doc. E purtroppo la youtuber milanese fresca maggiorenne non può aspirare nemmeno all’eccellenza del peggio. Può soltanto sforzarsi d’approssimarlo asintoticamente senza riuscire a trovare mai il punto di contatto.

Non altro mi viene da pensare, mentre soppeso il penoso dossier di questa ragazzina priva di qualsiasi talento e perciò baciata dal successo, secondo il mortale sillogismo che nell’epoca presente sta riducendo l’industria culturale italiana alle condizioni d’una sterminata tundra. Viviamo il tempo in cui Fabio Volo assurge al ruolo d’artista totale pur non rivendicando arte e parte alcuna, vero Sommo Wate della Contemporaneità.

images-1

Il Sommo Wate della Contemporaneità

Sicché diventa normale che una Viscardi, Miss Refuso, raccolga fama e notorietà E che persino si veda regalare una rubrica in Quante storie di Rai 3. Invero, pare che quello spazio sia immediatamente sparito. Ma su questo non saprei essere più preciso. Non seguo i format televisivi in cui si parla di libri perché li trovo mediamente scadenti, figurarsi quello apparecchiato  dalla peggior direttrice di rete nella storia di Rai 3, Daria Bignardi.

Ma al di là delle sue fortune televisive, resta intatto il Fenomeno Viscardi. Di cui nulla sapevo fino a poco meno di due mesi fa, e nel quale mi sono imbattuto quando ho visto gli scaffali dei supermercati e degli autogrill invasi dal suo primo romanzo. Ciò che per me è indice infallibile di percolato editoriale. In quali altri luoghi trovate una presenza così sistematica dei libri Newton Compton, tanto per dirne una? Fra tutta quella carta strappata alle sapienti mani del pescivendolo svettava il nome a me fin lì ignoto: Sofia Viscardi. Con quel titolo che diceva già tutto: Succede. E già, shit happens come diceva anche Forrest Gump.

 

Ma il fatto è che in questo caso l’editore non è Newton Compton, ma Mondadori. Che già da tempo ha abdicato alla propria responsabilità sociale verso il sistema culturale di questo paese e promuove il peggio che il web proponga. Hanno arruolato il desolante Massimo Bisotti  (leggi qui, qui, qui e qui) facendone un autore di punta, sicché volevate che non elevassero Miss Refuso al ruolo di romanziera? Ormai, in questo paese, un romanzo lo scrive chiunque. E a me che per il percolato editoriale ho una vocazione tocca leggere di questo e di peggio.

 

salto14-massimo-bisotti-racconta-il-quadro-mai-dipinto-in-30-secondi

Massimo Bisotti

Dunque, com’è il “romanzo” di Miss Refuso? Letti i primi sei capitoli, mi vien da dire che Federico Moccia sembri Schopenhauer, al confronto. Ci si trova faccia a faccia con la Tundra Culturale, e se almeno c’è un pregio in questo libro eccolo servito.

Dava Tundra

Tundra

Si tratta di una finestra sul futuro plasmato dalla logica del capitalismo irresponsabile applicata all’industria culturale. Se volete davvero avere un’idea di quale sarà la linea di tendenza, e di cosa fra mezzo secolo avrà prodotto un sistema culturale in cui il talento viene sostituito dai talent e i guru intellettuali sono quelli che macinano numeri sui social, aprite pure a caso quelle pagine mentre tenete sottobraccio i rotoloni della carta da culo al supermercato. Ci troverete cose che voi umani non avreste mai immaginato. A partire dalla somma sciatteria dell’incipit, che descrive la scena del risveglio di un’ordinaria liceale bimbaminkia in un giorno di scuola.

ragazza-allo-specchio-fail

Bimbaminkia in action

 

La ragazzina è in ritardo. E questo è il solo concetto del capitolo, riproposto fino allo sfinimento. Si parte così:

 

Rimando la sveglia finché posso. Senza nemmeno aprire gli occhi.

Solo quando ormai è troppo tardi, e so che non avrò neanche più il tempo per rimediare  al mio aspetto disordinato e assonnato,  sollevo la testa dal cuscino.

 

Bene, andiamo avanti. Qualche riga sotto si legge:

Barcollando abbandono il letto  per dirigermi in bagno, mi guardo nello specchio e mi pento di non essermi alzata dieci minuti prima per mettermi almeno un po’ di fondotinta e mascara  e per sistemare questa informe massa di capelli ricci.

Sofia, ce l’avevi appena detto: la tua bimbaminkia è in ritardo e non ha tempo di rendersi decente. Dicci qualcosa di diverso, please.

Si va al capoverso successivo:

Goffa, ecco, mi sento goffa  e non ho tempo di migliorarmi.

E daje! Ma non hai proprio altro da raccontarci? Non si può che sperare nel capoverso successivo:

Maledetto cronico ritardo. Dopo tutte le ore passate stanotte a leggere,  adesso devo correre.

A quel punto, dopo aver letto soltanto 21 righe di libro (versione elettronica), il lettore è già bell’e rassegnato: questa qui non ha un cazzo da raccontare, ma sta disperatamente provando a farlo. Perciò allunga il brodo ribadendo il solo concetto che guizza nelle fitte nebbie narrative in cui sta brancolando, indossando il cappellino con visiera all’indietro e facendo “yeah!” ogni tre passi: la sua creatura bimbaminkia è in ritardo. E così persevera:

Piove. Non ho l’ombrello. Troppo in ritardo anche per pensare di arrabbiarmi,  corro alla fermata  e cento metri prima di arrivare mi vedo l’autobus passare davanti.

Decido  che è troppo tardi per aspettare quello dopo e inizio a correre sgraziatamente verso la mia scuola, sperando di non cadere  o di non incontrare persone che conosco.

 

La fortuna del lettore è che finalmente la bimbaminkia arrivi a scuola. Ovviamente in ritardo, sulla campanella della prima ora. Sì, ma quanto in ritardo? La risposta all’interrogativo dà modo d’ammirare un’altra perla di scrittura esibita da Miss Refuso:

Puntualmente arrivo cinquantanove secondi dopo l’orario consentito,  fradicia, e la professoressa non mi ammette a lezione.

Cinquantanove secondi! E badate che non si tratta di una cosa scritta a mo’ di battuta, come a voler creare un contrasto fra la propensione cronica al ritardo e la precisione maniacale. È proprio che Miss Refuso mostra qua e là una mania della precisione cronometrica che sembra rubata a Furio, il personaggio di Carlo Verdone diventato il Pedante per antonomasia nell’immaginario popolare.

 

Per esempio, ecco un altro saggio cavato sempre dal primo capitolo:

Una delle cose che amo di più, d’inverno, è la mia 60.

L’autobus – con il riscaldamento – che mi porta ovunque senza farmi prendere freddo. La fermata dista un minuto e trentasette secondi a piedi da casa mia (…).

 

Un minuto e trentasette secondi! E ancora, all’inizio del capitolo 6, laddove si descrive l’arrivo a scuola il giorno successivo, ecco un’altra variazione sul tema:

Varco la porta della classe esattamente sette secondi prima del suono della campanella.

Se poi capita che la bimbaminkia torni a casa tardi per cena, non dice mica che arriva “alle nove passate”, nossignori. Come si legge al capitolo 3:

Arrivo a casa alle 21.07 (…).

 

Sembra il tabellone con l’orario dei treni, ma fosse solo questo. Il fatto è che la mamma l’accoglie sulla porta simulando severità ma senza dismettere un atteggiamento bonario. O almeno questo è il modo che io uso per esprimervi il concetto, usando un italiano minimamente decente. Perché Miss Refuso, invece, lo dice così:

 

“Fila in cucina che è pronto” risponde lei, fiscale, anche se con un sottofondo scherzoso.

 

 

Fiscale anche se con un sottofondo scherzoso? Ma come cazzo scrive questa qui? E com’è che in Mondadori non ha trovato un editor che le bacchettasse falangi, falangine e falangette fino a farle capire che un libro non è un SMS?

Qui sta il problema. Non è tanto l’assenza della storia (che pure…), né la bimbominkieria dello stile (che pure bis…). È proprio che la youtuber ha uno stile di scrittura primitivo. Non c’è la minima ricercatezza in quelle righe, e nemmeno uno sforzo di ripulitura. In Succede le parole sono usate come fossero pietre che servono a spaccare le noci. E quello che resta ve lo sorbite così com’è. Alcuni passaggi sono davvero la finestra spalancata sulla Tundra Culturale Italiana. Per esempio, ecco come l’autrice descrive il ciclo mestruale:

 

E sono pure in quel periodo del mese.

Il periodo fastidioso e tragicomico che le donne sono costrette ad affrontare dodici volte l’anno per la maggior parte della loro vita. Quando tutto va male, tutto è sbagliato, la faccia si riempie di brufoli, la pancia si gonfia, i capelli diventano ingestibili e orrendi e, qualsiasi capo d’abbigliamento una donna si provi, le sembrerà sempre di essere un sacco di patate che cammina.

 

tundra1

Una finestra sulla Tundra Culturale Italiana

Ma quanta grazia, quanta raffinatezza, pur di non dire “mestruazioni”. Pura carpenteria. E badate che questo è solo un saggio della raffinata scrittura di Sofia Viscardi. Di frammenti come questo, il libro di Viscardi trabocca. E la mia fortuna è che in parallelo a questo volume osceno, a questo saggio sulla tundrificazione italiana, sto leggendo l’opera di Angelo Ferracuti. Che almeno mi permette di prendere un po’ d’ossigeno prima di tornare a immergermi nel percolato. Materia informe e insalubre, arricchita anche da errori di grammatica come quello che si trova in principio del capitolo 2, dove si parla dell’amica Olimpia:

 

È la mia migliore amica da tanti anni ormai. Ed è una di quelle persone che ha sempre la soluzione giusta al momento giusto.

 

Casomai, sarà “una di quelle persone che hanno sempre la soluzione giusta”. Ma vabbe’, come si suol dire, “succede”. Shit happens. E ne succederanno ancora parecchie, durante questa stroncatura in itinere di Miss Refuso.

  1. Continua

 

E dopo esservi abbrutiti con la lettura di questi orrori editoriali, ristorate l’anima con questo splendido brano musicale.

 

Michele Serra, il reazionario soft – 3 Dall’artigianato alla catena di montaggio: così muore un talento satirico

serra1

 

Le precedenti puntate sono state pubblicate qui e qui

Opinione raccolta su Facebook a margine delle precedenti puntate di questa stroncatura seriale: “Sì, sarà anche vero che i romanzi di Michele Serra sono scadenti, ma la qualità della sua scrittura resta altissima”. Dissento rispettosamente. È più dire che la qualità della scrittura di Michele Serra era alta, e mi si perdoni la licenza sul congiuntivo. Adesso non lo è più. La decadenza dell’autore va di pari passo con la decadenza del suo stile, e anzi la seconda precede la prima. Si tratta di uno schema che si applica a ogni autore, e Michele Serra non vi si sottrae. I suoi ultimi libri sono scadenti perché scadente è la prosa, e quella prosa si dimostra di cattiva qualità anche in ogni altro cimento pubblicistico. Sui motivi di questo precipitare si può dare diverse spiegazioni, ciascuna più o meno credibile. Provo a dare la mia, premettendo che sono stato fra coloro che hanno amato la scrittura di Michele Serra in altri tempi, e che perciò mi ritengo autorizzato a criticarne la miseria qualitativa di oggi.

La mia tesi è che, a partire dalla metà degli anni Novanta, Michele Serra sia rimasto vittima di un meccanismo infernale: la fordizzazione della satira. Una dinamica che ha fatto altre vittime, e che regolarmente si presenta come un bivio di carriera a ogni autore di testi e materiali comico-umoristici giunto a un livello di fama oltre il quale giunge l’obbligo di produrre per i grandi numeri. Quel bivio è quasi sempre mortale, perché determina il passaggio dalla logica della bottega artigiana a quella della catena di montaggio. Un passaggio che per chi fa satira non dovrebbe avvenire mai. La satira è infatti, per sua natura, un esercizio intellettuale che richiede la rarità. È esigente, si fonda su intuizioni folgoranti che però poi vanno messe a punto con attenzione estrema, ha un’estetica che per quanto possa sembrare paradossale richiede misura. Fra tutti i generi di scrittura, e assieme alla poesia quello che più di tutti richiede la distillazione del contenuto. Tutto ciò fa sì che il più grande sabotaggio alla satira e ai suoi autori sia quello di inflazionare entrambi. Un frammento di satira va cesellato e meditato, e poi quando esplode in tutto il suo clamore va lasciato sedimentare. Questo è il ciclo produttivo di chi elabora scritti satirici, e si tratta di un ciclo da bottega artigiana perché mette primaria attenzione sulla qualità del singolo oggetto. Che per definizione deve essere d’eccelso livello, tale da superare tutti quelli espressi fin lì ma condannato a essere visto come un’approssimazione rispetto alla perfezione. E per l’esteta (quale l’autore di satira è, checché se ne dica) la perfezione è una meta irraggiungibile per definizione, pena la morte dell’intenzione estetica.

 

biagioni-laboratorio-rostolena-01

Artigiano all’opera

Questa è la satira, questo è il ciclo produttivo di chi vi si cimenta. Purtroppo, presto o tardi, succede che il rinomato autore di satira si ritrovi sollecitato a oltrepassare il confine della fordizzazione. Oltre il quale la satira non può permettersi i tempi artigianali della qualità, ma piuttosto deve produrre a raffica e secondo i tempi industriali comandati dalla catena di montaggio della comunicazione di massa: la rubrica de newsmagazine settimanale, gli impegni autoriali per i due-tre programmi televisivi, la rubricuzza quotidiana che per 330-340 giorni all’anno deve essere assicurata come fosse la cacchina del mattino e senza possibilità di sottrarsi, la rubriconza della risposta alle lettere dei lettori da sbrigare per il newsmagazine settimanale allegato al quotidiano, e poi le articolesse che capita di scrivere con una certa frequenza perché si è pur sempre una delle firme di punta del giornale, e gli interventi una tantum da assicurare dove e quando succede. Chiamasi sfruttamento estensivo di risorsa fatto con una tempistica imperativa, laddove nel ciclo artigianale della produzione si procede per via intensiva e con una tempistica relativamente lasca.

 

 

E non c’è autore che ne esca indenne, se accetta di lasciarsi inglobare dalla logica di fordizzazione della satira. Basta poco per vedergli perdere smalto, per avvertire la fatica e la scontatezza delle trovate, e la rarefazione dei momenti degni del periodo artigianale. Se nel periodo pre-fordista erano otto-nove su dieci i frammenti che strappavano la nostra ammirazione, in quello fordista troviamo decente un frammento ogni venti-venticinque. E soltanto uno su cinquanta davvero all’altezza dei momenti migliori dell’artigianato satirico.

In questo meccanismo è rimasto stritolato Michele Serra come altri autori di satira prima e dopo di lui. Chiamato a scrivere a ritmi da catena di montaggio, egli ha preso il solo profilo possibile in circostanze del genere, quello che Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, individuò per l’insipido Gianrico Carofiglio: scribacchino mestierante. Un’etichetta in cui non bisogna ravvisare offesa alcuna (ma Carofiglio, dall’alto della sua venerazione per la libertà d’opinione, decise di querelare), e che anzi corrisponde alla realtà delle cose. Perché quanto più un autore è costretto a scrivere, tanto più si affiderà al mestiere, cioè al bagaglio d’esperienza fatto di trucchi, trovate e schemi ripetitivi che consentono di portare a termine la missione anche in momenti di scarsa vena. Il Michele Serra dell’ultimo quindicennio rispetta questo profilo. E ne è dimostrazione Satira preventiva, la rubrica che tiene ogni settimana sull’Espresso. In quello spazio si ha la costante ripetizione di uno schema: si prende un tema, lo si sottopone all’uso sfrenato di iperboli e paradossi con ricerca dell’assurdo a tutti i costi, e ci si sforza d’arrivare in fondo alle circa 3.000 battute necessarie per coprire la pagina. Il risultato? Imbarazzante. Basta fare una rapida rassegna di alcune puntate prese a caso, partendo dall’ultima pubblicata nel numero in edicola fino al 26 maggio. Si prende spunto dalla notizia su Alfio Marchini che per fare campagna elettorale parcheggia da qualche parte la Ferrari e va in giro con mezzi più modesti, e ecco come viene sviluppato:

 

La sua campagna elettorale è massacrante. Raggiunge in Ferrari un autogrill sul raccordo anulare, dove sale su una Panda. Da lì si spinge fino a Tor Bella Monaca dove lascia la Panda e sale su un Ape; abbandona l’Ape a poche centinaia di metri e inforca un Ciao degli anni Sessanta con il quale arriva fin sotto il palco. Due i problemi imprevisti: il primo è che nel corso dei vari passaggi Marchini dimentica di congedare l’autista, e dunque quando fende la folla seduto sul portapacchi del Ciao guidato da un uomo in livrea l’auspicato effetto pauperistico è vanificato; il secondo è che quando torna, a notte fonda, in autogrill, non trova più la Ferrari. Fioccano le polemiche sui social network: pare che il Ciao degli anni Sessanta di Alfio Marchini sia lo stesso usato da Liz Taylor quando era a Roma per girare “Cleopatra”. È stato battuto all’asta per 120mila euro.

 

 

Cosa di più imbarazzante che uno impegnato spasmodicamente a farvi ridere ricevendo i cambio smorfie perplesse e sguardi viaggianti altrove? È la reazione ordinaria davanti ai pezzi “satirici” di Michele Serra, specie quando a leggerli sono coloro che hanno amato la satira serriana dell’epoca artigianale. Altri esempi? Subito serviti. Dal numero in edicola il 19 maggio, sotto il titolo Garantisti e giustizialisti al Derby del Cuore, si legge:

 

Il “Foglio” e il “Fatto quotidiano” sono gli sponsor, rispettivamente, della squadra garantista e di quella giustizialista. Il “Fatto Quotidiano” ha chiesto il sequestro preventivo delle magliette garantiste, perché sono state realizzate in una maglieria la cui titolare, negli anni Settanta, era fidanzata con uno zio del ministro Boschi. Il “Foglio” ha chiesto l’analisi chimica delle maglie dei giustizialisti, che sono rosso sangue. “Una polemica pretestuosa – ha replicato il selezionatore della Nazionale Giustizialisti, Di Pietro – perché per tingere le nostre maglie non abbiamo usato sangue umano, ma sangue di tacchino”.

 

Risate da infarto, eh? Roba che non avrebbe scritto nemmeno Beppe Severgnini. Invece per il Michele Serra della satira fordizzata è la norma. Leggiamo cosa scrive nella puntata di Satira preventiva pubblicata il 21 aprile col titolo Presentate da Vespa le ricette Provenzano. Si prende spunto dalle polemiche seguite alla presentazione del libro di Salvo Riina durante una puntata di Porta a porta, e da lì parte la solita sarabanda di ulteriori sviluppi immaginati:

 

Cominceranno, sempre da Vespa, le sorelle Idda e Chidda Provenzano con il loro libro di ricette fresco di stampa. Sono quasi tutte immangiabili perché le sorelle Provenzano non hanno mai amato cucinare, e mangiano da sempre alla tavola calda sotto casa. Si tratta di poche pagine sciatte, una decina in tutto, scritte in modo approssimativo. Si distingue solo una interessante pasta con le sarde nella quale le sarde vanno messe ancora vive nel piatto: ogni commensale deve strangolarle lentamente con una tagliatella. Vero scopo del libro è introdurre un lungo elenco (duecento pagine) dei negozi di alimentari in regola con il pagamento del pizzo, dove le sorelle intimano di fare la spesa. Ogni acquirente del volume, uscendo dalla libreria, viene pedinato da uno sconosciuto che lo minaccia nel caso non si rifornisca nei negozi autorizzati.

 

 

Potrei andare avanti a lungo, ma preferisco chiudere la rassegna su Satira preventiva citando un ultimo estratto che risale alla scorsa estate, esattamente al 30 luglio 2015. Il titolo della puntata è Ultima moda ultrà scontri senza partita, e prende spunto dagli scontri di cui è stato protagonista qualche giorno prima un gruppo di tifosi laziali alla vigilia di una partita amichevole a Bruxelles. Ecco come il nostro reazionario soft ha svolto il compitino:

 

Perché picchiarsi solo prima, durante e dopo la partita? Perché piegarsi all’inaccettabile interferenza del gioco del calcio sul corretto svolgimento della violenza sugli spalti? Si sta valutando l’ipotesi di organizzare scontri in assenza di partita, con gli stadi pieni di tifosi e il campo vuoto: solo con un enorme gong al centro. Al suono del gong, dato da un funzionario della Lega Calcio, gli ultrà cominciano a lanciarsi petardi e bastonarsi urlando sconcezze con gli occhi fuori dalle orbite. “Il grande vantaggio – spiegano i capi ultrà – è che non si viene più disturbati da quanto avviene in campo, ci si può concentrare molto meglio sulle violenze”.

 

E se l’autore si limitasse a scrivere ciò, si tratterebbe di un frammento intelligente e gradevole. Ma ragionare a questo modo attorno a un frammento di satira significa insistere nell’applicare una logica artigianale alla satira stessa. Che invece, nel caso di Michele Serra, deve piegarsi alla logica industriale del compimento della misura. E l’esigenza di compiere la misura comporta un allungamento di brodo il cui effetto è inflazionare e banalizzare quel poco di gradevole che è stato prodotto. Lo dimostra il frammento immediatamente successivo:

 

Per contenere i costi si stanno studiando anche disordini take-away, ordinabili con una semplice telefonata a un numero verde: si possono ordinare fino a sei ultrà che verranno consegnati a domicilio in un apposito contenitore termico, che li mantiene caldi. Si va dalla tariffa Comfort, un semplice scambio di sberle in faccia e parolacce sul portone di casa, alla Executive, con devastazione accurata dell’appartamento, fino alla De Luxe, con devastazione anche dell’appartamento del vicino e incendio finale della tromba delle scale.

 

 

Avvilente. L’articolo in sé, ma soprattutto il confronto fra gli scritti serriani del periodo artigianale e quelli di adesso. L’impoverimento di stile è evidente, e va messo agli atti come un dato ormai irreversibile. Ma davanti a ciò i difensori di Michele Serra e del suo stile potrebbero insorgere e sostenere che questa critica si basi esclusivamente su un giudizio di qualità, e che dunque si tratti di un argomento non abbastanza forte per sostenere la tesi sul declino della scrittura serriana. A questa obiezione rispondo che c’è molto altro, nella scrittura di Michele Serra, a segnalare il suo scadimento. E non si tratta soltanto d’inflazione dello stile e del testo. Anche la forma denuncia una grave perdita di qualità. Ma di questo si parlerà nella quarta e ultima puntata.

(3. continua)

 

Come sempre, per risarcirvi parzialmente delle brutture che avete letto vi regalo un brano musicale d’alta qualità.

 

Michele Serra, il reazionario soft – 2 Una rotonda sul male e quell’insuperabile differenza fra maschi e femmine

serra-kMEH-UjgxvY3B7HMQIs7-426x240@LaStampa.it

Michele Serra

 

(La precedente puntata è stata pubblicata qui)

Ma cosa mai avranno fatto di male le rotonde a Michele Serra? Potrebbe sembrarvi surreale l’interrogativo con cui inauguro questa seconda puntata, ma per chi ha avuto la malaventura di leggere Ognuno potrebbe (da qui in poi OP, il romanzo più recente dell’ex direttore di Cuore) esso suona familiare. Perché il mutare della viabilità stradale determinato dal moltiplicarsi di rotatorie è uno dei tanti bersagli scelti dal Lamento dell’Amaca, quell’invettiva costante da borborigmo post-prandiale che il nostro alimenta ormai senza posa da circa un ventennio. Tutto cambia, è vero. Tutto scorre, da sempre. Ma il problema è il signor Tutto non ha usato a Michele Serra la cortesia d’avvisarlo, e magari chiedergli se quel moto da uno stato A a uno stato A + 1 gli aggradasse. È una questione di buona creanza, e si fa mica così? E fra i cambiamenti proposti dal signor Tutto c’è, appunto, questo fiorire di rotonde stradali come fossero margherite a primavera. Roba forte, per un’anima che non vorrebbe veder smosso nemmeno un sasso in cortile, e per la quale anche il battito d’ali di una farfalla a Singapore provoca un angolo eterodosso al dondolio dell’amaca. Figurarsi quale turbamento può provocare la trasformazione dal percorso dritto a quello ellittico. Qui stiamo parlando di uno che pianta una lamentazione se scopre che non esiste più la biglietteria presso a stazione ferroviaria di Capalbio (luogo non causale), perciò figuratevi come possa reagire costui se scopre che all’improvviso gli si pari innanzi una rotatoria.

deliperi2

E se ci piazzassimo un’amaca?

 

Ma come, fino a ieri andavo tranquillo addrìtto e ora mi obbligano a girare? Deve esserci un complotto, una congiura della Matrix contro gli umani, cioè contro me medesimo che dell’umanità intera sono rappresentante autorizzato. Sicché una semplice rotatoria stradale si trasforma in segno di minaccia. Una rotonda sul male.

9788807031618_quarta

 

Non soltanto Michele Serra pone questo tema al centro di un estenuante capitolo di OP (non specialmente estenuante, bensì estenuante al pari degli altri), ma addirittura ne ricava la frase da mettere nella quarta di copertina del libro, impressa a pagina 28:

 

Mi sono perso a pochi chilometri da casa, lungo le strade che percorro da una vita.

 

Una frase che dice tutto del mood serriano, l’eterno Lamento dell’Amaca contro il mondo che come un bimbetto riottoso s’ostina a non star fermo. Succede che nella periferia industriale ribattezzata Capannonia, l’Alter Egocentrico letterario di Serra scazzi una rotonda. E a quel punto per qualsiasi essere con almeno un neurone mediamente funzionante, moccoli a parte, il problema si risolva quando arrivi la prima possibilità d’inversione a U. Invece l’Alter Egocentrico di Serra si perde fra i capannoni. E a quel punto, anziché prendersela con la propria insipienza, il protagonista intona una geremiade contro il divenire del mondo intero. Una lagna che tocca l’apice a pagina 28:

 

Le rotonde sono milioni, da queste parti. Produciamo rotonde. Di tutto il resto è come se si fosse perduto l’originale, la madreforma dalla quale le cose scaturiscono in file ordinate, con l’energia di un esercito in marcia. L’esercito delle merci si è fermato. Forse è solo un lungo bivacco, forse qualcuno ha dato il definitivo “rompete le righe”, ancora non è chiaro. Ma le rotonde no, loro continuano a nascere, in misteriosa autonomia. La loro corolla discoidale sboccia ovunque come se quell’unica specie avesse capito come moltiplicarsi mentre intorno disseccano, uno dopo l’altro, tutti gli altri fiori. Le rotonde sono la sola evidente genia vitale in questo sterminato deposito di muri silenziosi, capannoni vuoti, case scure che dietro ogni luce celano stremati calcoli domestici.

 

Ecco, giunto agli “stremati calcoli domestici” lo stremato lettore avrebbe ben donde di lanciare il libro nel cassonetto dell’umido. Ma se prosegue si ritrova propinata quella solfa col mutare degli oggetti: dalle rotonde ai giovani d’oggi, dagli smartphone al tema generale della società dei consumi ormai diventato esso stesso oggetto di consumo senza che Serra se n’avvedesse. E a questo punto mi potrei limitare a citare un paio di soggetti che col Reazionario Soft mostrano insospettabili affinità elettive in materia di rotatorie stradali.

 

 

 

E intanto che agli occhi dell’Alter Egocentrico letterario il mondo diventa un immenso girotondo, ecco che viene espressa la frase paradigmatica d’ogni misantropia, quella che alla perfezione racchiude il fastidio per la mera presenza di entità altre in un mondo che dovrebbe girare soltanto intorno alla propria amaca (pagina 27):

 

Abbastanza traffico, il traffico endemico che scampa a qualunque crisi, tutta gente che pensa dell’altra gente – ombre appena intraviste dietro il parabrezza – chissà dove diavolo sta andando, chissà perché non se ne rimane a casa.

 

Ancora una volta, è dalla lettura di frammenti come questo che si capisce come mai Michele Serra e i suoi scritti siano un servizio pubblico, idea che ho illustrato nella puntata precedente. Anche a me è capitato di manifestare qualche insofferenza verso il moltiplicarsi di rotatorie in ogni dove. Vivendo a Firenze mi ero pure trovato a elaborare una curiosa teoria del complotto secondo cui il moltiplicarsi delle rotatorie nell’area metropolitana fiorentina fosse frutto di una congiura dei pratesi contro i fiorentini ma soprattutto contro i pistoiesi – i quali, come vuole lo stereotipo fabbricato a Prato, sarebbero totalmente ignoranti nella guida dell’automobile. E poi quando mi sono accorto che anche nella provincia emiliana profonda le rotonde stradali s’accumulano che è un piacere, sono arrivato a elaborare che si trattasse di una furbata contro i forestieri, per il solo piacere di farli perdere e chiedere pietosamente aiuto alla popolazione locale. Sciocchezze integrali, ovviamente. Ma che dopo la lettura del capitolo serriano colmo di fastidio per le rotatorie vengono cacciate definitivamente indietro. Voglio mica avere le stesse fisime di Michele Serra, io?

Ma se mi limitassi a questo tema finirei col buttarla in vacca. La questione della rotonda sul male è soltanto una fra le tante che armano la malmostura dell’ex direttore di Cuore. La gamma è lunga, e al suo interno c’è anche il tema dell’insanabile frattura generazionale, trattato soltanto in parte nel corso della puntata scorsa.  In quell’occasione lo scontro era incentrato sui ruoli di padre e figlio. Ma ovvio che esso sia solo parte del tutto, e che il Lamento dell’Amaca intonato dall’anziano Michele si diriga verso “i giovani” indipendentemente da ruoli e appartenenze. Per esempio, una delle variazioni sul tema è quella che porta l’Alter Egocentrico dell’autore a trattare i ragazzi d’oggi come un esercito di babbei consumisti decerebrati e eterodiretti. Una visione elitaria e standardizzante come un tempo sarebbe stata alimentata dai grandi conservatori culturali del primo Novecento: gli Huizinga, gli Ortega y Gasset, i Benn. E per carità, non si provi a rispondere mettendo nel Pantheon serriano gli Adorno, gli Horkheimer, e la Scuola di Francoforte. Perché dietro l’invettiva da questi indirizzata contro la società dell’omologazione determinata dai consumi di massa c’era un’analisi profonda delle strutture sociali. Invece nel pensiero dei conservatori culturali c’era il fastidio verso le masse in quanto tali, la loro dozzinalità che diventava forma di pubblica rappresentazione e spettacolo. E contro chi pensate che si schieri Michele Serra, contro le strutture manipolanti o contro le masse di volenterosi manipolati? Risposta facilissima, e immediatamente rintracciabile nel frammento proposto a pagina 67 di Gli sdraiati (GS), in cui si narra il passaggio dell’Alter Egocentrico da un negozio monomarca:

 

Sono dunque uscito da Polan&Doompy con una domanda incombente. Anzi due o tre. Che probabilità di successo ha la Soluzione Finale in corso d’opera, quella che prevede la trasformazione degli esseri umani in Scemi Totali (e dunque consumatori ideali e sudditi ossequiosi) attraverso il narcisismo di massa? La narcisizzazione dell’umanità ha punti di crisi? È un processo reversibile? Esiste il momento nel quale Patty di Baranzate scende dalla Twingo e dice: “Scusate, andate avanti voi, non so perché ma mi è passata la voglia”?

 images

Insomma, la macchina che ci trasforma tutti in deficienti dissipatori d’esistenza non avrebbe nessuna possibilità di vittoria se non fossimo noi, aspiranti Scemi Totali, a darle un apporto decisivo. Un esercito di Patty di Baranzate inscatolate nelle loro Twingo. I giovani, questi schiavi alla catena di montaggio del consumo compulsivo.

 

Un concetto che era già stato esplicitato nelle pagine iniziali del libro (p. 15), dove il destinatario del Lamento dell’Amaca era il figlio:

 

Tu sei il consumista perfetto. Il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa.

 

Questa stracca invettiva contro il feticismo dei consumi viene replicata, in forma anche più svigorita, in Ognuno potrebbe (OP). A pagina 30 si legge:

 

L’inutilità svela ciò che l’uso febbrile delle cose ci impediva di vedere. Le nostre cose non hanno più neppure l’unico alibi che le giustificava, essere utili. Ora che quasi nessuno le adopera più, finalmente possiamo vederle per ciò che sono.

 

E volevate che l’invettiva non toccasse anche lo slang giovanile, figlio dei consumi culturali in voga durante questo tempo caratterizzato dal gusto on demand? Eccovi servito il frammento ospitato alle pagine 30-1 di GS, in cui si descrive l’impossibile dialogo fra l’Alter Egocentrico narrante di Michele Serra e un’amica del figlio:

 

“C’è la nuova serie di Qualcosa” (Dice un acronimo americano tipo Pi En Iu, o Ai Ti Si, o Uai En Ti.)

Non le chiedo di ripetere, mi accontento di capire che Qualcosa deve piacerle molto perché per compitarne il nome non stacca lo sguardo dal plasma mancando di rispetto, stavolta, non solo a me, ma anche all’entità a due metri alla mia sinistra, leggermente più in alto. Ne deduco che Qualcosa le piace addirittura di più del Premio Anseadonia.

L’epopea del Lamento dell’Amaca rispetta per intero questo schema: le cose osano cambiare e lo fanno persino in modo da rendersi incomprensibili, intanto che l’annacamento procede col ritmo sonnolento di sempre. E di quel cambiamento fa parte tutta la gamma di nuovi comportamenti indotti dall’utilizzo della telefonia cellulare. Che indubbiamente hanno ristrutturato le nostre pratiche quotidiane, e altrettanto certamente le hanno in parte peggiorate. Ma al tempo stesso hanno spalancato un orizzonte di possibilità che prima della telefonia cellulare e degli smartphone non avremmo mai immaginato. Tutto quanto esattamente in linea con ogni innovazione tecnologica che penetri in modo capillare nella nostra vita quotidiana. Invece Michele Serra vede la cosa a modo suo, e tratteggia a tinte grottesche il modo in cui ciascun utente di telefonia multimediale diventi una monade. E da quelle descrizioni traspare l’aristocratico disprezzo verso l’ennesima espressione d’omologazione. Eccone una, presa da pagina 25 di OP:

 

Fuori, sul largo marciapiede davanti al pronto soccorso, il fumo di sigaretta si mescola a voci umane destinate, tutte, non al vicino di capannello, ma al cielo che le trasporta via egòfono, a destinazioni remote. (Passano i digitambuli, nel vasto mondo attorno, a migliaia, a milioni, assorti nei loro rettangolini di luce fredda, così fredda che neppure gli si riverbera sul viso. Lo sguardo rivolto in basso rende la loro fronte piana; le palpebre a mezz’asta fanno schermo alle pupille, nascondendo anche il colore degli occhi. Sono volti inabissati, volti che hanno abbandonato il volto. Hanno tutti qualcosa di sospeso: uno star dicendo, uno star facendo che deve avere avuto un inizio e certamente avrà una fine, ma non adesso. Adesso tutto è solo e sempre in corso, e soprattutto non è qui che è in corso. Attraversano questi posti e queste giornate come se non li riguardassero. Passano soltanto.)

 morte-della-conversazione-150504155233_big

Il tema degli “strani comportamenti” indotti dall’utilizzo degli smartphone è uno fra quelli ricorrenti, e attorno a esso Serra accende persino spossanti analisi linguistiche la cui illustrazione verrà fatta nella prossima puntata. Non posso certo infliggervi troppe brutture in una sola volta. Preferisco mettere a fuoco un altro tema che perfettamente illustra l’irriducibile conservatorismo insito nella visione serriana del mondo: il rapporto fra universo maschile e femminile, unito all’insieme delle idee stereotipe sul corretto modo di essere uomini e donne in società. È qui che emerge in tutto il suo nitore come Michele Serra sia nostalgicamente sdraiato sugli anni Cinquanta. Dell’Ottocento. In questo senso risulta è una lettura istruttiva come poche altre quella del passaggio piazzato a cavallo delle pagine 11-2 di GS, in cui si parla della mancanza di polso mostrata dall’Alter Egocentrico nella gestione dei rapporti col figlio. Rispetto a tale frammento va fatta una premessa: per tutto quel “romanzo” (stento a chiamarlo tale, visto che in quelle pagine d’intreccio e accadimenti ce n’è pressoché zero) non si parla d’altro che del rapporto fra un padre e un figlio, ma non vi è praticamente traccia di una madre. Non si sa chi sia né dove si trovi la genitrice, e a cosa si debba questa situazione per cui la famiglia di cui si parla in GS sia composta da figlio unico e unico genitore. Una vedovanza? Un divorzio? O forse è solo che la moglie-madre ha deciso d’andare a piantare un’amaca nell’emisfero opposto del globo, pur di non interagire più con quelle due teste di minchia fatte e finite che il destino le ha messo sulla strada come componenti maschili della sua famiglia? Non si sa, né vi è indizio alcuno che aiuti a costruire una risposta. E non si tratta certo di un dettaglio irrilevante, perché avrebbe aiutato a farsi un’idea sui motivi per cui il rapporto tra padre e figlio si sia strutturato in questo modo, caratterizzato da incomunicabilità e bassissimo grado d’autorità paterna. Evidentemente a Michele Serra tale dettaglio deve essere parso irrilevante nella costruzione della storia. E questo permette di leggere molte cose in filigrana. Comunque sia, nel frammento delle pagine 11-2 si legge lo sconforto di un padre che non ha saputo essere all’altezza del proprio ruolo. E questo sconforto viene espresso con un argomento che prefigura una visione delle differenze fra padre e madre, e fra uomo e donna, che rimanda appunto agli anni Cinquanta dell’Ottocento:

 

Una fragilità materna, non preventivata, rammollisce il mio aplomb virile. Mi rendo conto di sommare le due debolezze: la smania protettiva della Madre, le pretese di rettitudine del Padre. Mi vedo soccorrerti e contemporaneamente sgridarti, caricatura schizofrenica dell’autorità.

 

Mettiamo in ordine quello che dice Serra. 1) La fragilità è propria del ruolo di madre, e dunque ne consegue che il ruolo di madre è fragile per natura e si associa a comportamenti di mollezza e desistenza. 2) Al padre tocca invece essere virile, ma con aplomb, senza mai perdere l’autocontrollo. Dal che si ricava, per simmetria, che fra i difetti dell’essere moglie e madre c’è anche la mancanza d’autocontrollo, una certa propensione a non governare emotività e sentimenti. 3) La madre mostra tendenza verso le “smanie protettive”, mentre il padre accampa “pretese di rettitudine”. Ergo, sono le mamme a rammollire i figli, ché se invece tutto dipendesse soltanto dai padri e dalla loro rettitudine avremmo un esercito di figli (maschi) fieri e responsabili.

 

 

4) Ma, in ultima analisi, cosa provoca la perdita dell’aplomb virile di un padre? Ovvio: un contagio di “fragilità materna”. Come un virus fuggito dal recinto delle debolezze femminili e materne per andare a corrompere l’inflessibilità tutta paterna e mascolina. E guai a lasciarsi sfiorare dal dubbio che il padre – qualunque padre – possa essere un bel coglione di suo, nossignori. Le mollezze maschili non hanno nulla d’intrinseco, essendo soltanto effetto della femminilizzazione dell’uomo. E in questo, vi assicuro, non vi è alcun tratto di misoginia in Michele Serra. È solo che la vede così, per lui l’uomo è uomo e si porta dietro il fardello della virilità così come per Rudyard Kipling l’uomo bianco si portava in giro per il mondo quello di civilizzare le popolazioni primitive.

Rudyard Kipling

Rudyard Kipling

 

Gravose responsabilità di cui le categorie che ne vengono fatte destinatarie devono essere all’altezza. Ma detto ciò, non vi è alcun atteggiamento aggressivo verso l’universo femminile nei due ultimi libri di Michele Serra. Anzi, qua e là emerge quella che per l’autore sarebbe sincera ammirazione. Soprattutto verso quel modo delle donne di qualsiasi età d’essere così tanto più composte e disciplinate rispetto ai maschi della loro coorte. Come potrete capire è sempre un ragionamento da anni Cinquanta dell’Ottocento, ma non penso si possa pretendere di più dall’omino che sull’amaca s’annàca. Questo atteggiamento così magnanimo e accondiscendente è rintracciabile in una lunga sequenza di OP che riporto in due frammenti. La scena descritta è quella di una festa per ragazzi, che si tiene nel locale gestito dalla fidanzata dell’Alter Egocentrico insieme alla madre e a un’impiegata. Tutto il primo frammento (pagine 127-8) è dedicato ai giovani maschi che partecipano alla serata, e lì ancora una volta emerge l’atteggiamento di diffidenza intergenerazionale che per Serra è davvero una tara ineludibile:

 

C’è una festa di studenti, questa sera ai Tre Pini. Cerco di aiutare Agnese e le altre donne a governare il baccanale. Quando servo i tavoli un paio di ragazzini mi danno del lei, non mi dispiace affatto, ristabilisce una distanza e sento di averne bisogno. È una somma di distanze che avremmo tutti bisogno, dalle nostre parti, per ritrovare l’orientamento. Un distanza per volta, piano piano, e chissà che non si riescano a riprendere le misure al mondo. Il diciottenne che dà del lei al trentaseienne mi sembra un’eccellente unità di misura: sta parlando al doppio esatto dei suoi anni.

Non sono, i ragazzini, più tatuati e rapati dei miei coetanei. Anzi, forse leggermente meno. Le mode hanno questo di buono, che invecchiano e poco a poco si levano di torno, almeno loro. Magari, piuttosto, rispetto a quando il ragazzino ero io, questi qua hanno qualche porcheria in più nello stomaco, pasticche che rendono pimpanti o beveroni che rendono allegri, ma nella visione d’insieme l’effetto di questa baldoria di ragazzi è piuttosto tradizionale, immaginabile nei secoli a ritroso senza troppe variazioni; è l’effetto insieme euforico e disperato di giovani coscritti in partenza per qualche guerra che fanno di tutto per divertirsi il più possibile, prima di affrontare la morte. Però non c’è nessuna guerra, nessuna morte li attende se non implausibile e accidentale, e così il costante sovrattono, slegato da qualunque evento, qualunque causa, qualunque incombenza, senza un prima né un dopo che spieghi la frenesia e il baccano. Se non – volendo – i diciott’anni, che sono di per sé una ragione di frenesia e baccano.

 

Esaurita la valutazione sul chiassoso essere diciottenni per come lo percepisce un lamentoso trentaseienne, ecco che si passa alla parte femminile della combriccola. E qui parte l’elogio tutto maschile per l’innata compostezza femminile, per quell’autodisciplina cromosomica che fa intravedere un esercito di potenziali madri di famiglia mentre intorno a loro i coetanei maschi stentano a governare le ondate di testosterone (pagina 128):

 

Per ogni maschio che sbraca sul proscenio c’è una ragazza, in secondo piano, che pensa quieta alle sue faccende. Capisco, guardando la scena, perché mi capita così spesso di preferire le femmine (…) e di sentirmi più a mio agio quando sono insieme a loro: la loro circospezione mi rassicura, è come se fossero in attesa di qualcosa, come se volessero conservare energia per quando sarà il momento, mentre il rumoroso scialo di sé che fanno i maschi mi appare, ogni giorno che passa, come la prova provata che hanno perduto qualunque fede nel tempo, nel suo ritmo e nelle sue promesse. Poveri maschi.

 

 E già, poveri maschi: specie se valutati in comparazione con le coetanee femmine, e a partire dallo sguardo di un progressista degli anni Cinquanta dell’Ottocento. Non ci può essere partita. La donna trionfa sempre, angelo del focolare. E adesso potete pure abbandonare il bianco e nero per tornare alla contemporaneità.

(2. continua)

 

 

E anche stavolta vi regalo un bel brano musicale per ristorarvi l’anima dopo tutto ciò che avete letto.