Arrigo, vuoi scommettere? (Il Riformista, 13 ottobre 2010)

Cari amici, questo è l’articolo che oggi mi è stato pubblicato dal Riformista. Buona lettura.

Una domanda: ma il signor Sacchi Arrigo ha capito d’essere di nuovo un dipendente della Federazione Italiana Gioco Calcio? Nel caso non gli fosse chiaro, qualcuno in FIGC gli ricordi che dallo scorso agosto egli è responsabile delle nazionali giovanili. Scelta, per quanto ci riguarda, inopportuna e passatista come poche altre; ma è un’opinione personale, e comunque non è questo il punto. Il punto è che, da dipendente della federcalcio, egli farebbe bene a dismettere alcuni dei ruoli occupati da pensionato d’oro del calcio italiano. Quello di opinionista in tv e sulla carta stampata, per esempio, e che comunque sarebbe il meno. Perché, soprattutto, egli dovrebbe abbandonare quello da testimonial d’un sito di scommesse sportive online, Betclic.  Nella cui homepage la sua foto spicca in posa sorridente. Con l’indice rivolto all’internauta e la frase che esorta: “Con me, scommetti su Betclic!” E appena sotto, una didascalia che recita: “Arrigo Sacchi, vincitore Coppa Campioni 1989 e 1990”.

Su alcuni siti, ieri, si è toccato il culmine. I banner di Betclic mostravano l’Arrigo che invitava a puntare su Italia-Serbia di ieri sera. Cioè, la partita in cui era impegnata la principale rappresentativa della federazione per la quale egli lavora. Ben visibili le quote: 1,75 la vittoria dell’Italia, 5 la vittoria della Serbia, non specificato il pari. E lui lì, con quel sorrisetto obliquo che da sempre lo pone al di là del bene e del male. Esattamente come qualsiasi italiano medio, quella figura la cui espressione calcistica egli tanto detesta per furberia e istinto speculativo. Quanti predicozzi abbiamo sentito proferire da quelle labbra, a proposito di educazione e i valori morali che al calcio italiano mancherebbero, e sul deficit di cultura sportiva che sarebbe una piaga di questo paese. Proferiti da lui, anti-italiano nel predicare e italianissimo nel razzolare. Sarebbe bello che dalla FIGC facessero sapere cosa ne pensano, ma dubitiamo che ciò accada. Scommettiamo, Arrigo?

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Ines Sainz, la vixen del giornalismo sportivo (Il Riformista, 19 settembre 2010)

Cari amici, questo è l’articolo che oggi mi è stato pubblicato in prima pagina dal Riformista. Buona lettura.

Non poteva che andare così. Da una parte l’ambiente sportivo più machista al mondo, un outlet del testosterone in cui il confine fra performance sportiva e esibizione di virilismo è indistinguibile. Dall’altra, Ines Sainz di Azteca TV: una delle giornaliste più sexy al mondo, per la quale l’avvenenza e l’immagine fanno parte dello stile professionale. E se una reporter con queste caratteristiche viene spedita a fare un servizio dentro lo spogliatoio d’una squadra che pratica lo sport più machista del mondo, ecco che la fine è nota. Ve l’immaginate il cinghiale che entra al Circolo Arci-Caccia a chiedere un caffè?

Il putiferio è scoppiato la settimana scorsa, quando le agenzie di tutto il mondo hanno diffuso la notizia delle molestie sessuali denunciate dalla giornalista messicana, e avvenute nello spogliatoio dei New York Jets, franchigia della National Football League (NFL). Ines aveva realizzato sul campo dello stadio dei Jets, sabato 11 settembre, un’intervista col quarterback Mark Sanchez; e già durante quel passaggio le battutacce e le allusioni sessiste pare abbondassero. Di peggio sarebbe successo nello spogliatoio, coi giocatori a intonare cori di scherno e l’head coach Rex Ryan a assumere un atteggiamento palesemente ostile nei confronti di Ines. Che ha denunciato il tutto, aggiungendo di aver realizzato in carriera oltre 250 interviste e di non essere mai stata fatta oggetto di comportamenti del genere. La NFL ha immediatamente aperto un’inchiesta, allo scopo d’allontanare una volta per tutte l’aura di aggressività maschilista che circonda il football americano, lo sport più d’ogni altro infestato da episodi di violenze e ‘sexual harassment’. Per certo, la pessima pubblicità derivata dall’episodio è già un dato di fatto.

E tuttavia, dicevamo, non poteva che andare così’. Perché Ines è davvero bellissima. Di più: non si limita a esserlo, ma lo esibisce come un segmento del proprio stile pubblico. Del resto, comunicare è o no produrre anche immagine? E lei applica il principio nel modo più radicale. Intere truppe di inviati ai mondiali di calcio, e i calciatori di quasi tutte le rappresentative nazionali che hanno partecipato a una fase finale, la conoscono. Perché è impossibile non notarla in conferenza stampa, o dimenticarsene dopo aver sostenuto un’intervista con lei. Alcuni giornalisti confessano di aspettare il rito quadriennale dei Campionati del Mondo per avere l’occasione di reincrociarla. Una visione inattesa, dentro un  mondo come quello del calcio che nonostante il mutamento dei costumi rimane prevalentemente maschile. Dove quella ragazza che nella pagina personale di My Space mette una serie di foto in costume, in stile Pamela Anderson, ha ancora un effetto destabilizzante. Chi l’ha conosciuta, o anche soltanto vista un attimo nella folla d’una conferenza stampa che immediatamente spegne il brusio quando lei s’alza a prendere la parola, poi ne parla con occhi trasognati. E ognuno ne racconta un aneddoto. I cambi d’abito volanti a Coverciano per realizzare l’intervista nella ‘mise’ più consona; i blue jeans stile ‘second skin’: e quella sfilata sulla pista d’atletica del ‘Re Baldovino’ (l’ex Heysel) a Bruxelles, lo scorso maggio nel prepartita dell’amichevole fra Italia e Messico, con uno stadio intero catturato dall’ipnosi. Fu proprio lei a chiedere a Francesco Totti un’opinione sulle donne messicane ‘baffute’, provocandone la leggendaria risposta: “Dije che se fanno ‘a ceretta”. Nell’articolo in cui veniva raccontato dell’incidente avvenuto coi New York Jets, il quotidiano Usa Today ha riferito che Ines definirebbe se stessa ‘the hottest sport reporter in Mexico’. Impossibile sapere se davvero lei vada in giro a dire ciò di se stessa. Di sicuro ha consapevolezza d’essere un sex symbol; e ci gioca anche. Fermandosi però sul limite del lecito, e rimettendo immediatamente in riga chi l’oltrepassi. Anche questo si dice di lei. E proprio questo è ciò che ne fa una superba ‘vixen’, la femmina della volpe presa a modello dal mitico regista americano Russ Meyer per raccontare un lato della femminilità che l’universo maschile stenta a elaborare e accettare. Una donna gioiosa e sessualmente libera, prorompente. Dominante senza essere castrante, priva d’imbarazzo nell’esprimere appieno la propria femminilità e poi subito pronta a fuggire per tornare alla propria libertà. Forse il tipo femminile che ancora oggi mette più in ansia il maschio, ancestralmente legato dal desiderio di catturare e dominare a dispetto di un mutamento culturale nella direzione dell’emancipazione femminile. Mettete dunque una ‘vixen’ dentro un ambiente machista fino all’ottusità. Cos’altro poteva venir fuori, se non un incidente che sconfina dallo scontro di potere sessuale per invadere il campo del conflitto culturale? Tanto più se lei è messicana e loro yankees. Praticamente, la perfetta tempesta. Non soltanto ormonale.

Kewell, il premier e l’esorcista

 

A chi dire grazie se Harry Kewell sarà in campo con la maglia dell’Australia ai mondiali? A un esorcista sudafricano e alla sua influenza sul premier australiano. Sembra la trama di un B-movie, e invece è la storia che viene fuori a poche ore dall’esordio della nazionale guidata dall’olandese Pim Verbeek contro la Germania (domani a Durban, ore 20.30). Perseguitato dagli infortuni, il 31enne Kewell (nelle ultime due stagioni in forza ai turchi del Galatasaray) continua a essere il giocatore che nella squadra di Verbeek può fare la differenza. Ma i suoi problemi all’inguine, non risolti da un’operazione affrontata a gennaio, hanno messo a rischio la sua presenza in Sudafrica. Che intorno a lui si creasse un’aspettativa ansiosa era ipotizzabile. Non altrettanto che ciò diventasse un affare di stato, ammantandosi addirittura di superstizione. Eppure è successo.

Articoli pubblicati da testate australiane e ripresi da alcuni giornali europei hanno svelato che della delicata questione si è occupato un esorcista sudafricano, il vescovo Isaac Nonyane, che opera nella township di Tembisa vicino Johannesburg. Nella storia entra anche il primo ministro australiano Kevin Rudd, laburista in crisi di consensi. Non è dato sapere cosa abbia portato le strade del primo ministro australiano e dell’esorcista sudafricano a incrociarsi, né se tutto avvenga per caso. Fatto sta che, sempre stando a quanto riferiscono i giornali, Noyane avrebbe indicato il modo per far giungere Kewell alla guarigione: un pubblico messaggio d’augurio da parte del primo ministro. Ciò che Rudd, casualmente, ha espresso nei giorni scorsi. Dove sta la causa e dove l’effetto in questo curioso meccanismo che mescola magia e comunicazione? Forse non lo sapremo mai.

Come ha riferito l’australiano Daily Telegraph, Nonyane ha affermato che contro Kewell non pende una forma di malocchio, ma che piuttosto è uno spirito maligno a congiurare contro di lui, e che avrebbe continuato a farlo finché non fosse stata effettuata un’azione propiziatoria. Il messaggio di Rudd, appunto. L’esorcista ha aggiunto che tali informazioni gli sono state riferite dalla defunta bisnonna, con la quale egli suole comunicare. Inoltre Nonyane, durante l’incontro col cronista del Telegraph, ha mostrato una copia della Bibbia all’interno della quale era stata collocata una foto in bianco e nero di Kewell. Funzionerà? Lo sapremo soltanto domani sera. Di sicuro, per Rudd si apre il bivio fra l’impennata dei consensi che gli deriverebbe dall’acquisito carisma da premier taumaturgico e il crollo definitivo di popolarità. E adesso, per favore, la si smetta di dire che il rapporto fra calcio e magia è un problema che riguarda soltanto il calcio africano limitandone la crescita.

De Rossi e la tessera del tifoso (Il Riformista, 28 maggio 2010)

Scandalo: un calciatore della nazionale dice quello che pensa, e lo fa addirittura durante una conferenza stampa di vigilia dei Mondiali. Circostanza destabilizzante come nessun’altra, ai limiti dell’eversivo. Dunque, si reprima un tale ardire e si riconduca all’ordine il reprobo. È quanto successo due giorni fa al Sestriere a Daniele De Rossi, centrocampista della Roma e della nazionale di Lippi. Che oltre a parlare del possibile futuro al Real Madrid s’è avventurato su un argomento fra i più sensibili nel mondo del calcio: la tessera del tifoso. L’ha fatto senza usare diplomazie: “Sono contrario alla tessera del tifoso come a ogni altra forma di schedatura. E poi, visti i fatti recenti, forse bisognerebbe istituire la tessera del poliziotto”. L’avesse mai detto. Nell’immediato sono arrivate le reazioni scocciate del ministro Maroni e del capo della polizia Manganelli. E anche dai vertici federali è giunto l’alto sgradimento, tanto da indurre nelle ore successive il giocatore a scusarsi per quanto detto. Ma scusarsi di che?
Prima di qualunque altra cosa, vorremmo chiedere a De Rossi di pagarci il copyright. Avevamo illustrato la medesima tesi esattamente due settimane prima di lui (si legga Il Riformista del 5 maggio), facendo leva su due argomenti: quello per cui se a motivare l’istituzione della tessera è la presenza di una sparuta minoranza di violenti tra la massa pacifica, allora anche presso le forze dell’ordine se ne imporrebbe l’adozione; e quello per cui, se davvero la tessera del tifoso è uno strumento a garanzia del tifoso stesso e del suo retto comportamento, ugualmente si potrebbe dire nel caso dell’agente di polizia e del suo diritto a non essere equiparato alle poche ‘mele marce’. Di quelle tesi non ci siamo pentiti, e le ribadiamo a due settimana di distanza.
Ovviamente, dette da De Rossi le cose cambiano. E ancor più cambiano se da De Rossi vengono dette e rimangiate. L’effetto che s’ottiene dall’auto-smentita di un giocatore della nazionale è quello di rafforzare l’idea di validità dello strumento. Soprattutto, per l’ennesima volta viene veicolata l’immagine di un mondo del calcio incerto e irresponsabile davanti a un grave problema sociale (ma quale, quello della violenza ultras o quello della violenza e basta?), nonché incapace di esprimere un’autonomia presa di posizione. Cosa pensano i calciatori a proposito della tessera del tifoso? E perché non fanno sentire la propria opinione, sfavorevole o contraria? Vent’anni fa il grande Marco Van Basten, a domanda sulle violenze ultras, rispose che lui si preoccupava solo di giocare e di quanto accadeva fuori dal perimetro di gioco non gli fregava nulla. Opinione sgradevolissima e censurabilissima; ma almeno una presa di posizione schietta. Al contrario, Daniele De Rossi (già oggetto tempo fa degli strali da parte delle forze di polizia per avere espresso un umano pensiero di solidarietà verso il suocero, un pregiudicato romano morto ammazzato) è recidivo. Il ragazzo dimostra di non avere il coraggio delle proprie idee. Dice le cose per poi smentirle se scopre che provocano rumore. E ha sempre una buona espressione costernata da mostrare, così diversa da quella segnata da inquietante trance agonistica immortalata nella copertina del videogioco ‘Fifa 09’. Tempo fa egli si dichiarò simpatizzante di Forza Nuova, ma subito dopo prese a smentire se stesso a rate. Dapprima affermando d’essere stato frainteso, e dichiarandosi soltanto un sostenitore della triade valoriale ‘Dio-Patria-Famiglia’ (che se non è zuppa è pan bagnato); e poi confessando candidamente di non essere mai andato a votare, e di vergognarsene persino un po’. Un apprendista del pubblico pentimento che rappresenta efficacemente l’eterno stato di minorità del calcio italiano e dei suoi protagonisti. Molto meglio parlare del futuro al Real Madrid, e di un’offerta che se arriva non si può dire no perché ti cambia la vita

Le Wags all’italiana (Il Riformista, 9 giugno 2010)

Le wannabe wags. Ovvero, le mogli e le fidanzate (Wifes And Girlfriends) dei calciatori che compongono la nazionale azzurra più sfiduciata e sfiduciante mai qualificata per una fase finale della Coppa del Mondo. A loro Sorrisi e Canzoni TV ha dedicato l’ultima storia di copertina, scegliendo per la titolazione una formula quanto mai originale: “La nazionale in rosa”. E speriamo almeno che l’abbiano brevettata, ché altrimenti i colossi mondiali del content managing gliela sfilano sicuro. E, di rosa in rosa, non poteva non riprendere il tutto la Gazzetta dello Sport, che ha affidato al suo esperto di happy hours (Francesco Velluzzi, ovvero dal nostro inviato nel privè) la confezione d’un pezzo di seconda mano sulle ‘Wags all’italiana’. Un bel cambio merci, e a buon rendere.
Le mogli-e-fidanzate in questione sono nove, alternativamente vestite di bianco, verde e rosso. E a guardarle una a una sorge potente l’interrogativo: Wags queste qua? Abbiate pietà di loro, please. E mica solo perché il confronto con le originali Wags inglesi risulta impietoso sotto ogni profilo, ma soprattutto perché davvero molte di loro non hanno il fisico del ruolo. In ogni senso. Già la collocazione delle nove nella foto del paginone che apre il servizio svela dettagli impietosi: con le mogli di Iaquinta e Cannavaro messe ben in retrovia e chissà come mai. Sono anche le due sole a vestire di rosso (e anche in questo caso, chissà come mai) sulle pagine del settimanale che prima d’ogni altro è stato l’organo ufficiale della way of life berlusconiana. E guardando Daniela Cannavaro ogni lettore potrebbe chiedersi se per caso pure sua zia Filomena non sia un tipo sexy, o non debba ritenersi una Wag sol perché lo zio Gaetano va a farsi una partita di calcetto con gli amici ogni giovedì sera. Certo, a ciascuno le sue Wags. E nel nostro caso si tratta di una pattuglia di fidanzate e mogli tutte casa e famiglia, e che per la maggior parte a andare in Sudafrica manco ci pensano. Perché hanno paura di quel mondo difficile. Mica come le Wags originali, che in occasione delle recenti fasi finali dei Mondiali e degli Europei hanno dato vita a performance di squadra nettamente superiori a quelle dei loro uomini in maglia bianca dell’Inghilterra. Prendevano possesso di interi resort a pochi passi dal ritiro della nazionale inglese, e lì diventavano una manna per gli esercenti di generi di lusso. Un po’ meno bene, con loro, se la passavano i gestori dei locali in cui la pattuglia wag soleva passare le serate. Perché in breve, e senza che nemmeno l’alcol dovesse finire di fare il suo lavoro, le signore erano capaci di lasciarsi andare ai comportamenti più trash e litigare con la clientela maschile, riuscendo in molti casi a metterla in fuga dopo aver sfoggiato vocabolario e comportamenti da maschio operaio britannico medio durante un medio sabato al pub. Le loro gesta hanno creato in Inghilterra uno stile comportamentale e d’abbigliamento (roba da stracafonal, ovviamente), e persino ispirato una serie televisiva, “Footballers’ wives”. Donne protagoniste non meno dei mariti, insomma; e persino con tanto di pelo sullo stomaco quando è stato necessario perdonare le scappate extraconiugali dei consorti. Come è stato nel caso di Victoria Adams in Beckham e Toni Poole in Terry. Rimaste a fianco dei consorti, e mica per amore o senso del focolare domestico, ma perché sciogliere l’azienda a conduzione familiare sarebbe stato più dannoso che mantenerla tutta sbeccata. È stato anche per questo che ormai il loro mito è tramontato. E adesso qualcuno pretende di replicarne il modello in Italia, senza che se ne sentisse il bisogno. Del resto, volete un esempio di condotta da Wag all’italiana? Eccolo sintetizzato nel sommario del servizio pubblicato da Sorrisi e Canzoni: “Tutte sognano la Coppa. Poche di loro, però, seguiranno i loro uomini in Sudafrica. Tra scaramanzie, paure, pannolini da bebè ed esami di maturità”. Le Wags originali non le avrebbero prese nemmeno come Colfs.