La storia di Ched Evans tra giustizia e verità, parte seconda (Lettera43, 13 gennaio 2019)

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Ched Evans e Natasha Massey

(La prima puntata è leggibile qui)

Sabato 14 aprile 2012 Ched Evans segna il gol del definitivo 3-1 nella partita di League One contro il Leyton Orient. Venerdì 20 aprile 2012 la Crown Court di Caernarfon lo condanna a cinque anni di carcere per lo stupro di X, la ragazza 19enne che in condizioni di forte alterazione alcolica era finita in un stanza d’albergo assieme allo stesso Evans e al collega Clayton McDonald, durante una notte di fine maggio 2011. E lunedì 23 aprile la Players Football Association (Pfa, il sindacato dei calciatori inglesi) deve affrontare una situazione che definire imbarazzante è persino lieve. Il voto raccolto fra gli associati per stabilire quale sia il League One Team of the Year, cioè “l’undici” composto dai migliori calciatori del campionato ruolo per ruolo, acclama Ched Evans come il più votato nel ruolo di centravanti. E dunque, la selezione dei migliori annovera un tizio che da tre giorni si trova in galera per violenza sessuale.

(Per leggere il seguito della storia, cliccare qui)

 

 

 

Spicchi di Toscana – Mettersi tra parentesi a Quinciano (La Repubblica Firenze, 8 luglio 2018)

 

Quinciano

Dici le colline senesi e pensi a una delle eccellenze paesaggistiche mondiali. Un frammento di mondo il cui attraversamento è già una meta e non un passaggio, ciò che serve a far capire l’importanza dell’andare. Eppure anche in mezzo a questa sterminata meraviglia si può trovare dei frammenti di distonia estetica, come fossero mal riuscite variazioni sul tema. Succede così nel territorio intorno a Monteroni d’Arbia e Buonconvento, che pure contiene tesori di straordinario valore. Ma lì la bellezza si mantiene a altezza di colline. Perché a livello della strada pare di trovarsi innanzi a un trapianto di pianura modenese, con la campagna raccordata da un’urbanizzazione labirintica e il succedersi di capannoni. Fortuna che basta spostarsi dalla linea orizzontale, e rifugiandosi qualche decina di metri in su tutto muta. Si ritrova la strada bianca, e la suggestione della nuvola di polvere che attraverso il parabrezza posteriore crea l’effetto-dissolvenza e segna il ritorno a un ordine più domestico delle cose. E in quel frammento l’ordine domestico delle cose è la Via Francigena, che coi suoi riferimenti sta lì a ricordarci la profondità storica di queste terre. Lì si trova Quinciano, luogo d’attraversamento che però invita alla sosta.

È una frazione di Monteroni, ma rispetto al comune preesiste abbondantemente. E se ne rimane lassù come in disparte, come se a partire da un certo momento della sua storia sentisse soltanto un’ansia di nascondimento. Se tutto cambia così velocemente, cerchiamo di non farci notare per rimanere uguali a noi stessi. Per chi passa distratto, quel posto è solo un pugno di case sparse lungo la Strada delle Greppie, un pezzo di campagna senese come tanti. Chi invece non ha fretta d’oltrepassare, e cerca dei segni in ogni territorio frequentato, coglie in quel tratto notevoli pregi. A partire dalla Chiesa di Sant’Albano, ormai spoglia e avvicinabile soltanto dall’esterno, eppur intatta nella capacità di far sentire il respiro delle epoche passate. Da lì si può procedere costeggiando le case dalle mura in pietra, e senza perdere di vista il paesaggio che preannuncia la Valdorcia. Sono case che raccontano i ritmi silenti della vita quotidiana, intanto che le anziane del luogo s’incrociano a passo lento per le strade in pietrisco e riallacciano senz’altro premettere discorsi interrotti chissà quale settimana addietro. Non serve specificare da dove venissero le cose dette, né dirsi da quale punto si riprenderà al prossimo incrociarsi, intanto che le parole e i passi s’allontanano verso le opposte direzioni, e nell’aria rimangono i puntini di sospensione d’un dialogo in corso da intere esistenze.

Deve essere così per tutto, a Quinciano. Discorsi che non finiscono, virgolette e parentesi che rimangono aperte e agganciate a un filo invisibile. Come fossero appese a quelle mollette colorate che attendono il prossimo bucato e intanto cambiano la prospettiva sul paesaggio. Adesso vedi la coppia di cipressi in cima al poggio, che nel pomeriggio potrebbe nascosta dalle lenzuola matrimoniali della casa dirimpetto. Ché in questi frammenti di Toscana il confine tra pubblico e privato continua a essere evanescente, e la cosa migliore da fare è portare la vita di casa qualche metro fuori dall’uscio e lasciarla ossigenarsi in prossimità del vecchio lavatoio.

Quinciano

 

Quinciano

Chi vive quotidianamente la città, con le sue regole sempre più repressive in materia di decoro, avverte con gratitudine il senso di liberazione. E vien voglia di portarli a stendere qui, i panni banditi dai nostri balconi. Altri mondi, così lontani ma così vicini. E dato che la differenza è così netta, bisogna godersela nella pienezza fino a che si può. Sostando il più a lungo possibile sulla panchina piazzata a quel crocevia della Strada delle Greppie, giusto sotto il cartello stradale che indica Quinciano. Un luogo fuori mano, al quale giungi solo perché hai scelto di andarci. E potresti scegliere di andarci giusto per sedere su quella panchina. A chiudere parentesi che non ricordavi d’avere aperto.

 

QuincianoQuinciano

 

Come sempre, vi saluto con un brano musicale

A marzo 2018 in libreria

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Uefa contro Epfl (Calciomercato.com, 8 ottobre 2016)

Uefa vs Epfl: che scontro per decidere chi sarà servo dei grandi club europei!

 

L’incontro di giovedì 6 ottobre a Nyon è servito a diffondere l’immagine di una pace di facciata. Nella sede dell’Uefa il neo-presidente del calcio europeo, lo sloveno Aleksander Čeferin, ha avuto un faccia a faccia con lo svedese Lars-Christer Olsson, presidente dell’European Professional Football Leagues(EPFL). In apparenza, un appuntamento d’ordinaria diplomazia fra il capo appena insediato del calcio europeo e il massimo dirigente dell’organismo che raccoglie le leghe professionistiche europee. Ma in realtà le cose non stanno così.

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TOMMASO BRACCINI , ” Vampires in New England “ — agenda19892010

New England, a zone of the Northeast of the States, was probably the last scene in the Western World where some vampires were burned. It was during 1883 in Exeter, a village in Rhode Island when Mary Eliza Brown, a mother of family, died of consumption. Five years later her daughter Mary Olive died […]

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Di un sorriso triste che mi vestiva — BluTrasparente

C’era sempre uno spazio bianco in mezzo alla frenesia delle cose quotidiane, c’era sempre una pausa, uno stacco che mi prendevo per provare a chiudere tutto il restodella mia vita fuori da quel momento. Era un momento difficile, fatto di notti bianche, di attese, di delusioni, di insonnie, di cannule e elettrocardiogrammi. Così fra la […]

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Le giornate regalate — Vivo da sola

Come oggi, che mia figlia doveva essere dal padre ma per impegni suoi (del padre), l’ho portata nel tardo pomeriggio. Stamattina un massacro a fare i lavori di casa mentre lei faceva un po’ di compiti, ma felice perché gli uomini erano via a sgomberare cantina e solaio e ne avrebbero avuto per un bel […]

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Scusi Pellé, ma chi si crede d’essere, Chinaglia? (Calciomercato.com,7 ottobre 2016)

Scusi Pellè, ma chi si crede d'essere, Chinaglia?

 

 

Per una volta la Figc invia un messaggio immediato e inflessibile. E caccia via Pellè (foto da http://www.road2sport.com) dalla nazionale dopo l’imperdonabile gesto di maleducazione di ieri sera verso il ct Giampiero Ventura. L’unica scelta possibile, qualunque altra soluzione sarebbe stata una dimostrazione d’insipienza.

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Indicate a Scalfari l’uscita (dalla narrativa) [Panorama, 11 maggio 2016]

Scalfari

Eugenio Scalfari

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Vorrebbe essere un romanzo filosofico: per due terzi un surrogato dell’Enten-Eller di Søren Kierkegaard, e per l’ultimo terzo una stanca variazione sul tema del Brave New World di Aldous Huxley. E invece il cimento narrativo di Eugenio Scalfari si svela al lettore per ciò che il titolo promette: un labirinto dal quale non si viene più fuori. Pubblicato per la prima volta da Rizzoli nel 1998, e da poco rimesso in libreria da Einaudi, Il labirinto è arricchito da un’introduzione dell’autore alla nuova edizione. Densa di passaggi soavi come quello di pagina XIII: “Presenze immobili com’è immobile l’attimo del presente, e vertiginosamente mutevoli quando col fragore dell’evento piombano nel presente da un loro remotissimo futuro e subito dileguano in un abisso di passato senza fondo”. Un preavviso delle padellate al cranio che chi procederà nella lettura dovrà aspettarsi, ma anche del ripetersi di un cliché. Lo si ritrova a pagina 20: “A ripensarci ora che sono vecchio e tante ne ho fatte e viste direi che si esce da un labirinto solo per entrare in un altro sicché muovendosi si resta fermi, ma questa è la nostra condizione: di contenere in ogni nostro attimo tutto il futuro e tutto il passato che coincidono incontrandosi nella porta carraia del nostro presente”. Non finisce lì, perché a pagina 144 si può leggere: “La rincorsa d’un’ombra vagheggiata, intravista appena per un istante svelava le possibilità infinite del caso, il gioco seducente delle probabilità, la fralezza dei destini che si sfiorano quando tutto potrebbe accadere per poi allontanarsi con la velocità siderale con cui il presente si perde nei recessi d’un passato di cui non resta traccia neppure nella memoria”. Stavolta manca il futuro, ma fa lo stesso. Anche perché immediatamente dopo viene piazzato un frammento mica da poco: “Anche l’incostanza in amore è così una inconsapevole protesta contro la morte alla quale oppone la molteplicità di molte possibili vite”. E che dire del passaggio a pagina 187? Leggete un po’: “Ah, insensata superbia di Io, impotente simulacro di solitaria potenza inconcreta”. Ma il meglio del labirinto scalfariano sta nelle ridondanze. Come quella di pagina 174: “Il tempo veniva dissipato senza risparmio”. A trovarlo, qualcuno che dissipi con parsimonia. Meglio ancora ciò che si legge a pagina 144, il capoverso che inizia con: “Era una notte notturna”. Ciò che richiama alla mente il mitico Ezio Luzzi di “Tutto il calcio minuto per minuto”; che una volta ebbe a definire l’ex presidente del Lecce, Franco Jurlano, “un uomo umano”. Licenze poetiche? A voi il filo di Arianna.

1958: l’esigenza di rispettare l’eredità dei figli (Repubblica Firenze, 20 marzo 2016)

Cari amici, questo è uno degli articoli che oggi mi sono stati pubblicati da Repubblica Firenze. Buona lettura.

 

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L’articolo di oggi, versione screenshot

 

Genitori che devono essere all’altezza dell’eredità lasciata dai figli. A volte capita di leggere cose che destabilizzano, perché demoliscono le nostre categorie mentali e ci strappano alla pigrizia di pensare il tempo presente come fosse un tempo assoluto. In queste condizioni, soltanto un cortocircuito può riportare alla relatività delle cose e delle circostanze storiche, comprese quelle presenti. E un potente cortocircuito può essere in agguato anche nel mezzo di attività apparentemente neutre, da furieri o da topi di biblioteca, come la lettura di un antico verbale d’assemblea. Quello preso in esame si riferisce all’assemblea annuale ordinaria e straordinaria della Coop di Sesto Fiorentino, tenuta in una data carica di significati: 23 aprile 1958. Siamo a due giorni dal tredicesimo anniversario della Liberazione, e il clima politico del Paese è drammatico. È in questo contesto che prende la parola il presidente del Consiglio d’Amministrazione, Torquato Pillori, per leggere la relazione sull’attività annuale della Cooperativa. Il verbale riporta la trascrizione integrale della relazione. Della quale spicca certo la verbosità di molti passaggi, labirintici soprattutto in termini di costruzione del periodo, che però hanno il pregio di riportare con immediatezza la gravità del momento storico. Si approssima la data delle terze elezioni politiche nella storia della giovane repubblica, e il clima da Guerra Fredda diffonde un senso d’inquietudine nella vita quotidiana della cooperativa.

Della tensione del momento riferiscono diversi passaggi della lunga relazione di Pillori, spesi a scagliarsi contro un governo nazionale che si erge a difesa degli interessi del capitale, e perciò agisce da nemico della classe operaia. Per esempio, il presidente fa riferimento a una “legge sul maltolto”, che a suo dire è stata “insabbiata dalla maggioranza parlamentare solo per pochi voti”, in ossequio alla “classe dominante” e ai monopoli che protegge. Ma lunghe parti della relazione sono anche dedicate a descrivere gli sforzi organizzativi adottati dalla coop sestese per mantenere i propri servizi territoriali al passo col mutamento sociale: “Col maggior decentramento dei nostri spacci soddisfaremo l’aspirazione della nostra base sociale che abbisogna sempre di maggiori comodità. Oggi non si potrebbe più pensare all’epoca in cui le massaie dei nostri lavoratori venendo alla Cooperativa compivano un atto di fede verso quelle lotte che i loro uomini conducevano sui posti di lavoro, nelle piazze ed in ogni angolo del nostro sventurato Paese, oggi le nostre donne, che tanto hanno dato anche al movimento di liberazione Nazionale, hanno bisogno di maggior speditezza nelle loro quotidiane fatiche per cui oggi è la cooperativa che deve andare incontro alle nuove esigenze della nostra epoca (…)”.

Concetti molto interessanti, che rispecchiano il cambiamento in corso. Ma è la parte finale a dare una scossa al lettore del nostro tempo. Pillori conclude la relazione con un auspicio, e lo fa usando un argomento che colpisce duro: “Così nel rimettere nelle vostre mani il mandato che ci conferiste un anno fa, noi vi ringraziamo per la fiducia accordataci e vi invitiamo ad approvare il nostro lavoro e soprattutto auspichiamo che i nostri nuovi amministratori possano agire in un’Italia che si avvii a diventare quella dei nostri figli maggiori che caddero perché la nostra vita fosse degna di essere vissuta”.

La lettura di quest’ultima frase è uno shock, e ancor più lo è pensare al senso di normalità con cui è stata espressa. Si fa appello ai genitori dell’epoca affinché non rendano vano il frutto del sacrificio estremo compiuto dai figli maggiori. Un mondo alla rovescia. E superato il momento d’immediato disorientamento si comprende il senso. Sono passati circa quindici anni dall’avvio della Resistenza e della lotta per la Liberazione. Molti figli di quella generazione di genitori hanno sacrificato la vita per il ritorno alla libertà. Dunque, la struttura sociale e demografica sconta la conseguenza più immediata: una società in cui i genitori sopravvivono ai figli adulti. La sola condizione davvero innaturale di famiglia, ciò che molti guitti del tradizionalismo familista contemporaneo fingono di non vedere, intanto che starnazzano contro l’ampliamento dei diritti della persona. I genitori di sessant’anni fa si trovarono nelle condizioni d’essere all’altezza del sacrificio affrontato dai figli. Una condizione tragica, ma affrontata con dignità e consapevolezza. E chissà, se potessero, con quale sconcerto quei genitori guarderebbero all’oggi. Commiserando una società che di figli ne fa sempre meno, ma ciononostante s’arrotola in dibattiti ideologici sulle forme alternative di famiglia e procreazione. Una società senza eredi, la massima espressione di una svolta contro natura.

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La pagina del verbale di cui si parla nell’articolo