Ricacciate Alessandro Bonan nella sua comfort zone – 1 Il rigore più squallido del mondo

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Alessandro Bonan

La giusta parte è il cassonetto dell’indifferenziato. Non altro si può dire dopo aver letto il secondo “cosiddetto romanzo” firmato da Alessandro Bonan. Il cui titolo è, appunto, “La giusta parte”. E che se mai esistesse un Ufficio Ecologia Editoriale sarebbe stato strozzato in culla. Invece l’opera ha trovato un editore (La Nave di Teseo) e una collocazione in libreria. E poiché il crimine è stato consumato, allo stroncatore non rimane che fare il suo sporco lavoro. Tanto più sporco quando il bersaglio è così facile e invece vi sarebbero bersagli molto più stimolanti sui quali esercitare l’ars stroncandi. Ma la stroncatura è arte equa e democratica. Colpisce anche i poverissimi di talento e i baciati dal rospo dell’improvvidezza. Sicché il dovere d’ufficio chiama, perciò bisogna andar. Cominciando col dire le cose come stanno, con franchezza pedagogica verso l’autore affinché sia dissuaso dal riprovarci. E tale franchezza induce a dire che trattasi di libro illeggibile. Un giudizio per la cui espressione serve nemmeno arrivare in (e toccare il) fondo.
Di più: non è necessario giungere a metà percorso. Basta l’incipit, che come sempre è spietato metro di valutazione. Lo dissi in altra occasione, quando toccò dirigere l’ars stroncandi verso bersagli di ben altro spessore rispetto al tenerissimo Bonan: l’incipit ci dice tutto del libro. Ci fa capire in un istante se si tratti di un libro che lascerà un segno in positivo, o se sia un testo comunque degno d’essere letto, o se infine quel manufatto vada a ingrossare il mare magnun del percolato editoriale che ci assedia. Ebbene, l’incipit scritto da Alessandro Bonan dare l’abbrivio a La giusta parte è di quelli che giustificherebbero il lavoro quotidiano di Guy Montag, se soltanto esso fosse selettivo anziché indiscriminato.

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Guy Montag nella versione cinematografica di “Fahrenheit 451” diretta da François Truffaut

Il rigore più squallido del mondo – Ma prima di affondare le mani nella melma bisogna dare qualche informazione supplementare su un libro di cui caldamente si consiglia la non lettura. Si tratta di una storia a tema calcistico, consumata lungo un asse temporale molto breve, intorno a un calcio di rigore assegnato all’ultimo minuto dell’ultima partita di campionato decisiva per la salvezza. Tutto molto banale, sia per la situazione da climax emotivo che s’intende creare, sia per il riferimento a almeno due precedenti d’altissimo livello in letteratura mondiale: Il rigore più lungo del mondo di Osvaldo Soriano e Prima del calcio di rigore di Peter Handke. Cioè: da una parte, uno degli autori più venerati nella storia della letteratura a tema calcistico; e dall’altra, addirittura, un Premio Nobel per la Letteratura. “Mica cazzabubbole!” direbbe Osho, il Padre dei Vishi.

Ma tutto ciò premesso, veniamo infine all’incipit di cui si è detto. Eccolo:
Il calcio di rigore è un momento estremo nel quale l’arbitro si gioca una reputazione che varia a seconda del contesto.
Signore e signori, facciate tesoro di questo frammento. Imparatelo a memoria, pronunciatelo un paio di volte al dì, trasmettetelo a almeno tre persone facendo loro assumere l’impegno che lo trasmettano a tre persone ciascuna. Magari associatelo pure a un motivo musicale, come farebbe lo stesso Bonan che con notevole senso della misura si crede artista totale e perciò si cimenta pure da cantante.

Come avrete potuto udire, la qualità delle performance da cantante è identica a quella delle performance da scrittore: desolante. In particolare vanno rilevate due caratteristiche: i testi che sembrano scritti dagli autori dei Teletubbies e la voce che opportunamente viene tenuta bassissima nel contesto della sonorità. E va’ a sapere se ascoltando al contrario quei brani si riesca a trovare una risposta alle gesta delle Bestie di Satana o un senso compiuto ai commenti tecnici di Daniele Adani.
Ma al di là di tali facezie, insisto sulla necessità di scolpire nella memoria l’incipit del cosiddetto romanzo. Perché esso è didattico. Dovrebbe essere insegnato nelle scuole di anti-scrittura (che poi sarebbero le sole scuole credibili di scrittura creativa) come esempio perfetto di IdM: Incipit di Merda. Da farci presentazioni in Power Point, caratteri bianchi su sfondo marrone, col la penna-laser che segna traiettorie imbizzarrite e la voce del docente che declama: “Ragazzi, così non si fa. MAI”.
E dunque sezioniamolo, questo IdM. Partiamo da “Il calcio di rigore è un momento estremo”. Ecco, se si fosse fermato qui avrebbe fatto il suo. Perché salvo eccezioni, che pochissimi possono permettersi (e Bonan non sarà mai fra costoro), l’incipit deve essere secco. Una frase d’immediata evocazione o, come nel caso in questione, un’asserzione. Mi sono espresso sul tema al tempo in cui stroncai per la prima volta gli orridi libri di Nicola Lagioia e quanto scrissi allora rimane valido nei miei parametri di giudizio. Che fra l’altro prevedono la messa al bando delle virgole dall’incipit. Che dovrebbe sempre rispettare una regola: più o meno dieci parole e il punto. Nel caso di un incipit come “Il calcio di rigore è un momento estremo”, il parametro dell’immediatezza sarebbe rispettato in termini formali. Certo, se poi si guarda al messaggio in termini di contenuti e d’impatto, allora il discorso cambia. Perché la frase è d’annichilente banalità. Da richiamare un tripudio di “sticazzi!”.

Ma purtroppo Bonan mostra il difetto che è inequivocabile spia di una scrittura creativa improvvisata: la voglia di strafare, di fabbricare ampolle nell’illusione che ciò sia indice di talento e qualità. Sicché aggiunge acqua a una minestra già sciocca in partenza.
Il primo misurino si ha con l’inserimento della figura arbitrale nella formulazione della frase:
Il calcio di rigore è un momento estremo nel quale l’arbitro si gioca una reputazione (…)”.
Ma perché? E cosa diamine c’entra? E certo si può raccogliere l’obiezione di chi, come me, si sia inflitto la lettura del cosiddetto romanzo: il primo capitoletto del libro è dedicato proprio all’arbitro e è incentrato sulla decisione di concedere un calcio di rigore, dagli effetti potenzialmente determinanti, all’ultimo minuto di una gara decisiva giocata all’ultima giornata di campionato. Ma cionondimeno, perché ridurre la solennità del momento alla figura dell’arbitro? E perché concentrarsi sulla sua reputazione? Il calcio di rigore è un momento topico per diversi soggetti, mica soltanto per il direttore di gara. E ciascuno di tali soggetti si gioca la propria reputazione: da chi ha commesso il fallo e avrebbe dovuto dimostrare più accortezza, a chi lo ha subìto e forse ha simulato o accentuato l’impatto; da chi dovrà calciarlo e per questo dovrà assumersi una responsabilità enorme, a chi dovrà provare a pararlo. Ma al di là di tutte queste considerazioni rimane l’elemento cruciale, relativo all’incipit che parte presentabile ma immediatamente imbocca la china dell’IdM.
E non è ancora tutto. Perché Alessandro Bonan non si accontenta del misurino d’acqua. Ci rovescia dentro il mastello della risciacquatura di piatti. Perché a quel punto piazza un tratto finale del periodo che è puro suono di unghie d’orso polare su lavagna vergine:
Il calcio di rigore è un momento estremo nel quale l’arbitro si gioca una reputazione che varia a seconda del contesto?
MA COME SI PUÒ???!!! MA COME SI FA???!!!
Bonan ha scritto l’incipit più orrendo di sempre. Guy Montag avrebbe risparmiato i volumi, che in condizioni di ristrettezze possono sempre servire a quello che un tempo era l’uso secondario dei fogli di giornale, e punterebbe il lanciafiamme sull’autore. Perché non è proprio possibile usare in un romanzo – e per di più in un incipit – una formula da mediocre assistente universitario di scienze sociali. Di quelli che, anche in questo caso, credono che le formule fumose servano a impressionare l’uditorio oltreché nascondere l’acerba scienza personale. E allora ecco sciorinare una sequela di “in ultima analisi” (scimmiottare il vecchio Karl Marx può funzionare a meraviglia con le matricole), “secondo consolidata dottrina” (ho letto quattro libri in croce e se me ne chiedete un quinto sbotto in un pianto isterico) e appunto “una regola generale che però risulta empiricamente valida a seconda del contesto e delle circostanze”. Quest’ultima può essere etichettata con l’acronimo SSA: Suprema Supercazzola Accademica. E può essere di giustificabile uso per il neo-laureato che affronta per la prima volta l’esperienza del seminario universitario dall’altra parte della barricata rispetto agli ex colleghi. Ma in un romanzo, cazzarola! Davvero M.me Sgarbi Elisabetta autorizza la produzione di ‘si sciatte cacatine?
Un perbenista Anni Settanta – A questo punto, pur dandomi ragione a proposito dell’IdM (che più di M non si può), vi starete chiedendo se per caso io non stia esagerando. Perché si potrebbe anche sbagliare l’incipit, ma poi c’è tutto un romanzo che segue. E magari da lì in poi l’autore trova il modo per riscattarsi. Come avrebbe detto il grande filosofo Gigi Garzya (ex terzino di Lecce, Roma, Bari e Torino) “sono completamente d’accordo a metà”. Nel senso che per l’incipit vale più o neo quanto detto da Nanni Moretti in Palombella rossa: “Chi parla male pensa male”. E allo stesso modo un incipit di merda apre la via verso un libro di merda.


Ma sono disposto a accogliere l’argomento di chi ipotizza che dopo quell’IdM il libro possa avere almeno un guizzo. Lo accolgo per fiammarlo immediatamente, scippando l’arma dalle braccia di Guy Montag. Perché la parte restante del libro è costellata di frammenti desolanti, come quelli ospitati a pagina 12. Lì prende la parola uno dei due protagonisti, il Pesse, quello che tira il rigore più squallido del mondo (l’altro è il Griffanti, il portiere chiamato a opporsi al tiro dal dischetto). E racconta della sua relazione con la moglie del macellaio, soprannominata “la cicciaia”. In un passaggio si racconta di quando i due si concedono una fuga clandestina in Costa Azzurra. E il loro viaggio viene descritto così:
Dei pazzi veri, con la macchina scoperta proprio quando non era caldissimo. Lei col foulard, occhialoni scuri e un giubbotto di pelliccia. Io con un berretto da aviatore, Ray-Ban e giacca di pelle imbottita.
Un’immaginetta da mediocre spot pubblicitario che fa il verso a Voglia di tenerezza, con Jack Nicholson che sgomma e Shirley MacLaine che vede volare la parrucca sull’asfalto. Ma il frammento più desolante di questa descrizione della storia con la cicciaia si ha poco dopo:
La Cicciaia è simpatica, ma una vera pervertita. Voleva trombare con una foto del marito sul comodino, diceva che la eccitava.
Non sembra una scena commediola sexy Anni Settanta? Di quelle interpretate da Renzo Montagnani, Mario Carotenuto e la starletta di turno che poteva essere Edwige Fenech, o Nadia Cassini, o Barbara Bouchet. Dentro quelle sceneggiature ci trovereste benissimo la moglie del macellaio che vuol trombare con l’amante tenendo sul comodino la foto della moglie. Si accetta scommesse sull’accento romagnolo.
Ma la cosa ancor più anni Settanta è l’uso di quell’aggettivo: pervertita. Da quale macchina del tempo salta fuori? È totalmente sconnesso, avulso almeno due volte. Innanzitutto perché l’aggettivo esatto avrebbe dovuto essere perversa, il termine corretto per indicare fantasie e comportamenti sessuali che sublimano le depravazioni e i vizi più spinti per legittimarli nel gioco erotico, a patto di incontrare il consenso del partner. Ecco, la cicciaia che tromba con l’amante sotto lo sguardo del marito in foto è perversa. E la perversione ha le sue sfumature di fascino. Invece pervertita è altra cosa. È l’aggettivo che ancora negli anni Ottanta veniva usato nei confronti, per esempio, dei soggetti portatori di quelli che oggi chiamiamo orientamenti sessualmente diversi. Si trattava di un etichettamento tanto sprezzante quanto intriso di un perbenismo piccolo-borghese. Non mi capitava d’imbattermi in questo aggettivo da almeno un quarto di secolo. E guarda un po’ quali pessime rimembranze vengono suscitate dai pessimi libri.
La comfort zone di Sky Sport – La stroncatura di La giusta parte non si conclude qui. C’è ancora un bel po’ da raccontare di quel libro. Spererei di cavarmela con una sola altra puntata, anche perché una terza sarebbe davvero di troppo. E intanto affido questa chiusura di prima puntata a un auspicio: che qualcuno faccia il bene di Bonan. Che lo convinca a riporre ambizioni letterarie assolutamente fuori dalla sua portata e lo riconduca nella sua comfort zone. Che è Sky Sport, un luogo ci si mette un attimo a sentirsi più intelligenti di qualcuno. E in questo senso Bonan rientra persino in una categoria iper-protetta, dato che i suoi partner abituali sono Gianluca Di Marzio e Faina. Il peggio che gli possa capitare è misurarsi con un onesto cronista come Marco Bucciantini, che visto il livello della compagnia di giro in onda la domenica pomeriggio pare Leibniz. Durante una puntata che precedeva le feste di fine anno sentii i due civettare a margine di un collegamento post-partita col difensore romanista Gianluca Mancini. Che è di Pontedera. E per questo Bonan, da luogocomunista incallito, interpellava Bucciantini sul tema della Piaggio. Con un tono che sapeva tanto di “Eh, la Piaggio…”. Cicisbeismo al cubo.
(1. continua)

Come sempre, dopo avervi inflitto cotante brutture letterarie, vi do ristoro con dell’ottima musica.

Sex and Scurati, parte 1 – Golgota profonda: ovvero, la fellatio e il barracuda.

 

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Antonio Scurati

Questo articolo venne pubblicato nel 2014 dal sito Satisfiction, e nelle intenzioni avrebbe dovuto inaugurare una serie di articoli su Antonio Scurati. Poi le cose cambiarono in corso d’opera, perché venne fuori la storia dell’autoplagio compiuto dallo stesso Scurati nelle pagine del romanzo allora finalista per il Premio Strega (“Il padre infedele”). Si trattò di un autoplagio smascherato proprio da me e denunciato, ancora una volta, tramite Satisfiction. L’articolo su quell’autoplagio verrà recuperato nei prossimi giorni, e unitamente a quello che pubblico adesso farà da premessa alla stroncatura di “M – Il figlio del secolo”. Resta che l’articolo riproposto oggi sia rimasto il solo di una serie interrotta. Ma prima o poi la riprenderò. Buona lettura.

 

Leggere Scurati non è soltanto leggerlo. È un’esperienza che va oltre perché origina un esercizio d’abdicazione. Facendolo si decide di mettere in stand by gli ormoni, come si farebbe pigiando il tasto pause del decoder digitale. Se tutto va bene, per farsi riacchiappare dalla voglia d’una sana copula se ne riparla fra una mezz’annata. E certo, magari la prima volta uno non lo sa. E l’effetto è il frutto d’un agguato, dopo il quale ci si ritrova temporaneamente scaraventati dentro un periodo di quarantena sessuale: ogni fantasia erotica fugge terrorizzata. Ma già dalla seconda volta il lettore è al corrente del fatto che la conseguenza di quelle pagine vergate col piombo fuso, e di quelle parole cavate con fatica come schegge da una falesia, sarà di veder desertificare la libido per sei mesi buoni (stima per difetto). Dunque egli compie una scelta consapevole e per i motivi che ritiene. E non c’è rimedio che tenga. Né pozioni magiche né afrodisiaci. Persino il Viagra s’arrende, generando sì e no l’effetto d’una pallina Zigulì. Dico di più: una paginetta di Scurati letta nel bel mezzo d’una terapia di gruppo contro la sex addiction è uno strumento infallibile. Trasformerebbe Rocco Siffredi in un Padre Amorth scatenato nella caccia ai Demoni dell’Eros.

 

 

Chi ha letto Scurati sa tutto questo. E io purtroppo l’ho letto e riletto. Per cui vi prego di risparmiare ogni commento su quella tundra che è diventata la mia sfera libidica. Piuttosto seguitemi in questo percorso a tema intitolato Sex and Scurati, scandito in più tappe. La prima è dedicata alla fellatio. Che di norma è la più sopraffina delle arti erotiche, ma che nelle pagine scuratesche si converte in un Breviario di Castrazione. Dopo aver letto anche una sola sequenza fellatoria descritta in quei libri, ogni maschio eterosessuale medio avrà l’incubo di vedersi spalancare, alla prossima occasione, una bocca di barracuda davanti alle inermi pudenda. Roba che fa deviare il concetto di passione dall’accezione godereccia a quella flagellatoria. Golgota Profonda.

 

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Enjoy my mouth, baby…

 

Il primo e devastante esempio di ciò si ha già con Il sopravvissuto. La lunga sequenza che occupa le pagine 210-1 è esiziale. A prendere la parola è il protagonista, un docente di scuola media superiore che così descrive le sue tristi attività sessuali condotte con una collega:

Da un anno a questa parte non me la scopo nemmeno più. Lascio che sia lei, volontaristicamente, a gingillarsi con il mio pene riluttante. Lo massaggia, lo carezza, lo bacia, lo inghiotte, lo spegne con la sua persona e lo riaccende grazie alla impersonale appartenenza alla specie comune. Un legame animale ogni giorno più lasco, più molle come il mio pene nella sua bocca. Anche ieri è andata così. Mi ha strappato un’erezione crepuscolare, un’eiaculazione acquosa. Il mio membro si è davvero inturgidito soltanto in un sussulto terminale, nel tremito precedente l’orgasmo,come il moribondo che s’irrigidisce un’ultima volta prima del trapasso, quando l’illusione di una residua scossa di vita elettrica gli indurisce le membra defunte. Il proverbiale “miglioramento” che precede la morte. (…) Avevo impresso nella mente il volto di Manuela insozzato da un rivolo di sperma acquoso, schizzato sulla sua pelle invecchiata dal mio pene svogliato, l’immagine stessa dell’irrimediabile dissidio tra due esseri umani congiunti nell’atto sessuale, eppure le mie parole davano ai ragazzi l’idea dell’amore come fenomeno globale, realizzazione di una sintesi tra anima e corpo, tra spirito e istinto, tra sentimento e sensualità, l’amore grazie al quale il due diventa l’uno, unità assoluta degli individui, dei sessi, di natura e cultura, di finito e infinito. (…) Avevo nel cuore il pompino fattomi da Manuela, che valeva per me come impenitente professione di ateismo, eppure ho dato ai ragazzi l parole di Friedrich Schlegel, l’invasato di Dio: “Nell’anima degli amanti deve esservi la divinità, che essi nel loro amplesso realmente sentono di stringere fra le loro braccia che poi sempre invocano.

Pura quaresima sessuale. Notare quel “pompino fattomi”, con uso di forma verbale da mattinale dei carabinieri buona a maramaldeggiare sulla vostra libido già morente.

 

 

E ci sarebbe da sperare che finisca qui. E invece è solo l’inizio di una serie. Che procede con trovate splatter come quella della prostituta sdentata nella Milano delle Cinque Giornate, personaggio del romanzo “Una storia romantica”. E ovviamente quell’assenza d’incisivi è un esplicito messaggio antifellatorio. Cotanto spettacolo è descritto a pagina 80 di Una storia romantica.

La puttana si chiamava Berta, era rossa di capelli e tenerissima di gambe e di seno, molle della mollezza dei corpi abrasi. Poteva avere a stento diciott’anni, anche se aveva vissuto a lungo: era già patinata di vecchiaia. Era bella, ma di una bellezza che portava in sé una tara fatale. Berta aveva infatti tutti gli attributi della grazie celtica: capelli rossi, efelidi sul naso, incarnato diafano, ma, sopra ogni altra cosa, aveva due denti mancanti, i due incisivi superiori. Nella sua bocca, i denti interrompevano il loro regolare semicerchio giusto sotto la protuberanza del naso.

Se non fosse stato per quel vuoto strappato, Berta avrebbe senz’altro potuto servire nei bordelli di lusso di via San Giovanni sul Muro, ma quelle voragini ne inghiottivano tutta l’avvenenza.

E su quell’avvenenza inghiottita potrebbero essere scritti interi trattati di psicopatologia sessuale. Ma andiamo oltre e spostiamoci alla pagina 159 di Il bambino che sognava la fine del mondo. Lì il protagonista, aggirandosi nottetempo per le strade di Bergamo, s’imbatte nella scena che segue:

Non appena ebbi attraversato largo Cinque Vie, giusto oltre l’imbocco di via san Bernardino, assistetti a una fellatio. L’atto di sesso orale si accampava davanti ai miei occhi – e a quelli di una telecamera installata per scoraggiare la prostituzione di strada – all’angolo di una strada cittadina, in una zona semicentrale, su una via maestra illuminata dalle vetrine di un bar.

Ancora una volta, come sopra nel caso dell’avvenenza inghiottita, la scelta delle parole è freudiana. Perché parlare di una fellatio che viene praticata all’imbocco di una strada (per di più un largo) significa essere in preda a turbe inguaribili. Saltiamo al romanzo successivo, La seconda mezzanotte. Lì, a pagina 173, c’è un’ulteriore variante ammazza-libido: la fellatio con vomito:

Pochi colpi e Aiace si toglie. La donna crolla. Il maschio le cerca la bocca, la invade. Resta lì, senza movimento alcuno, la faccia di lei conficcata negli inguini. Poi il seme si mischia al vomito.

 

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E infine si giunge all’ultima opera, Il padre infedele. Qui a pagina 88 viene riproposta la trovata sperimentata in Il bambino che sognava la fine del mondo: il pompino per strada. La sequenza è lunghissima, per cui mi limito a riportarvene il primo capoverso:

La nuca batte leggera contro l’assito di legno marcito. Nulla di grave, non c’è ematoma o escoriazione, niente sangue o travasi sierosi. Soltanto, a impregnare i riccioli biondi sfiammati da colpi di sole, mèche bicolore e tinture a ossidazione per una colorazione permanente, un impercettibile pulviscolo di legno segato dalla lenta, costante, metodica lavorazione dei corpi in amore. Nulla di grave eppure la nuca batte, un colpo dopo l’altro soffocato dalla capigliatura abbondante, sospinta all’indietro dalla carne sessuale protrusa nella bocca aperta e però chiusa, morbida, accogliente e al tempo stesso serrata, mascellare.

Ogni lettore maschio medio, leggendo che quella roba laggiù di cui va più o meno orgoglioso è soltanto “carne sessuale protrusa”, avvertirà una ferita insanabile all’orgoglio mascolino. Ma purtroppo per lui il viaggio dentro quell’incubo targato Sex and Scurati è soltanto alla prima stazione.

 

Come al solito, per farvi riprendere da tante brutture, vi regalo uno splendido brano musicale.

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop (3a e ultima puntata)

Con questo articolo si conclude la stroncatura in tre puntate di “La ferocia” di Nicola Lagioia, pubblicata da Satisfiction tra ottobre e novembre 2014. Le precedenti puntate sono leggibili qui e qui.

 

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Nicola Lagioia in dress code “Cassamortaro Dandy”

 

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L’italiano è una lingua bellissima. Opinione di Nicola Lagioia, espressa nel corso di un’intervista televisiva dedicata al suo ultimo, ferocissimo libro. Me ne ha girato il link l’amico scrittore Marco Ciriello, uno che quando ci si mette sa essere persino più carogna di me. Intervista banalotta, ma non è per giudicarla che la richiamo. Se la menziono è per sottolineare la frase sulla suprema qualità dell’italiano. Sarà un’opinione che corrisponde al vero o no? Non saprei. E non credo nemmeno che una lingua nazionale debba essere bellissima, come non mi frega più di tanto che sia bellissima una costituzione. Per me conta che funzionino l’una e l’altra, e soprattutto che chi le usi ci metta la cura dovuta. In questo senso, il nostro Nicolino contribuisce o no al buon funzionamento della bellissima lingua italiana?

Ahimè, qui il dossier è imbarazzante. Sia perché Lagioia, come visto nelle due puntate precedenti, intraprende una personalissima via alla Grande Bellezza della lingua italiana fatta di ampollosità e labirintismi verbali. Ma soprattutto perché la lingua usata da Lagioia è tutt’altro che irreprensibile da un punto di vista formale. E purtroppo per lui non si tratta di un’esclusiva di “La ferocia”. Anche i romanzi precedenti mostrano magagne imbarazzanti. E una di queste ha addirittura il pregio d’accomunare “La ferocia” al romanzo che l’ha preceduta, “Riportando tutto a casa”. C’è in ballo un bizzarro uso della preposizione “tra” con significato temporale, in una frase che si svolge nel passato e deve dare l’idea della posteriorità. Si legge a pagina 48 di “La ferocia”:

Non c’erano motivi pratici perché Alberto fosse già lì. Gli operai sarebbero arrivati tra due ore.

È tutto a posto? Non direi, ma prima ancora di svelare dove stia il problema richiamo il frammento analogo contenuto a pagina 91 di “Riportando tutto a casa”:

(…) ero a Bari da più di una settimana, sarei dovuto ripartire tra meno di due ore.

Per Lagioia c’è sempre un “tra due ore”, dunque. E non sarebbe un problema, se non fosse per la temporalità usata. Al mio orecchio quel “tra”, utilizzato per indicare un’idea di posteriorità collocata in una frase al passato, ha avuto subito l’effetto delle unghie passate sulla lavagna. Corretto il suo uso? Secondo me no. La preposizione “tra”, con significato temporale andrebbe usata soltanto in una frase che descrive il tempo presente e si proietta nel futuro: “Sono a Bari da più di una settimana e ripartirò tra meno di due ore”, o “Non ci sono motivi pratici perché Alberto sia già lì. Gli operai arriveranno tra due ore”. Non altrettanto si può fare nel caso di una frase che descrive un’azione del passato e si proietta verso la posteriorità: ossia verso qualcosa che “in quel momento del passato cui ci si riferisce” deve ancora accadere. Osservando un minimo di rispetto per la “lingua bellissima” sarebbe stato corretto usare formule come “dopo due ore”, o “di lì a due ore”, o “entro due ore”. Ho sottoposto questa mia opinione al vaglio di alcuni italianisti, che non menziono perché non è corretto tirarli dentro dispute non ingaggiate da loro, e il loro giudizio mi ha confortato. E a ulteriore sostegno è giunto un parere via mail richiesto dall’amico scrittore Gianpaolo Ferrara all’Accademia della Crusca. Questa è la risposta: “(…) con la preposizione “TRA” ci si aspetterebbe un presente indicativo; ma, come dovrebbe essere ormai chiaro anche dalle riposte agli altri suoi dubbi, la scrittura letteraria può permettersi alcune slabbrature della norma per questioni di stile”.

Se ne ricava quanto segue. Primo: questo uso del “tra” determina una “slabbratura” della lingua bellissima. Trattasi di peccato veniale o mortale? Ancora una volta lascio alla sensibilità di ciascuno la risposta. Mi limito a dire due cose: a) se l’Accademia della Crusca mi mandasse a dire che un mio scritto contiene “una slabbrattura della lingua italiana”, mi sentirei una fetenzìa; b) quando un autore rivendica la “bellissimità” (mi si perdoni la licenza) della lingua italiana, e ne fa un uso barocco e pretenzioso come Lagioia, non dovrebbe sgarrare nemmeno sulle virgole. E invece, come si vedrà più avanti, il nostro eroe ha persino il torto di dimenticare sovente il punto di domanda, altro che virgole. Rimane quel riferimento alle licenze da concedersi per “esigenze” di narrazione. Qui c’è da interpretare. Probabilmente s’intende dire che per esigenze di narrazione si possa usare un linguaggio più naif, laddove per esempio si voglia riprodurre il parlato semplice di personaggi dal modesto spessore culturale. Uno sforzo di replicare la lingua quotidiana, insomma. Il che avrebbe un senso se passaggi così “slabbranti” fossero contenuti nei dialoghi. Ma purtroppo per Lagioia non è il caso delle due frasi in questione. Quella di “Riportando tutto a casa” appartiene al racconto dell’Io narrante, e quella di “La ferocia” è del narratore onnisciente. In entrambi i casi sono due voci che fanno un uso labirintico della lingua bellissima, fabbricando esercizi d’ostile che annichiliscono il lettore. Frammenti come quello di pagina 44, per esempio:

La discrezione della signora Salvemini si poteva scambiare per aridità se con pazienza (e chi se non la minore dei suoi figli ne era provvista?) non fosse stato possibile stillarne ogni tanto gocce di vera soavità. (p. 44)

 

O come quest’altro alle pagine 73-4, che magari non conterrà slabbrature della lingua bellissima e però di certo slabbra la resistenza di tutti noi:

Una rotella aveva preso a muoversi due notti prima. Da potenziale il meccanismo si era fatto attivo, da semplice complesso. Un universo la cui espansione – vera e inconsapevole nel tessuto del mondo, fittizia e ben codificata dentro il lume della sua ragione – era la più vistosa manifestazione del concetto di rovina davanti a cui si fosse mai trovato.

 

Per l’ennesima volta; cosa voleva dire? Alle strette, più o meno questo: “A partire da due notti prima, tutto ciò che per lui poteva andar male prese a andar male”. E in questa versione sì che l’italiano è una lingua bellissima! Comprensibile, soprattutto.

Non bastasse l’essersi guadagnato l’etichetta di “slabbratore della lingua bellissima”, Lagioia colleziona mirabili prodezze. Per esempio, nella costruzione dei periodi. Che per quanto mi riguarda devono essere dei meccanismi perfetti, e anche quando estrapolati dal testo devono comunicare inequivocabilmente soggetto, predicato e complemento. In questo Nicolino difetta parecchio. Già in Riportando tutto a casa ne aveva piazzato uno mica da poco a pagina 200:

Donatella urlò: <Stronzo! guarda che lo dico a tua madre!>. Ma quando, quasi completamente rivestita, si presentò in soggiorno accompagnata da due ragazze-confetto in tutù e fuseaux di lycra, la signora Rosa rispose alle fiere rimostranze dell’incubo d’amore di suo figlio con la stessa svagatezza che le avrebbe fatto accogliere la notizia che uno di noi era stato ripescato dalla piscina col cuore fermo in seguito a overdose (…).

Per come è costruita la frase iniziata da “Ma quando (…)”, se ne deduce che a presentarsi in soggiorno sia la signora Rosa e non certo Donatella. E si dirà che collegando le due frasi sia chiaro chi si presenti a chi, ma ciò non toglie che sarebbe stata necessaria l’accortezza di costruire il periodo in modo diverso. Per esempio: “Ma quando (…) si presentò in soggiorno (…) sentì la signora Rosa rispondere alle sue fiere rimostranze con la stessa svagatezza eccetera eccetera”. Non era mica così complicato. Lo stesso vale per il periodo che si trova a pagina 17 di “La Ferocia:

Il mattino dopo, mentre era steso nel letto col moncone in drenaggio, si presentò il primario accompagnato da un’infermiera.

Ancora una volta la costruzione della frase non è il massimo. E certo si capisce che non possa essere il primario a trovarsi disteso. E tuttavia, molto meglio sarebbe stato se Lagioia avesse scritto: “Il mattino dopo, mentre era steso nel letto col moncone in drenaggio, ricevette la visita del primario accompagnato dall’infermiera”. Anche in questo caso non era mica così difficile. Di sicuro era difficilissimo collezionare lo sfondone di pagina 142:

A Bari, pochi mesi dopo aver accettato la carica di vicedirettore dell’Istituto oncologico del Mediterraneo, Vittorio era venuto a trovarlo in clinica.

Dove sta il problema? Il problema è che dalla frase s’intende che Vittorio, dopo aver accettato la carica di direttore, era venuto a trovare l’altro e innominato personaggio in clinica. Purtroppo il senso che Lagioia voleva comunicare non era questo. Chi ha letto quel passaggio nel contesto da cui è estrapolato sa che a ricevere la carica di vicedirettore è Ruggero, figlio di Vittorio. Dunque, il senso della frase è che “dopo aver accettato la carica” RUGGERO ricevette la visita in clinica DA PARTE DI VITTORIO. L’italiano è una lingua bellissima, davvero. Ma purtroppo se ne può fare anche un uso sciattissimo. E a onor del vero va detto che in “La ferocia” Lagioia non metta in mostra gli sfondoni imbarazzanti collezionati in “Riportando tutto a casa”. Nelle cui pagine se ne trova un paio da leggenda. Per esempio, a pagina 248 l’autore si lancia nel seguente saggio di geopolitica:

Raccolse una matita dal portapenne e iniziò a tracciare sulla carta geografica tanti piccoli corridoi che arrivavano in Italia partendo dalla Repubblica Socialista Sovietica Kazara, dalla Repubblica Socialista Sovietica Turkmena, dalla Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka, dall’Ungheria, dalle valli del Tibisco.

E leggendo questo frammento rimane l’interrogativo sulla fantomatica “Repubblica Socialista Sovietica Kazara”. Che io sappia, ne esiste una Kazaka. Forse che per Nicolino Lagioia esiste il Kazaristan? E i suoi cittadini sarebbero forse i kazzari?

Altra perla si trova a pagina 166:

Nel soggiorno, lo schermo del Panasonic mandava lampi senza essere guardato da nessuno, lasciando Michael J. Fox vestito da yuppie della prim’ora tra le scenografie parallele di Casa Keaton in uno dei suoi celebri algoritmi: <Una persona che non ha bisogno di denaro …non ha bisogno di persone>.

Mi piacerebbe sapere cosa Lagioia creda significhi il termine “algoritmo”. A suo beneficio riporto la definizione di Wikipedia:

Un algoritmo è un procedimento formale che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi.

Cosa diamine c’entra con la frase pronunciata da Michael J. Fox? Nicolino voleva mica dire “aforisma”? No, perché nella “bellissima lingua” i due termini stanno assieme – per dirla alla toscana – “come il culo e le quarant’ore”. Ma la cosa veramente strepitosa di questo passaggio è che l’errore commesso nella “lingua bellissima” è stato replicato nella traduzione inglese del libro. Provate a digitare su Google “Nicola Lagioia + Michael J. Fox”. Il primo risultato della ricerca sarà “Bringing it back home”, l’ebook della traduzione inglese di “Riportando tutto a casa”. E cliccando aprirete la pagina in cui si trova quel passaggio, che in inglese fa così:

In the living room, the Panasonic was sending out bursts of light even though there was no one there to watch it. Michael J. Fox, dressed up as a trailblazing yuppie, was moving around the box-like simmetry of the set of Family Ties, spitting out one of its famous algorithms: “People who have money don’t need people”.

 

 

In “La ferocia” non sono ospitati errori del genere, né si colloca il Sacco di Roma nel 410 Avanti Cristo come avviene a pagina 6 di “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”. Però in quelle pagine si manifesta una refrattarietà all’uso del punto di domanda ch’è malattia diffusa di questa Generazione SMS in cui siamo calati, e che trova in Federico Moccia il proprio guru. Come sa chi ha la pazienza di seguirmi su Satisfiction, su questo punto Nicola Lagioia è in buona compagnia. Anche Chiara Gamberale, per esempio, eccelle in questa specialità. Ecco la lista lagioiana degli interrogativi fantasma:

  • Che cosa hai fatto – disse per darsi un attimo di tregua. (p. 38)
  • Dove sei stata fino a ora. (pp. 39 e 238)
  • Ma di che state parlando – sorride incredula (…) (p. 234)
  • Risolvere cosa. (p. 252)
  • Invece mi dispiacerebbe se ci vedessimo. Capisci. (p. 260)
  • Oh, no, ma cosa dici. (p. 385)

In alcuni casi la mancanza dell’interrogativo dà luogo a effetti grotteschi, come a pagina 203:

  • Che cosa te ne stavi a fare al buio.

Impone alla domanda un timbro parodistico (…).

Parodistico o no che sia il timbro, dove starebbe la domanda? Ancora, a pagina 262 potete trovare ben due punti interrogativi fantasma:

  • Che stiamo a fare. (…) Signora, come sta! (p. 262)

Il picco si tocca a pagina 379, con due non-interrogativi:

  • Non si poteva fare altrimenti, – disse.
  • Per quale motivo.
  • Mi hanno obbligato.
  • Chi ti ha obbligato.

A qualcuno sembreranno bazzecole, e soprattutto a lui. Che del resto doveva essere troppo impegnato nella stesura del Romanzo Mondo per lasciarsi deprimere da siffatte minuzie da fureria editoriale. Doveva raccontare la sua Bari con lo sguardo di chi se n’è andato, ma poi torna per aprire gli occhi ai suoi concittadini e insegnar loro come sono. Infatti i personaggi principali dei due ultimi romanzi di Nicola di Bari sono maschi introversi e pure un tantino disadattati che trovano a stento arte e parte a Roma, per poi tornare nella città natia a “capire”. Cosa? Non si capisce per tutto il corso di entrambi i romanzi, ma forse questa lacuna è frutto d’un mio problema di comprendonio. Del resto, si sarà colto quanto distrattamente ho letto i libri di Nicola di Bari, no? Mi spiace solo che a non capirlo siano stati anche molti suoi concittadini, dai quali ho ricevuto messaggi in privato su Facebook. Secondo loro la Bari descritta da Nicola Lagioia esiste solo nella testa di Lagioia Nicola. Opinioni, va da sé. Così come (parecchio) opinabile è la visione che Nicolino alimenta a proposito di quell’entità indefinita e indefinibile chiamata Sud:

Al sacerdote sembrò di sentire anche il rumore di fondo della valle. Una musica che risaliva le gravine, entrava nei paesi e raccoglieva il dolore di ogni singolo per disperderlo di nuovo tra le rocce e gli uliveti, simile alle ceneri delle generazioni morte, in modo che su ognuno gravasse la stessa pace. In questo l’infelicità del Sud, il suo intoccato privilegio. (p. 65)

Il professore sventolò l’assegno da ottantamila dollari davanti a una pallida platea composta da altri medici, ricercatori e pochi giornalisti che applaudivano sinceri, liberi dalla ferocia con cui al Sud si sente il bisogno di affermare se stessi persino attraverso il riconoscimento dei meriti altrui. (p. 137)

Da persona che viene dal Sud più Sud d’Italia, mi chiedo di cosa vada cianciando Nicola Lagioia quando parla di Sud. Ha una minima idea di cosa sia? E soprattutto di cosa non è? Il suo Sud non è il mio. Ma forse non è nemmeno quello di qualsiasi barese che non è andato a rifugiarsi a Roma Nord, “luogo d’incularelle letterarie” come ebbe a dire Camillo Langone in un memorabile articolo sul Foglio. Sarebbe meglio non generalizzare, e magari dedicarsi a cose più semplici. Per esempio, evitare di usare più volte un’immagine:

L’inverno allenta la sua morsa, il sole risplende sul parabrezza delle auto parcheggiate. (p. 215)

Guardava il sole che trasformava il parabrezza in un rettangolo di luce. (p. 397)

O altrimenti a disboscare la prosa, bonificando periodi come i seguenti:

Un ragazzino sui quindici anni in fase di asciugatura, capelli incolti e un disastroso pastrano verde che lo faceva somigliare al disertore di un esercito non interessato a reclamarlo. Aveva l’aria di uno che fatica a riprendersi da un brutto colpo – la parte materiale un po’ sfocata, lo spirito sbalzato avanti per l’impatto -, sembrava prigioniero di un futuro da cui cercava di tornare. (p. 84)

A parte i capelli – il disordine di chi li ha messi in ordine all’ultimo momento e non ha più vent’anni –, era il tenersi in forma con la pretesa che lo sforzo passasse inosservato a toglierle desiderabilità. Ma era questo a farne un’affamata. (p.110)

L’articolo esalava il rancore di chi sospetta quanto talento ci sia in chi ha avuto successo venendo su dal niente. (p.113)

Quanto era stata bella. Ricordò a tutti il modo inconfondibile con cui faceva ingresso in una stanza. Una linea sottratta all’indifferenziata gabbia acustica da cui siamo circondati. (p. 156)

Il tono di Michele evocava immagini che dovrebbero essere normalmente tristi, ma a lei sembra la normalità dietro cui si nasconde qualcos’altro. (p. 249)

Michele scosse la testa, come quando la soddisfazione di aver capito si incrina davanti all’evidenza che questa verità è totalmente illogica, oltre che inutile, fino a quando non arrivi il resto a completarla. (p. 326)

La vampa del sole, esaltata innaturalmente sui muri dei palazzi, rimbalzava tra mille cerchi luminosi attraverso il parabrezza. [Ancora!] Sangiardi non mentiva. Nessun risentimento. La verità come numero mancante. La verità, e quell’umana rappresentazione di questo dio che era il rispetto della legge. Questo gli interessava, e presumeva che Michele fosse mosso dagli stessi bisogni. Ma Michele non cercava la verità. Qualcosa di più sottile. La nera membrana di celluloide dentro cui è imprigionato un fantasma che scompare in fase di sviluppo. Neanche la menzogna, ma un gesto. Qualcosa che spezzasse la catena dei significati, così che la sete di verità non fosse mai nemmeno nata. (p. 365)

 

La ragazza si accomodò sul divanetto. Passò svogliatamente una mano tra i capelli. Scrutava entrambi, cercava di trasformare un astio naturale in un canale di comunicazione privo di significato. Il cameriere portò una caipirinha. La ragazza raccolse il bicchiere, lo portò alle labbra ripassate da un brutto rossetto rosa pallido, né puttanesco né infantile, segno di un ampio margine di scelta che lei sprecava totalmente, come se proprio quello, lo spreco, fosse la sua prigione. (…)

No, davvero, – scosse la testa col fatalismo di chi ricalca il segno della cattiva sorte solo davanti a chi ne è l’ennesima dimostrazione (…) (p. 384)

E tuttavia capiva il trucco. Come ascoltare la verità, ma proferita in modo che venisse fuori sfigurata, perché la via d’accesso alla sua fonte fosse per sempre preclusa. (p. 396)

 

 

I frammenti passati in rassegna rientrano nella categoria degli “aggiustabili”. Altri, purtroppo, sono da affidare irrimediabilmente alla “Segherie Mentali & C snc”:

Per non parlare della svogliatezza, della mancanza in lui di qualcosa che sia riconducibile sia pure vagamente all’ambizione, o al rispetto di sé. È come se elabori delle versioni in scala di un remoto atto d’accusa perché loro non possano distoglierne lo sguardo. (p. 190)

Clara si rialza. La luce la attraversa entrando in diagonale nella stanza e a Michele sembra che sua sorella stia per disfarsi o morire, trafitta da un dolore meno penoso dell’impegno che deve metterci per non mostrarlo a lui, mostrandolo. (p. 226)

– Alla mia età… – Lo disse come se l’ammissione di debolezza fosse un omaggio a quella del figlio, convinto che Michele non cogliesse la sfumatura, non cogliendola del tutto Vittorio stesso. (p. 302)

  • Oppure – chiese Michele imprimendo alla domanda la sporcatura che spinge l’interlocutore a dar voce al pensiero successivo senza il tempo di camuffarlo. (p 223)

La cosa tragica è quando Nicolino prova a tirare fuori il senso dell’umorismo, come succede a pagina 300:

Vittorio pensò alla sfortuna di aver chiamato durante la famosa settimana nera durante la quale in tribunale arrivano a lavorare tre ore consecutivamente. (p. 300)

 

 

Non bastasse il fatto che la battuta è tanto pessima quanto scontata, c’è pure la ripetizione di quel “durante” come nemmeno in un tema di terza media.

E che dire del passaggio a pagina 318? Eccolo:

Gli avevano mandato mail e sms che esprimevano un cordoglio appena sfrigolante.

Il cordoglio sfrigolante, come i 4 Salti in Padella. Sarò stato precotto?

Questo e altro trovate nei libri di Nicola Lagioia. Trovate anche un passaggio come quello di pagina 150, in cui si descrive la vita universitaria di oggi:

Rumore nei corridoi di facoltà, studenti in marcia da un’aula all’altra, la lingua batte dove il dente manca, diretti al bar, in biblioteca, al centro fotocopie, e nessun posto in cui trovare un senso. Studenti, studentesse, quando avrebbero potuto essere ragazze e ragazzi. Pazzesco che continuassero a iscriversi. Il premio per non trovare lavoro era imparare a essere servili. D’accordo professore. La prego professore. Il poco che imparavano lo perdevano negli anni in cui elemosinavano un posto da baristi.

Cosa non va in questo frammento? Nulla. È bellissimo. Dirò di più: senza quel “la lingua batte dove il dente manca” sarebbe perfetto. Diretto, privo di fronzoli. Vero. Cinico senza pose né compiacimenti. Pura ferocia, quella che giustificherebbe il titolo del libro. Lo cito per dire che, al contrario di quanto sembri dalla lettura di queste tre puntate dedicate a “La ferocia”, non tutto è da buttare via in quel volume esagerato. Per esempio, alcune pagine dedicate alla descrizione del rapporto fra il padre Vittorio e il figlio Ruggero sono d’alta qualità, così come lo è in “Riportando tutto a casa” l’analisi dedicata all’impatto culturale di “Drive In” nell’Italia che negli anni Ottanta si berlusconizzava. Faccia un favore a se stesso, Lagioia: riparta da questi brani. Con umiltà. Ne caverà qualcosa di notevole, un giorno. L’italiano sa essere una lingua bellissima se lo si lascia fluire libero anziché slabbrarlo.

 

(3. fine)

E adesso, per alleviarvi l’anima dopo cotanta bruttura letteraria, ecco un sublime brano musicale.

 

 

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2: Ombra di salice, h. 15-16

Carissimi amici, con colpevole ritardo recupero la seconda delle tre puntate dedicate a stroncare l’orrendo “La ferocia” di Nicola Lagioia. I tre articoli vennero pubblicati da Satisfiction, ma adesso non sono più reperibili sul web. Il primo articolo è leggibile qui.

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Nicola Lagioia, pettinato col gel di “Tutti pazzi per Mary”.

 

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo bisogna essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionando di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Si tratta di una scelta narrativa come tante altre. Il problema è la stucchevolezza del reiterare. E si può anche comprendere l’ambizione di sfondare il tetto delle 400 pagine, non foss’altro che per appagare la libidine tattile di soppesare il proprio volumazzo e farne vibrare la pinguedine fra le mani. Trasformare un libro in una libbra è malattia infantile d’ogni autore, un peccato veniale. Che però diventa mortale quando la smania di produrre peso e pagine dà via libera a ripetizioni e stucchevolezze assortite, intanto che la storia non riesce a scrollarsi dal mero arrotolamento su se stessa. E fra tutte le stucchevoli ripetizioni la più micidiale è proprio questo passare in rassegna ciò che succede sopra la testa e sotto i piedi dei personaggi. Un insistere che con lo scorrere delle pagine si fa sempre più imbarazzante.

In molti passaggi pare d’essere scaraventati dentro Microcosmos. Già all’inizio (pagine 5-6) viene piazzata una lunga descrizione ch’è un preannuncio di tutto il superfluo cui il lettore non avrà modo di sottrarsi:

Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati a morte, venissero allo scoperto decretando la propria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.

Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggiando da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci.

Si è soltanto iniziato, ma già l’interrogativo affiora: perché mi ammannisci ‘ste descrizioni inutili, Nicolino? Ti hanno regalato la scatola del Piccolo Entomologo, o cos’altro? E me la vuoi raccontare una storia, o hai deciso d’intrattenermi sui riti riproduttivi del lepidottero del bosso? Purtroppo la risposta all’interrogativo arriva man mano che si procede nella lettura, infarcita di passaggi come quello appena riportato. Si parlerà tanto d’insetti. Anche perché c’è da stilare un syllabus entomologico il più esaustivo possibile. E il nostro Nicolino, armato di cappello con visiera e retina da farfalle, assolve la missione con mirabile costanza. A pagina 31 è il turno della coccinella. Cioè, in termini scientifici, Coccinellidae: ordine dei Coleotteri, sottordine Polyphaga, infraordine Cucujiformia, superfamiglia Cucujoidea. Ci si dovrà sintonizzare con l’autore, no? Dunque, a pagina 31 si legge:

Dalla finestra aperta entrò una coccinella. Un anonimo chicco nero si trasformò in un guscio vermiglio venendo fuori dal buio della notte. Il volo, lento e tremolante, si sarebbe potuto spegnere con un battito di mani. L’aspetto piacevole rendeva per gli uomini piuttosto rara l’evenienza. Gli uccelli venivano ingannati per il motivo opposto – associavano quel rosso punteggiato alla velenosità di funghi e bacche. In questo modo le piccole coccinelle potevano meglio interpretare il ruolo che la natura aveva affidato loro: arrivavano a divorare anche cento afidi al giorno, e lo facevano con una voracità, una rapidità, un freddo convulsivo movimento mascellare che in scala grande sarebbe risultato insostenibile per gli uomini.

C’è tutto un feroce brulicar d’insetti che si muove in parallelo al movimento degli umani, in quel libro. Come si legge a pagina 131:

Ruggero si guardava intorno. La città gli passava davanti come da un’altra dimensione. Una grande casa silenziosa immersa nel verde. Una tavola di legno tra le erbacce. Sotto si muoveva un mondo oscuro e senza forma, radici contorte, piccoli insetti ciechi, la presenza fosforescente di sua sorella Clara.

La vita degli insetti continua a intrecciarsi con le vicende degli umani. E quale sia il nesso fra le due cose rimane un mistero che Nicolino non chiarisce. Troppo preso dall’intreccio fra Natura e Cultura si scorda di dire perché mai sia necessario dilungarsi in modo così maniacale su quell’intreccio. Meglio star lì a piazzare i colpi a effetto, come per esempio lo scarafone che sbuca e attraversa la scena. Succede a pagina 156:

Passeggiarono fra i cespugli, al centro degli eucalipti, vicino alla fontana di pietra con le verdi strisce percorse dai rigagnoli d’acqua. Si inoltrarono oltre il gazebo e l’altalena, verso le siepi che trasformavano il giardino in una vasta zona d’ombra. La vite canadese emanava la sua forza rossastra. Scesero gli scalini di pietra viva. Una piccola blatta fuggì prima che potessero calpestarla.

La magia della blatta che appare e scampa al calpestamento da parte d’un piede femminile è un tocco d’assoluto. Non state a chiedervi perché mai abbia menzionato quel dettaglio, e perché giusto quello fra i tanti che punteggiano la scena immaginaria: il passamano della scala in pietra, il mix di colori delle carrozzerie d’auto parcheggiate intorno, le cartacce per terra e i bidoni della spazzatura divisi per categoria di riciclo, e qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Tutti oggetti che avrebbero avuto diritto e dignità in egual misura della blatta, per esser citati in quel passaggio, perché al pari della blatta possiedono un connotato: sono del tutto superflui ai fini della narrazione e dello specifico di quella scena che viene descritta. Cosa cambia col passaggio di quella blatta che rischia d’essere spiaccicata? E cosa sarebbe cambiato se non ne fosse stata fatta menzione? Nada de nada. Però magari tutto questo superfluo illustrato una funzione narrativa ce l’ha. Perché la storia continua a latitare, ma almeno il lettore crede di percepire la voce rassicurante di Piero Angela durante una puntata di Superquark. Intanto la lotta per la sopravvivenza fra insetti si svolge in parallelo alle tristi vicende umane:

Nel vaso dei ciclamini, ai loro piedi, due insetti lottavano selvaggiamente. (p. 302)

– Hai sentito per caso il geometra Ranieri? – disse l’uomo più anziano a quello giovane sulla veranda.

Ma per il minuscolo acaro attaccato all’addome della vespa si trattava di ombre che la distanza non trasformava ancora in pericoli reali. Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla non appena ne individuò la presenza nel vaso di ciclamini. La vespa provò a reagire, ma era lenta. L’acaro poté artigliarle l’addome coi suoi dentini aguzzi, fino a infilarci dentro le potenti appendici saldate a tubo. Non poteva sapere che la vespa era vecchia e malandata, e che questa era l’unica ragione per la quale avrebbe avuto la meglio. Lo sapeva la sa forza, e tanto bastava. (p. 304)

Bei tempi quelli in cui negli intrecci narrativi il geometra Ranieri avrebbe potuto trasformarsi in uno scarafone, e nella schifidezza della sua mutata condizione assumersi le colpe di tutto ciò che non andava in famiglia e nel mondo intero. Ma Kafka è già passato, e rimangono solo acari senz’arte né parte al di là della mera lotta per la sopravvivenza, forse rimasti impigliati nelle pagine d’un libro come fossero carta moschicida.

E badate che non ci sono mica soltanto gli insetti a punteggiare la vena naturalistica di Nicolino. Ci sono anche gli elementi celesti, a cominciare dalla luna che viene scaraventata addosso al lettore a ogni minima occasione. Eccone soltanto alcuni esempi, perché a citarli tutti si rischierebbe di stilare un articolo da 411 pagine, tante quante quelle de “La ferocia”:

La carreggiata saliva in modo che i vitigni si mostrassero a perdita d’occhio. La luna sarebbe stata piena da lì a un paio di giorni e adesso dava l’illusione di poter crescere a oltranza. (p. 15)

Più avanti, oltre la porta spalancata del bagno, lo specchio ingranditore fissato alla parete era invaso dalla luna. Ridotta alla metà su in cielo, nella concavità della superficie riflettente risultava ancora piena – un’argentea pozza proveniente dal passato (…). (p. 20)

Spalancò le ante della finestra. Ricevette la fresca carezza della notte primaverile. Il cielo rischiarato dalla luna gli diede la sensazione di poter leggere per paradosso le lontananze terrene, come se al posto del nulla siderale ci fossero il Brasile, gli Stati Uniti, la Cina… (pp. 30-1)

Videro la luna che si specchiava nel palazzo a vetri della Banca di Credito Pugliese. (p. 80)

La luna era piena e pallida. Sciami di moscerini vorticavano intorno ai far dell’ingresso. (p. 265)

Come non rimanere ammirati davanti a un autore così vario e pieno d’inventiva? Pare quasi che gli abbiano messo a disposizione un kit di immagini con non più di tre-quattro oggetti, e con ordine tassativo di non derogare da quelli. Altra immagine del kit: la luce di sfondo. Eccovene una breve rassegna:

L’alba accendeva la zona tutt’intorno. Il sole tingeva di rosa le gru e le scavatrici, arroventava in lontananza vetrerie e stabilimenti tipografici. (p. 51)

La luce di fine agosto crollava sulla vite americana. Il patio allora si riaccese di un rosso più vivo. (p. 103)

La luce del tramonto faceva vibrare il mirto e l’erba alta, trasformava gli intrichi dell’alloro in un vortice di luci e ombre che le veniva incontro mentre le palpebre diventavano pesanti. (pp. 167-8)

Quattro macchie di luce. Scorrevano sul bordo della fontana, salirono sulle foglie. Scomparse. Le cinque di pomeriggio. (p. 219)

A forza di insistere con le immagini poetiche sul tema, Lagioia non s’accorge d’essere vicinissimo a ripetersi:

Alle otto meno un quarto, visto dalla finestra, il crepuscolo si presentava come un bicchiere d’acqua in cui venga versata qualche goccia di vino. (p. 238)

Gli ultimi bagliori del cielo, sottili strisce insanguinate. (p. 278)

E già, il rosso del vino e del sangue. Memorie da chierichetti che sfuggono incontrollabili al pari di altre immagini per lo meno discutibili.

Dalle fessure della serranda il caldo entrava come i cristalli di un caleidoscopio che si tuffino nell’acqua (p. 160)

I piatti disposti a tavola come un fiore che metta i petali dal nulla (p. 239)

Nicolino ci prova, e va detto che lo sforzo è lodevole. Azzarda anche l’istinto poetico a pagina 239. Ma purtroppo il risultato è quello che è:

Le nuvole correvano sul lungomare e mio fratello aveva il sorriso indecifrabile del piombo su carta di giornale.

D’indecifrabile come il sorriso di un fratello c’è molto altro, in quelle pagine. Ma soprattutto ci sono passaggi d’eccezionale carica comica involontaria. Come quello a pagina 82:

Il giorno prima Clara lo aveva raggiunto sotto il salice che, sporgendo dall’inferriata, formava una chiazza d’ombra tra le tre e le quattro del pomeriggio.

L’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio! Ma questo è Furio, il personaggio di Carlo Verdone! Quello che chiama l’Aci e, essendo meteropatico, chiede se “partendo tra circa 3 minuti e procedendo alla velocità di crociera di 80-85 chilometri orari, faccio in tempo a lasciarmi la perturbazione alle spalle, diciamo, nei pressi di Parma?”.

 

 

E così abbiamo l’ombra del salice tra le tre e le quattro del pomeriggio. Del resto, a ciascuno la sua ombra: chi si becca quella del fico d’india fra le 11 e le 12,42 ma con l’ora legale, e chi quella sotto la pensilina del bus 49 dalle 8 alle 10,33.

Così si scrive un Romanzo Mondo. Descrivendo anche le cose che vengono pensate e poi fatte, perché descriverle soltanto fatte mica basta:

Il sostituto procuratore pensò che avrebbe messo una mano sulla spalla del signor Salvemini, e poi lo fece. (p. 120)

È leggendo frammenti del genere che finalmente ho capito chi sia la vera fonte d’ispirazione stilistica per Nicola Lagioia. Si tratta di Germano Bovolenta, inviato della Gazzetta dello Sport che era ospite fisso della mia rubrica Pallonate. Uno che se gli davano briglia sciolta era capace di scrivere anche un’intera edizione da 40 pagine della rosea, sciorinando ogni minuscolo dettaglio di ciò che vedeva. Di Bovolenta il nostro Nicolino è il più riuscito epigono, e infatti “La ferocia” trabocca di frammenti bovolentiani. Una sequela di spunti minuscoli, di minimi fax. Per la serie: cosa non si fa per sfondare il tetto delle 400 pagine:

L’uomo accanto al guidatore scoppiò a ridere. Il guidatore rise. L’uomo accanto al medico rise. Il guidatore rise. L’uomo accanto al guidatore grugnì. Il guidatore rise. (p. 123)

Al medico legale sembrò di sentire dei rumori tra i cespugli. Leccò la sigaretta. Infilò la mano destra nella tasca interna della giacca. Allargò il cellophane tra pollice e medio. Vi affondò l’indice, poi lo premette contro i bordi della sigaretta. L’accese. (p. 124)

Uscì dalla sala da pranzo. Attraversò il corridoio. Gli sembrava possibile persino pensare a Clara, come se la conversazione avesse costruito tutt’intorno un guscio piombato attraverso il quale i fantasmi non potevano passare. Superò la libreria a muro, il tavolino col telefono. Entrò in bagno. Chiuse la porta a chiave. Aprì il rubinetto. Andò a mettersi davanti al water. Sollevò coperchio a tavoletta. Si inginocchiò. Chiuse gli occhi e vomitò. Si rimise in piedi. Tornò a sedere sul water. Vomitò ancora. Tirò lo scarico, pulì con cura usando la carta igienica. Andò a sciacquarsi la faccia e chiuse i rubinetti. Uscì dal bagno. (p. 264)

Si arrotolò un asciugamano sulla testa. Infilò l’accappatoio. Chiuse il coperchio del water, ci si sedette sopra, allungò le gambe in avanti intrecciando le caviglie sul bidet. Accese una bella [sic!] sigaretta e compose il numero di Michele. (p. 313)

Allontanò l’iPhone dalla punta del naso, lo poggiò sul comodino. Finì di bere il succo di pompelmo. Poggiò sul comodino anche quello. Si alzò dal letto. Andò in bagno. Si chiuse a chiave. Fece pipì. Si tirò su i pantaloni del pigiama. Guardò lo specchio. Si trovò bella. Tornò in camera. Raccolse l’iPhone dal comodino. Contò i retweet. Erano tantissimi. (p. 335)

Bisogna essere animati da feroce voglia d’affermare un nuovo stile per scrivere ogni due per tre di scarafoni, di lune e luci che colorano il cielo, e di micro-pratiche descritte fino allo sfinimento. Del lettore. E poi ci sono sempre i frammenti scritti in una lingua tutta lagioiana, comprensibile solo a se stessa. Alcuni estratti ve li ho anticipati nella precedente puntata, altri troveranno spazio nella prossima, e se dovessi riportarli tutti potremmo andare avanti per una decina di articoli. Qui mi limito a riportarvene tre particolarmente significativi. A pagina 226 si legge:

I mesi senza Clara sono una sorta di falso incubo. Come se l’incubo lo sognasse una fotocopiatrice.

Nemmeno Federico Moccia avrebbe osato tanto. Poco oltre, pagine 226-7:

Ma tutto accade nel silenzio di una vibrazione senza la quale non resta intorno che il nudo mondo materiale.

Come al solito: cosa voleva dire? Inutile perdere tempo nel tentativo di decodificare, anche perché il frammento di sopra è addirittura acqua fresca rispetto a tanti altri. Per esempio, quello ospitato a pagina 148 grazie al quale si raggiunge l’apice dell’insensatezza:

Benché appena adolescente, nonostante nessun ragazzo ancora (ma su questo il geometra avrebbe scommesso non più di tre biglietti da cento), avesse incrinato un imene il cui valore a sedici anni Clara doveva essere abbastanza sveglia da sapere moltiplicato dal giorno in cui non ci sarebbe stato più, se la sentiva cuocere nello spazio tra il sedile e se stessa.

Non ricordo d’aver mai letto qualcosa scritta peggio di questo frammento. E purtroppo non è finita qui.

(2. continua)

E come sempre, per ristorarvi un minimo dopo cotanto orrore, vi regalo un brano musicale.

 

 

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1 Dilettarsi con l’esegesi

Con questo post avvio il recupero della trilogia di articoli con cui ho stroncato “La ferocia” di Nicola Lagioia. Gli articoli vennero pubblicati a ottobre 2014 da Satisfiction, e successivamente spariti dal web. Pochi mesi dopo il romanzo avrebbe ricevuto il Premio Strega 2015. Ciò che costituisce la sentenza di morte del premio medesimo. Questa versione degli articoli contiene anche alcuni passi che dalla versione pubblicata su Satisfiction erano stati tagliati. Per esempio, quello sulla lezione di dottorato e l’esegesi veterotestamentaria. Ultima annotazione: da oggi si ricomincia con le stroncature.  

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Nicola Lagioia in posa sexy

 

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Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, e di farlo soltanto per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza cedere. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15”: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo. Ma anche nella pretesa d’aver scritto il romanzo epocale, come con sprezzo del ridicolo si legge nell’ultimo frammento della quarta di copertina: “Mobile e intenso, ‘La ferocia’ è un libro che costruisce un mondo – il nostro”. E sì, sentivamo proprio il bisogno di libri mondi. Perciò mondiamoli, e per bene. Anche perché questo libro mondo lo richiede a causa del terzo motivo per cui è esagerato: il coro laudatorio privo di stecche, unanime quanto poche altre cose nel sistema dell’editoria italiana. Come l’assenza di stroncature per il libri di Uolter Veltroni, per esempio. E allora, almeno nel mio caso, l’esercizio d’estenuazione è dovuto.

Del resto ero già rodato dopo aver letto i precedenti tre libri di Lagioia, oscillanti nel giudizio di qualità fra lo scadente e il pessimo. Da questo punto di vista, “La ferocia” s’allinea. È un libro da 2,5 in pagella, ma non è questo a contare così come non contano i giudizi di qualità. Come al solito m’interessa la forma, guardo alla composizione del testo. E lì ritrovo il Lagioia di sempre, col suo stile che non sarà mai mondo. Perché l’immondo non si è fermato mai un momento, e quanto a ciò Lagioia è un instancabile globetrotter.

Il fatto è che Nicolino nostro privilegia uno stile neo-geroglifico portatore di sfide inattese per il lettore. E il punto è sempre quello: il lettore investirebbe risorse scarse come tempo e denaro se immaginasse di non dovere soltanto leggere un libro, ma anche decodificarlo? Ecco il problema. L’esercizio d’estenuazione dovrebbe essere volontario, non proditorio. Quando m’accingo a leggere, devo poter scegliere se leggere parole chiare e frasi dal senso immediato. Se al contrario voglio impiegare il mio tempo a fare kamasutra col testo, va bene: purché sia una mia scelta. E invece no, specie nel caso dei libri di Nicola Lagioia. La cui lettura mi fa sempre tornare in mente un episodio avvenuto ai tempi del Dottorato di ricerca in Sociologia Politica.

Successe che ci venne inflitta l’ennesima lezione su Max Weber, e pazienza. In fondo durante quel triennio dovetti sorbirmi pure di peggio, tipo una lezione di Gaetano Quagliariello (sì, proprio lui) sui movimenti giovanili dei partiti politici italiani nel periodo fra il 1948 e il 1953. Roba che fra colleghi dottorandi ci si doveva pungere reciprocamente con gli spilloni da balia per tenersi desti. Quella lezione su Weber venne tenuta da un sociologo della religione. Risparmio il nome perché davvero sarebbe ingiusto dare al ridicolo un’identità. Mi limito a dire che in un passato recente ha scritto alcuni articoli soporiferi per Il Foglio, e che pareva uscito da un film di Carlo Verdone. Vestito come un professore di Latino anni Settanta, usava rivolgersi ai dottorandi con il “loro” anziché col “voi”. Insomma, sprizzava un tanfo d’inattualità da intenerire. E invece di parlarci di Max Weber c’intrattenne due ore a raccontarci dei suoi titanici sforzi nel confronto coi testi di Max Weber. Manco fosse Friedrich Tenburck. Così lodandosi e imbrodandosi ci spiegò che per meglio approfondire la sociologia della religione weberiana aveva egli stesso provato il confronto diretto coi testi sacri, letti in lingua originale. E quel punto sparò la frase che da allora si è conquistata il podio nel mio personale Olimpo delle Cazzate: “Non so quanti di loro abbiano esperienza di esegesi vetero-testamentaria”. E come no?! Fin dai tempi delle scuole medie, tutti i pomeriggi finito di fare i compiti a casa, invece di scendere in strada per giocare a pallone con gli amici mi facevo due belle orette di esegesi vetero-testamentaria. M’appassionava soprattutto la versione in aramaico: libidine pura.

E pazienza se nel mondo dell’università italiana personaggi come quello di sopra girano liberi e sciolti. A ognuno la propria esegesi, purché sia attività volontaria. Il fatto è che la lettura di un testo di narrativa non dovrebbe richiedere un esercizio esegetico. Se m’infliggo due orette di esegesi veterotestamentaria è perché ho scelto di farlo. Altra roba è se mi ritrovo un testo in aramaico quando credevo di leggere un romanzo in lingua e stile potabili. Ebbene, proprio quest’ultima evenienza, l’aramaico a tradimento, coglie l’ìgnaro lettore quando decide di leggere i libri di Nicola Lagioia. Tutti, compreso l’ultimo, in cui la ferocia del titolo è quella che si riversa addosso al povero lettore, annichilito da una sterminata sequela di nonsense. Leggere quelle pagine è un continuo chiedersi: “Ma cosa voleva dire?”. E la serie comincia molto presto, a pagina 7, dove il libro-mondo ospita il primo frammento di puro aramaico:

Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto.

 

Ecco, appunto: ma che vuol dire? “L’intangibile rilasciamento dei tessuti”, “la sveltezza di certe adolescenti”, e soprattutto quell’esercizio d’illogica iniziale: non era molto oltre i trenta, cioè era certamente oltre i trenta, “ma” non poteva avere meno di venticinque anni. Che razza di scruttura e mai questa? Se hai già asserito che la persona in questione è “oltre i trent’anni”, è pura tautologia sottolineare che “non può averne meno di venticinque”. Ci arriverebbe pure un gibbone, contando con le dita poggiate sul labbruzzo inferiore. Non c’è bisogno di sottolineare che se tua nonna avesse avuto le ruote non sarebbe stata bipede. Soprattutto, è sublime quel “ma”. Come se si dovesse segnare un passaggio di contrapposizione fra due termini dello stesso discorso. Peccato che la contrapposizione fra questi due termini non esista in punto di logica. Ha un senso dire “Oggi fa caldo ma piove (e dunque per contrapposizione il meteo non è così positivo come sembrerebbe)”, o “Oggi ho una fame da lupi ma sono a dieta (e dunque per contrapposizione devo tenere sotto controllo la fame e selezionare i cibi)”; e invece che senso ha dire “Oggi fa caldo ma non fa freddo”, o “Oggi ho una fame da lupi ma mangio tutto quello che mi pare”? Quei “ma” non c’entrano nulla, perché “Oggi fa caldo E DUNQUE non fa freddo”, e “Oggi ho una fame da lupi E DUNQUE mangio tutto quello che mi pare”. Sicché, tornando all’oscuro frammento lagioiano, in punta di logica la persona in questione “era non molto oltre la trentina E DUNQUE non poteva avere meno di venticinque anni”. E allora cosa diamine c’entra quel “ma”? Questioni d’esegesi, appunto. E di volerla fare anziché vedersela imporre proditoriamente.

Purtroppo il lettore se la vede imporre, eccome. E così si salta alle pagine 10-1, dove si trova il frammento che segue:

Il grossista aveva l’aria di chi è convinto di non avere superato il confine che taglia in due l’aspettativa di vita, né di correre il rischio di farlo.

Qualcuno mi decodifica il senso di questa frase? Innanzitutto: cosa vuol dire “superare il confine che taglia in due l’aspettativa di vita”? E come si taglia in due l’aspettativa di vita? E ancora, in cosa consistono le due parti tagliate? Qual è il loro quantum? Tagliare in due l’aspettativa di vita significa forse trovare il punto di mezzo “del cammin di nostra vita”? O significa “spezzare l’ottimismo verso l’aspettativa di vita e virare verso il pessimismo”?

Interrogativi su interrogativi, in cima ai quali se ne staglia uno a fare da capofila: ma come si può scrivere così male? E farlo con passione e perizia pari a quelle squadernate da Nicola Lagioia? Sono necessari uno zelo e una voglia di raggiungere l’obiettivo che tanto da vicino mi ricordano l’agente immobiliare interpretata da Annette Bening in “American Beauty”, quando dice a se stessa: “Oggi venderò questa casa”. E ci dà dentro a pulirla da cima a fondo.

 

Allo stesso modo immagino Nicola Lagioia che s’alza la mattina dandosi la missione del giorno: “Oggi voglio scrivere male, ma proprio male-male-male”. E da quel momento in poi si mette a vergare frammenti come quello di pagina 15:

Gli errori si erano accumulati nel vuoto spazio primordiale dove le biografie vengono scritte prima che il debole inchiostro degli eventi le renda attive e comprensibili.

E il vero prodigio sarebbe rendere “attivo e comprensibile” un frammento come questo, assegnargli una forma tirandola fuori da quell’indigesto mappazzone di parole spiaccicato su carta. Sarebbe utile, tanto più che in certi passaggi del libro i frammenti come quello di sopra si avvicendano a ritmo serrato, senza nemmeno dare il tempo al povero lettore di metabolizzare il precedente. Per esempio, ecco una sequenza da sterminare i neuroni. A pagina 21 si legge:

Alto e abbronzato, in abito di lino tagliato su misura, stringeva tra le labbra una smorfia soddisfatta che nessun sarto avrebbe ricondotto a una tradizione più vecchia di dieci anni.

Ma di cosa parla? Cosa dice? Il sarto taglia non soltanto i vestiti ma anche le smorfie? E purtroppo il nostro “voglio scrivere male, ma male-male-male” quella mattina doveva essersi fissato col tema “Moda & Eleganza”, come dimostra il passaggio che si legge soltanto due pagine dopo:

Giacca e pantaloni ricadevano nel facsimile dell’eleganza, un volontario passo indietro rispetto a quella vera ma solo per farle strada.

Anche a chi non ne avesse intenzione tocca fare esegesi. E come se non bastasse, fra i due estratti appena riportati ce n’è un altro non meno esiziale, anch’esso piazzato a pagina 23:

I loro volti godevano di uno speciale rilasciamento [e ancora con ‘sto rilasciamento!, ndr], l’apparente ebetudine dei privilegiati in cui Vittorio ritrovava una ulteriore forma di intelligenza. Nessuna traccia del foglio metallico che annerisce sottopelle a causa dell’attrito con il mondo.

E già, il romanzo mondo che del mondo valuta persino l’attrito. Per poi guardare pure alla sfera dell’oltremondano, come suggerisce il frammento piazzato alle pagine 34-5:

Era uno splendido pomeriggio fuori stagione dei primi anni Novanta, uno di quegli avanzi che l’estate ripone in uno spazio oltremondano per evitare alla temperatura di salire troppo.

Ma cosa volevi dire, Nicolino? E quanto bene volevi al tuo lettore, mentre gli confezionavi un testo come quello pubblicato alle pagine 38-9? Di sicuro, se esso fosse stato mandato per posta elettronica sarebbe finito nella casella antispam, assieme alle offerte del Cialis e alle proposte d’affettuosa amicizia femminile tradotte da Google Translate:

Ecco il problema di Ruggero: la concrezione di pazzi con cui la sorte voleva distoglierlo dall’unica attività che lo avrebbe reso libero, il tasto su cui battere fino a quando la particola di follia che in linea retta alimentava anche lui fosse diventata un nudo anello che non trasmette niente, lo studio, lo studio fanatico della medicina a cui si dedicava senza perdere un attimo.

Micidiale, tanto quanto la doppietta piazzata a pagina 40:

 

Avrebbe dovuto superare il dislivello tra lo strazio e la simulazione dello strazio con cui si stava confrontando ora

Tutta la sua vita era stata una crescita equipollente di fortuna e minaccia.

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Siete già annichiliti? Dilettanti! Quanto fin qui ho riportato è contenuto soltanto nelle prime 40 pagine, cioè nel primo dieci per cento scarso di “La ferocia”. C’è tutto un altro novanta per cento abbondante da infliggersi e passare a esegesi, nel caso che “loro” non avessero ancora capito. E bisogna fortificarsi per affrontare tutto ciò che segue. Per esempio, a pagina 49 si trova un frammento che sembra scritto dal peggior Massimo Bisotti:

Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile.

Non vogliategli del male, è fatto così. Dove l’acqua è pura lui la intorbida affinché facciate il sano sforzo di ri-filtrarla. Per esempio, se deve dire che i popolini del Sud annichiliscono la lingua italiana rendendo controproducente lo strumento principale per l’unificazione culturale del paese, esprime così il concetto (pagina 61):

Per trovare il tono giusto provò ad attingere dai colleghi delle passate generazioni, quelli che aprivano talmente male le vocali da scuotere l’Unità del paese con lo strumento che avrebbe dovuto stringerle il collare.

La lotta per afferrare un senso si fa titanica col procedere della lettura, continuamente ostacolata dalla fioritura dei nonsense. A pagina 67 si legge:

Ogni tanto, tra le rughe che circondavano gli occhi dei presenti, pulsava un fastidio privo di abrasioni.

Ma sì, il fastidio è abrasivo quasi quanto la lettura di “La ferocia”. E non meno abrasivo è il frammento di pagina 81, quello con cui chiudo la prima puntata del nostro viaggio dentro l’ultima opera del nostro Radical Flop. La chiudo perché sarebbe un eccesso piazzare dentro questa prima puntata tutti i frammenti meritevoli di menzione. E io, al contrario di Lagioia che pretende d’aver scritto un romanzo mondo e spamma 411 pagine quando 115-20 sarebbero state d’avanzo, una misura me la do. Tutti gli altri frammenti del genere “ma cosa voleva dire?” verranno distribuiti nelle puntate successive, quando “La ferocia” verrà analizzata a partire da altri motivi. Però è giusto chiudere in bellezza. Lo faccio col passaggio presente a pagina 81:

Clara impallidì. Poi si accigliò. La forzatura consentì a Pascucci di vederla – l’ombra di una ferita – come avrebbe iniziato a mostrarsi di sua spontanea volontà se solo lui avesse avuto più pazienza. L’estorsione di un anticipo già ridotta a saldo.

Cosa voleva dire Nicolino? E soprattutto, cosa vorreste dirgli voi dopo aver letto tutto questo?

(1. continua)

 

(E come sempre, dopo avervi dispensato tanto orrore letterario, provo a ristorarvi l’anima con uno splendido brano musicale)

 

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 3

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Nicola Lagioia mentre prova a capirci un cazzo da un reading de “La Ferocia”

Continua il recupero dei miei articoli pubblicati da Satisfiction. Buona lettura. Le altre due puntate sono leggibili qui e qui

Una bellissima lingua da slabbrare

L’italiano è una lingua bellissima. Opinione di Nicola Lagioia, espressa  nel corso di un’intervista televisiva dedicata al suo ultimo, ferocissimo libro. Me ne ha girato il link l’amico scrittore Marco Ciriello, uno che quando ci si mette sa essere persino più carogna di me. Intervista banalotta, ma non è per giudicarla che la richiamo. Se la menziono è per sottolineare la frase sulla suprema qualità dell’italiano. Sarà un’opinione che corrisponde al vero o no? Non saprei. E non credo nemmeno che una lingua nazionale debba essere bellissima, come non mi frega più di tanto che sia bellissima una costituzione. Per me conta che funzionino l’una e l’altra, e soprattutto che chi le usi ci metta la cura dovuta. In questo senso, il nostro Nicolino contribuisce o no al buon funzionamento della bellissima lingua italiana?
Ahimè, qui il dossier è imbarazzante.

Per proseguire la lettura, cliccare qui.

 

E dopo avervi ammannito cotanto orrore letterario, provo a risollevare il vostro morale con uno splendido brano musicale.

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 2

Prosegue il recupero dei miei articoli pubblicati su Satisfiction. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui

nicola la gioia tra gli olivi

Nicola Lagioia, braccia rifiutate dall’agricoltura

Ombra di salice, h. 16-17

Quando si vuol scrivere un Romanzo Mondo si deve essere pronti a metterci dentro il mondo intero. Deve essere stato questo il principio ispiratore di Nicola Lagioia, nel momento in cui si è seduto nella sua cameretta e ha iniziato a scrivere “La ferocia”. E tale principio, pedissequamente, è stato applicato. Non saprei dire perché mai l’autore se lo sia messo in testa né credo sia determinante saperlo. In fondo ognuno è libero di fare come crede. C’è chi si mette in testa lo scolapasta e chi l’idea meravigliosa di restituire i capelli ai calvi d’una nazione intera. Dunque ci può stare pure che qualcuno decida di scrivere un Romanzo Mondo, menzionado di continuo la luna in cielo e gli scarafoni in terra mentre descrive le vicende dei bipedi umani.

Per continuare la lettura cliccare qui.

 

E adesso ristoratevi l’anima con un buon brano musicale.

Nicola Lagioia, anatomia di un radical flop – 1

Da oggi prendo a recuperare i miei articoli pubblicati su Satisfiction.  Non posso che cominciare dalla stroncatura in tre puntate di “La ferocia”, l’orrendo romanzo di Nicola Lagioia che nei mesi successivi avrebbe vinto Premio Strega. Segnandone la definitiva decadenza. Buona lettura.

Le altre due puntate della stroncatura sono leggibili qui e qui.

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Nicola Lagioa e il suo sguardo di contagiosa intelligenza

 

Dilettarsi con l’esegesi.

Esercizi d’estenuazione. Capita prima o poi a ciascuno di volersi infliggere una prova stremante, solo per rispondere a un’ansia di prestazione passiva che faccia da via per la fortificazione individuale. Ci si mette lì d’impegno e ci s’infligge pratiche dissipatorie innanzitutto della propria capacità di resistenza. Solo per vedere di quanta se ne dispone, e fino a dove ci si può spingere senza mollare la sfida. Ecco, per i cultori del genere “Esercizi d’estenuazione” vi propongo il must della stagione letteraria “Autunno-Inverno 2014-15″: la lettura di “La ferocia” di Nicola Lagioia, tomo della Einaudi esagerato in tutto. Nella quantità in primis: 411 pagine, quando 115-120 sarebbero state pure d’avanzo.

 

Per continuare la lettura, cliccare qui.

 

E dopo aver completato la lettura, godetevi questo brano musicale.

 

 

 

 

 

 

In itinere – Sofia Viscardi, una finestra sulla Tundra Culturale Italiana – 1 La pedanteria cronometrica di Miss Refuso

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Sofia Viscardi

 

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Il dramma di Sofia Viscardi è che rischia d’essere soltanto un refuso. Un cognome dall’iniziale sbagliata, come fosse trash ma con la prima lettera diversa dalla “t”. E chi volete mai che si lasci impressionare dal brash, o dal vrash? Che infatti sono parole segnate in rosso dal mio programma di videoscrittura, al contrario di trash che viene riconosciuta e autorizzata. E lo stesso succede se digito uno accanto all’altra “Biscardi” e “Viscardi”. Diffidate delle imitazioni, sempre. Perché anche il peggio ha il suo marchio doc. E purtroppo la youtuber milanese fresca maggiorenne non può aspirare nemmeno all’eccellenza del peggio. Può soltanto sforzarsi d’approssimarlo asintoticamente senza riuscire a trovare mai il punto di contatto.

Non altro mi viene da pensare, mentre soppeso il penoso dossier di questa ragazzina priva di qualsiasi talento e perciò baciata dal successo, secondo il mortale sillogismo che nell’epoca presente sta riducendo l’industria culturale italiana alle condizioni d’una sterminata tundra. Viviamo il tempo in cui Fabio Volo assurge al ruolo d’artista totale pur non rivendicando arte e parte alcuna, vero Sommo Wate della Contemporaneità.

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Il Sommo Wate della Contemporaneità

Sicché diventa normale che una Viscardi, Miss Refuso, raccolga fama e notorietà E che persino si veda regalare una rubrica in Quante storie di Rai 3. Invero, pare che quello spazio sia immediatamente sparito. Ma su questo non saprei essere più preciso. Non seguo i format televisivi in cui si parla di libri perché li trovo mediamente scadenti, figurarsi quello apparecchiato  dalla peggior direttrice di rete nella storia di Rai 3, Daria Bignardi.

Ma al di là delle sue fortune televisive, resta intatto il Fenomeno Viscardi. Di cui nulla sapevo fino a poco meno di due mesi fa, e nel quale mi sono imbattuto quando ho visto gli scaffali dei supermercati e degli autogrill invasi dal suo primo romanzo. Ciò che per me è indice infallibile di percolato editoriale. In quali altri luoghi trovate una presenza così sistematica dei libri Newton Compton, tanto per dirne una? Fra tutta quella carta strappata alle sapienti mani del pescivendolo svettava il nome a me fin lì ignoto: Sofia Viscardi. Con quel titolo che diceva già tutto: Succede. E già, shit happens come diceva anche Forrest Gump.

 

Ma il fatto è che in questo caso l’editore non è Newton Compton, ma Mondadori. Che già da tempo ha abdicato alla propria responsabilità sociale verso il sistema culturale di questo paese e promuove il peggio che il web proponga. Hanno arruolato il desolante Massimo Bisotti  (leggi qui, qui, qui e qui) facendone un autore di punta, sicché volevate che non elevassero Miss Refuso al ruolo di romanziera? Ormai, in questo paese, un romanzo lo scrive chiunque. E a me che per il percolato editoriale ho una vocazione tocca leggere di questo e di peggio.

 

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Massimo Bisotti

Dunque, com’è il “romanzo” di Miss Refuso? Letti i primi sei capitoli, mi vien da dire che Federico Moccia sembri Schopenhauer, al confronto. Ci si trova faccia a faccia con la Tundra Culturale, e se almeno c’è un pregio in questo libro eccolo servito.

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Si tratta di una finestra sul futuro plasmato dalla logica del capitalismo irresponsabile applicata all’industria culturale. Se volete davvero avere un’idea di quale sarà la linea di tendenza, e di cosa fra mezzo secolo avrà prodotto un sistema culturale in cui il talento viene sostituito dai talent e i guru intellettuali sono quelli che macinano numeri sui social, aprite pure a caso quelle pagine mentre tenete sottobraccio i rotoloni della carta da culo al supermercato. Ci troverete cose che voi umani non avreste mai immaginato. A partire dalla somma sciatteria dell’incipit, che descrive la scena del risveglio di un’ordinaria liceale bimbaminkia in un giorno di scuola.

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Bimbaminkia in action

 

La ragazzina è in ritardo. E questo è il solo concetto del capitolo, riproposto fino allo sfinimento. Si parte così:

 

Rimando la sveglia finché posso. Senza nemmeno aprire gli occhi.

Solo quando ormai è troppo tardi, e so che non avrò neanche più il tempo per rimediare  al mio aspetto disordinato e assonnato,  sollevo la testa dal cuscino.

 

Bene, andiamo avanti. Qualche riga sotto si legge:

Barcollando abbandono il letto  per dirigermi in bagno, mi guardo nello specchio e mi pento di non essermi alzata dieci minuti prima per mettermi almeno un po’ di fondotinta e mascara  e per sistemare questa informe massa di capelli ricci.

Sofia, ce l’avevi appena detto: la tua bimbaminkia è in ritardo e non ha tempo di rendersi decente. Dicci qualcosa di diverso, please.

Si va al capoverso successivo:

Goffa, ecco, mi sento goffa  e non ho tempo di migliorarmi.

E daje! Ma non hai proprio altro da raccontarci? Non si può che sperare nel capoverso successivo:

Maledetto cronico ritardo. Dopo tutte le ore passate stanotte a leggere,  adesso devo correre.

A quel punto, dopo aver letto soltanto 21 righe di libro (versione elettronica), il lettore è già bell’e rassegnato: questa qui non ha un cazzo da raccontare, ma sta disperatamente provando a farlo. Perciò allunga il brodo ribadendo il solo concetto che guizza nelle fitte nebbie narrative in cui sta brancolando, indossando il cappellino con visiera all’indietro e facendo “yeah!” ogni tre passi: la sua creatura bimbaminkia è in ritardo. E così persevera:

Piove. Non ho l’ombrello. Troppo in ritardo anche per pensare di arrabbiarmi,  corro alla fermata  e cento metri prima di arrivare mi vedo l’autobus passare davanti.

Decido  che è troppo tardi per aspettare quello dopo e inizio a correre sgraziatamente verso la mia scuola, sperando di non cadere  o di non incontrare persone che conosco.

 

La fortuna del lettore è che finalmente la bimbaminkia arrivi a scuola. Ovviamente in ritardo, sulla campanella della prima ora. Sì, ma quanto in ritardo? La risposta all’interrogativo dà modo d’ammirare un’altra perla di scrittura esibita da Miss Refuso:

Puntualmente arrivo cinquantanove secondi dopo l’orario consentito,  fradicia, e la professoressa non mi ammette a lezione.

Cinquantanove secondi! E badate che non si tratta di una cosa scritta a mo’ di battuta, come a voler creare un contrasto fra la propensione cronica al ritardo e la precisione maniacale. È proprio che Miss Refuso mostra qua e là una mania della precisione cronometrica che sembra rubata a Furio, il personaggio di Carlo Verdone diventato il Pedante per antonomasia nell’immaginario popolare.

 

Per esempio, ecco un altro saggio cavato sempre dal primo capitolo:

Una delle cose che amo di più, d’inverno, è la mia 60.

L’autobus – con il riscaldamento – che mi porta ovunque senza farmi prendere freddo. La fermata dista un minuto e trentasette secondi a piedi da casa mia (…).

 

Un minuto e trentasette secondi! E ancora, all’inizio del capitolo 6, laddove si descrive l’arrivo a scuola il giorno successivo, ecco un’altra variazione sul tema:

Varco la porta della classe esattamente sette secondi prima del suono della campanella.

Se poi capita che la bimbaminkia torni a casa tardi per cena, non dice mica che arriva “alle nove passate”, nossignori. Come si legge al capitolo 3:

Arrivo a casa alle 21.07 (…).

 

Sembra il tabellone con l’orario dei treni, ma fosse solo questo. Il fatto è che la mamma l’accoglie sulla porta simulando severità ma senza dismettere un atteggiamento bonario. O almeno questo è il modo che io uso per esprimervi il concetto, usando un italiano minimamente decente. Perché Miss Refuso, invece, lo dice così:

 

“Fila in cucina che è pronto” risponde lei, fiscale, anche se con un sottofondo scherzoso.

 

 

Fiscale anche se con un sottofondo scherzoso? Ma come cazzo scrive questa qui? E com’è che in Mondadori non ha trovato un editor che le bacchettasse falangi, falangine e falangette fino a farle capire che un libro non è un SMS?

Qui sta il problema. Non è tanto l’assenza della storia (che pure…), né la bimbominkieria dello stile (che pure bis…). È proprio che la youtuber ha uno stile di scrittura primitivo. Non c’è la minima ricercatezza in quelle righe, e nemmeno uno sforzo di ripulitura. In Succede le parole sono usate come fossero pietre che servono a spaccare le noci. E quello che resta ve lo sorbite così com’è. Alcuni passaggi sono davvero la finestra spalancata sulla Tundra Culturale Italiana. Per esempio, ecco come l’autrice descrive il ciclo mestruale:

 

E sono pure in quel periodo del mese.

Il periodo fastidioso e tragicomico che le donne sono costrette ad affrontare dodici volte l’anno per la maggior parte della loro vita. Quando tutto va male, tutto è sbagliato, la faccia si riempie di brufoli, la pancia si gonfia, i capelli diventano ingestibili e orrendi e, qualsiasi capo d’abbigliamento una donna si provi, le sembrerà sempre di essere un sacco di patate che cammina.

 

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Una finestra sulla Tundra Culturale Italiana

Ma quanta grazia, quanta raffinatezza, pur di non dire “mestruazioni”. Pura carpenteria. E badate che questo è solo un saggio della raffinata scrittura di Sofia Viscardi. Di frammenti come questo, il libro di Viscardi trabocca. E la mia fortuna è che in parallelo a questo volume osceno, a questo saggio sulla tundrificazione italiana, sto leggendo l’opera di Angelo Ferracuti. Che almeno mi permette di prendere un po’ d’ossigeno prima di tornare a immergermi nel percolato. Materia informe e insalubre, arricchita anche da errori di grammatica come quello che si trova in principio del capitolo 2, dove si parla dell’amica Olimpia:

 

È la mia migliore amica da tanti anni ormai. Ed è una di quelle persone che ha sempre la soluzione giusta al momento giusto.

 

Casomai, sarà “una di quelle persone che hanno sempre la soluzione giusta”. Ma vabbe’, come si suol dire, “succede”. Shit happens. E ne succederanno ancora parecchie, durante questa stroncatura in itinere di Miss Refuso.

  1. Continua

 

E dopo esservi abbrutiti con la lettura di questi orrori editoriali, ristorate l’anima con questo splendido brano musicale.

 

Michele Serra, il reazionario soft – 3 Dall’artigianato alla catena di montaggio: così muore un talento satirico

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Le precedenti puntate sono state pubblicate qui e qui

Opinione raccolta su Facebook a margine delle precedenti puntate di questa stroncatura seriale: “Sì, sarà anche vero che i romanzi di Michele Serra sono scadenti, ma la qualità della sua scrittura resta altissima”. Dissento rispettosamente. È più dire che la qualità della scrittura di Michele Serra era alta, e mi si perdoni la licenza sul congiuntivo. Adesso non lo è più. La decadenza dell’autore va di pari passo con la decadenza del suo stile, e anzi la seconda precede la prima. Si tratta di uno schema che si applica a ogni autore, e Michele Serra non vi si sottrae. I suoi ultimi libri sono scadenti perché scadente è la prosa, e quella prosa si dimostra di cattiva qualità anche in ogni altro cimento pubblicistico. Sui motivi di questo precipitare si può dare diverse spiegazioni, ciascuna più o meno credibile. Provo a dare la mia, premettendo che sono stato fra coloro che hanno amato la scrittura di Michele Serra in altri tempi, e che perciò mi ritengo autorizzato a criticarne la miseria qualitativa di oggi.

La mia tesi è che, a partire dalla metà degli anni Novanta, Michele Serra sia rimasto vittima di un meccanismo infernale: la fordizzazione della satira. Una dinamica che ha fatto altre vittime, e che regolarmente si presenta come un bivio di carriera a ogni autore di testi e materiali comico-umoristici giunto a un livello di fama oltre il quale giunge l’obbligo di produrre per i grandi numeri. Quel bivio è quasi sempre mortale, perché determina il passaggio dalla logica della bottega artigiana a quella della catena di montaggio. Un passaggio che per chi fa satira non dovrebbe avvenire mai. La satira è infatti, per sua natura, un esercizio intellettuale che richiede la rarità. È esigente, si fonda su intuizioni folgoranti che però poi vanno messe a punto con attenzione estrema, ha un’estetica che per quanto possa sembrare paradossale richiede misura. Fra tutti i generi di scrittura, e assieme alla poesia quello che più di tutti richiede la distillazione del contenuto. Tutto ciò fa sì che il più grande sabotaggio alla satira e ai suoi autori sia quello di inflazionare entrambi. Un frammento di satira va cesellato e meditato, e poi quando esplode in tutto il suo clamore va lasciato sedimentare. Questo è il ciclo produttivo di chi elabora scritti satirici, e si tratta di un ciclo da bottega artigiana perché mette primaria attenzione sulla qualità del singolo oggetto. Che per definizione deve essere d’eccelso livello, tale da superare tutti quelli espressi fin lì ma condannato a essere visto come un’approssimazione rispetto alla perfezione. E per l’esteta (quale l’autore di satira è, checché se ne dica) la perfezione è una meta irraggiungibile per definizione, pena la morte dell’intenzione estetica.

 

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Artigiano all’opera

Questa è la satira, questo è il ciclo produttivo di chi vi si cimenta. Purtroppo, presto o tardi, succede che il rinomato autore di satira si ritrovi sollecitato a oltrepassare il confine della fordizzazione. Oltre il quale la satira non può permettersi i tempi artigianali della qualità, ma piuttosto deve produrre a raffica e secondo i tempi industriali comandati dalla catena di montaggio della comunicazione di massa: la rubrica de newsmagazine settimanale, gli impegni autoriali per i due-tre programmi televisivi, la rubricuzza quotidiana che per 330-340 giorni all’anno deve essere assicurata come fosse la cacchina del mattino e senza possibilità di sottrarsi, la rubriconza della risposta alle lettere dei lettori da sbrigare per il newsmagazine settimanale allegato al quotidiano, e poi le articolesse che capita di scrivere con una certa frequenza perché si è pur sempre una delle firme di punta del giornale, e gli interventi una tantum da assicurare dove e quando succede. Chiamasi sfruttamento estensivo di risorsa fatto con una tempistica imperativa, laddove nel ciclo artigianale della produzione si procede per via intensiva e con una tempistica relativamente lasca.

 

 

E non c’è autore che ne esca indenne, se accetta di lasciarsi inglobare dalla logica di fordizzazione della satira. Basta poco per vedergli perdere smalto, per avvertire la fatica e la scontatezza delle trovate, e la rarefazione dei momenti degni del periodo artigianale. Se nel periodo pre-fordista erano otto-nove su dieci i frammenti che strappavano la nostra ammirazione, in quello fordista troviamo decente un frammento ogni venti-venticinque. E soltanto uno su cinquanta davvero all’altezza dei momenti migliori dell’artigianato satirico.

In questo meccanismo è rimasto stritolato Michele Serra come altri autori di satira prima e dopo di lui. Chiamato a scrivere a ritmi da catena di montaggio, egli ha preso il solo profilo possibile in circostanze del genere, quello che Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, individuò per l’insipido Gianrico Carofiglio: scribacchino mestierante. Un’etichetta in cui non bisogna ravvisare offesa alcuna (ma Carofiglio, dall’alto della sua venerazione per la libertà d’opinione, decise di querelare), e che anzi corrisponde alla realtà delle cose. Perché quanto più un autore è costretto a scrivere, tanto più si affiderà al mestiere, cioè al bagaglio d’esperienza fatto di trucchi, trovate e schemi ripetitivi che consentono di portare a termine la missione anche in momenti di scarsa vena. Il Michele Serra dell’ultimo quindicennio rispetta questo profilo. E ne è dimostrazione Satira preventiva, la rubrica che tiene ogni settimana sull’Espresso. In quello spazio si ha la costante ripetizione di uno schema: si prende un tema, lo si sottopone all’uso sfrenato di iperboli e paradossi con ricerca dell’assurdo a tutti i costi, e ci si sforza d’arrivare in fondo alle circa 3.000 battute necessarie per coprire la pagina. Il risultato? Imbarazzante. Basta fare una rapida rassegna di alcune puntate prese a caso, partendo dall’ultima pubblicata nel numero in edicola fino al 26 maggio. Si prende spunto dalla notizia su Alfio Marchini che per fare campagna elettorale parcheggia da qualche parte la Ferrari e va in giro con mezzi più modesti, e ecco come viene sviluppato:

 

La sua campagna elettorale è massacrante. Raggiunge in Ferrari un autogrill sul raccordo anulare, dove sale su una Panda. Da lì si spinge fino a Tor Bella Monaca dove lascia la Panda e sale su un Ape; abbandona l’Ape a poche centinaia di metri e inforca un Ciao degli anni Sessanta con il quale arriva fin sotto il palco. Due i problemi imprevisti: il primo è che nel corso dei vari passaggi Marchini dimentica di congedare l’autista, e dunque quando fende la folla seduto sul portapacchi del Ciao guidato da un uomo in livrea l’auspicato effetto pauperistico è vanificato; il secondo è che quando torna, a notte fonda, in autogrill, non trova più la Ferrari. Fioccano le polemiche sui social network: pare che il Ciao degli anni Sessanta di Alfio Marchini sia lo stesso usato da Liz Taylor quando era a Roma per girare “Cleopatra”. È stato battuto all’asta per 120mila euro.

 

 

Cosa di più imbarazzante che uno impegnato spasmodicamente a farvi ridere ricevendo i cambio smorfie perplesse e sguardi viaggianti altrove? È la reazione ordinaria davanti ai pezzi “satirici” di Michele Serra, specie quando a leggerli sono coloro che hanno amato la satira serriana dell’epoca artigianale. Altri esempi? Subito serviti. Dal numero in edicola il 19 maggio, sotto il titolo Garantisti e giustizialisti al Derby del Cuore, si legge:

 

Il “Foglio” e il “Fatto quotidiano” sono gli sponsor, rispettivamente, della squadra garantista e di quella giustizialista. Il “Fatto Quotidiano” ha chiesto il sequestro preventivo delle magliette garantiste, perché sono state realizzate in una maglieria la cui titolare, negli anni Settanta, era fidanzata con uno zio del ministro Boschi. Il “Foglio” ha chiesto l’analisi chimica delle maglie dei giustizialisti, che sono rosso sangue. “Una polemica pretestuosa – ha replicato il selezionatore della Nazionale Giustizialisti, Di Pietro – perché per tingere le nostre maglie non abbiamo usato sangue umano, ma sangue di tacchino”.

 

Risate da infarto, eh? Roba che non avrebbe scritto nemmeno Beppe Severgnini. Invece per il Michele Serra della satira fordizzata è la norma. Leggiamo cosa scrive nella puntata di Satira preventiva pubblicata il 21 aprile col titolo Presentate da Vespa le ricette Provenzano. Si prende spunto dalle polemiche seguite alla presentazione del libro di Salvo Riina durante una puntata di Porta a porta, e da lì parte la solita sarabanda di ulteriori sviluppi immaginati:

 

Cominceranno, sempre da Vespa, le sorelle Idda e Chidda Provenzano con il loro libro di ricette fresco di stampa. Sono quasi tutte immangiabili perché le sorelle Provenzano non hanno mai amato cucinare, e mangiano da sempre alla tavola calda sotto casa. Si tratta di poche pagine sciatte, una decina in tutto, scritte in modo approssimativo. Si distingue solo una interessante pasta con le sarde nella quale le sarde vanno messe ancora vive nel piatto: ogni commensale deve strangolarle lentamente con una tagliatella. Vero scopo del libro è introdurre un lungo elenco (duecento pagine) dei negozi di alimentari in regola con il pagamento del pizzo, dove le sorelle intimano di fare la spesa. Ogni acquirente del volume, uscendo dalla libreria, viene pedinato da uno sconosciuto che lo minaccia nel caso non si rifornisca nei negozi autorizzati.

 

 

Potrei andare avanti a lungo, ma preferisco chiudere la rassegna su Satira preventiva citando un ultimo estratto che risale alla scorsa estate, esattamente al 30 luglio 2015. Il titolo della puntata è Ultima moda ultrà scontri senza partita, e prende spunto dagli scontri di cui è stato protagonista qualche giorno prima un gruppo di tifosi laziali alla vigilia di una partita amichevole a Bruxelles. Ecco come il nostro reazionario soft ha svolto il compitino:

 

Perché picchiarsi solo prima, durante e dopo la partita? Perché piegarsi all’inaccettabile interferenza del gioco del calcio sul corretto svolgimento della violenza sugli spalti? Si sta valutando l’ipotesi di organizzare scontri in assenza di partita, con gli stadi pieni di tifosi e il campo vuoto: solo con un enorme gong al centro. Al suono del gong, dato da un funzionario della Lega Calcio, gli ultrà cominciano a lanciarsi petardi e bastonarsi urlando sconcezze con gli occhi fuori dalle orbite. “Il grande vantaggio – spiegano i capi ultrà – è che non si viene più disturbati da quanto avviene in campo, ci si può concentrare molto meglio sulle violenze”.

 

E se l’autore si limitasse a scrivere ciò, si tratterebbe di un frammento intelligente e gradevole. Ma ragionare a questo modo attorno a un frammento di satira significa insistere nell’applicare una logica artigianale alla satira stessa. Che invece, nel caso di Michele Serra, deve piegarsi alla logica industriale del compimento della misura. E l’esigenza di compiere la misura comporta un allungamento di brodo il cui effetto è inflazionare e banalizzare quel poco di gradevole che è stato prodotto. Lo dimostra il frammento immediatamente successivo:

 

Per contenere i costi si stanno studiando anche disordini take-away, ordinabili con una semplice telefonata a un numero verde: si possono ordinare fino a sei ultrà che verranno consegnati a domicilio in un apposito contenitore termico, che li mantiene caldi. Si va dalla tariffa Comfort, un semplice scambio di sberle in faccia e parolacce sul portone di casa, alla Executive, con devastazione accurata dell’appartamento, fino alla De Luxe, con devastazione anche dell’appartamento del vicino e incendio finale della tromba delle scale.

 

 

Avvilente. L’articolo in sé, ma soprattutto il confronto fra gli scritti serriani del periodo artigianale e quelli di adesso. L’impoverimento di stile è evidente, e va messo agli atti come un dato ormai irreversibile. Ma davanti a ciò i difensori di Michele Serra e del suo stile potrebbero insorgere e sostenere che questa critica si basi esclusivamente su un giudizio di qualità, e che dunque si tratti di un argomento non abbastanza forte per sostenere la tesi sul declino della scrittura serriana. A questa obiezione rispondo che c’è molto altro, nella scrittura di Michele Serra, a segnalare il suo scadimento. E non si tratta soltanto d’inflazione dello stile e del testo. Anche la forma denuncia una grave perdita di qualità. Ma di questo si parlerà nella quarta e ultima puntata.

(3. continua)

 

Come sempre, per risarcirvi parzialmente delle brutture che avete letto vi regalo un brano musicale d’alta qualità.