Parole – Se Benigni contromano cambia verso (La Repubblica – Firenze, 30 ottobre 2016)

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NO, anzi SI’

Qual è la parola della settimana? Senza alcun dubbio è contromano. Termine che esprime il concetto di “percorso in direzione proibita”, e che nel linguaggio specifico del Codice della Strada comporta una delle più pesanti infrazioni. Quella che fra tutte le furbate dell’automobilista è la più rischiosa, col suo mettere a repentaglio l’incolumità propria e quella altrui. E chissà se avrà pensato a tutto ciò Roberto Benigni, quando nei giorni scorsi a Roma ha infilato “in direzione ostinata e contraria” una corsia proibita per sorpassare la colonna d’auto che gli faceva da ostacolo. Del resto, si sa com’è di questi tempi: il mito della velocità s’è trasformato in coazione, tanto da fare sembrare cosa buona e giusta ogni azione che permetta di raggiungere più rapidamente l’obiettivo. Ma purtroppo per Benigni esiste anche un Codice della Strada, e fintanto che non verrà rottamato anch’esso in nome dell’altro grande mito contemporaneo (quello della semplificazione), le sue norme continueranno a essere valide. Per tutti. E poiché una pattuglia della Polizia Municipale era presente giusto lì dove l’infrazione veniva commessa, ecco che l’effetto è stato immediato: patente sospesa e ritirata.

Pare che il premio Oscar abbia cercato di giustificarsi, e è un peccato non sapere quale argomento abbia sfoderato per alleggerire una posizione non alleggeribile. Ma l’aspetto della vicenda che spicca più d’ogni altro è quello metaforico. Perché l’episodio avviene a coronamento di un periodo in cui Benigni ha confezionato una delle più spettacolari operazioni di “cambia verso” della recente storia politica italiana. Che pure è popolata d’incalliti trasformisti e voltagabbana, e dunque la compagnia è folta. Il fatto è che nel caso di Benigni la giravolta sul referendum costituzionale è stata di massima arditezza. Perché dall’essere cantori della “costituzione più bella del mondo” allo schierarsi per il suo stravolgimento passa uno scarto troppo grande per essere etichettato come mera evoluzione. Pare piuttosto una Sindrome Johnny Stecchino, con quel sosia praticamente identico ma che a giudizio dell’originale non gli somigliava per niente. E mica basta scarabocchiare un neo sullo zigomo per rendere uguale ciò che uguale non è mai stato o non lo è più. Si può benissimo cambiare idea e verso, e la cosa può essere coerente se quell’idea o quel verso non sono più in linea col nostro sentire. Ma come al solito c’è una misura nelle cose, e quella misura segna un confine fra il cambiar verso e l’andare contromano. Cioè fra l’evolvere del percorso e la furbata sbrigativa nonché pericolosa. Fortuna che almeno il Codice della Strada, queste cose, le sanzioni.

 

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Parole – Testimonial (La Repubblica – Firenze, 27 marzo 2016)

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La compagna Belen Rodriguez

 

 

 

 

Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è testimonial. Termine che indica un personaggio di grande richiamo pubblico cui si chiede di prestare l’immagine per una campagna di comunicazione. Ciò che avviene principalmente in cambio di una (lauta) ricompensa, ma che con frequenza crescente riguarda anche concessioni d’immagine no profit. Ciò che rimane immutata è la capacità che il personaggio ha di comunicare contenuti e emozioni, deviando in qualche misura gli atteggiamenti e i comportamenti del pubblico verso l’oggetto della campagna comunicativa. Deve essere stata questa consapevolezza a stimolare l’iniziativa delle dipendenti della Guess a rischio licenziamento, causa delocalizzazione in Svizzera delle attività produttive: confidare nella popolarità della testimonial per far aumentare presso l’opinione pubblica la consapevolezza su ciò che sta accadendo. Per questo si sono rivolte a Belen Rodriguez, che al marchio Guess ha di recente prestato l’immagine per una campagna pubblicitaria. Le hanno chiesto di solidarizzare con loro rendendo pubblica la vicenda di ristrutturazione aziendale. Curiosa pretesa (cui infatti la bella argentina di nessun talento non ha risposto), e lo si dice con tutto il rispetto e la vicinanza verso chi rischia di perdere il lavoro.

Di bizzarrie in quella richiesta ce n’è infatti più d’una. A cominciare dal fatto di chiedere a una testimonial di scegliere una terza via oltre profit e no profit, e di andare contra profit parlando male di chi la paga. Cioè, in ultima analisi, schierarsi contro i propri interessi. Ma ve l’immaginate Franco Cerri in ammollo che invita a fare le corna al Bio Presto e passare al Dash? E Nino Castelnuovo mentre urla che, se usate Olio Cuore, col kaiser la saltate quella staccionata? O Alessia Marcuzzi con lo sguardo fisso in camera a esclamare che Activia e il suo bifidus fanno veramente cacare? E lasciamo pure da parte ogni discorso sulla “compagna Belen”, per riflettere piuttosto sul triste stato in cui versano i diritti del lavoratore e della persona. Cui un tempo bastava essere coperti dalla costituzione e dalle leggi, ma che nell’epoca delle tutele crescenti devono andare in cerca di nuove garanzie. E di garanti, soprattutto. Trionfa la logica del Jobs Actors, per cui la cassa integrazione viene sostituita dalla cassa di risonanza. Che la fama di qualcuno v’assista, altrimenti sono casting vostri. Sfortunato quel paese che ha bisogno di testimonial.

@pippoevai

 

1958: l’esigenza di rispettare l’eredità dei figli (Repubblica Firenze, 20 marzo 2016)

Cari amici, questo è uno degli articoli che oggi mi sono stati pubblicati da Repubblica Firenze. Buona lettura.

 

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L’articolo di oggi, versione screenshot

 

Genitori che devono essere all’altezza dell’eredità lasciata dai figli. A volte capita di leggere cose che destabilizzano, perché demoliscono le nostre categorie mentali e ci strappano alla pigrizia di pensare il tempo presente come fosse un tempo assoluto. In queste condizioni, soltanto un cortocircuito può riportare alla relatività delle cose e delle circostanze storiche, comprese quelle presenti. E un potente cortocircuito può essere in agguato anche nel mezzo di attività apparentemente neutre, da furieri o da topi di biblioteca, come la lettura di un antico verbale d’assemblea. Quello preso in esame si riferisce all’assemblea annuale ordinaria e straordinaria della Coop di Sesto Fiorentino, tenuta in una data carica di significati: 23 aprile 1958. Siamo a due giorni dal tredicesimo anniversario della Liberazione, e il clima politico del Paese è drammatico. È in questo contesto che prende la parola il presidente del Consiglio d’Amministrazione, Torquato Pillori, per leggere la relazione sull’attività annuale della Cooperativa. Il verbale riporta la trascrizione integrale della relazione. Della quale spicca certo la verbosità di molti passaggi, labirintici soprattutto in termini di costruzione del periodo, che però hanno il pregio di riportare con immediatezza la gravità del momento storico. Si approssima la data delle terze elezioni politiche nella storia della giovane repubblica, e il clima da Guerra Fredda diffonde un senso d’inquietudine nella vita quotidiana della cooperativa.

Della tensione del momento riferiscono diversi passaggi della lunga relazione di Pillori, spesi a scagliarsi contro un governo nazionale che si erge a difesa degli interessi del capitale, e perciò agisce da nemico della classe operaia. Per esempio, il presidente fa riferimento a una “legge sul maltolto”, che a suo dire è stata “insabbiata dalla maggioranza parlamentare solo per pochi voti”, in ossequio alla “classe dominante” e ai monopoli che protegge. Ma lunghe parti della relazione sono anche dedicate a descrivere gli sforzi organizzativi adottati dalla coop sestese per mantenere i propri servizi territoriali al passo col mutamento sociale: “Col maggior decentramento dei nostri spacci soddisfaremo l’aspirazione della nostra base sociale che abbisogna sempre di maggiori comodità. Oggi non si potrebbe più pensare all’epoca in cui le massaie dei nostri lavoratori venendo alla Cooperativa compivano un atto di fede verso quelle lotte che i loro uomini conducevano sui posti di lavoro, nelle piazze ed in ogni angolo del nostro sventurato Paese, oggi le nostre donne, che tanto hanno dato anche al movimento di liberazione Nazionale, hanno bisogno di maggior speditezza nelle loro quotidiane fatiche per cui oggi è la cooperativa che deve andare incontro alle nuove esigenze della nostra epoca (…)”.

Concetti molto interessanti, che rispecchiano il cambiamento in corso. Ma è la parte finale a dare una scossa al lettore del nostro tempo. Pillori conclude la relazione con un auspicio, e lo fa usando un argomento che colpisce duro: “Così nel rimettere nelle vostre mani il mandato che ci conferiste un anno fa, noi vi ringraziamo per la fiducia accordataci e vi invitiamo ad approvare il nostro lavoro e soprattutto auspichiamo che i nostri nuovi amministratori possano agire in un’Italia che si avvii a diventare quella dei nostri figli maggiori che caddero perché la nostra vita fosse degna di essere vissuta”.

La lettura di quest’ultima frase è uno shock, e ancor più lo è pensare al senso di normalità con cui è stata espressa. Si fa appello ai genitori dell’epoca affinché non rendano vano il frutto del sacrificio estremo compiuto dai figli maggiori. Un mondo alla rovescia. E superato il momento d’immediato disorientamento si comprende il senso. Sono passati circa quindici anni dall’avvio della Resistenza e della lotta per la Liberazione. Molti figli di quella generazione di genitori hanno sacrificato la vita per il ritorno alla libertà. Dunque, la struttura sociale e demografica sconta la conseguenza più immediata: una società in cui i genitori sopravvivono ai figli adulti. La sola condizione davvero innaturale di famiglia, ciò che molti guitti del tradizionalismo familista contemporaneo fingono di non vedere, intanto che starnazzano contro l’ampliamento dei diritti della persona. I genitori di sessant’anni fa si trovarono nelle condizioni d’essere all’altezza del sacrificio affrontato dai figli. Una condizione tragica, ma affrontata con dignità e consapevolezza. E chissà, se potessero, con quale sconcerto quei genitori guarderebbero all’oggi. Commiserando una società che di figli ne fa sempre meno, ma ciononostante s’arrotola in dibattiti ideologici sulle forme alternative di famiglia e procreazione. Una società senza eredi, la massima espressione di una svolta contro natura.

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La pagina del verbale di cui si parla nell’articolo

 

Zamparini e i rosanero nella rete della cricca globale (Repubblica Palermo, 20 gennaio 2016)

Come una matrioska. Per capire la nuova struttura di potere che governerà il Palermo bisogna guardare a figure che crescono per ordini successivi di grandezza e gerarchia. Innanzitutto c’è un vicepresidente di fresca nomina, il montenegrino Predrag Mijatovic: ex gloria del calcio mondiale che fin qui di Palermo conosceva forse soltanto il nome. Alle sue spalle c’è il croato di nascita e serbo di passaporto Vlado Lemic, rampante broker di carriere calcistiche nonché prodotto di quest’epoca in cui il calcio globale diventa innanzitutto un fatto di cartelli di potere e pura speculazione finanziaria. E in cima a tutti sta Pinhas “Pini” Zahavi, israeliano, ex giornalista sportivo che a partire dagli anni Ottanta è diventato uno dei grandi burattinai del pallone, appartenente alla ristretta cerchia dei soggetti che “fanno” l’economia parallela del calcio globale anziché adattarsi a essa: il portoghese Jorge Mendes, l’anglo-canadese di origine iraniana Kia Joorabchian, l’argentino Gustavo Mascardi, l’italiano Mino Raiola e il famigerato Doyen Sports Investments.

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Predrag Mijatovic e Vlado Lemic con José Mourinho

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È alle amorevoli cure di questi personaggi, nonché dentro questo limpido scenario d’interessi economico-finanziari, che nei giorni del suo declino calcistico e fors’anche personale Maurizio Zamparini ha trascinato il Palermo. Dopo aver promesso per anni l’investitore estero favoleggiando di sceicchi rimasti chiusi dentro una mitografia minima, e aver poi ripiegato verso più modeste narrazioni che parlavano di “soci stranieri”, ecco infine la verità: il Palermo entra nell’orbita di una cricca globale composta da mercanti di calciatori. Nella migliore delle ipotesi, il club rosanero diventerà un punto di transito per giocatori di vaga prospettiva, ma anche dal glorioso futuro dietro le spalle. Nella peggiore, verrà utilizzato come un club che consente ai fondi d’investimento specializzati nel controllo dei diritti economici sui calciatori di aggirare il divieto Fifa, reso ancora più aspro dalla Circolare 1464 emanata il 22 dicembre del 2014 e entrata in vigore il 1° maggio dello scorso anno. Un documento che mette definitivamente fuorilegge le formule di Third Party Ownership (TPO) e Third Party Investment (TPI) sui calciatori. E quale modo più elementare, per liberarsi del ruolo di terza parte, che quello di comprare un club o metterlo sotto controllo? A quel punto si è parte legittimamente in causa, e buonanotte ai divieti.
Non per nulla già dall’autunno del 2014, quando nelle stanze della Fifa si lavorava faticosamente per mettere a punto il documento, i feudatari del pallone globale andavano a caccia di club, da acquisire o porre sotto influenza. E una manovra del genere è stata compiuta proprio da Zahavi, che a luglio 2015 ha comprato il 90% del Mouscron-Peruwelz, club della serie A belga. L’operazione ha avuto l’ausilio del Chelsea di Roman Abramovich, e è stata condotta da Gol Football Malta Limited, un fondo controllato dallo stesso Zahavi.
Il rapporto fra l’agente israeliano e il proprietario del Chelsea è solido, e risale a quando nel 2003 il primo rese possibile la scalata del secondo alla proprietà del club londinese, ricevendone in cambio un’apertura di credito praticamente illimitata. Zahavi ha così potuto far accreditare come ascoltato consigliere di Abramovich uno dei due suoi pupilli: il già citato Lemic. L’altro si chiama Fali Ramadani, e da anni è influente consulente di mercato (eufemismo) della Fiorentina, ciò che ne ha costituito la base per allargare il raggio del potere personale sul calcio italiano.
Da qui a dire che il Palermo avrà un rapporto privilegiato col Chelsea (che ha in prestito per l’Europa una quarantina di calciatori), il salto è un po’ ardito. Di sicuro c’è che da adesso in poi il club rosanero diventerà punto di passaggio di calciatori. Un club “di sviluppo”, funzione per la quale anche la serie B può andare benissimo, e lo si dice senza malizia alcuna. E a questo punto entra in ballo Mijatovic. Che, come ci ha spiegato un giovane giornalista serbo, è con Lemic in rapporto reciproco da padrino. Ciò che per la cultura serba significa un legame d’amicizia stretto da particolari vincoli di lealtà e fedeltà. I due hanno anche condotto a termine delle trattative quando Mijatovic era direttore sportivo del Real Madrid. Club al quale Lemic, negoziando col suo padrino Mijatovic, ha portato un buon giocatore come Klaas Huntelaar e uno strapagato bidone come Royston Drenthe. Ma sono stati anche altri gli affari condotti a termine da Mijatovic come ds dei merengue. Meritano d’esserne ricordati due conclusi con l’Argentina fra dicembre del 2006 e gennaio 2007. Dal Boca Juniors giunse in quel periodo al Real il centrocampista Fernando Gago, e a trattare andò l’allora presidente del club Mauricio Macri, che dieci anni prima aveva inventato la formula dei fondi d’investimento per acquistare giocatori. Con questa formula venne acquistato dal club Xeneize il neo-allenatore rosanero, Guillermo Barros Schelotto. L’altro affare riguardò Gonzalo Higuain, ceduto dal River Plate ma transitato dal Locarno, serie B svizzera. In quegli anni il club ticinese era controllato da un fondo d’investimento denominato HAZ. La H corrispondeva all’agente argentino Fernando Hidalgo. La Z a Pini Zahavi. La A al più riservato dei tre: l’argentino Gustavo Arribas, un agente di calciatori nonché escribano (figura professionale corrispondente al nostro notaio) molto vicino all’allora presidente del Boca, Macri.

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Mauricio Macri

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Gustavo Arribas

Otto anni dopo, a dicembre 2015, Macri è diventato presidente della repubblica argentina. E ha piazzato Arribas a capo dell’AFI (Agencia Federal de Inteligencia), cioè i servizi segreti. Ma che bel quadretto si è formato attorno al club rosanero.

Parole – Mela (Repubblica Firenze, 13 settembre 2015)

 Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è mela. Termine che per antonomasia indica il frutto della tentazione, e che a Firenze denomina una specifica forma del lasciarsi cadere nelle umane debolezze. Quella che è stata immortalata nel titolo d’un mediocre romanzo vincitore del Premio Strega 2014: la tentazione di essere come tutti. Da questa irresistibile spinta verso l’omologazione è attratta la nostra Culla del Rifacimento, che sta riempiendo il proprio centro storico di segni della colonizzazione globale. E in questo gigantesco flusso d’imitazione del format, ecco la mela di Apple che a breve campeggerà in piazza della Repubblica. La piazza che fu simbolo della Firenze Capitale e adesso sarà segno della Provincia Globale. Sit transit Gloria Gaynor, madama la marchesa, ché qui bisogna agganciare il grande flusso del mainstream e guai a rimanerne fuori. E allora si faccia spazio alla nuova Grande Mela e la si lasci visivamente impattare nella quotidianità dei fiorentini. Roba che qualunque internauta da Katmandu o da Maracaibo possa distinguere immediatamente facendosi un tour fiorentino virtuale su Google Street View. E se l’insegna è troppo appariscente rispetto ai parametri del regolamento edilizio, si fa presto a piegare la regola anziché rendere urbanisticamente compatibile il marchio. Ecco bell’e pronta una deroga. Perché non la battezzano Steve Jobs Act?

È troppo forte questa tentazione di essere come tutti, viene persino celebrata dai media locali come una sequela di eventi meritevoli della notizia. Come tale è rappresentata l’apertura in via Cavour di Queen’s Chips, la catena olandese specializzata in patatine “fritte due volte”. Notiziona. E peccato che non siano arrivati prima, ché avrebbero dato modo a quella pisquana di turista loro connazionale di farsi il selfie imboccando la statua di San Giovanni Battista con patatine pescate da un cono formato Jumbo. Il tutto con grave scorno per trippai, e per la loro cucina così trivialmente local. Ma cosa aspettano a inventarsi un marchio d’impatto globale, se davvero vogliono sopravvivere? Una cosa tipo The LampreDoctor, che permetta anche a loro di dare un contributo al grande progetto Firenze Provincia Globale. Progetto che raggiungerà il culmine con la ruota panoramica di Bellariva, un London Eye in sedicesimo che ridisegnerà lo skyline fiorentino. Del resto, che palle ‘sto Duomo, ovvìa! Meglio sforzarsi di somigliare all’imitazione di Firenze che trovereste a Las Vegas.

Photoshot – Merci vs Bagnanti, il Situazionismo di Rosignano (Repubblica Firenze, 2 agosto 2015)

Cari amici, questo è l’articolo che mi è stato pubblicato oggi. Buona lettura.

Merce inanimata e merce umana

Merce inanimata e merce umana

Un immane accumulo di merci. Riecheggiano suggestioni marxiane osservando la galleria delle foto scattate la scorsa domenica sulle spiagge bianche di Rosignano Solvay, invase da arditi allestimenti per l’esposizione d’oggetti in vendita. Una competizione all’ultimo centimetro quadrato di spiaggia fra bagnanti e ambulanti per strappare un posto al sole, la versione estrema della lotta per la sopravvivenza nell’estate dell’Anno VIII dall’inizio della crisi economica globale. Ma è anche un immane accumulo di spettacoli, per riprendere l’intuizione di quel genio poco compreso e parecchio frainteso di Guy Debord, padre del Situazionismo. E cosa si potrebbe immaginare di più situazionista che questo spettacolo della merce che scaccia il bagnante? Esattamente come secoli fa toccò alla pecora scacciare il contadino dai vasti territori comuni delle campagne inglesi che vennero recintati per essere riservati al pascolo anziché alla coltivazione. Da quel passaggio, sostengono gli storici, provenne una spinta decisiva per la nascita del capitalismo. E invece cosa racconteranno gli storici del futuro, quando fra quattro o cinque secoli, quando vedranno queste foto scattate una domenica di luglio in una spiaggia di Rosignano Solvay? Verso cosa ci porterà la spinta sotterranea che porta alla costruzione di scene come quelle immortalate nella galleria fotografica?

Presto per saperlo. La sola cosa che adesso possiamo registrare con certezza è la reazione dei bagnanti, contrassegnata da un mix di stupore e fastidio per quell’assedio delle merci nel dì di festa e nel luogo del relax. Come fosse una novità. Stiamo vivendo l’estate in cui i centri commerciali prendono a sperimentare l’apertura 24/7, e non una voce che si sia levata dalla platea degli utenti. Tutti quanti ben felici di avere a disposizione le merci in qualunque giorno e a qualunque orario, festivi e notturni compresi. L’Era del Consumo Totale, sganciato dai vincoli temporali e dal distinguo tra il tempo del lavoro e il tempo libero. Chissà quanti fra coloro che stavano lì a sbuffare in spiaggia, o a trovare insopportabile quell’invasione delle merci, avranno avuto da ridire su questa colonizzazione del tempo di vita da parte delle merci e del consumo? E chissà quanti di voi avranno fatto qualcosa per arginare questa espansione? Superfluo attendere la risposta: pochi o punti. E ci saranno stati tanti motivi a trattenervi dal farlo. La libertà di consumare in qualunque momento, certo. Ma anche una certa pigrizia d’animo che porta a adeguarsi a tutto. O soltanto il fatto che eravate su quella spiaggia, e per arrivarci e poi tornare indietro vi siete inflitti ore d’auto sotto la canicola, per poi scoprire una volta arrivati che dovevate conquistarvi il posto al sole disputandolo a campionari di merce distribuiti sulla sabbia. E non avete ancora compreso la verità: che la vera merce siete voi, distribuiti intorno agli oggetti a far loro da corredo, ridotti a un’altra funzione della Società del Consumo. E almeno sorridete, che la merce triste sugli scaffali non la prende nessuno.

Parole – Grace (La Repubblica Firenze, 5 aprile 2015)

Cari amici, questo è l’articolo che oggi mi è stato pubblicato da Repubblica Firenze. Buona lettura. E ricordatevi di Grace.

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Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è Grace. Un nome proprio di persona che corrisponde all’italiano Grazia e rimanda all’idea di uno stato della persona prossimo alla beatitudine. E in qualche modo la grazia doveva sentirla, la donna trovata morta in settimana nella pineta della Bufalina, tra Vecchiano e Torre del Lago, ennesima vittima di una guerra contro le donne mai dichiarata perché ancora ritenuta appartenere a uno stato di natura. Dieci coltellate per spegnere la vita di una signora che per vivere era costretta a vendere il proprio corpo, e a cui nemmeno siamo in grado di attribuire il nome esatto. Infatti, Grace la nera era l’appellativo con cui veniva identificata dalle altre donne che la conoscevano perché fanno lo stesso mestiere e dalle operatrici del progetto Saly, impegnate quotidianamente nell’opera di riduzione del danno a favore delle donne che lavorano in strada. E invece lei sul lavoro preferiva farsi chiamare Susan, perché non voleva proprio che un nome delicato come Grace venisse associato alle brutture affrontate giorno per giorno. Quanto al vero nome della donna, era Iragbonse Eghianruwa, e apparteneva a una nigeriana di 46 anni arrivata in Italia per garantire benessere e futuro a figli e nipoti. Sfruttando la sola risorsa che potesse utilizzare: non il corpo, ma la nuda vita. Quella che una mano vigliacca ha massacrato a tradimento abbandonandone le spoglie in un luogo isolato.

E soltanto dopo l’evento tragico è stato possibile conoscere la biografia di Grace. Che aveva deciso di smettere definitivamente con la strada dal prossimo settembre per tornarsene in Nigeria. Il suo paese, dove avrebbe potuto tornare a testa alta. Perché lì nessuno avrebbe rimarcato il mestiere praticato durante gli anni italiani. Piuttosto, avrebbero guardato a come quel mestiere abbia garantito ai suoi figli di vivere una vita al riparo dalla fame, e ai nipoti di laurearsi. Un futuro assicurato a tutti i componenti della famiglia, in attesa di riservarlo a se stessa come frutto delle ultime fatiche. Giusto fra sei mesi. Non gliene hanno dato il tempo, e già da domani pochi ricorderanno di aggiungere il suo nome alla tragica lista dei femminicidi. Perché Grace faceva il mestiere che faceva, e ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che la sua presenza nella lista delle martiri sia irriguardosa verso le altre. Mancando così di riguardo a tutte le altre e a lei, accomunate da una morte bestiale indipendentemente da ciò che erano state in vita. E allora almeno voi che state leggendo queste righe ricordatevi di Grace, la nigeriana fiera ammazzata una settimana di Pasqua a soli sei mesi dal suo futuro.