In itinere – L’arte del romanzo come impegno sociale. Elogio di Angelo Ferracuti, parte seconda.

(La prima parte può essere letta qui)

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Angelo Ferracuti

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Addio

 

“Ma questo non è un romanzo!”.

Posso immaginare che qualcuno, pur apprezzando Addio di Angelo Ferracuti, eccepisca sull’etichetta di genere da dare al libro. Un’etichetta che in questo caso viene rivendicata dal sottotitolo di copertina: “Il romanzo della fine del lavoro”. E dunque trattasi di romanzo anziché di saggio, è il pensiero di chi vede il libro sugli scaffali delle librerie e magari decide di comprarlo. Per poi giungere all’obiezione con cui ho aperto il post. Ma si tratta di un’obiezione condivisibile?

È una domanda semplice che richiede una risposta complessa. E iniziando a articolarla, segnalo la strano insieme di coincidenze che in queste ore si verifica. Nella giornata di ieri è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura a uno dei più grandi cantautori della storia, e ciò è avvenuto proprio nelle ore in cui ci ha lasciato un altro Premio Nobel della Letteratura che di mestiere faceva il teatrante. E le perplessità dell’opinione pubblica verso l’assegnazione del riconoscimento a Bob Dylan sono le medesime che accompagnarono l’assegnazione a Dario Fo. Perplessità racchiuse in un interrogativo: ma questi due hanno fatto letteratura? Un interrogativo che trovo desolante, e che marchia in modo definitivo quanti lo esprimono. A cominciare dal baraccone Baricco, quello che pretende d’insegnare a altri come si scrive. Sarebbe, quest’omuncolo, capace di creare due frammenti sublimi come i seguenti?

 

 

 

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Scuola Hold’em

 

Tutti questi bariccanti coltivano un’idea di “letteratura a una dimensione”. Qualcosa che viene fatto coincidere esclusivamente con la forma del romanzo, o comunque dell’allegoria in forma scritta e incorporata nello strumento del libro. Rispetto a un’accezione così limitata (rinunciataria, direi), ritengo si debba coltivare ben altra visione di cosa sia letteratura. Che è forma d’arte totale, basata sulle diverse declinazioni dell’allegoria. Attraverso queste forme realizziamo distinte rappresentazioni e astrazioni della realtà, sia quella presente che quelle passate. E vi pare che si possa sminuire una cosa tanto gigantesca incassandola nella forma esclusiva del romanzo? Tanto più che, se dovessimo accettare questa definizione minimale di letteratura, daremmo luogo a situazioni paradossali: per esempio, negare dignità letteraria a due giganti della cultura mondiale come Dario Fo e Bob Dylan, e al tempo stesso riconoscerla a due instancabili produttori di percolato editoriale come Fabio Volo e Anna Premoli (leggi qui e qui). Davvero si vuol intendere questo?

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Fabio Volo

 

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Anna Premoli

 

L’approfondimento sul tema di cosa sia letteratura torna utile al nostro discorso a proposito di cosa si debba o no intendere per romanzo. Anche a proposito di questa forma espressiva esiste una visione monodimensionale, che fa coincidere il romanzo con “l’opera di fiction”. Ossia, un componimento nato da un atto di astrazione dalla realtà. Composto da una trama, una lista di personaggi che occupino la vicenda, uno svolgimento che vada da un inizio a una fine, e una temporalità più o meno delimitata. E dunque, se questa è l’accezione di romanzo, allora è corretto dire che Addio di Angelo Ferracuti non è un romanzo. Perché non è un’opera di fiction, perché i soggetti (non “i personaggi”) che attraversano quelle pagine si limitano a fare capolino in parti specifiche del libro, perché anziché sviluppare una trama racconta la realtà, e perché la temporalità non è delimitata ma aperta per via della sua connessione col presente. Ma davvero possiamo permetterci, soprattutto in questo tempo di esplosioni comunicative e ibridazione dei registri espressivi, un’accezione così miope di romanzo?

A mio giudizio, no. Se mai c’è stato un tempo in cui limitare la forma-romanzo all’opera di fiction ha avuto un senso, quel tempo va messo in archivio. Bisogna avere del romanzo un’idea più ampia, e collegarla alle diverse forme di racconto della realtà. Ciò che comunque non ha alcunché a che fare con l’abusato storytelling, una formula che non per nulla Ferracuti respinge sin dalle prime battute di Addio (il frammento è stato menzionato nel post precedente). Lo storytelling è infatti racconto di parte, la propaganda proseguita con altri mezzi. Per di più, fatta simulando un approccio obiettivo alla realtà. Come se si trattasse di pura tecnica, e non dell’ennesima forma di manipolazione. A questa forma di rappresentazione della realtà bisogna contrapporre il racconto militante. Quello condotto da un autore che non ha paura di dire da che parte sia schierato, e che così facendo compie il primario gesto di onestà intellettuale. Bisogna sempre fidarsi di chi dichiara da che parte sta, anche qualora non ci piacesse la parte con cui si schiera. Almeno sappiamo che non sta cercando d’ingannarci spacciandoci per verità di fatto quelli che sono convincimenti e passioni personali. In questo senso Angelo Ferracuti è esemplare. Certamente lo è nelle pagine di Addio, dove non si tira mai indietro quando ha occasione di esprimere il punto di vista personale. Come succede quando racconta lo scempio che dell’Alcoa di Portovesme continua a essere fatto dalla classe politica di questo paese. Alle pagine 64-5 dell’edizione elettronica, Ferracuti rievoca uno dei tanti numeri da Bagaglino piazzati da Silvio Berlusconi. Riferendosi agli operai della fabbrica, racconta che:

 

Si sentono perseguitati dalla famosa telefonata di Berlusconi a Putin. Il Cavaliere nero in campagna elettorale era venuto nel Sulcis per sostenere il suo medico personale, Ugo Cappellacci, e mentre parlava sul palco, con il telefono in mano e davanti a centinaia di operai, con la bocca sul ricevitore chiese al suo amico fraterno di risolvere la questione di EurAllumina con Rusal. Poi, alla fine della chiamata, questo Mago di Oz da tre soldi disse: “Tutto risolto”, come un prestigiatore che tira fuori il coniglio dal cilindro.

 

Un racconto di parte, schietto e onesto proprio per il suo essere di parte. Ma soprattutto, un racconto. Ossia, la messa in forma narrativa di un episodio di cronaca dimenticato già all’indomani del suo accadere, e tornato a vivere grazie al lavoro di un’anima appassionata alle vicende che narra.

Certo, non è fiction. Purtroppo.

Ma il fatto che non sia fiction non fa disperdere a questo frammento, e a tutto il resto del libro, una forza di “racconto della realtà” che va oltre il mero reportage. È o no, questa, una declinazione del romanzo? Per me sì. Per altri no.

In fondo, il mondo è bello perché vario. E perché microbi come Alessandro Baricco possono eccepire su giganti come Bob Dylan (e, indirettamente, Dario Fo). Ma per me un frammento come il seguente è puro romanzo:

 

Dice Graziella che la crisi non si vede, ma c’è. Poi mi parla di una signora anziana che ha incontrato in comune, era in attesa davanti al gabinetto del sindaco.  “Il marito ha perso il lavoro,  e a un certo punto non sono più riusciti a pagare l’affitto – racconta impressionata, – poi sono stati sfrattati, e adesso vivono per strada, dormono nell’automobile.” La mattina si alzano all’alba  storditi e con il male alle ossa. “È una donna anziana – continua. – come si fa? D’inverno vanno a Portovesme, dove stanno le fabbriche, parcheggiano vicino ai silos caldi degli stabilimenti , d’estate cercano il fresco nelle spiagge. “ Non si dà pace, sostiene che non è un caso isolato.  Quelli che non riescono più a farcela vanno in comune e gli viene detto di fare domanda ai servizi sociali, ma gli uffici si trovano da un’altra parte di Carbonia. Allora quando ha visto la signora che s’incamminava lentamente verso l’uscita, Graziella si è offerta di accompagnarla dicendole: “Oggi lei ha un taxi a disposizione tutto il giorno” e quella non voleva crederci, era contenta come una pasqua, incredula che qualcuno si prendesse finalmente cura di lei. E mentre tornavano, le ha chiesto: “Dov’è suo marito?”. “L’ho lasciato vicino al comune, seduto su una panchina.”

 

Questo è un romanzo, senza bisogno d’essere fiction. E se qualcuno la pensa diversamente, problema suo.

(2. continua)

 

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In itinere – Sofia Viscardi, una finestra sulla Tundra Culturale Italiana – 1 La pedanteria cronometrica di Miss Refuso

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Sofia Viscardi

 

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Il dramma di Sofia Viscardi è che rischia d’essere soltanto un refuso. Un cognome dall’iniziale sbagliata, come fosse trash ma con la prima lettera diversa dalla “t”. E chi volete mai che si lasci impressionare dal brash, o dal vrash? Che infatti sono parole segnate in rosso dal mio programma di videoscrittura, al contrario di trash che viene riconosciuta e autorizzata. E lo stesso succede se digito uno accanto all’altra “Biscardi” e “Viscardi”. Diffidate delle imitazioni, sempre. Perché anche il peggio ha il suo marchio doc. E purtroppo la youtuber milanese fresca maggiorenne non può aspirare nemmeno all’eccellenza del peggio. Può soltanto sforzarsi d’approssimarlo asintoticamente senza riuscire a trovare mai il punto di contatto.

Non altro mi viene da pensare, mentre soppeso il penoso dossier di questa ragazzina priva di qualsiasi talento e perciò baciata dal successo, secondo il mortale sillogismo che nell’epoca presente sta riducendo l’industria culturale italiana alle condizioni d’una sterminata tundra. Viviamo il tempo in cui Fabio Volo assurge al ruolo d’artista totale pur non rivendicando arte e parte alcuna, vero Sommo Wate della Contemporaneità.

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Il Sommo Wate della Contemporaneità

Sicché diventa normale che una Viscardi, Miss Refuso, raccolga fama e notorietà E che persino si veda regalare una rubrica in Quante storie di Rai 3. Invero, pare che quello spazio sia immediatamente sparito. Ma su questo non saprei essere più preciso. Non seguo i format televisivi in cui si parla di libri perché li trovo mediamente scadenti, figurarsi quello apparecchiato  dalla peggior direttrice di rete nella storia di Rai 3, Daria Bignardi.

Ma al di là delle sue fortune televisive, resta intatto il Fenomeno Viscardi. Di cui nulla sapevo fino a poco meno di due mesi fa, e nel quale mi sono imbattuto quando ho visto gli scaffali dei supermercati e degli autogrill invasi dal suo primo romanzo. Ciò che per me è indice infallibile di percolato editoriale. In quali altri luoghi trovate una presenza così sistematica dei libri Newton Compton, tanto per dirne una? Fra tutta quella carta strappata alle sapienti mani del pescivendolo svettava il nome a me fin lì ignoto: Sofia Viscardi. Con quel titolo che diceva già tutto: Succede. E già, shit happens come diceva anche Forrest Gump.

 

Ma il fatto è che in questo caso l’editore non è Newton Compton, ma Mondadori. Che già da tempo ha abdicato alla propria responsabilità sociale verso il sistema culturale di questo paese e promuove il peggio che il web proponga. Hanno arruolato il desolante Massimo Bisotti  (leggi qui, qui, qui e qui) facendone un autore di punta, sicché volevate che non elevassero Miss Refuso al ruolo di romanziera? Ormai, in questo paese, un romanzo lo scrive chiunque. E a me che per il percolato editoriale ho una vocazione tocca leggere di questo e di peggio.

 

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Massimo Bisotti

Dunque, com’è il “romanzo” di Miss Refuso? Letti i primi sei capitoli, mi vien da dire che Federico Moccia sembri Schopenhauer, al confronto. Ci si trova faccia a faccia con la Tundra Culturale, e se almeno c’è un pregio in questo libro eccolo servito.

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Si tratta di una finestra sul futuro plasmato dalla logica del capitalismo irresponsabile applicata all’industria culturale. Se volete davvero avere un’idea di quale sarà la linea di tendenza, e di cosa fra mezzo secolo avrà prodotto un sistema culturale in cui il talento viene sostituito dai talent e i guru intellettuali sono quelli che macinano numeri sui social, aprite pure a caso quelle pagine mentre tenete sottobraccio i rotoloni della carta da culo al supermercato. Ci troverete cose che voi umani non avreste mai immaginato. A partire dalla somma sciatteria dell’incipit, che descrive la scena del risveglio di un’ordinaria liceale bimbaminkia in un giorno di scuola.

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Bimbaminkia in action

 

La ragazzina è in ritardo. E questo è il solo concetto del capitolo, riproposto fino allo sfinimento. Si parte così:

 

Rimando la sveglia finché posso. Senza nemmeno aprire gli occhi.

Solo quando ormai è troppo tardi, e so che non avrò neanche più il tempo per rimediare  al mio aspetto disordinato e assonnato,  sollevo la testa dal cuscino.

 

Bene, andiamo avanti. Qualche riga sotto si legge:

Barcollando abbandono il letto  per dirigermi in bagno, mi guardo nello specchio e mi pento di non essermi alzata dieci minuti prima per mettermi almeno un po’ di fondotinta e mascara  e per sistemare questa informe massa di capelli ricci.

Sofia, ce l’avevi appena detto: la tua bimbaminkia è in ritardo e non ha tempo di rendersi decente. Dicci qualcosa di diverso, please.

Si va al capoverso successivo:

Goffa, ecco, mi sento goffa  e non ho tempo di migliorarmi.

E daje! Ma non hai proprio altro da raccontarci? Non si può che sperare nel capoverso successivo:

Maledetto cronico ritardo. Dopo tutte le ore passate stanotte a leggere,  adesso devo correre.

A quel punto, dopo aver letto soltanto 21 righe di libro (versione elettronica), il lettore è già bell’e rassegnato: questa qui non ha un cazzo da raccontare, ma sta disperatamente provando a farlo. Perciò allunga il brodo ribadendo il solo concetto che guizza nelle fitte nebbie narrative in cui sta brancolando, indossando il cappellino con visiera all’indietro e facendo “yeah!” ogni tre passi: la sua creatura bimbaminkia è in ritardo. E così persevera:

Piove. Non ho l’ombrello. Troppo in ritardo anche per pensare di arrabbiarmi,  corro alla fermata  e cento metri prima di arrivare mi vedo l’autobus passare davanti.

Decido  che è troppo tardi per aspettare quello dopo e inizio a correre sgraziatamente verso la mia scuola, sperando di non cadere  o di non incontrare persone che conosco.

 

La fortuna del lettore è che finalmente la bimbaminkia arrivi a scuola. Ovviamente in ritardo, sulla campanella della prima ora. Sì, ma quanto in ritardo? La risposta all’interrogativo dà modo d’ammirare un’altra perla di scrittura esibita da Miss Refuso:

Puntualmente arrivo cinquantanove secondi dopo l’orario consentito,  fradicia, e la professoressa non mi ammette a lezione.

Cinquantanove secondi! E badate che non si tratta di una cosa scritta a mo’ di battuta, come a voler creare un contrasto fra la propensione cronica al ritardo e la precisione maniacale. È proprio che Miss Refuso mostra qua e là una mania della precisione cronometrica che sembra rubata a Furio, il personaggio di Carlo Verdone diventato il Pedante per antonomasia nell’immaginario popolare.

 

Per esempio, ecco un altro saggio cavato sempre dal primo capitolo:

Una delle cose che amo di più, d’inverno, è la mia 60.

L’autobus – con il riscaldamento – che mi porta ovunque senza farmi prendere freddo. La fermata dista un minuto e trentasette secondi a piedi da casa mia (…).

 

Un minuto e trentasette secondi! E ancora, all’inizio del capitolo 6, laddove si descrive l’arrivo a scuola il giorno successivo, ecco un’altra variazione sul tema:

Varco la porta della classe esattamente sette secondi prima del suono della campanella.

Se poi capita che la bimbaminkia torni a casa tardi per cena, non dice mica che arriva “alle nove passate”, nossignori. Come si legge al capitolo 3:

Arrivo a casa alle 21.07 (…).

 

Sembra il tabellone con l’orario dei treni, ma fosse solo questo. Il fatto è che la mamma l’accoglie sulla porta simulando severità ma senza dismettere un atteggiamento bonario. O almeno questo è il modo che io uso per esprimervi il concetto, usando un italiano minimamente decente. Perché Miss Refuso, invece, lo dice così:

 

“Fila in cucina che è pronto” risponde lei, fiscale, anche se con un sottofondo scherzoso.

 

 

Fiscale anche se con un sottofondo scherzoso? Ma come cazzo scrive questa qui? E com’è che in Mondadori non ha trovato un editor che le bacchettasse falangi, falangine e falangette fino a farle capire che un libro non è un SMS?

Qui sta il problema. Non è tanto l’assenza della storia (che pure…), né la bimbominkieria dello stile (che pure bis…). È proprio che la youtuber ha uno stile di scrittura primitivo. Non c’è la minima ricercatezza in quelle righe, e nemmeno uno sforzo di ripulitura. In Succede le parole sono usate come fossero pietre che servono a spaccare le noci. E quello che resta ve lo sorbite così com’è. Alcuni passaggi sono davvero la finestra spalancata sulla Tundra Culturale Italiana. Per esempio, ecco come l’autrice descrive il ciclo mestruale:

 

E sono pure in quel periodo del mese.

Il periodo fastidioso e tragicomico che le donne sono costrette ad affrontare dodici volte l’anno per la maggior parte della loro vita. Quando tutto va male, tutto è sbagliato, la faccia si riempie di brufoli, la pancia si gonfia, i capelli diventano ingestibili e orrendi e, qualsiasi capo d’abbigliamento una donna si provi, le sembrerà sempre di essere un sacco di patate che cammina.

 

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Una finestra sulla Tundra Culturale Italiana

Ma quanta grazia, quanta raffinatezza, pur di non dire “mestruazioni”. Pura carpenteria. E badate che questo è solo un saggio della raffinata scrittura di Sofia Viscardi. Di frammenti come questo, il libro di Viscardi trabocca. E la mia fortuna è che in parallelo a questo volume osceno, a questo saggio sulla tundrificazione italiana, sto leggendo l’opera di Angelo Ferracuti. Che almeno mi permette di prendere un po’ d’ossigeno prima di tornare a immergermi nel percolato. Materia informe e insalubre, arricchita anche da errori di grammatica come quello che si trova in principio del capitolo 2, dove si parla dell’amica Olimpia:

 

È la mia migliore amica da tanti anni ormai. Ed è una di quelle persone che ha sempre la soluzione giusta al momento giusto.

 

Casomai, sarà “una di quelle persone che hanno sempre la soluzione giusta”. Ma vabbe’, come si suol dire, “succede”. Shit happens. E ne succederanno ancora parecchie, durante questa stroncatura in itinere di Miss Refuso.

  1. Continua

 

E dopo esservi abbrutiti con la lettura di questi orrori editoriali, ristorate l’anima con questo splendido brano musicale.

 

In itinere – Riempiamo di Addio le panchine dei nostri parchi. Elogio di Angelo Ferracuti

 

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Addio

 

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Angelo Ferracuti

 

Per il mio compleanno ho deciso di fare un regalo. Non so a chi, né m’interessa. Spero solo che il dono sia finito alla persona giusta. Tenevo al gesto e soprattutto all’oggetto regalato. Un libro fra i più belli letti di recente. E se mi conoscete appena un po’ sapete che si parla di oggetti molto rari. E così ho deciso di comprarne un’altra copia e lasciarla su una panchina del parco vicino casa, quello di viale Fanti a Firenze. Ho scelto con cura l’orario e il punto: le otto di mattina, con tutta una giornata tersa innanzi, e una panchina appena defilata, di quelle che ospitano persone sole e in cerca di un attimo di meditazione. Lì ho lasciato una copia di Addio. Il romanzo della fine del lavoro, libro di Angelo Ferracuti (Chiarelettere, 2016, pagine 256, euro 16,60) che dovrebbe trovare posto nella biblioteca privata d’ogni lettore minimamente credibile.

 

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Un volume che è stato una rivelazione perché mi ha permesso di scoprire uno scrittore  vero. Di quelli che, nell’epoca dei maurizidegiovanni e delle sofieviscardi, dei marcellisimoni e delle chiaregamberale, se n’è quasi smarrita la foggia. Ne sopravvivono sparuti esemplari, talmente pochi e periferici rispetto alla grancassa del sistema editoriale da far pensare si siano estinti. E invece per fortuna ne esistono ancora. Pochi, e sempre di meno dopo l’insostituibile perdita di Ermanno Rea.

 

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Ermanno Rea

 

Ma ci sono. E Angelo Ferracuti, autore fermano classe 1960, è uno di questi. Capace d’interpretare la scrittura come missione e responsabilità sociale, e di spenderla andando a cercare frammenti di realtà che in questo paese malato d’Irreality nessuno va più a scandagliare. Penso che autori come lui, o come Franco Arminio, dovrebbero essere tutelati come un bene pubblico. E mandati presso le scuole a parlare coi ragazzi per insegnar loro la vera curiosità verso il mondo che li circonda.

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Franco Arminio

 

Ma so che la mia è una posizione velleitaria, sicché non posso far altro che prendermi la mia parte nel divulgare questi autori.

Ma perché inauguro proprio con Angelo Ferracuti la serie delle recensioni (o delle stroncature, a seconda dei casi), in itinere? Per un motivo semplice: perché davanti a un libro come Addio rischio di non finire mai la lettura. Troppo denso, troppe cose da delibare in quelle pagine, troppe micro-storie nel tessuto grande della narrazione, per far sì che l’esperienza di lettura sia quella che, ordinariamente, ti porta dall’inizio alla fine in un tempo dato. Coi libri che amo davvero mi capita così, è la stessa sensazione che provai per la prima volta leggendo Strade blu di William Heat Least-Moon.

 

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Come si fa a leggere “tutto in una tirata” un libro così, andando soltanto avanti anziché fermarsi, e tornare indietro per riassaporare tutto il bello che ti ha già regalato? E soprattutto – ciò che a molti sembrerà paradossale – perché finire di leggerlo? Provai questa sensazione con Strade blu, e sono tornato a provarla nel corso del tempo leggendo altri. Per esempio, molti  fra quelli scritti dall’amato António Lobo Antunes (il più grande scrittore vivente in assoluto, che si sappia), ma anche di recente con Le fragili attese di Mattia Signorini.

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Antonio Lobo Antunes

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Mattia Sigorini

 

L’ultimo libro di Angelo Ferracuti rientra in questa ristrettissimo catalogo. Confesso di averlo comprato con le peggiori intenzioni, come sempre mi succede con gli autori che non conosco (e qui, fra l’altro, ammetto la colpa di non aver conosciuto per lungo tempo i libri di Angelo Ferracuti). Sapete come la penso: per me, nove libri su dieci fra quelli che quotidianamente vengono immessi come carne di porco nel mercato editoriale sono da macero. E dunque, partendo da  questo assunto, ogni nuovo libro è un potenziale attentato all’ecologia culturale di questo paese. Ma questa posizione di partenza non m’impedisce di tenere un atteggiamento oggettivo nei confronti del libro che vado a leggere. Come da media, nove volte su dieci il pre-giudizio viene confermato. Però poi si presenta sempre un Caso Numero Dieci. E per Addio è bastata la lettura di poche righe iniziali per capire d’essere al cospetto di un Caso Numero Dieci. Per l’esattezza, è stato sufficiente il primo, lungo capoverso:

 

Era da un po’ di tempo che avevo intenzione di scrivere un lungo reportage narrativo sulla crisi che tutti stavamo vivendo, e all’inizio avevo pensato di fare un “Viaggio in Italia” nei luoghi del disagio e della desertificazione industriale. Il racconto dominante era allora quello retorico dei produttori, cioè raccontare chi ce l’aveva fatta o ce la stava facendo, e andava molto di moda questa parola, resilienza, cioè capacità di resistere e reinventarsi all’ineluttabilità delle dinamiche del neoliberismo, la formazione assistenziale, mentre io volevo raccontare, come nella migliore tradizione letteraria di impegno civile, proprio chi non ce l’aveva fatta e stava affondando, chi non arrivava alla fine del mese, lo stato di apnea sociale invisibile.

 

Poche righe per prendere una decisione: io a questo qui compro tutti i libri che ha scritto. A scatola chiusa, non voglio nemmeno sapere di cosa trattino. Perché soltanto uno scrittore del massimo livello può fare una tirata così magistrale contro l’orrendo termine resilienza. Parola che, non a caso, in un dato periodo è stato un mantra del penoso Beppe Severgnini.

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L’immagine della resilienza

 

Ma non è stato solo per questa sfumatura linguistica, né per la scelta di raccontare in profondità una realtà locale come quella del distretto minerario sardo di Carbonia, accuratamente rimossa dalla narrazione quotidiana del Paese che da oltre vent’anni viene governato a colpi di tv e social media. Ciò che più mi ha conquistato è stato quel mix di passione e metodo, di narrazione e analisi sociologica, che come in una dichiarazione programmatica viene esposto nei passi iniziali del libro:

 

In fondo le cose si possono mettere a fuoco anche in un luogo solo, in un bit antropologico, piccolo o grande non importa, al sud, al centro, al nord di un paese, c’è tutto ovunque, basta saperlo cercare, quindi dovevo scegliere un luogo solo e farlo diventare simbolico. Fu in quel momento, credo, che mi tornarono in mente Carbonia e il Sulcis-Iglesiente e cominciai a fare delle ricerche, e poi a partire. Questo è il mio modo, cioè tornare nei luoghi moltissime volte, una progressiva messa a fuoco. Cominciai come sempre a guardare i film e i documentari su quelle terre, dai libri, m’imbattei nella storia di questa città nata in un anno e del suo carbone povero, m’appassionarono subito le sue cicliche crisi, così come gli abitanti di una cittadina molto popolare, fatta di ceti bassi e priva di borghesia dove c’è ancora quello che una volta si chiamava “il popolo”. Per me tornare nei luoghi significa sempre colmare qualcosa che è a metà tra la curiosità antropologica e lo studio, cercare di capire perché un luogo si è sviluppato in un certo modo e quale significato assume nel presente, ma certo anche un rapporto profondamente corporale, raccontando ai modi del flâneur, non da esperto.

 

Questo non è solo l’inizio di un libro, ma un programma metodologico di ricerca. Da condursi mettendo al centro esclusivamente strumenti qualitativi, e fidandosi del proprio istinto come dote non estemporanea ma rodata sul campo attraverso altri esperimenti analoghi di narrazione. Da tutto ciò non poteva che venir fuori un libro straordinario, nel senso più profondo del termine: fuori dall’ordinario, capace di rompere gli schemi mainstream e le categorie narrative stereotipate. Continuerò a raccontarvelo per gradi, e con calma, intanto che procedo a stroncarne altri. Ma intanto fate anche voi la vostra parte. Correte in libreria a comprare una copia di Addio, e guardate schifati il libraio qualora dovesse dirvi che non se ne ritrovi una. E quando poi vi sarà piaciuto – perché è fuor di dubbio che vi sarà piaciuto – fate quello che ho fatto io. Prendetene un’altra copia, e poggiatela su una panchina del primo parco che vi capiti. Questo Paese è pieno di panchine isolate, e di menti da aprire.