Marino Buzzi e il viaggio nell’anima nera dell’adolescenza

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Certi libri ti ribaltano. Non li aspettavi, e non avevi idea di approfondire il tema che trattano. Probabilmente non li avresti nemmeno presi, se a scriverli non fossero persone che conosci e te li mandano perché tengono al tuo giudizio. E a quel punto si presenta un problema di tipo diverso. Perché quegli amici il tuo giudizio se l’aspettano, ma tu sai quanto i tuoi gusti in materia editoriale siano difficili (quasi impossibili), sicché ti trovi davanti al dilemma su cosa fare qualora quei testi non dovessero incontrare il tuo favore: essere sincero e al limite spietato, o temporeggiare dicendo che non hai ancora avuto tempo di leggere? Sarà per questo che, nella quasi totalità dei casi, i libri degli amici non li leggi per davvero. E prima o poi ti toccherà farlo con tutti, ma di volta in volta la scelta di soprassedere è la più comoda.
Poi però succede che ti arrivi a casa il libro di Marino Buzzi. E che tu decida di leggerlo pur con tutte le ritrosie del caso. S’intitola L’ultima volta che ho avuto sedici anni, edito da Baldini & Castoldi (pagine 175, euro 16). A quel punto scopri una storia bella e terribile, che ti scuote e quasi ti percuote. Che soprattutto ti costringe a proiettare uno sguardo sull’anima nera dell’età adolescenziale, sul vuoto di valori e norme che in certi contesti può svilupparsi come un virus invincibile, pronto a trovare il brodo di coltura in una società dove la famiglia – la sana famiglia “naturale e tradizionale” – è un’istituzione tecnicamente fallita. Quasi quanto la scuola, altra istituzione sociale in crisi irrimediabile che fa da terreno di sviluppo dell’intera vicenda.

È in questo quadro, con la tossica provincia italiana a fare da sfondo, che Marino Buzzi costruisce la storia. Tratteggiando un quadro tanto impietoso quanto realistico, fatto di violenze quotidiane a bassa intensità, ma profonde abbastanza da segnare vite intere. Una storia di bullismo dei giorni nostri, ma che potrebbe appartenere anche a epoche immediatamente precedenti e perciò raccontare l’educazione all’intolleranza per come è sempre stata, il lento scivolare nella prepotenza in cui la linea di confine non è tra forti e deboli, ma tra deboli che diventano pericolosi in branco e isolati indifesi.
A fare da voce narrante è Giovanni, per i compagni di scuola Palla di lardo. Giovanni è un ragazzino obeso. Vittima di costanti vessazioni, una delle quali oltrepassa il limite. Per questo il ragazzino decide di scomparire, e da un cantuccio racconta quello che succede nella comunità locale dopo il suo allontanamento. Una comunità diventata frenetica come un formicaio che abbia appena subito uno scossone, ma che al di là del motivo di turbamento mantiene le ipocrisie e le meschinità di sempre. Dentro il liceo di quella comunità Giovanni è l’ultimo fra gli ultimi. In classe con lui c’è un ragazzo che mostra immediatamente tendenze omosessuali (ribattezzato Bambi dai compagni), e che dunque potrebbe contendergli il ruolo del più vessato dalla banda di bulli della scuola. Ma lo scomodo primato tocca a lui, il ragazzino obeso che si vede fare una colpa della propria corporeità non soltanto da chi lo tormenta, ma anche dal padre che in modo più o meno esplicito lo rimprovera di non fare abbastanza per perdere peso:

A cinque anni ero un bambino obeso, presero appuntamento con un dietologo che mio impose una dieta equilibrata ma piuttosto rigida, credo che le cose fra loro [fra il padre e la madre, ndr] cominciarono ad andar male proprio allora. Mio padre era insoddisfatto del mio modo di essere, anche se non me lo diceva apertamente, mi considerava un debole. La sera, quando credeva che non lo sentissi, raccontava a mia madre dei figli dei colleghi. Così perfetti, così bravi, così obbedienti. Mia madre incassava quelle parole come pugni perché sapeva che, in fondo, mio padre riversava su di lei le colpe della mia obesità. Lui lavorava tutto il giorno e portava a casa i soldi per mantenerci, lei, invece, non aveva un lavoro, lo aveva perso dopo il parto, quando la fabbrica in cui lavorava aveva dichiarato fallimento (p. 24).

Piccole meschinità familiari dalle quali non si salva nessuno, nemmeno le famiglie alto-borghesi in cui imperano ipocrisie d’altro ordine, e dove i figli sono oggetto di un’incuria non meno sistematica che quella delle case piccolo-borghesi. E intorno a questi nuclei s’organizza una società in cui a contare sono “il buon nome” e l’immagine agli occhi della comunità. Dove l’unico odio di classe rimasto, una volta estinto il conflitto sociale di matrice industriale, è quello dei ricchi nei confronti dei meno abbienti, sottoposti a uno stato d’assedio nel quale non c’è prepotenza che non possa essere riscattata dietro versamento di un indennizzo in denaro.
Non vado oltre nel riportare elementi di un libro che va letto, e che svela il talento di Marino Buzzi per la scrittura narrativa dopo che l’autore aveva già mostrato quello da saggista e da blogger.

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Marino Buzzi

 

Tocca a voi procurarvi il libro e approfondire. E soprattutto toccherebbe ai dirigenti scolastici farlo adottare, per promuovere una consapevolezza sul fenomeno del bullismo e sulla necessità di denunciarlo immediatamente anziché subirlo in silenzio. E invece nelle nostre scuole si continua a proporre gli orrendi libri di Alessandro D’Avenia, da parte di insegnati che soltanto per questo meriterebbero d’essere deportati da Agrigento a Bressanone, o da Aosta a Lampedusa, e costretti a vivere accasermati nei locali degli istituti per l’intero anno scolastico. E non sarebbe nemmeno espiazione sufficiente.
@pippoevai

 

 

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Libri che ho amato – “Le fragili attese” di Mattia Signorini – 1 La scoperta della solitudine

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Mattia Sigorini

Mattia Sigorini

 

Iniziai questa serie di articoli con un post preliminare in cui spiegavo il senso di ciò che avrei scritto, e la prima fra tutte le spiegazioni fu dedicata a una formula che rischiava d’essere ingannevole. Spiegai perché la formula “Libri che ho amato”, e che l’utilizzo di una forma verbale al passato non significa l’aver smesso di amare i libri di cui parlo, Anzi, quella formula è da intendersi in termini anglofoni come il senso di una continuità storica. Aggiunsi che per capire se un libro diventi “un libro che ho amato” bisogni aspettare del tempo. E collocare l’opera in una prospettiva temporale che le consenta di avere un respiro.

Rispetto a allora ho dovuto rivedere alcuni convincimenti. A partire da quello sulla relazione fra i libri letti e il tempo. Ho scoperto che non è indispensabile farne passare tanto per trasformare un libro in “libro che ho amato”. E forse è solo che con l’esperienza ho imparato a riconoscerli più rapidamente. Ma è successo anche qualcosa di più. E di più strano. Ho scoperto di riconoscere i “libri che ho amato” mentre ancora li sto leggendo. E il segnale che mi permette di scoprirlo è quasi paradossale: non riesco a finire di leggerli. Che sarebbe esattamente l’intoppo di quando un libro non piace, e allora la tentazione di mollarlo lì si fa forte.

Non è il mio caso. Quando un libro mi fa schifo, allora lo finisco di sicuro. E anzi il fatto che sia una schifezza, scatenando lo stroncatore che è in me, mi dà di che divertirmi. Invece nel caso dei libri immediatamente riconosciuti come “libri che ho amato”, lo stentare a finirli esprime una volontà di centellinare l’esperienza delle vera letteratura. Nel senso che quando leggo questi libri mi fermo spesso, torno indietro, poi li metto da parte per un po’ e quando li riprendo vado a riguardare una decina di pagine prima e vado avanti con parsimonia. Quasi che mi sembrasse cosa volgare procedere verso la conclusione. E prima o poi giunge il momento in cui decido che alla conclusione bisogni arrivare, non fosse altro che per non perdermi tutto il bello ancora da scoprire. Ma quel momento viene rimandato finché possibile. Questo è ciò che ho scoperto nel tempo più recente: non esistono soltanto i “libri che ho amato”, ma anche i “libri che sto amando”.

Da qui in poi vi parlerò anche di questa categoria. Non sono molti i libri che vi rientrano  – non sono molti i libri che amo, in assoluto –, ma ce ne sono alcuni che vi sorprenderanno. E soprattutto ci sono i due libri che ho amato di più negli ultimi due anni: Breve trattato sulle coincidenze di Domenico Dara (edizioni Nutrimenti), miglior libro del 2014; e Le fragili attese di Mattia Signorini (edizioni Marsilio), miglior libro del 2015. Del romanzo di Domenico Dara vi parlerò prossimamente, e per adesso mi limito a dirvi che ho dovuto farmi violenza per terminarlo perché avrei voluto non si concludesse mai.

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Domenico Dara

Domenico Dara

 

Del romanzo di Mattia Signorini mi occupo subito dandone giudizi che vi sembreranno precoci. Perché l’ho battezzato miglior romanzo del 2015 già da almeno un mese, cioè quando ancora metà dell’anno solare aveva da trascorrere, e avendone letto soltanto 70 delle 249 pagine. E mi sembra pure d’essere andato troppo veloce.

“Ma allora come fa a dare dei giudizi così impegnativi? – vi starete chiedendo – E come fa a essere così sicuro che da qui in avanti il libro non gli farà cambiare idea? Interrogativi legittimi. Cui rispondo dicendo che qualcosa avrò imparato, leggendo libri d’ogni tipo e qualità. Non mi sono fatto mancare il peggio, che riconosco fin dall’incipit. Ma ho saputo scoprire anche il meglio scorrendone poche pagine e riconoscendo la letteratura vera. Quella che dice cose profonde usando parole semplici, e che ti lascia attonito schiudendoti davanti agli occhi della mente immagini capaci di rimanerti dentro per sempre, facendoti vibrare ancora quella corda dell’anima tutte le volte che ci torni con l’immaginazione o riprendi il libro fra le mani. Perché è lì che riconosci l’amore per le cose narrate, il rispetto dovuto alle parole, la volontà di rappresentare mondi che non ci sono più dopo avere compiuto un grande sforzo per cercarli e farli rivivere. Certe cose le trovi soltanto nei grandi libri. E quello di Mattia Signorini è un libro straordinario.

L’ho capito subito. Per l’esattezza, quando sono arrivato in fondo a pagina 13, che poi è soltanto la terza pagina del testo. Non sto a dirvi molto, non stavolta. Né mi dilungo a spiegarvi di cosa si parli in quelle pagine, quale la vicenda e quali i temi. Ci sarà tempo per farlo. Per adesso basta dire che il protagonista si chiama Italo e spende la gran parte della propria vita da proprietario di una pensione milanese chiamata Palomar; e qui l’omaggio a Calvino è evidente. Anticipo pure che all’inizio della storia il tema dello sradicamento dell’individuo dalla campagna, avvenuto per inseguire il miraggio del boom economico, è descritto in modo tanto delicato quanto preciso. Ma è a quelle prime tre pagine che voglio andare, e fermarmi lì. Perché lì ho rischiato di fermarmi davvero, e riporre definitivamente Le fragili attese nello scaffale perché ne avevo già visto il meglio. Poteva bastare quel poco che avevo letto per stabilire si trattasse di un libro fuori dal comune, di quelli che andranno riletti più volte e donati solo alle persone speciali.

Quelle prime tre pagine partono dalle prime settimane della vita milanese di Italo. È l’anno 1952, e il contadino appena inurbato si lascia alle spalle il suo piccolo mondo per andare a cercare lavoro nella Fabbrica. Che è un’entità aliena, quasi metafisica, cui infatti il protagonista non approderà mai perché sceglierà di fare un altro mestiere: quello di dare rifugio a vite solitarie e disperse come la sua. Milano, la metropoli, sono dimensioni nuove per Italo. E inquietanti. Ma il vero disagio per il contadino che abbandona la campagna, per diventare un infinitesimale ingranaggio del decollo industriale italiano, sta non in ciò che ha perso nel volgere di poco tempo:

Quando i suoi genitori erano morti, cinquantotto anni suo padre, qualcuno in più sua madre, era rimasto solo con Ezra, il fratello maggiore e ritardato, che portava con lui in campagna e usava come aiutante quando era di luna buona. La luna nella mente di Ezra era imperscrutabile. Alcuni giorni sembrava capire più del solito, altri si rintanava in un mondo che non aveva niente a che fare con questo, e che conosceva solo lui.

Italo non si era mai sentito veramente un fratello minore per Ezra. Per lui era sempre stato un ragazzo che biascicava poche parole, e che quando lo faceva sbavava da un angolo della bocca. Aveva dovuto accudirlo per pochi anni, fino a un giorno d’estate, quando lo aveva trovato arrampicato su un albero di prugne con la bocca e le mani appiccicose di frutta, e gli aveva intimato di scendere.

Suo fratello aveva mugugnato qualcosa a metà tra un sorriso e una smorfia. Sapeva bene che Italo non sarebbe andato fin lassù a prenderlo. La sua testa gli diceva che le prugne migliori erano quelle più in alto, dove l’albero finiva e iniziava il cielo.

 

Poche righe per descrivere un universo. La quotidianità della campagna, il mesto dolore della perdita, l’inesorabile scorrere della vita che come la natura ignora di concedere una tregua al cospetto del lutto, la solidarietà tra fratelli. E una tragedia che incombe:

Ezra aveva continuato a combattere la sua battaglia personale contro l’albero, salendo di ramo in ramo e fermandosi di tanto in tanto per infilarsi una prugna in bocca. Molto tempo prima il prete del paese, durante il catechismo, gli aveva raccontato che all’epoca della creazione del mondo Dio aveva inventato gli alberi per far parlare la terra col cielo. Ezra, che non si ricordava nemmeno quello che gli avevano detto un attimo prima, certe cose che per molti non avevano significato se le teneva a mente anche a distanza di anni. (…) Tirò il fiato. L’aria, lassù, era fresca e dolce. Respirò a fondo, socchiudendo gli occhi e piegando le ginocchia. Aveva messo tutto il peso su un ramo, che si era prima incrinato, senza che lui se ne fosse accorto, infine spezzato, interrompendo per un istante la quiete del cortile. (…) Quando Italo era tornato dal lavoro, poco prima del tramonto, e aveva visto il corpo immobile del fratello per terra, sapeva già che l’avrebbe trovato morto.

 

E fin qui l’autore ha già dato una grande prova di scrittura, delineando con pochi e semplici passaggi una dinamica del fatalismo. Ma è nel capoverso successivo che tocca una vetta difficile da superare. Confesso di aver riletto decine di volte questo passaggio, emozionandomi sempre come fosse la prima:

Era rimasto in piedi davanti a lui per un quarto d’ora buono, senza dire niente. Si era vergognato del suo dolore. Non era il dolore che si prova per la morte di una persona cara, niente di simile al sentimento che lo aveva riempito per settimane quando era morto suo padre, prima, e poi sua madre. Il dolore che stava provando non era rivolto al fratello, ma a se stesso: si era reso conto che lui era l’ultimo della sua famiglia a essere rimasto in vita.

 

Non avevo mai letto un frammento così perfetto nel descrivere una delle più irriducibili esperienze umane: la scoperta della solitudine. Quella che ti scava dentro un vuoto definitivo, impossibile da colmare quali che siano gli eventi della vita da lì in poi. Un capoverso solo, ma di una spaventosa bellezza. Vi parlerò ancora di questo libro. Ma vogliate scusarmi, per adesso basta così.

  • (1. Continua)

Libri che ho amato: “Amori ridicoli” di Milan Kundera – 1 Gli irriducibili princìpi del libertino

Milan Kundera

Milan Kundera

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C’è troppo di alcune cose nella lista dei libri che ho amato.

Ci sono troppi titoli di Adelphi.

E ci sono troppi libri di Milan Kundera.

Dei titoli di Adelphi si parlerà poco a poco. Invece di Milan Kundera è bene che prenda a occuparmi da subito, anche per chiarire a me stesso prima che a tutti voi il motivo di una presenza così assidua. Ma prima di andare avanti è giusto che precisi il senso di quel troppo associato alla casa editrice milanese e allo scrittore boemo.

Ovvio che il troppo non vada inteso come un eccesso da deprecare. Piuttosto deve essere letto come un’abbondanza di cose che si somigliano entro una lista ridotta di oggetti. Come avranno compreso quelli fra voi che mi seguono con una  certa assiduità, in materia di libri sono di gusti molto complicati. Dunque è molto difficile che un libro e un autore incontrino i miei favori, e ancor più raro che essi entrino nella lista dei libri che ho amato. Immaginavo che fosse presente con più di un titolo l’adorato Antonio Lobo Antunes, e che in una condizione analoga potesse trovarsi Gabriel Garcia Márquez. Ma quando poi ho fatto mente locale, e preso a stilare la lista di libri e autori, ho scoperto che i titoli di Milan Kundera si sommano. E non sto a parlare dell’ovvio L’insostenibile leggerezza dell’essere, uno di quei libri che molti tengono in mensola e citano come se l’avessero letto. Io lo tengo fra i tanti e dichiaro serenamente di non averlo ancora letto. Prima o poi arriverà il suo turno, ma sempre in ritardo come succede a tutti i libri che ai miei occhi abbiano la disgrazia di diventare mainstream e la cui lettura comporti un esercizio di assuefazione all’onda collettiva. Altri sono i titoli dell’autore boemo che si sono scavati una nicchia dentro me. Più di quanti credessi, e abbastanza da farmi accorgere che Kundera sia diventato nel tempo un mio autore di riferimento. Cioè, uno di quelli presenti con più di un libro nella biblioteca dei libri venerati.

Come non citare quella straordinaria raccolta di saggi sul valore sociale della letteratura che va sotto il titolo I testamenti traditi? E come omettere il piacere quasi carnale dato dalla lettura di La lentezza? Soprattutto, come non ripercorrere minuziosamente gli Amori ridicoli? Il primo libro di Kundera che lessi, il modo migliore per iniziare il viaggio nella poetica di uno scrittore che come pochi altri ha saputo declinare ogni singolo aspetto di un principio cui troppo spesso si riserva un utilizzo retoricamente banale: il principio di libertà personale. Che nelle pagine del primo Kundera, quello degli anni passati sotto la cappa del socialismo reale in Cecoslovacchia, viene dispiegato a partire dalla dimensione privata senza che ciò appaia un riflusso nell’individualismo e un disimpegno dal dissenso politico. Tutt’altro. La vita quotidiana dentro un regime totalitario comporta che ogni atto individuale abbia implicazioni politiche, indipendentemente dalla volontà del soggetto. E in condizioni del genere, cosa di più politico che l’esercizio della libertà personale attraverso i gesti della vita quotidiana? I personaggi di Milan Kundera che si muovono nello scenario della Cecoslovacchia anni Sessanta-Settanta, sia pre- che post-intervento dei carri armati del Patto di Varsavia a Praga, sono animati da questo senso di libertà e lo esprimono attraverso una sua particolare declinazione: il libertinaggio. Da intendere quest’ultimo sia nel senso stretto della tendenza verso una certa libertà dei costumi sessuali, sia in quello più ampio della ribellione alla cappa del conformismo. E forse non è un caso che i racconti collezionati in Amori ridicoli coprano un arco temporale che partendo dal 1959 si chiude proprio col 1968. L’anno in cui l’intervento militare esterno stronca la Primavera di Praga e gli esperimenti di comunismo riformista condotti da Alexander Dubček. Non credo proprio sia una coincidenza.

Alexander Dubcek

Alexander Dubcek

Il libertinaggio e le sue figure, dicevo. Che popolano i sette racconti di cui la raccolta è composta e lo fanno alternando i toni. Talvolta giocosi e talvolta seriosi. In un caso drammatici. Ma sempre con una punta d’amaro a far sentire il retrogusto. Perché ciascuno dei libertini di Kundera deve venire a patti con qualcosa per dare corso alla propria inclinazione, o altrimenti pagarla per non avere voluto accettare quel patto. E forse è proprio questa la grande lezione che Amori ridicoli lascia in eredità a chi lo tiene fra le mani e lo stropiccia d’amore, come si fa coi libri che t’insegnano qualcosa: che contrariamente a quanto si possa pensare il libertinaggio deve avere una sua misura. E che quella misura arriva comunque, che sia il soggetto a darsela o piuttosto siano le circostanze a imporgliela. Perché senza misura non è più libertinaggio, ma impudente dismisura. È ciò che comprende il protagonista del primo racconto, mai nominato per tutte le 35 pagine della sua durata e individuabile con l’appellativo del signor assistente.

Il racconto s’intitola Nessuno riderà, e è l’inizio perfetto per una raccolta di racconti. Che come un album musicale deve svilupparsi bene non soltanto grazie alla buona qualità media dei singoli brani, ma anche al modo in cui la loro successione viene costruita. Sbagliare il brano d’apertura può rovinare la riuscita di un album musicale, e lo stesso si può dire per il racconto che apre una raccolta. In questo senso Nessuno riderà è perfetto. È uno dei racconti più belli della raccolta, ma non il migliore perché questo titolo spetta a Il falso autostop. Presenta il giusto mix tra dramma e farsa, tanto da rendere da un certo momento indistinguibile il confine tra i due canoni. Soprattutto, costituisce un efficace affresco della Cecoslovacchia nell’epoca della cortina di ferro, sia pur prima che giungesse la repressione della Primavera di Praga. Vi si descrive una società organizzata secondo criteri da sclerosi burocratica e iper-controllata attraverso le diverse articolazioni istituite dal Partito Comunista. È in questo contesto che si svolge la vicenda del signor assistente. Che è un docente universitario di letteratura col vezzo dell’indipendenza intellettuale e dalla vita sentimentale disordinata, secondo i conformisti canoni della morale amministrata attraverso i consigli di facoltà e i comitati di quartiere. Due elementi che contribuiranno a portare il signor assistente verso la rovina. Quest’ultima, tuttavia, scaturisce esclusivamente dalle sue azioni. E almeno in questo c’è un messaggio autenticamente individualista, come una ribellione più o meno consapevole da parte del soggetto che sa quanto il suo libertinaggio sia la via più diretta verso la catastrofe ma ciononostante vi si lascia andare. Il signor assistente un po’ lo sa e un po’ no. Nel senso che è consapevole di come certi gesti di sfida siano un rischio gratuito, ma al tempo stesso ci mette un bel pezzo per capire quanto rischioso sia il gesto di sfida che ha deciso di compiere. E quando poi capisce è troppo tardi per tirarsene fuori:

L’uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso.

Quella sera io credevo di bere ai miei successi e non immaginavo neppure che si trattava del solenne vernissage della mia fine. (p. 15)

Molti di noi potrebbero rispecchiarsi in questa situazione. Un momento di successo, che non è nemmeno il successo capace di cambiarti la vita ma cionondimeno stimola un senso d’onnipotenza. Tanto da trasformarsi nella premessa per la caduta rovinosa. Causata da un’incapacità di darsi un senso del limite. E a quel punto il soggetto potrà rimproverare soltanto se stesso, e scoprire che l’altra metà dell’individualismo oltre all’edonismo è la responsabilità personale. Pagata a prezzo tanto più caro se c’è da rendere conto a un modello di società organizzata in modo da pretendere conformismo e disciplina. In un momento di successo personale il signor assistente crede di poter giocare con le aspirazioni intellettuali del compagno Záturecký, un modesto signore che ha scritto un saggio intitolato Mikolaš Aleš, maestro del disegno boemo. A indirizzare il compagno Záturecký verso il signor assistente è la direzione della rivista “Il pensiero artistico”, composta da redattori che il protagonista del racconto etichetta come “prudenti vegliardi” esplicitando subito quale sia la stima nei loro confronti. Dal giudizio del signor assistente dipenderà la pubblicazione del saggio scritto dal compagno Záturecký. Che è uno scritto impresentabile, e al signor assistente basterebbe subito dire la verità per risolvere la pendenza e, soprattutto, scansare la valanga di guai che gli s’abbatterà addosso. Ma purtroppo il signor assistente è un libertino, e il suo rapporto di continuo conflitto latente coi prudenti vegliardi della rivista lo spinge a costruire una situazione che dovrebbe mettere in imbarazzo quelli, e invece finisce per cacciare lui in un angolo. Scrive un giudizio ambiguo sul saggio, che non è un’esplicita bocciatura ma nemmeno un’approvazione per la pubblicazione. E da quel momento comincia il tenace pedinamento da parte di Záturecký, che chiede un giudizio esplicito. L’assistente si vede fare la posta in università, e per risolvere il problema decide di spostare giorni e orari di lezione avvisando gli studenti ma facendo in modo che della modifica non venga data comunicazione ufficiale in facoltà. E la cosa gli si ritorcerà contro perché, quando sarà il momento, una delle accuse sarà il sistematico assenteismo a lezione. Poi entrano in ballo le donne dei duellanti: la sartina che vive nella mansarda del signor assistente senza che il comitato di quartiere ne sia stato informato, e la moglie del compagno Záturecký. La sartina si vede presentare in casa Záturecký, che a forza d’insistere in facoltà e di minacciare denunce riesce a farsi dare l’indirizzo privato dell’assistente. Quest’ultimo, per una volta, smette di scherzare e per farla pagare al postulante lo accusa di aver molestato sessualmente la sua donna. E a quel punto interviene la signora Záturecká, che già non tollerava il modo in cui il marito viene preso in giro dal signor assistente, e che dopo l’accusa di modestie sessuali prende in mano la situazione. Purtroppo per il signor assistente, la signora Záturecká è più tosta del compagno Záturecký. C’è in ballo l’onore di famiglia, e su quello la signora non transige. Per il signor assistente lo scherzo si tramuta in dramma. Gli tocca dare spiegazioni sia in consiglio di facoltà che presso il comitato di quartiere:

Il comitato di quartiere era riunito intorno a un lungo tavolo in un negozio in disuso. Un uomo brizzolato, con un paio di occhialetti e il mento sfuggente, mi indicò una sedia. Dissi grazie, mi sedetti e quello stesso uomo prese la parola. Mi comunicò che il comitato di quartiere mi teneva d’occhio già da tempo, e che sapevano benissimo che avevo una vita disordinata; Che ciò non faceva una buona impressione su chi mi stava accanto; che gli inquilini del mio palazzo già una volta si erano lamentati per non aver potuto dormire tutta la notte a causa del chiasso nel mio appartamento; che tutto ciò era sufficiente al comitato di quartiere per farsi una debita immagine di me. E che ora, per completare l’opera, si era rivolta a loro in cerca di aiuto la compagna Záturecká, moglie di un nostro studioso. Che da ormai sei mesi dovevo scrivere un giudizio su un suo lavoro scientifico e non l’avevo fatto, pur sapendo che da quel giudizio dipendeva il destino del lavoro in questione. (p. 36)

Adesso davvero lo scherzo è finito, e il libertinaggio del signor assistente si è trasformato nello strumento della sua disfatta. Gliel’aveva già fatto capire pochi giorni prima il direttore dell’istituto universitario, nel comunicargli che il suo contratto triennale era in scadenza, e che era stato bandito un nuovo concorso anziché procedere alla conferma. Dal dialogo fra i due prende spunto il titolo del racconto:

“Ma quale misfatto!” gridai. “Posso spiegare davanti a tutti come si sono svolte le cose, Se gli esseri umani sono esseri umani, dovranno riderne”.

“Come vuole lei. Ma si accorgerà che o gli esseri umani non sono esseri umani, o lei non sapeva cosa sono gli esseri umani. Non rideranno”. (p. 35)

Per quello scherzo di cui nessuno riderà il signor assistente perderà tutto. Compresa la sartina, che dopo aver rischiato d’essere tirata in ballo in un processo per diffamazione a causa dello scherzo capisce quanto il rapporto fra loro si sia rotto. Era stata proprio lei, in un passaggio precedente, a cercare di convincere il protagonista a compiere il solo gesto che avrebbe risolto la situazione, e col minor danno possibile: scrivere un giudizio sul saggio di Záturecký, e parlarne in termini positivi. Sarebbe stata la soluzione capace di sanare ogni contrasto, e in fondo cosa mai sarebbe costato al signor assistente? Specie dopo tutte le bugie che aveva già detto e l’avevano scaraventato nei guai. Almeno quella bugia sarebbe servita a qualcosa. È proprio a quel punto che Kundera mette il passaggio da maestro, ciò che trasforma un semplice racconto in un apologo. Perché anche il signor assistente, questo libertino impenitente capace di giocare con tutto e con tutti anche a costo di mandarsi in rovina, ha una linea sulla quale non transige: l’onestà intellettuale. Un bene non negoziabile persino per lui:

“Vedi, Klara,” dissi “tu pensi che una bugia sia uguale all’altra, e sembrerebbe che tu abbia ragione. Ma non è così. Io posso inventarmi qualsiasi cosa, posso prendermi gioco della gente, dar vita a mistificazioni e ragazzate… e non ho la sensazione di essere un bugiardo e non ho la coscienza sporca: quelle bugie, se vuoi chiamarle così, quelle bugie sono me, così come realmente sono, con simili bugie io non fingo, con simili bugie in fondo dico la verità. Ma ci sono cose sulle quali non riesco a mentire. Ci sono cose nelle quali sono penetrato, delle quali ho compreso il senso, cose che amo e che prendo sul serio. E lì non è possibile scherzare. Se mentissi, umilierei me stesso, e questo non va, non me lo chiedere, non lo farò”. (pp. 42-3)

Ecco la grande lezione. Chi l’ha detto che i libertini sono persone prive di princìpi, e cinicamente disposte all’adattamento morale? È vero il contrario. I libertini sono i più irriducibili nel rispetto dei propri princìpi. A rovinarli non è il vizio, ma il loro peculiare senso della virtù. Credo di saperne qualcosa.

(1. Continua)

Libri che ho amato – Neve di Maxence Fermine, 2 – La forza delle cose semplici

La prima puntata è stata pubblicata qui.

Neve_Fermine

Maxence Fermine

Maxence Fermine

Ciascuno dei libri che abbiamo amato ci resta dentro per un motivo diverso. Affonda le mani in noi trovando friabilità che nemmeno sapevamo, e che nessun altro libro scorgerebbe perché non ha la necessaria affinità elettiva. E una volta trovato quel punto di contatto lo occupa mettendoci dentro la propria specificità. Che può essere l’intreccio, o la forza dei personaggi, o il ritmo della storia, o la costruzione del contesto, o anche soltanto un preciso passaggio lungo nemmeno una pagina. Capitano anche casi come quest’ultimo: libri che rimangono dentro per una pagina, o addirittura per una frase sola. Mi è successo con un libro della scrittrice americana Joyce Carol Oates, Un giorno ti porterò laggiù. Un romanzo dal tono discontinuo come tanti fra quelli scritti dall’autrice statunitense. Che sarebbe una grandissima scrittrice se la piantasse di scrivere a ritmi da catena di montaggio e badasse un po’ più alla qualità.

Joyce Carol Oates

Joyce Carol Oates

Ricordo di aver amato Le cascate e di aver detestato l’estenuante L’età di mezzo. Fra i due estremi si colloca Un giorno ti porterò laggiù,  romanzo che si chiude proprio con la frase che gli dà il titolo:

Se le cose funzioneranno fra di noi, un giorno ti porterò laggiù.

 

In una frase così semplice ma potente al tempo stesso c’era abbastanza per lasciare il segno dentro le mie suggestioni da lettore. Perché dentro quelle parole si trova la forza di una promessa, e perché quella promessa richiama a una serie di sottintesi che sta alla sensibilità del lettore cogliere. Nello specifico, la protagonista mette in fila per un libro intero il difficile e doloroso percorso di crescita verso l’età adulta, iniziato da condizioni familiari estremamente difficili e costellato di passaggi umilianti. Ma infine questa donna cresce, trova un equilibrio e un suo posto nel mondo. E non soltanto le riesce di guardare al proprio passato con la serenità che serve per vederlo come un pezzo di vita e non più soltanto come un abisso di disperazione, ma persino riesce a condividerlo con una persona che s’intuisce esserle accanto per rimanerci a lungo. E lo so che forse sto portando troppo avanti l’interpretazione di una frase, e magari la sto caricando di significati che nemmeno l’autrice riteneva di trasmettere mentre la scriveva. Ma la forza della letteratura vera è quella di far germogliare sentimenti e stati d’animo nel lettore, e ciò fece nel mio caso la lettura del frammento finale del libro di Joyce Carol Oates. Che ai miei occhi parla del dono più grande da fare a una persona amata: aprirle i luoghi del proprio passato, ripercorrerli insieme, affidarglieli senza paura del suo giudizio o del loro cattivo uso. La forma più compiuta d’intimità. Il dono d’amore più grande.

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Ecco, può bastare poco per nobilitare un libro. Anche soltanto una frase che conclude in modo splendido una lettura fin lì non degna di nota. E a fare questo effetto sono sempre parole segnate dalla forza della semplicità, e dalla capacità di trasmettere sensazioni e immagini rifuggendo ogni artificio retorico.

Di parole semplici e evocative, capaci di richiamare alla mente immagini profonde, è pieno Neve di Maxence Fermine. Che celebra la potenza delle cose minime, come il colore bianco della neve ma anche la crudezza di un’immagine di guerra e morte. Elementi nudi e estremi, irriducibili e dunque non rappresentabili in modo verboso. Basta descriverli appena, e lasciare siano essi a comunicare tutto ciò che il lettore sarà in grado di recepire. E se il lettore non sarà in grado di recepire vorrà dire che il difetto è in lui, sicché sarebbe inutile spendere parole ulteriori. Non è una manciata di semi in più a rendere fertile la pietra.

Per meglio far capire cosa intendo, riporto uno dei frammenti più intensi del libro di Fermine. Si tratta del capitolo 25, che merita d’essere riportato per intero nella splendida traduzione di Sergio Claudio Perroni, perché mutilarlo sarebbe cosa sacrilega.

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A prendere la voce Horoshi, il servo del maestro Soseki. Che è un pittore divenuto cieco ma ciononostante capace di percepire i colori attraverso lo sviluppo di un’immensa forza interiore. Horoshi parla di Soseki a Yuko, il protagonista della storia che dal maestro si è recato per imparare una suprema saggezza da mettere al servizio del proprio talento: quello da autore di haiku, i componimenti da tre versi e diciassette more, unità di misura quest’ultima da non confondere con le sillabe e legata alla diversa scansione delle vocali. E dovendo spiegare al nuovo allievo di Soseki quale sia stato l’evento che ha spinto il maestro verso la strada della saggezza, Hiroshi racconta quanto segue:

 

Tutto cominciò per magia. Un giorno d’inverno del 18.., mentre rientrava dalla battaglia, Soseki si innamorò di una donna assai diversa da tutte quelle che aveva conosciuto.

 

A quei tempi il mio padrone era un samurai dell’imperatore.

Soseki aveva partecipato a una battaglia molto violenta che si era conclusa con una brillante, bella e imprevedibile vittoria. Sicché tornava da vincitore. Trionfante ma ferito. Un soldato cui una palla di cannone aveva tranciato la testa lo aveva ferito a una spalla con un fendente di sciabola. Soseki aveva ancora nei sensi quella scena: il sapore del fango e del sangue ovunque nella bocca, i soldati nemici che gli si avventavano contro, quel volto ostile solcato da un rictus di odio. L’uomo si era scagliato su di lui, pronto a infilzarlo. Poi Soseki aveva sentito sulla fronte la lama fredda di una sciabola, quindi un’esplosione, un rombo di tuono, e poi nient’altro che un corpo senza testa, un corpo che si muoveva e persino camminava, e poi gli si abbatteva addosso affondandogli nella spalla il filo della lama, con tutto il suo peso di morto, quasi per meglio comunicargli l’orrore di quel campo di battaglia che mai né l’uno né l’altro avrebbero dovuto conoscere. Ma tant’è. Era l’epoca dell’onore. Erano le gioie della guerra. Bisognava morire o tornare feriti.

Il samurai non riuscì mai a dimenticare la visione di quell’uomo senza testa. Era quanto di più orribile gli fosse mai stato dato di vedere in tutta la sua vita.

Dopo la sciabolata, svenne. Lì sul campo di battaglia lo presero per morto. Rimase per tutta la notte sotto quel corpo acefalo. Il mattino dopo qualcuno udì finalmente i suoi gemiti. Sollevarono il morto e scoprirono il volto inorridito di Soseki. Lo curarono, ma per diversi giorni il samurai continuò a delirare. Dopo una settimana, nei suoi occhi c’era amcora la paura.

L’imperatore si recò al suo capezzale per congratularsi, e Soseki ne fu fiero, ma d’una fierezza comunque offuscata dalla pena per ciò che aveva vissuto.

Infine, quando ebbe recuperato le forze, prese la strada del ritorno. Non voleva più combattere, e non tanto per la ferita che gli era stata inflitta – dall’inizio di quella campagna era stato ferito ben sei volte – quanto per il mero disgusto che provava nei confronti della guerra. Lui che aveva consacrato la propria esistenza all’esercito si rendeva conto di non avere più nessuna voglia di uccidere.

Lasciò dunque l’esercito e si avviò a piedi verso casa.

E fu lì, lungo il cammino del ritorno, che il miracolo si compì.

Intirizzito dal freddo, allo stremo delle forze, con ancora negli occhi l’orrore della guerra, solo nel folto delle tenebre e della tragedia che aveva appena vissuto, solo nell’abisso dell’inverno , solo con la vertigine della sua solitudine, solo nel suo silenzio, laddove avrebbe dovuto morire cento volte di freddo, di fame, di fatica, di delusione e di stanchezza, sopravvisse.

Sopravvisse perché ciò che vide quel giorno, quella straordinaria cosa venuta anch’essa dall’altra sponda del reale, senza dubbio per compensare l’orrore dell’uomo senza testa, quella cosa sublime e bella che mai gli fosse stato concesso di vedere in tutta la sua vita. E quell’immagine il samurai non poté più dimenticarla.

 

Quello trascritto è un capitolo. Breve, come tutti i capitoli del libro. Ma c’è dentro il materiale per una storia intera. E magari in molti ce l’avrebbero costruita, una storia intera, mettendoci il talento che fossero stati capaci d’esprimere. Invece Maxence Fermine si limita a scegliere con cura le parole e a esporle sinteticamente, lasciando che esse germoglino dentro il lettore e gli schiudano orizzonti interiori da vertigine. Questa sarebbe la vera forza delle parole, ciò che molti verbosissimi autori non capiranno mai. In quelle righe c’è tutto.

Il cambiamento della vita dal mestiere della guerra al ritiro verso l’interiorità.

Il coraggio nell’affrontare la prova estrema nel campo da battaglia.

Il terrore del contatto con la morte.

La vertigine dell’essere sopravvissuti nel mezzo dello sterminio.

L’esperienza del corpo a corpo col nemico che non lascia scelta fra morire o veder morire.

L’immagine potente del corpo senza testa.

E poi il lungo viaggio, che non è soltanto lo spostamento da un luogo a un altro ma soprattutto un cammino di trasformazione interiore.

Il gelo non solo materiale attraverso cui passare.

E infine, quando tutto sembra perduto ecco l’arrivo di una presenza che cambierà la vita.

Non voglio né posso aggiungere altro su Neve. Direi cose di troppo, fuori luogo. Continuerò a rileggerlo a anni di distanza, e ogni volta mi parrà di leggere un libro nuovo. Preferisco che a aggiungere sensazioni sia la musica. Quella, magica, di Michael Gettel. Tratta dal suo album dedicato all’inverno, Winter. Se volete immaginare la magia della neve per come la descrive il prezioso libro di Maxence Fermine, lasciatevi portare via da queste note. E tornate solo quando ne avrete voglia, non c’è fretta.

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Michael Gettel

Michael Gettel

(2. fine)

Libri che ho amato : “Neve”, di Maxence Fermine – 1 La magia dell’amore bianco

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Maxence Fermine

Maxence Fermine

Vorrei sempre poter indossare pantaloni modello cargo. Quelli abbondanti coi tasconi laterali a metà gamba dove insaccare senza fatica oggetti di media grandezza.

Vorrei camminarci dentro durante tutti i giorni d’ogni stagione, e fermarmi dove capita per concedermi una sosta.

Vorrei averne diverse paia, uno per ogni colore che mi piace. E dentro ciascun paio di pantaloni modello cargo vorrei tenere una copia di Neve di Maxence Fermine.

Vorrei pure trovare il sistema per impermeabilizzare ogni copia, affinché essa possa resistere al bucato e mi risparmi di doverla estrarre ogni volta dal tascone.

Ma mi rendo conto di volere troppe cose. Sicché m’accontento di aver conosciuto il libro e d’averlo amato immediatamente come una piccola gioia da cui non vorresti separarti mai.

Ci sono libri che scopri d’amare molto tempo dopo. Sul momento ti catturano in modo ordinario, come se fra te e loro fosse stipulato un patto di servizio per cui tu garantisci attenzione e loro ti ripagano trasmettendo un set di suggestioni e emozioni. E tutto pare andare secondo norma, perché in fondo proprio questo dovrebbe fare un libro: trasmetterti suggestioni e emozioni. Si tratta solo di capire quanto e di che qualità. I libri che scopri d’amare molto tempo dopo sono quelli le cui suggestioni e emozioni ti scavano dentro lentamente, fino a prendere possesso di una nicchia e da lì iniziare a plasmare il tuo modo di figurarti il mondo. Soltanto alla fine di un periodo più o meno lungo capisci che quello è un libro che hai amato.

Ci sono invece i libri che scopri di amare immediatamente. Non hai bisogno d’aspettare il sedimento del tempo perché di loro ti sconvolge l’immediatezza. E in quei casi ti trovi a gestire in modo rovesciato le suggestioni e le emozioni. Non ti scavano dentro poco a poco, ma piuttosto ti schiaffeggiano come su uno scoglio l’onda improvvisa. Non sei pronto, e hai la tentazione di chiudere il libro. Di fuggire e lasciarlo lì dentro il suo tempo. Perché a quel punto sei tu a dover sedimentare. Con Neve mi è successo così. In un attimo.

Giunto soltanto a pagina 14, e solo al terzo di cinquantaquattro capitoli brevi se non brevissimi. Lì ho letto questo:

“Cos’è la poesia?” domandò il monaco.

“È un mistero ineffabile,” rispose Yuko.

Un mattino, il rumore della brocca d’acqua che si spacca fa germogliare nella testa una goccia di poesia, risveglia l’animo e gli conferisce la sua bellezza. È il momento di dire l’indicibile. È il momento di viaggiare senza muoversi. È il momento di diventare poeti.

Non abbellire niente. Non parlare. Guardare e scrivere. Con poche parole. Diciassette sillabe. Un haiku.

Un mattino, ci si sveglia. È il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene.

Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere.

Avrei potuto chiudere il libro lì. Avrebbe potuto chiudersi lì lui, e mantenere bianche come neve le 94 pagine che restavano. Mi sarebbe bastato comunque, lo avrei amato già così. Al punto da desiderare di portarlo sempre dietro con me. O avrei potuto tenerlo lì sul comodino per leggerne un capitolo ogni tanto. Per poi tornare continuamente indietro al solo scopo di rinviarne all’infinito la conclusione. Invece sono andato avanti. Ho letto una prima volta. Poi ho conservato il libro con cura in un posto che ho dimenticato.

So che è da qualche parte in giro per la casa, e è giusto che lì rimanga. Perché si tratta del nascondimento delle cose che devi centellinare, quelle che ti sprigionano sensazioni troppo forti e allora devi avere cura di non inflazionarle per non rischiare di disperdere l’aura. Così è per l’ascolto di Lay me down di Crosby e Nash, o di π (pi greco) di Kate Bush, o di La Quinta Stagione di Roberto Giglio.

Così è per la visione di Gente comune di Robert Redford o per il profumo dei glicini nel mese d’aprile.

Glicini

Glicini

Scrigni d’emozioni che bisogna usare con misura, senza aprirli troppo spesso né troppo a lungo. In questa categoria rientra Neve di Maxence Fermine. E deve essere questa la ragione per cui la copia della prima lettura riposa da qualche parte che ho smesso di cercare. Sicché per parlarvene ho comprato un’altra copia. L’ho letta. E dopo averla letta lascerò che si perda anch’essa in qualche altro angolo remoto della casa. Perché forse il mio rapporto con Neve ha questa caratteristica. Devo lasciare che si nasconda e mi faccia intendere di non volere essere cercato. E se proprio vorrò rileggerlo, dovrò andare a comprarne un’altra copia. Ma non subito. Perché bisognerà sedimentare un’altra volta. Cioè dovrò essere io a sedimentare un’altra volta.

Mettendo a fuoco tutto questo capisco che non servirebbe avere tante paia di pantaloni cargo. Non potrei portare sempre con me Neve, ne dissiperei la magia. Dunque quando avrò finito di scriverne per voi lo lascerò andare. E mi rimetterò in attesa che mi chiami un’altra volta. Nel frattempo custodirò le sensazioni date dalla magia dell’amore bianco che in quelle pagine si racconta. E di cui vi parlerò la prossima volta.

(1. continua)

Libri che ho amato – 4 A Lilith Collett, e a ogni altra madre di questa Terra (ancora su “Villa Ventosa” di Anne Fine)

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Anne Fine

Anne Fine

 

(Le precedenti puntate sono state pubblicate qui, qui e qui)

Ma infine, cosa fa di Villa Ventosa uno dei libri che ho amato? E cosa rende a un libro bello, e al limite bellissimo, lo status di “libro che ha plasmato una parte di te”?

Sono domande che arrivano soltanto molto dopo. Deve trascorrere un giusto lasso di tempo perché si capisca quanto un libro abbia scavato una nicchia dentro di noi e da lì continui a inviare un’eco. E in quel lasso di tempo ti arrivano degli indizi che sul momento non riconosci. Ti sembra di rintracciare dei personaggi di quel libro nella vita vera, e di masticare le frasi che hai trovato in quelle pagine come se le avessi dentro da sempre e infine fossero tue. E senti il bisogno di rileggere, anche solo dei capitoli a caso, per scoprire che mentre lo fai riconosci le vibrazioni di allora. Soprattutto, scopri che delle vibrazioni c’erano state, ma per prenderne coscienza bisognava che si ripresentassero. E con questi brevi accenni ho dato la mia opinione su cosa faccia di un libro uno dei libri che ci segnano la vita. Se invece sposto l’attenzione dal generale al particolare, e indicare cosa di Villa Ventosa ne abbia fatto uno dei libri che ho amato, non ho dubbi: è il capitolo 12 della parte II. S’intitola “Ruote. Margherite”, e è uno dei più lunghi. Da pagina 127 a pagina 136.

Dieci pagine in cui il libro sembra vibrare fra le mani. E a farlo vibrare è sicuramente la rabbia sorda di Lilith Collett. Ma non solo quella. C’è il senso di vergogna del lettore, che scopre d’essere caduto nel tranello dell’autrice. D’aver seguito acriticamente la rappresentazione senza avere minimamente provato a usare il distacco, né a esercitare la serenità di giudizio. Senza cercare l’immedesimazione con l’unico personaggio verso il quale fin dall’inizio non v’è stata indulgenza, a cui non è stato concesso il beneficio del minimo dubbio. Perché fino a pagina 127 nessuno dubita minimamente di quanto sia cattiva, marcia, profondamente negativa Lilith Collett. E invece, arrivato lì, il lettore si sente afferrato per il bavero dall’autrice e scosso con vigore. Richiamato all’ordine, e severamente raccomandato di usare un po’ più di spirito critico, quando ricapiterà. Perché a chiunque bisogna concedere il beneficio del dubbio, pure a una Lilith Collett. Soprattutto, si ha l’impressione che d’improvviso la matriarca di Villa Ventosa si giri finalmente verso il lettore. E che lo guardi con disprezzo, prima di sibilare col livore più livore di cui è capace:

“Ma tu, chi cazzo sei per giudicarmi? E per farlo senza sapere nulla di me? Quanto sei miserabile, col tuo ascoltare QUALUNQUE PUNTO DI VISTA TRANNE IL MIO? Fin qui hai solo sentito parlare DI ME, ma non ha mai sentito parlare ME. Cosa ho fatto io a te per non vedermi concedere nemmeno un’attenuante? E allora, dato che finalmente ne ho facoltà, dico la mia. E non perché voglia convincere te o chicchessia, cosa di cui non m’importa nulla, ma perché almeno per una volta nella vita voglio sfogare tutta la rabbia che mi porto dentro”.

Ecco, se devo dire cosa abbia reso speciale Villa Ventosa ai miei occhi, rispondo indicando le 10 pagine in cui la rabbia impotente di Lilith Collett si scatena come un uragano dentro un acquario. Destinata ancora una volta a rimanere sigillata dentro lei perché fatta di pensieri troppo cupi e di parole indicibili, ma finalmente riconoscibile come un abisso d’auto-negazione. E prima di effettuare il difficile tentativo di descrivere quelle dieci pagine devo dire alcune cose. Innanzitutto, che nella prima puntata dedicata a Villa Ventosa ho dato un’indicazione errata a proposito del passaggio di libro in cui questa svolta avviene. Quando ho scritto la prima puntata stavo ancora rileggendo il libro, ma al tempo stesso avevo voglia di parlarvene presto. Dunque ho equivocato sul momento in cui avveniva il passaggio cruciale. Per come ricordavo, mi pareva che la svolta fosse collocata molto prima rispetto a dove effettivamente si trova. Tant’è che in quel post arrivo a dire di non aver provato alla rilettura le sensazioni d’allora.

Ho scritto un’inesattezza.

Specie perché alla rilettura le sensazioni sono state persino più forti della prima volta. E so che rileggerò Villa Ventosa soltanto per il piacere di rileggere quelle dieci pagine. Perché certi frammenti non possono essere estrapolati e letti a sé. Vanno guadagnati, e soprattutto bisogna lasciar crescere il climax che culmina in essi. Esattamente come succede per la scena più intensa del film da me più amato, accompagnata dal brano più bello di sempre a far da colonna sonora: il film è Magnolia di Paul Thomas Anderson, il brano è Wise Up di Aimee Mann, e la scena è quella in cui tutti i personaggi del film cantano un frammento.

 

https://www.youtube.com/watch?v=aNmKghTvj0E

 

Si può anche scegliere di andare in fast forward e vedere solo quella sequenza, o più semplicemente prenderla dal You Tube come ho appena fatto. Ma l’effetto non sarebbe lo stesso. Perché quella scena è un climax, e il climax bisogna guadagnarselo. Giuro che se potessi sacrificherei tre ore di ogni mio giorno per rivedere quel film e arrivare a quel climax. Di sicuro, rileggerò più volte Villa Ventosa per godermi il climax delle pagine dalla 127 alla 136.

Per di più, dopo aver riletto quelle pagine ho scoperto quanto profondamente il personaggio di Lilith Collett abbia inciso in me. Ci ho ritrovato molte analogie con Uta, il personaggio protagonista del settimo capitolo di Memo, il mio secondo romanzo. Dovevo tornare a Villa Ventosa per capirlo.

Ma cosa succede in quelle pagine? Provo a ricostruire lasciando parlare gli estratti. Il capitolo si apre con Lilith Collett che dalla finestra vede andar via Caspar. Costui le ha appena inferto la sonora sconfitta di cui si è parlato nella puntata precedente. E per la soddisfazione si lascia andare a un gesto infantile: giunto davanti al cancello di Villa Ventosa fa una ruota perfetta mettendo i palmi per terra e atterrano coi piedi dopo una virata di 180 gradi. Lilith Collett vede, e le ritorna in mente il tempo in cui a fare la ruota erano i suoi figli. E da lì parte tutto.

 

Strano come nelle persone il piacere sia così inestricabilmente legato alla tirannia sugli altri. Non ne sopportava più nemmeno il ricordo. Era ora di cambiare aria. Qualcuno, naturalmente, le avrebbe dato dell’egoista. “Ma che peccato vendere quel bel giardino proprio adesso che i suoi nipotini hanno l’età per cominciare a goderselo!”.

Che andassero tutti affanculo. A Hector, naturalmente, non avrebbe fatto piacere sentirglielo dire in quei termini: una delle poche cose che gli davano fastidio era quel genere di linguaggio in una donna. Ma nessun’altra espressione era abbastanza forte. In quegli ultimi anni, il giardino aveva smesso di essere un rifugio, un posto in cui nascondersi per prendere una boccata d’aria e stare sola (almeno per qualche minuto, prima di essere localizzata): era diventato una fonte di spiacevolezze, un simbolo di lotta, una scusa di cui i suoi figli dalle mille richieste approfittavano per tenerla in pugno. Ormai non riusciva più neanche ad annaffiare senza che Tory le snocciolasse i suoi moralismi da ambientalista: “Stai usando un diserbante chimico? Non hai letto l’articolo che ti ho mandato sulla quantità di residui tossici che lascia nel terreno? Perché invece non pianti delle patate?”. “Non è possibile che tu abbia buttato via quello stupendo barile per l’acqua piovana. George te lo aveva detto, che appena trovava del tempo sarebbe venuto a chiudere le fessure!”. Passeggiare per il giardino con Tory era come girare in un impianto industriale con un ispettore: comunque sempre meglio che con Gillyflower. Gillyflower la tirava pazza. “Oh, mamma! Ti ricordi quando Tory e io preparavamo quegli stupendi picnic sotto la magnolia? Che fine ha fatto il servizio da tè delle bambole? È ancora in cantina? Era di latta azzurro cielo…”.

(…)

Anche William aveva fatto lo scout, ma non gli era servito granché. La convivenza con Caspar non si poteva certo considerare purezza di pensieri, parole e opere.

 

Lilith va avanti, e ricorda quanto la scoperta dell’omosessualità di William fosse stato un colpo per Hector, il marito:

 

Non avrebbe mai dimenticato la notte in cui si era svegliata e non l’aveva trovato accanto a sé: le era arrivato il rumore attutito del pianto ed era andata in punta di piedi fino al bagno, dove lui, seduto con i pantaloni del pigiama giù fino alle caviglie, singhiozzava dal profondo dell’anima coi pezzettini di quella foto sparsi sulle piastrelle. Lo aveva spedito subito a letto e gli aveva parlato finché non si era riaddormentato, ma a quel punto era rimasta sveglia lei. Dopo un’ora trascorsa a guardare il cielo schiarirsi a poco a poco, si era arresa e aveva passato le ore che la separavano dalla colazione a ripescare uno a uno dal cestino i pezzetti della fotografia, e a ricomporli come un puzzle sul tavolo di cucina finché la faccia rabberciata di William non le aveva di nuovo sorriso tutta gaia dalla foto di scuola preferita di Hector.

(…)

E non aveva [William] fatto del bene neppure a se stesso. Quando mai lo si vedeva sorridere?Veniva a trovarla tutto altezzoso, trascinandosi dietro quel lumacone di Caspar, e se appena osavi alzare le cesoie per mozzare qualche germoglio impertinente, ecco che saltava alla gola: “Se vai avanti così non resterà più niente!”, Che cosa gli era preso, ai suoi figli? Come mai erano diventati tutti così allergici alle novità? Se fosse dipeso da loro avrebbero bandito qualunque forma di cambiamento. Bastava pensare al diavolo a quattro che avevano fatto quando aveva cambiato l’azzurro dell’ingresso. Agli strilli di quando aveva buttato quelle orrende vecchie fioriere. Pareva quasi che si sentissero in diritto di mantenere le cose esattamente com’erano sempre state.

(…)

Quante volte negli anni aveva ripetuto a se stessa: Lilith, rilassati. Goditi i tuoi figli e fa’ tesoro del giardino. Lascia che le preoccupazioni ti scivolino addosso e vivi in santa pace.

E a che cosa era servito? A niente. Non era la sua natura, al punto che non sapeva godersi neppure una mattina di solitudine. Nel giro di un’ora era già tormentata da qualcosa che avrebbe dovuto fare, e subito la rabbia irragionevole del risentimento tornava a impossessarsi di lei.

(…)

Cominciò a strappare selvaggiamente le margherite. Poi abbassò lo sguardo e si ritrovò le dita sporche e striate di verde. Oh, Dio. Quante volte al giorno se le doveva lavare? Abbastanza da far sfigurare Lady Macbeth. Per quanto famigerata, anche quell’altra madre casalinga, se fosse stata presa nel gorgo dei compleanni, dei Natali, dei Capodanni e delle Pasque, avrebbe al massimo trovato il tempo di cacciare Duncan fuori di casa. “E poi la settimana prossima c’è il compleanno di Banquo, tesoro. E la settimana dopo quello di Donalbain. E vuoi che nessuno dei pargoletti di Macduff sia nato in agosto? Devo comprare un regalo a tutti? O gli do solo un biglietto con gli auguri?”.

O li uccido? Lilith affondò le dita nel terreno finché la terra non le si conficcò dolorosamente sotto le unghie, e strappò un mazzetto di denti di leone che poi lanciò nella siepe più vicina. Non si riusciva a depennare la gente dall’elenco delle tirannie neppure dopo che era morta. Hector era sotto terra da dieci anni. Dieci anni! E ancora adesso, inesorabilmente, il due marzo Barbara si presentava alla porta con quell’agghiacciante sguardo professionale pieno di partecipazione, e sotto il braccio qualche costosa specialità gastronomica, desiderosa di condividere il suo stato d’animo. Ma quale stato d’animo. Hector era morto. Barbara poteva lagnarsi al telefono quanto voleva della sua reazione freddina, e di come non le avesse dimostrato neppure un po’ di gratitudine che ci si aspetterebbe da anni. (…) Ma la vera egoista era Barbara. Sì, Barbara. Come tutte le altre sanguisughe che stavano prosciugando Lilith, anche lei stava solo insistendo con determinazione su un vecchio schema di vita nel quale il due marzo era il compleanno di Hector. Si rifiutava di accettare il nuovo. Eppure lui era morto e sepolto. Hector non c’era più. (…)

 

Salto abbondantemente per andare verso la chiusura del capitolo.

 

Lilith si stiracchiò voluttuosamente sul prato punteggiato di margherite, e guardò il cielo sopra di lei. Nessuno se ne rendeva conto, ma le persone della sua età coltivavano ancora dei sogni. E il suo stava per realizzarsi. Una casetta piccina picciò (per niente sicura per i nipotini, troppo angusta per ricevere ospiti) dove finalmente avrebbe potuto spogliarsi della corazza in cui aveva così strenuamente protetto quel poco che le restava di sé. Poteva diventare generosa, adesso. Poteva diventare gentile, altruista e amorevole. Avrebbe potuto essere Madama Indulgenza per tutta la vita, se non fosse rimasta intrappolata mei panni della signora Collett. Ma fra tre settimane cominciava la sua vera vita…

Tre settimane…

Mentre guardava in su, piena dei tremuli desideri del prigioniero negli ultimi giorni di reclusione, una pesante nube color acciaio si fermò sopra il sicomoro e oscurò il sole.

 

Forse adesso vi sarà un po’ più chiaro perché mai Villa Ventosa sia uno dei libri che ho amato. E forse vi sarà un po’ più chiaro il motivo per cui non potremo ringraziare mai abbastanza le nostre madri, e tutte quelle che abbiamo conosciuto.

(4. fine – Il viaggio nei libri che ho amato riprenderà presto con un altro titolo)

 

 

Da “Memo” (Baldini Castoldi Dalai, 2008)

Cari amici, inserisco il capitolo 7 di “Memo”, il mio secondo romanzo pubblicato nel 2008. Esso è richiamato nell’ultima puntata dell’analisi dedicata a Villa Ventosa di Anne Fine. Buona lettura.

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Capitolo 7

(“Beloved wife”, Natalie Merchant, “Tigerlily”, 1995)

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Adesso è come se la strada fosse sprofondata, inghiottita dalla terra. Uno squarcio, e laggiù l’abisso oltre le punte dei piedi. E è così freddo questo vuoto, e è così grande il canto di sirene che mi chiama a librarmi a inseguire lo sguardo perso laggiù.

Qui c’era la striscia d’Oblivia che tagliava in due il mio giardino, la linea di confine fra me e i miei tre meravigliosi fiori: Beba, Delo e Cora. Solo io potevo varcare il confine senza chiedere, solo io andare e tornare. Ora che quella striscia non c’è più – forse è solo un’illusione, come quella dei cristalli di salicornia fra le mani di Teo che ha riempito per giorni il chiacchierare d’Oblivia; ma a volte basta l’illusione per rendere la vita paradiso o abisso – ora che la vista s’acceca di vertigine perdendosi nello sprofondo nella crepa della terra, cosa rimane di tutta una vita spesa a coltivarli, i fiori del mio giardino?

Non è così distante l’altro bordo del vuoto. Solo un salto breve, buono anche per le mie esauste membra di madre. E a quale madre un abisso da saltare – qualunque abisso da saltare – può mettere timore se sull’altra sponda l’invocano i suoi cuccioli da salvare? Eppure questo salto adesso è troppo grande per me, che i tre passi di strada a tagliare il mio giardino sempre li ho odiati d’istinto. Doveva essere tutto da questa parte, o dovevo chiudere al passaggio questo maledetto pezzo d’Oblivia. Stenderci uno strato di terra fertile e fiorirci sopra il mio mondo, completo e rotondo; sorvegliarlo giorno e notte con armi e fiere; cingerlo di ferro e di fuoco, armarlo di lance e spade, issarlo di mura ruvide e merlarlo di cocci e veleni. E intanto continuare a coltivare i miei fiori, a custodire i miei cuccioli, solo io e loro: mamma Uta, figli Beba Delo Cora.

Quante cose avrei dovuto fare, madre snaturata e degenere che non seppe proteggere il suo giardino, che lasciò i suoi cuccioli sull’altra sponda dell’abisso a invocare vanamente aiuto. Senza il coraggio di saltare in là, a toccare la sponda della salvezza – dei cuccioli, e forse la mia – o a rovinare dentro una caduta infinita, buona a salvarmi dalla scoperta che nessuno dall’altra parte stia invocando aiuto, che nessuno adesso s’accorga dello sprofondo e di quell’abbandono che sull’altra sponda dell’abisso forse si chiama libertà. Madre vigliacca che non vuoi saltare, madre indegna che non risvegli istinti di protezione dentro i tuoi cuccioli. E adesso te ne stai lì a guardarti la punta dei piedi, e chiederti se l’abisso laggiù sia realtà o immaginazione.

Me ne stavo tranquilla, dentro la mia parte del mio giardino mentre il pomeriggio si faceva forte e una luce aspra sgranava l’aria liberando la polvere in particelle tremule e orfane di gravità. Osservavo senza ricerca la corteccia ossidata dei pruni, l’abbraccio soffocante dell’edera alla quercia, lo scheletro dei glicini. Non c’era intenzione, non c’era motivo. Non c’era qualcosa a avvertirmi che il mio giardino stesse per squarciarsi. (Madre improvvida, che non sapesti cogliere l’incombere del pericolo).

Così ignara scorsi in basso qualcosa luccicare, nella filigrana di polvere. E fu tutt’uno scorgere e incuriosire, e dall’incuriosire avvicinarsi.(Madre stolta, che il pericolo andasti a cercare e far prendere vita fra le mani).

Sotto la quercia, vicino allo sterrato che tagliava il mio giardino, una vecchia penna stilografica, polverosa della stessa filigrana del pomeriggio. Era sua la filigrana di polvere che respiravo. (Madre cieca e ottusa che non riuscisti a distinguere la fine del tuo mondo).

Se ne stava lì sguainata, la punta esangue sulla terra umidata d’autunno, uno strato di fossilità a rendere remoto il tempo che fu rorida d’inchiostro. (Perché adesso tremi, madre sciagurata, nel pensare a quando era sangue vero quello che vergò col tratto della punta armata?).

Toccarla e ritrarsi come scossa da folgore fu tutt’uno, e forse prima ancora del tocco e del ritrarsi udii la voce che parve arrivare dallo sterrato – come già fosse sprofondato nello squarcio del mio giardino – e invece veniva da dietro me. (Madre pavida, incapace di confessare pure a te stessa che quella voce provenisse da dentro te).

Era la voce dello Straniero, ma io ancora per un attimo prima di vederlo l’avvertii come fosse un brusio dentro il mio giardino – il crepitare di una felce sotto il peso di un animale, il frusciare del frascame vellicato dal vento, il richiamo di uno dei miei cuccioli. Solo un istante dopo vidi la figura ignota, un estraneo a Oblivia e a tutto il mio mondo indicato dalla punta arida della stilografica e da quell’indicare si sprigionò il ricordo più sotterraneo che saliva da sotto le radici forti e ingarbugliate della quercia. Disse anche “Sauro”, ma già il ricordo di Sauro era sgorgato come da una fontana riaperta dopo un’eternità intera, uno scricchiolio di condutture e il turbine d’aria svuotata che scuote la terra. E poi l’acqua ch’erompe alla libertà macchiata dal colore del tempo stagnato, e il lezzo di ruggine che ammorba e poi si stempera mentre il flusso scolora e illimpidisce, e poi la nettezza – del flusso e del ricordo. E era quella nettezza di flusso e di ricordo a fare limpido il terrore, e estrarre la colpa dallo strato di ruggine e dallo stagnare. Sauro, e quella penna riemersa da quale strato fossile del mio giardino e dei ricordi – Sauro, amore mio.

La penna indicata dallo Straniero, fra le tue mani così forti. Rivedo le tue mani grandi come i rami di questa quercia, le tue mani che caricavano la roccia d’Oblivia sul carro per portarla fin qui, dall’altra parte della strada – sull’altra sponda dell’abisso. Lì dove volevi fosse il confine del nostro mondo, ché già Oblivia ti pareva un mondo troppo grande. Con quelle mani costruisti il giardino, il nostro giardino, e tirasti su le case dei nostri cuccioli. Una dopo l’altra, un anno dopo l’altro.

Lo ricordo adesso – nel momento che l’acqua del ricordo specchia e rinfresca, e scorre fiera dentro i suoi argini – che fu un mattino di primavera quando decidesti che volevi costruire una casa per il nostro primo cucciolo. Ricordo che fu un mattino di primavera – acqua specchia e rinfresca – e io scoprivo che non ti bastavo più, dentro il nostro giardino. Che tu volevi costruire una casa lì dove non c’era, per metterci dentro qualcuno che ancora non c’era, e con ogni energia del corpo e della mente ti dedicavi a costruire qualcosa che non era NOI. E quando la casa era completa, con quelle pareti forti di roccia, e il tetto in travi di legno, quella era una casa da riempire di vita. E se c’era una casa da riempire c’era la mia pancia da riempire, solo il tempo necessario a impastare di carne e sangue qualcuno che non c’era e che dal mio dolore sarebbe venuto al mondo per andare dall’altra parte dello sterrato, nel nostro giardino che non era più di NOI. E poi ci fu una nuova casa, e un’altra ancora, e sempre la mia pancia da riempire senza capire perché – tutta quell’energia, quella voglia di costruire per chi non c’era mentre NOI stava franando. Le tue mani ruvide di cemento su di me, quel senso d’attrito delle epidermidi, e l’impressione che a ogni tocco fosse escoriazione, e a ogni abbraccio squarcio. Non c’era più tenerezza nell’avvicinarsi del tuo corpo al mio, né più desiderio, solo una casa da riempire e poi la mia pancia da riempire. Là dove adesso passo la mano mentre lo sguardo dello Straniero su di me si faceva tenue, come comprendesse il motivo dei miei dolori d’allora, e comprendendolo perdonasse – e m’aiutasse a perdonare me stessa – di quei lunghi giorni che portavo dentro Cora, il terzo fiore del mio giardino, e desideravo così fortemente d’impiccarmi alla quercia, e desideravo che tu, Sauro, riempissi col mio cadavere gravido la terza casa.

No che non c’è da soffrire e da pentirsi, diceva lo sguardo lieve dello Straniero, e però da dove risorgeva questo ricordo che mi penetrava nel ventre con quel dolore antico, come di anti-parto, e la riscoperta impietosa della colpa per aver solo pensato e odiato così tanto – e odiato chi?, lui?, i miei due tesori che già erano arrivati?, quella che sarebbe nata?, me stessa che ormai ero nulla più che un corpo da riempire perché c’era una casa da riempire?

Da dove aveva ripescato quel ricordo che avevo seppellito all’ombra della quercia? Come faceva a sapere quell’ombra che s’allontanava lungo il tratto di sterrato che tagliava in due il mio giardino?, e intanto a ogni passo del suo allontanarsi la strada sprofondava metro dopo metro, e dalla pancia saliva un dolore che era tutto il dolore del mondo chiuso dentro il mio giardino. Il dolore delle mie tre creature che rientravano nel ventre, attaccate a me per sempre, e io non avevo nemmeno la forza di soffrire, e la disperazione di piangere.

Ma poi ancora lo Straniero si voltò. E il suo sguardo mi disse ciò che sapevo ma non volevo sapere, perché non volevo andare ancora indietro col ricordo – ché già avevo ricordato più del voluto, più del sopportato. Ma fu il ventre dolorante a rimandarmi la memoria di quelle mattine che lo riempivo d’aceto perché non volevo ci fossero altre case, e altri giorni a indugiare sotto la quercia del mio giardino, e altre stagioni passate a fare del mio corpo una bottega d’altri corpi, per poi inventarmi giorno dopo giorno l’amore di una madre e di una moglie che aveva perso il suo uomo e non capiva perché quei figli. E quelle case. No, non era necessario che lo Straniero mi ricordasse i litri d’aceto, e il dolore d’aspro che dal ventre attaccava il resto del corpo e dell’esistenza lasciandosi dietro pietra calcarea dov’era terra fertile, intanto che tu, Sauro, vedevi i tuoi sforzi contaminati di sterilità e le mani perdere l’arte d’edificare. Entravi dentro questo ventre così doloroso ogni giorno, e più volte al giorno senza accorgerti che l’acido stava prendendo anche te e ti stava bruciando la vitalità, e che solo il mio odio per te, e per i miei tesori, e per le case dall’altra parte del mio giardino ti stava ammazzando per contagio, e solo quel contagio stava svuotando me della morte che presto o tardi mi avrebbe finita. Ti vidi svigorire, poi ingrigire, e poi piegare il corpo finché il letto di morte non fu la penultima stazione di un viaggio ch’era solo tuo – perché ormai da tempo avevo lasciato che proseguissi da solo, ovunque volessi andare.

Con tutto l’amore che non avevo più t’accompagnai alla morte, solo io e te, mentre i miei tre meravigliosi, odiosi fiori già vivevano dall’altra parte del mio giardino e io non permettevo loro di vedere il padre che stava concludendo il suo viaggio, quello in cui aveva voluto essere solo. Ti vegliai giorno e notte, per non perdermi nemmeno un istante del tuo spegnerti e vederti prendere lo stesso colore di pietra calcarea ch’era dentro il mio corpo e la mia vita, Sauro, amore mio, quanto odio sentivo in quel momento e quanto mi faceva di nuovo sentir viva, mentre s’ultimava il contagio d’acido e pietra, e finalmente morivi della morte ch’era stata la mia esistenza.

E intanto lo Straniero non smetteva di guardare, quando già tutta la strada che tagliava in due il mio giardino era franata nell’abisso e io, madre degenere che racchiude nel ventre il dolore della colpa, mi sforzavo di non afferrare l’ultimo filo del ricordo. Questa penna fra le mie mani, e il foglio che seppellii sotto la quercia del mio giardino dove avrei voluto impiccarmi, firmato da te, Sauro, mentre morivi ma avevi ancora dentro la vita che bastava per comprendere mentre ti chiedevo la proprietà di tutto, del mio giardino, delle case, e dei miei tre maledetti fiori, che mi lasciassi la libertà di soffocarli dentro il mio abbraccio privo d’amore, e di vederli sfiorire come ero sfiorita io nei giorni in cui c’era una nuova casa da riempire e allora bisognava riempire la mia pancia, e loro lì a crescere come se l’amore gli fosse dovuto quando io avevo perso il mio e non avevo più da darne. Lasciarli invecchiare senza un’alternativa, inesorabilmente catturati dal tempo che passa sempre così uguale a Oblivia. E io a sorvegliare che il loro destino fosse il mio, vi ho dato tutta me stessa, mi riprendo tutto di voi stessi.

Ma ora non più. E questa penna da rigirare fra le mani, sulla punta una goccia d’aceto sospesa sull’abisso fra me e l’altra parte del mio giardino, l’inchiostro della mia disperazione, madre snaturata per sempre negata all’amore.