La Formula 1 e il labile confine tra spionaggio e circolazione delle conoscenze (Il Messaggero, 6 giugno 2010) Condividi

Ancora una volta il mondo della Formula 1 viene attraversato da un caso di spionaggio industriale. Le scuderie che in quest’occasione si contrappongono, e che presto potrebbero farlo in tribunale, sono di retrovia: la Force India e la rinata Lotus, con la prima a accusare la seconda. Dunque, e al contrario di quanto accadde nel 2007 allorché si trovarono contrapposte Ferrari e McLaren, stavolta non sono in ballo i colossi del Circus. E tuttavia rimangono costanti la gravità dell’accusa e il carico di nodi irrisolti che essa porta con sé. Quanto alla prima, essa sarà materia per le autorità inquirenti e giudicanti. Riguardo alla seconda, è necessario condurre un ragionamento e sottolineare che le cose sono più complesse di come le si voglia rappresentare.
L’elemento sul quale si concentra ogni contraddizione riguarda la natura del sapere tecnico sviluppato all’interno di un gruppo di lavoro impegnato in un campo d’attività a alto contenuto tecnologico. E finché non verranno risolti gli equivoci legati a questo aspetto si continuerà a vedere casi di spionaggio industriale anche laddove si tratti solo di un’ordinaria circolazione della conoscenza da un gruppo all’altro. Per sciogliere il nodo bisogna partire da un assunto: in ogni campo tecnologico si procede per salti innovativi (rari) e imitazioni dell’innovazione (che costituiscono la norma). Il vantaggio competitivo dato dall’innovazione che sconvolge gli equilibri consolidati ha un ciclo, dipendente dalla capacità mostrata dai concorrenti nell’acquisire quell’innovazione e – se possibile – migliorarla. E per imitare un’innovazione non è indispensabile impadronirsi delle informazioni tecnologiche di cui è in esclusivo possesso chi l’ha pensata e realizzata. Le ‘comunità specialistiche dei saperi’ condividono ormai un ampio capitale di conoscenze, e basta l’osservazione del singolo ritrovato e/o manufatto per comprendere dove e come sia intervenuta l’innovazione; da lì in poi l’imitazione avviene per approssimazioni, ma in un tempo relativamente breve raggiunge il risultato cercato. Tale ragionamento vale ancor più nel caso delle monoposto da competizione: che sono oggetti ampiamente esposti al circuito della comunicazione, e le cui performance sono pubbliche per ragioni di spettacolo (ché altrimenti nemmeno esisterebbero). E dunque, quando una delle parti in causa accusa l’altra di aver visto riprodurre quasi in fotocopia la propria vettura, dovrebbe tenere conto degli aspetti appena illustrati: la base comune delle conoscenze circolanti alla singola comunità dei saperi specialistici, e la pubblicità dei manufatti – due elementi che rendono possibile l’imitazione senza che vi sia spionaggio o furto d’informazioni.
Ma l’aspetto davvero cruciale è quello che riguarda il contesto in cui l’innovazione tecnologica matura, con la questione della sua ‘imputabilità’ e il ruolo dei singoli a costituire elementi di ardua gestione. In Formula 1 come altrove, l’innovazione tecnologica sorge all’interno di gruppi aziendali di lavoro. E, indipendentemente dal ruolo di leadership intellettuale che alcune figure individuali possono esercitare sugli altri membri del gruppo, la conoscenza che ne scaturisce non può che essere una forma di ‘intelligenza collettiva’. Dunque, essa è imputabile al gruppo stesso. Ma al tempo stesso sorge un problema: ciascun membro del gruppo contribuisce in parte a quell’intelligenza, ma l’acquisisce tutta perché essa non è frazionabile. Cosa succede quando il singolo esce dal gruppo per andare a lavorare con un gruppo concorrente? Che egli porti con sé la conoscenza maturata – non soltanto in termini del sapere acquisito su uno specifico oggetto, ma anche riguardo alla cultura organizzativa del gruppo di lavoro dal quale è fuoriuscito e agli stili di pensiero e di azione dei singoli membri che lo compongono – è inevitabile, a meno di immaginare fantascientifiche operazioni di ‘erasing head’. A ciò si aggiunga (come è avvenuto nel caso di Force India e Lotus) il fatto che tali gruppi di lavoro possono esternalizzare fasi della produzione-innovazione a attori terzi, e che questi ultimi possono lavorare per più gruppi fra loro concorrenti. Circostanza, quest’ultima, che rende la conoscenza tecnologica condivisa, e l’imitazione estremamente agevole.
In un contesto così strutturato, e facendo eccezione per i casi di reale dolo, parlare di spionaggio industriale è estremamente complicato. E ancor più lo è distinguere il confine tra il furto d’informazioni e la loro inarginabile circolazione all’interno di una comunità specialistica del sapere.

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