Pallonate reloaded 4 – Il viziaccio di sentirsi scrittore e il ritroso De Laurentiis

Di Roberto Perrone ho già detto. Fino a qualche anno fa era soltanto un giornalista sportivo, e nemmeno di quelli brillanti. Poi è accaduto che si sia convinto d’essere un fine romanziere, in ciò traviato dalla pessima influenza di Antonio D’Orrico. E da quel momento in poi ha deciso che deve fare sempre il fenomeno, di qualunque cosa si occupi. Le conseguenze, per i lettori del Corriere della Sera, sono devastanti. Anche perché nel frattempo la qualità della sua scrittura giornalistica è andata in picchiata. Per darvi l’idea, ecco l’incipit dell’articolo pubblicato nell’edizione del 13 settembre: “In attesa (e nella speranza) di espugnare San Siro (come le succede da due anni) Madama ha espugnato la Continassa, nei pressi dello Juventus Stadium, dove sorgerà la nuova cittadella bianconera, sede e campi d’allenamento compresi”. La vostra professoressa di lettere alle scuole medie vi avrebbe massacrato, se aveste scritto un periodo che comprende due parentesi nel primo rigo e poi va avanti come se avesse perso la bussola. Ahilui, Perrone fa anche peggio quando prova a essere brillante parafrasando il brano musicale classico. Parlando dell’Inter e della prospettiva dell’incontro con la Juventus, egli scrive infatti: “Più facile per l’Inter di Walter Mazzarri. Meglio partire a fari spenti nella notte per vedere se è tanto difficile vincere”. Tu chiamali, se vuoi, tromboni.

A proposito di Mazzarri, ecco le sue perle di saggezza alla vigilia della gara con la Juventus. Ce le riporta Andrea Elefante, uno dei miei bersagli preferiti, sulla Gazzetta dello Sport di oggi: (…) una squadra non si può valutare da una partita, una rondine non fa primavera ma neanche tre rondini, e dunque è meglio andarci coi piedi di piombo”. Per la serie: un uomo, un luogo comune.

Chi invece è nettamente fuori dagli schemi è il presidente-sultano del Napoli, Aurelio De Laurentiis. Che durante l’assemblea di Lega del 13 settembre ha piazzato il solito one-man-cinepànetton. Dopo aver litigato con un paio di colleghi a caso, si è rivolto al presidente di lega, Maurizio Beretta, dicendogli (come cita la Gazzetta dello Sport di oggi): “Preparami i documenti per uscire da questa lega di m…”. Ma magari anche quelli per il TSO. Poi, uscendo, ha risposto alle domande dei cronisti. Notare, come mostra il filmato della Gazzetta, quanta fatica debbano fare costoro per convincerlo a rispondere…

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Pallonate Reloaded – 3 La posta del cuore del giornale rosa e la macchina dei sogni a strisce

I casi pietosi vanno denunciati. E questo intende fare oggi Pallonate Reloaded, portando a conoscenza dei lettori l’odioso scherno di cui è oggetto Arturo Arturi inteso Franco. Che per chi non lo conosce fa parte della pletora di vicedirettori della Gazzetta dello Sport, e in questo ruolo si è visto assegnare la delega alle teiere. Delega che egli gestisce con mirabile impegno a partire dalla rubrica delle lettere relegata in fondo al giornale, in prossimità degli spazi dedicati al meteo, all’oroscopo e agli annunci delle zoccole. In quello spazio periferico Arturo Arturi inteso Franco tiene la rubrica della posta, intitolata Porto Franco (trovatona, vero?), e lo fa con un piglio da maestro del tè difficile da trovare altrove in questo tempo gramo per il paese. Provate a passare di là, e per qualche istante avrete l’impressione di sorseggiare un bel tè all’ortica o al bergamotto, con lui che amabilmente v’ìndottrina sul giusto angolo che deve tenere la posa in alto del mignolo mentre portate la tazza alle labbra. Mi stupisco che il patron del Palermo, Maurizio Zamparini, non abbia pensato a lui nei giorni in cui meditava di aprire la succursale italiana del Tea Party. A ogni modo, non è per questi dettagli che oggi vi parlo di Arturo Arturi inteso Franco, quanto per denunciare lo squallido complotto che qualcuno ha ordito alle sue spalle inviando alla sua rubrica lettere da Posta del Cuore. Anche perché lui, che è un’anima candida, abbocca come un merluzzo prendendo la cosa sul serio. Del resto, è o no un giornale rosa quello di cui egli è vicedirettore? E dunque, ci sta che quelle pagine debbano dotarsi d’un natalìoàspeso o d’un massimogramellonzo.

Per capire quanto cinico sia il tranello organizzato ai danni del maestro di tè gazzettaro basta andare a rileggere la puntata di Porto Franco pubblicata venerdì 30 agosto. Lì si trovava il titolo che prendeva spunto dalla lettera principale: “Il calcio spiegato a Francesca”. ‘Azz! Roba forte. La lettera era firmata da un tal Luigi di Barletta, e diceva:

Ho iniziato da poco tempo a frequentare Francesca, ragazza dalla formazione umanistica organizzatrice della cineteca della mia città: abbiamo trascorso le nostre prime vacanze assieme. Come quasi ogni giorno da ormai 20 anni non posso prescindere dall’immergermi per almeno una mezzora tra le mie amate pagine rosa: leggo dei 100 milioni per Bale, sogno Honda (…), fantastico sulla coppia Neymar/Messi, faccio le mie considerazioni sulla fine dell’era Moratti e così via. Dopo qualche altro giorno di relax tra mare e campagna toscana ecco arrivare la fatidica domanda: <Ma come fai ad interessarti con tanta passione alle vicende di ragazzini strapagati e viziati, pettinati come pagliacci, giocattoli di un mondo di oligarchi, petrolieri e sceicchi? Come fai a non scandalizzarti davanti a certi ingaggi?Come fai a divertirti e addirittura ad arrabbiarti guardando 30 (sono 22!) privilegiati che inseguono un pallone?>. Ogni mia argomentazione viene ascoltata con perplessità (come se gli attori non fossero ultra pagati!). la sola cosa che so è che si ricomincia. (…)

Ora, se a leggere una lettera del genere fosse stato qualcuno con almeno un centimetro di pelo sullo stomaco avrebbe reagito a tono, uscendo dalla sua stanza e vociando in redazione: <Chi è il pirla che m’ha mandato ‘sta cosa qui?>. Lui invece abbocca leggiadro, e pubblica la lettera senza nemmeno curarsi d’emendarla dei passaggi che potrebbero toccare la privacy delle persone interessate (quante organizzatrici della cineteca ci saranno a Barletta?). E a quel punto il lettore scafato s’aspetterebbe che egli risponda usando l’argomento esatto. Ovvero: <Da’ retta a me: ti sei trovato la solita fidanzata calciofoba scassacazzo. E poiché alla prima vacanza insieme ne ha già le palle piene di te, ecco che afferra ogni pretesto – Gazzetta compresa – per attaccar briga e scaricarti. Mollala tu prima che lo faccia lei e cercati una nerd appassionata di Fantacalcio>. Invece il tenero Arturo Arturi inteso Franco addirittura si propone come terapeuta di coppia, e risponde nel modo esilarante che segue rivolgendosi a “Francesca la cinetecara”:

Cara Francesca, ho pochissime righe per trasmetterti il concetto che lo sport, quindi il calcio, e lo spettacolo dell’agonismo, sono una delle invenzioni più elevate che la cultura occidentale ha regalato al mondo. Distorsioni e contraddizioni? Certo, ma ce ne sono in ogni attività umana; ne costituiscono un ramo d’aberrazione, non la sua natura intima. Che è quella della sublimazione della violenza (cioè della sua trasformazione in qualcosa di elevato e nobile), dello spazio al simbolo, all’emozione e alla fantasia (…). Spero di averti incuriosito, sono a disposizione per consigliarti un percorso di approfondimento sul tema e ti butto là una constatazione storica: le donne sono state storicamente tenute fuori per millenni anche da queste stanze.

 

Ma non è meraviglioso? Immagino gli sghignazzi dei redattori che sapevano del tranello, mentre l’Arturo – occhiali sulla punta del naso e sguardo pensoso – digitava quelle parole accorate. E lasciamo perdere le considerazioni sullo sport come sublimazione della violenza, che anche uno studente al primo anno di Scienze Motorie troverebbe rozze e ingenuotte: non è questo che conta. La cosa meravigliosa è il tono della risposta, per non dire di quel “ramo d’aberrazione” che da qui in poi su Pallonate Reloaded avrà la medesima dignità di “Quel ramo del lago di Como”. E il percorso d’approfondimento? Ecco, qui c’è tutto il senso dell’insopportabile tranello. Perché davvero chi sta cinicamente giocando col candore dell’Arturo potrebbe usare l’avatar di “Francesca la cinetecara” per divertirsi all’infinito col maestro del tè.  Tanto più che il personaggio non si rende conto nemmeno dei trappoloni più smaccati. E la dimostrazione di ciò si ha nella stessa puntata di Porto Franco, dove fra le altre lettere ne veniva pubblicata una indirizzata da tal Nadia e intitolata Gazzetta d’estate, la mia salvezza. Il testo della lettera recitava:

Cara Gazzetta, volevo ringraziarti di cuore per tenere occupato il mio ragazzo per due ore tutti i giorni. Grazie a te posso godermi del sano relax sotto al sole. Ogni anno siete la mia salvezza =) Grazie mille.

 

Ora, la solita persona con un centimetro di pelo sullo stomaco pensa subito a “Francesca la cinetecara” che scrive una lettera per fare il paio con quella del fidanzato calciofilo, firmandosi Nadia per non generare sospetti. Ma anche dando per buono che si tratti di una vera Nadia, l’interpretazione corre alle due happy hours durante le quali la ragazza ci dà dentro col bagnino simulando operazioni di salvamento, mentre l’ignaro boy friend legge gli articoli di Alessandra Bocci e di tanto in tanto gratta vigorosamente la fronte per placare il prurito. E invece guardate un po’ come risponde il tenero Arturo:

 

Una lettera perfetta per chiudere idealmente un’estate che spero sia stata serena per tutti o quasi. Naturalmente siamo noi che ringraziamo suo figlio e lei, ma le preannunciamo il nostro obiettivo: far leggere la Gazzetta anche a lei, senza aspettare le prossime vacanze. Ne vale la pena, mi creda

Ma che malizioso sono io! Ho pensato al “suo ragazzo” come il candidato alla cervitudine, e invece l’Arturo che è anima candida l’ha associato al figliolo. E qui s’apre il dilemma: sono io a avere il chiodo fisso, o è l’Arturo che va schiodato dal suo candore? Una cosa è sicura: i colleghi gazzettari che stanno giocando così cinicamente, e in questi giorni rotolano dalle risate in redazione, devono piantarla. Così non si fa! Vigilerò, e denuncerò ogni altro eccesso.

 

Nella prima puntata di Pallonate Reloaded avevo accennato al fatto che il giornalista sportivo di oggi è costretto a adeguarsi alle mutate condizioni del mestiere, e dunque deve specializzarsi in alcuni sottogeneri. S’era parlato di food-ball journalism citando Antonio Barillà del Corriere dello Sport-Stadio, e su questo versante un ulteriore esempio ci viene da Filippo Cornacchia di Tuttosport. Nell’edizione del 28 agosto Cornacchia ci ha dato le seguenti, preziosissime informazioni parlando delle abitudini alimentari acquisite da Carlos Tevez a Torino:

Nei giorni scorsi l’argentino ha imparato a apprezzare un’altra meta fissa per i giocatori della Juve: il One Apple, locale del fratello di Conte. Con la moglie o da solo, ma sempre attento al menù. Bresaola, petto di pollo e filetto. Portato, per costituzione, a metter su chili facilmente, a Manchester aveva sposato la dieta a zona. A Vinovo ha trovato la cura dello Special One bianconero, maniaco sia a tavola che in campo. I risultati si vedono: Tevez si è asciugato. La maniacalità del tecnico ha influenzato tutti, soprattutto i nuovi. Esempi? Alla Lampara – altro ristorante del centro battuto dai calciatori – è nato il “risotto Llorente”. Semplice e dietetica la ricetta suggerita dall’attaccante di Pamplona: riso bianco con gamberi e tonno.

Puro food-ball journalism, e lasciamo pure perdere ogni considerazione sulla piccola marca a beneficio del fratello dell’allenatore juventino. E poiché Cornacchia è un tipo ambizioso, eccolo inventarsi un altro sottogenere: il concierge journalism. E non so se sia uso sganciare la carta da 50 al portiere d’albergo per avere ‘si preziose informazioni o se egli stesso s’infiltri dietro il bureau, da vero giornalista d’assalto. Fatto sta che è informatissimo, la Digos gli fa una pippa. Leggere per credere, ancora a proposito di Tevez:

Da un paio di mesi è partita la caccia all’abitazione. Ne ha viste di ogni ordine e grandezza. Salottini nelle zone storiche e ville con piscina sulle colline. Per il momento, alloggia al Principe di Piemonte, hotel 5 stelle tra i più lussuosi. Nello stesso albergo alloggia Llorente. Capita di incrociarsi, ma all’allenamento vanno quasi sempre in modo indipendente. Ieri, ad esempio, Tevez è stato “bruciato” dallo spagnolo, che ha lasciato l’hotel con mezzora di anticipo. Mentre Llorente saliva sulla sua Jeep, l’apache – rientrato poco prima in bermuda e ciabatte – terminava di pranzare in albergo con la signora.

E adesso cosa dovremmo aspettarci? Il laundrette journalism? Cornacchia ci informerà su chi fra Tevez e Llorente affida più mutande e calzini alla lavanderia dell’hotel?

I sottogeneri a cui i giornalisti sportivi d’oggi devono adeguarsi non finiscono di moltiplicarsi. Ce ne dà dimostrazione Mirko Graziano, che alla Gazzetta dello Sport fa parte degli embedded al seguito della Juventus. Graziano nel corso del tempo s’è specializzato dello RT Journalism: il giornalismo-retweet. Consiste nel riprendere materiali informativi pubblicati da altre fonti sul web e utilizzarli come notizie del giorno in un articolo. Come si fa su Twitter coi post di altri che riteniamo interessanti. E per carità, le fonti sono sempre e scrupolosamente citate. Ma rimane l’interrogativo: perché mai il lettore dovrebbe pagare l’obolo all’edicolante per comprare la Gazzetta, se poi ci trova dentro le notizie che il giorno prima avrebbe trovato sul web o sui canali tematici, aggratis o pagando un altro obolo? Ecco le notizie fornite da Graziano nell’edizione del 29 agosto. Si parte con la seguente:

 

Sempre ieri, a Vinovo, la banda Conte ha affrontato la Pro Vercelli, squadra che milita in Prima Divisione. (…) Questa la cronaca pubblicata dal sito ufficiale della Juve: <Dopo il gol di Giovinco e la traversa centrata da Pepe su calcio piazzato nel primo tempo, la doppietta di Quagliarella e la rete di Matri hanno fissato il punteggio finale sul 4-0>.

 

Che bella, la partita ri-raccontata dalla Gazzetta come l’aveva raccontata il sito ufficiale del club. Una roba da viaggio al termine del giornalismo. Poco oltre si parlava del possibile recupero di Simone Pepe dopo il grave infortunio, e dei benefici che ne trarrebbe la squadra:

 

 La duttilità del romano permetterebbe infatti alla Juve di variare più sistemi, anche all’interno della stessa gara. <Mi sento bene, tutto sta andando alla grande- dice Pepe a JTV –, valutiamo ancora giorno per giorno la mia condizione con lo staff tecnico, ma mi sto allenando bene e questa è la cosa più importante>.

L’intervista rilasciata dal calciatore a Juventus TV e riscaldata al microonde per i lettori della Gazzetta. Caro Graziano, uno di questi giorni retwitti le Pallonate?

Un frammento ormai un po’ datato ma impossibile da non citare. È quello scritto da Marco Bonetto su Tuttosport di lunedì 26 agosto, a commento della vittoria della Juventus a Marassi contro la Sampdoria:

Analisi di un fenomeno: perché spaventosa è la macchina al comando. In compagnia, nella fotografia della classifica. In solitudine, invece, nello strapotere della forza. Uno strapotere perdurante che amplifica e fa lievitare ogni commento sull’attualità spinta della Juventus. (…) Le sovrapposizioni e gli interscambi in ogni zona del prato esaltano la manovra, allargando idealmente gli spazi, i confini del gioco, e titillando l’imprevedibilità. (…) E ora vediamo che succede giovedì, nell’urna, attorno alla macchina dei sogni a strisce.

 

Caro Bonetto, un consiglio amichevole: vacci piano con la macchina dei sogni a strisce.

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Pallonate Reloaded 2 – Andare allo stadio guidando la Bentley come un tifoso qualsiasi

L’Inter fa sempre notizia. Anche in un periodo gramo come questo il club nerazzurro offre materiale da racconto ai cronisti che se ne occupano. I quali, dal canto loro, troverebbero comunque di che scrivere. Per esempio prendete Matteo Dalla Vite, bolognese che per la Gazzetta dello Sport è stato arruolato nella squadra degli embedded interisti. Volete che uno così non cavi uno spunto anche nel giorno più insipido? Gli basta piazzare un incipit dei suoi per schienare il lettore. È stato così nell’edizione del 25 agosto, quando parlando dell’allenatore nerazzurro alla vigilia dell’esordio in campionato contro il Genoa ha scritto:

 

Full Metal Walter non prende mai la tangenziale. Taglia verso il centro del sistema.

 

E non state a chiedervi cosa diamine volesse dire, né a cercare nella parte restante dell’articolo il senso di quell’inizio che ha lo stesso effetto di un trompe-l’œil. Ciò che conta è lo spiazzamento del lettore. E in questo Dalla Vite è un maestro come dimostra un altro incipit, quello del 27 agosto, in cui vengono illustrate le mosse che hanno portato alla vittoria i nerazzurri contro i rossoblù:

Se tre innesti che sanno di Plasmon sbriciolano la partita.

 

Ciò che lo fotte è la voglia di strafare. Purtroppo Dalla Vite non è ancora riuscito a darsi una disciplina. Praticamente, è il Cassano del giornalismo sportivo italiano. È successo per l’ennesima volta nell’articolo appena citato, quello degli innesti al Plasmon. Insistendo sul tema del maestro che insegna da capo i fondamenti del pallone ai suoi allievi, il fenomeno di Strada Maggiore Vecchia s’è lasciato prendere la mano:

 (…) Perché Walter Mazzarri è come se avesse resettato tutto portando l’abbecedario in classe.

Ecco bell’e confezionato un periodo stile “Io speriamo che me la cavo”. Se a Mazzarri avanza una copia dell’abbecedario, la giri immediatamente all’embedded.

Con Dalla Vite che cicca miseramente la prova sul più bello, a spiccare questa settimana nella squadra dei gazzettari nerazzurri è Luca Taidelli. Che non si limita a un gesto da vittoria di tappa, ma addirittura piazza un’impresa da leggenda. Nell’edizione del 26 agosto egli ha raccontato il modo in cui Massimo Moratti ha vissuto una partita particolare:

La potenziale ultima a San Siro da presidente dell’Inter per Massimo Moratti inizia in modo anomalo. Andando allo stadio alla guida di una Bentley. Senza il consueto autista. Tutto solo ed esibendo alla solerte vigilessa il pass per varcare il filtro di piazzale Lotto. Come un tifoso qualsiasi.

 

E già, perché le domeniche calcistiche italiane pullulano di tifosi che vanno allo stadio a bordo d’una Bentley.

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Il ritorno della Pallonate significa soprattutto il ritorno di Antonio Giordano, il mio vate pallonaro. E lui non mi ha deluso. Fra domenica e martedì ha piazzato dei numeri strepitosi, perciò tenetevi forte. Si comincia con l’edizione del 25 agosto, in cui si raccontava la vigilia dell’esordio in campionato del Napoli contro il Bologna:

Vamos: e in quell’ora e mezza che trascina (immediatamente) nel vivo d’una stagione da attraversare a petto in fuori, il futuro è un’incognita da accarezzare con leggerezza e però con autorevolezza, la miscela esplosiva da nascondere sotto la panca per prendersi il San Paolo (…).

Nell’edizione del giorno dopo, a commento della vittoria napoletana contro l’ex bestia nera, Giordano ha espresso in questo modo la letizia del popolo napolista:

C’era una volta il <fatal> Bologna: ma quel che resta – per il Napoli – d’un tabù da perderci la testa (due sconfitte in tre giorni, appena otto mesi fa), d’un <nemico> (quasi) invincibile, è la statistica presa a pallate e poi strapazzata in un’ora e mezza densa di emozioni, attorcigliate intorno a un Hamsik prepotente, a un Callejon straripante e a una squadra che butta via i pregiudizi (?) sulla difesa a quattro e tracima.

L’edizione del 27 agosto, poi, è stata da fuochi d’artificio. Prima l’incipit dell’articolo su Hamsik:

 

Il Marek che bagna Napoli è quell’onda anomala che a cresta altissima avanza imperiosamente verso l’Olimpo degli Dei (…).

 

Quindi, lo spumeggiante pezzo sul rinnovo contrattuale di Lorenzo “il Magnifico” Insigne:

 

Magnifico, perché il sogno è in quell’universo tinteggiato d’azzurro, il cielo in una stanza che ha il poster per l’eternità (…). (…)È nata una stella e per lasciarla brillare, per non farsela scappare, per evitare lecite tentazioni altrui, per frenare i bollenti spiriti di mezz’Europa, le convergenze parallele partenopee hanno aiutato a rimuovere qualsiasi possibile incrostazione, a tacitare l’eventuale malumore per un trattamento economico ritenuto adeguato, a sistemare il progetto infilandoci dentro Lorenzino Insigne da qui al 2018, con un ritocchino all’ingaggio ed una rinfrescata all’umore che non ammette divagazione (…).

Ci sono giorni in cui Antonio Giordano è l’unico motivo per leggere il Corriere dello Sport-Stadio. Nei restanti giorni il giornale non esce.

Ovvio che i colleghi di testata destinati a coadiuvarlo nel seguire le vicende napoliste vengano sovrastati da una vis poetica così debordante, e perciò finiscano per fallire la prova per mancanza di serenità. È successo a Fabio Mandarini, che nell’edizione del 26 agosto si è occupato del dopo-partita vissuto dai giocatori del Bologna. Con particolare riferimento a uno fra loro:

 

Alessandro Diamanti parla poco, lo sanno anche i bambini, però quando lo fa notizie e spunti vengono fuori in fila. D’elite.

Quando ha tempo, ci scriva una mail per spiegare cosa cazzarola c’entrasse quel “D’elite”.

La verità è che in questi giorni la Napoli calcistica è una città in amore. E il principale quotidiano cittadino, Il Mattino, non può che esserne contagiato. Nell’edizione di martedì 27 agosto la prima pagina ospitava due commenti d’eccezione con rimando alle pagine interne, dedicati all’incidente di cui è stato vittima Higuain nel mare di Capri. Il primo era firmato da Massimo Corcione, ex direttore di Sky Sport 24. Che così ha iniziato il suo elzeviro:

Se l’ìnterpretazione dei segni a Napoli ha ancora l’antico valore, allora anche i punti cuciti sulla faccia di Higuain possono essere letti come l’anticipo di quelli che presto arriveranno in classifica.

Può fare di meglio, e lo sa.

Accanto al commento di Corcione campeggiava quello dello scrittore e tifoso azzurro Maurizio de Giovanni. Che ha da poco perso la corsa alla vittoria del Premio Bancarella a favore dell’orrendo Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli. E a giudicare da ciò che scrive non si è ancora ripreso dallo shock. Già l’incipit lo testimonia:

Chissà se se lo immaginava, il Pipita, che quando gli hanno detto che in Italia avrebbe dovuto confrontarsi con avversari rocciosi l’avvertimento era da interpretare in senso così letterale. (…)

 

Sarebbe già sufficiente, e invece lo scrittore insiste:

(…) ma è ancora vivo il ricordo della doppia batosta in salsa bolognese subita in casa che in una sola settimana, la scorsa stagione, sottrasse a Mazzarri sia la coppa Italia che le speranze di agganciare la Juve lanciata verso lo scudetto.

 

E così, dopo la salsa sabaudo-sforzesca menzionata da Antonino Milone di Tuttosport nella scorsa puntata, ecco quella bolognese. Tenete aggiornato il menu, ché poi a fine campionato mettiamo su un bel catering e si fa festa. Per concludere, ecco la citazione andata a male:

 

Tanto, nella luminosa settimana del dopopartita, nemmeno la pietra caprese appanna il sorriso dei tifosi, che sono fiduciosi e pronti a cantare col poeta: come può uno scoglio arginare il Marek?

 

Scusa De Giovanni, ma di quale poeta parli?

La stessa edizione de Il Mattino ospitava un commento di Adriano Bacconi, l’uomo che sembra fatto apposta per dimostrare quanto la scienza esatta possa mostrarsi esattamente superflua. Un cosenbeta quadro d’onanismi. Fin qui l’avevo visto cimentarsi in esercizi di scarabocchio elettronico durante le puntate della Domenica Sportiva, chiedendomi se una cosa del genere sia giustificazione sufficiente per evadere il canone. Ma non m’era mai capitato di leggere qualcosa di suo. E adesso che l’ho fatto, ho scoperto che la sua dimestichezza con l’italiano scritto richiama gli scarabocchi che si diletta a tracciare in tv. Leggere per credere. Si comincia con una considerazione:

Ci sono due aspetti della prestazione del Napoli che mi hanno particolarmente colpito. La prima è la capacità di liberare e occupare spazi di gioco senza soluzione di continuità, la seconda quella di cercare il recupero immediato una volta persa palla.

 

Alt, Bacconi. Hai scritto che “ci sono due aspetti”. Cioè due termini maschili. E allora questi due aspetti non possono essere “la prima” e “la seconda”, ma “il primo” e “il secondo”. E non conta che ci si riferisca a termini declinati al femminile come “la capacità” e “quella di cercare”. Parlavi di aspetti, e potevi tranquillamente scrivere “il primo è la capacità (…)”. E spiace doverlo spiegare come si farebbe con ragazzino delle elementari, ma purtroppo c’è che poco dopo ti mostri recidivo:

 Lo stesso pre-requisito, la disponibilità di corsa, è necessaria, nella fase di transizione.

 

Ancora una volta, il “pre-requisito” è “necessario”, non “necessaria”. E poiché tre è il numero perfetto, ecco servito il terzo sfondone. Parlando del pressing esibito dal Napoli in gara, Bacconi ha scritto:

 

È una delle qualità che negli ultimi due anni ha permesso alla Juve di segnare un solco con le inseguitrici.

Il pressing è una “delle” qualità che “hanno” permesso, non che “ha” permesso. Viene da chiedere a Mazzarri se si ritrovi un altro abbecedario, ché qui i problemi non li ha soltanto Dalla Vite.

Un altro fenomeno del giornalismo sportivo si trova a Bologna. Si chiama Furio Zara, e per il Corriere dello Sport-Stadio segue il Bologna. Nell’edizione del 25 agosto, presentando la vigilia dell’esordio in campionato dell’allenatore rossoblù, egli ha scritto:

Si è stancato di parlare di salvezza. <Mi sono stancato di parlare di salvezza>. Che solfa, che noia. <Voglio giocare per vincere>. Stefano Pioli accelera. Brum, brum.

Penoso. Due giorni dopo Zara si è sbattuto a scrivere quasi due pagine di articoli, per far fronte a carichi di lavoro che in un giornale dall’organico ridotto ai minimi termini (ne parleremo, oh se ne parleremo…) si fanno sempre più massacranti. E scorrendo quella massa di pezzi mi dicevo che se anche avessi trovato uno sfondone, avrei soprasseduto per solidarietà. Ma c’è un limite a tutto. E quel limite è stato oltrepassato nel frammento che segue:

Il Bologna che domenica sera con un charter privato è tornato a casa, ha portato con sé un bagaglio pieno di dubbi (persino troppi perché alla fine bisogna pur considerare la differenza reale dei valori in campo), roba che comunque nelle compagnie low cost ti fanno svuotare la valigia, perché è troppo piena.

 

No, i carichi di lavoro non possono essere il salvacondotto per scrivere fesserie.

Gaia Piccardi, la regina del giornalismo sportivo frou frou, continua a fornirci preziose lezioni pratiche su come NON si scrive un articolo. E tutti quanti la ringraziamo per questi saggi d’anti-scrittura. Nell’edizione del Corriere della Sera del 27 agosto, in un articolo sui piani futuri di Luna Rossa, era compreso il seguente periodo:

Lo yacht club non cambia (Circolo della vela Sicilia) e la campagna acquisti investirà in ogni settore – velisti (il timoniere Draper, oggetto di molte critiche esterne, per ora non rischia e il tattico Bruni, un talento doc, va preservato in ogni caso), ma soprattutto progettisti (<Voglio un impegno progettuale molto diverso>) –, Bertelli immagina <una generazione di barche plananti e veloci, tipo i monoscafi del giro del mondo ma riadattati alla Coppa America>, perché l’evento andava svecchiato però <i catamarani Ac72 sono stati un passo troppo lungo e l’incidente mortale di Artemis ha creato un’instabilità psicologica che ha bloccato un po’ tutti>.

 

In un solo periodo c’era materiale per scriverne 7-8. Il tutto condito da: 3 parentesi, 3 virgolettati, e il prodigio di un frammento chiuso fra i due trattini nel quale trovavano spazio due micro-frammenti fra parentesi, uno dei quali virgolettato. Un guazzabuglio che varrebbe a uno studente delle medie l’invito a scegliere, dopo gli esami di licenza, una scuola tecnica con indirizzo edile. E assolutamente dobbiamo essere tutti quanti grati a questa gaia scrittura, per mostrarci come si debba evitare un uso della penna che s’approssimi a quello della cazzuola.

Ultim’ora: il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha visto un film di merda al cinema e ha chiesto 100 milioni di danni a se stesso per averlo prodotto.

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Pallonate Reloaded n. 1 – L’attico delle aspettative e i maghi del food-ball journalism

Comincia la stagione calcistica e per l’ennesima volta riparte Pallonate, la rubrica che più la mandi giù e più te lo tira indietro con gli interessi. Si ricomincia sul web con cadenza di tre volte alla settimana: martedì, giovedì e sabato. Inutile perdersi in presentazioni. Chi conosce la rubrica non ne ha bisogno, e chi ci s’imbatte per la prima volta fa presto a capire di cosa si tratti. Soprattutto, chi credeva d’essersene liberato adesso corre il rischio di ripiombare nella depressione. Affari suoi.

Dovendo ricominciare in modo degno, quale migliore spunto che quello offerto da Mario Zarathustra Sconcerti? Nella sua Prima Lettera ai Posteri sul Campionato 2013-14, egli ha esposto uno dei suoi Dogmi Inattaccabili: quello secondo cui il campionato italiano è il più equilibrato del mondo. Ecco come la bolsa tesi è stata esposta sul Corriere della sera del 24 agosto:

Tutto il calcio degli altri è drogato da fortissime differenze economiche. Non ci sono più classifiche, solo bollettini imperiali. In Germania giocano non più di due squadre, in Spagna tutti hanno venduto fuorché Real e Barcellona. In Inghilterra hanno dimenticato la vecchia arroganza, i loro giocatori sono tornati buoni, non più ottimi, ma corrono per vincere le stesse squadre. Questo porta a pensare che il calcio migliore sia qui, non per tecnica, non per squisitezza, ma per equilibrio. L’Italia è l’unico posto in Europa dove possono ancora vincere cinque-sei squadre diverse, forse di più.

 

Questo è il dogma, e come ogni dogma esso regge fino a che non lo si testa con le evidenze. E purtroppo per lo Zarathustra de noantri la storia recente dice che quello italiano è il campionato meno contendibile d’Europa al pari di quello spagnolo. Chiusa infatti la breve stagione del dominio romano (Lazio campione d’Italia nel 1999-2000, Roma nel 2000-01), a partire dal 2001-02 lo scudetto è stato vinto soltanto da tre club: Inter, Juventus e Milan. Un tripolarismo da campionato portoghese che ricalca quello della Liga spagnola, vinta a partire dal 2001-02 da Valencia (due volte in tre stagioni), Barcellona e Real Madrid. Dice Sconcerti che altrove “corrono per vincere le stesse squadre”. Ma intanto nell’arco di tempo preso in esame la Premier League inglese ha registrato  la vittoria di quattro diversi club: Arsenal, Chelsea, Manchester United e Manchester City, con quest’ultimo a fare da new entry nell’élite recente. E nella Bundesliga tedesca come va? Dal 2001-02 essa è stata vinta da cinque club: Borussia Dortmund, Bayern Monaco, Werder Brema, Stoccarda e addirittura Wolfsburg, che nel 2008-09 ha conquistato il primo titolo della propria storia. Per altro Mario Zarathustra non mette nel novero la più aperta delle leghe europee di punta, la Ligue 1 francese: forse per paura che gli scassi la media. E fa bene. Perché lì, dopo la dittatura settennale del Lione, gli ultimi cinque campionati sono stati conquistati da cinque club diversi: Bordeaux, Marsiglia, Lilla, Montpellier e Paris-Saint Germain. E va bene filosofare, ma le figure di merda sono altra cosa e per evitarle basterebbe perdere cinque minuti a documentarsi su internet.

Del resto, ormai le pagine sportive del Corriere della sera ospitano solo fenomeni. Come è per esempio Roberto Perrone, un non brillante cronista di pallone che da qualche anno a questa parte s’è convinto d’essere scrittore sopraffino. E certo in tutto ciò pesano le responsabilità del book jockey Antonio D’Orrico, lo stesso che ebbe a definire Giorgio Faletti “il più grande scrittore italiano”. Ma resta il fatto che le conseguenze siano nefaste, perché ormai Perrone ritiene d’essere davvero un fenomeno e non perde occasione per cercare di dimostrarlo. Nell’edizione del 24 agosto il suo articolo di presentazione sull’esordio della Juventus in campionato, a Genova contro la Samp, iniziava in modo agghiacciante:

C’è una sorta di capricciosa ma non sconsiderata volontà della sorte in questo esordio della Juventus bi-campione d’Italia al Ferraris blucerchiato. (…).

 

E già, la capricciosa ma non sconsiderata volontà della sorte. Purtroppo è solo l’inizio. Andando avanti si leggeva che:

 A Roma più che con il gioco, Madama si è imposta con la sua tremenda forza mentale che la fa soggiornare all’attico delle aspettative. (…)

 

L’attico delle aspettative: formula geniale, vero? E ancora:

 

Non manca l’immancabile accento alla linea societaria, votata al rigore finanziario.

L’avreste mai immaginato che “non manca l’immancabile”? Nell’edizione del giorno dopo Perrone ha commentato così la vittoria juventina:

I primi tre punti (in trasferta, dopo due successi in casa) del Conte-tris (che punta al tris, se permettete il calembour) li incamera Carlitos Tevez, il nuovo arrivato, l’aspirante top player, ballando sotto la pioggia.

Dategli una ridimensionata, perché questo qui fa rimpiangere persino Germano Bovolenta.

E una ridimensionata bisognerebbe darla anche all’immancabile Gaia Piccardi, la principessa del giornalismo frou frou che sempre sul Corrierone dà lezioni su come NON si scrive un articolo. E si tratta di frammenti didatticamente preziosi. Nell’edizione del 24 agosto, la stessa in cui Perrone parlava di attico delle aspettative, Piccardi relazionava sulla sfida tra Luna Rossa e i neozelandesi di Aotearoa:

In queste condizioni è disumano fare regata pari con i kiwi, a maggior ragione se in partenza Chris Draper (<Avrei voluto uscire dalla linea un po’ meglio, ma loro trovano sempre la velocità per superarci. Possiamo discutere delle mie partenze finché volete ma i neozelandesi sono più veloci… Noi paghiamo errori commessi mesi e mesi fa. Perdere così, però, è frustrante…>), timoniere inglese della barca italiana, appare rassegnato al suo destino, mentre Barker fa quello che vuole: aspetta sornione e poi solleva di colpo le prue rosse di Aoteroa, che decolla come se avesse scalato marcia, imprendibile verso la boa di traverso (10” di vantaggio).

 

Un periodo sterminato e illeggibile, con persino un virgolettato tra parentesi talmente lungo da far perdere il filo del discorso. Uno splendido saggio d’anti-scrittura dispensato con gaia sapienza alla plebe affinché non replichi il difetto. Il giorno dopo, altra perla in puro stile “Fantozzi cazza la randa”:

È, la terza, la boa sensibile di Barker e dei suoi uomini: là dove s’ingavonò rischiando il ribaltamento in gara 1, Aotearoa s’impenna come un cavallo selvaggio, ripreso per le drizze da undici all back nati con il timone in testa, e il vento tra i capelli.

 

Undici all black nati col timone in testa. E un’italiota che cesella le parole con la roncola.

Da qualche tempo si è sviluppata una particolare branca del giornalismo sportivo: quella del food-ball journalism. Vi si sono iscritti tutti quei cronisti che, volendo dimostrare d’essere sempre sulla notizia, spiattellano i nomi di ristoranti e trattorie in cui s’incontrano i protagonisti del pallone. In questa schiera milita Antonio Barillà del Corriere dello Sport-Stadio, che nell’edizione del 23 agosto ci ha offerto dettagli essenziali sulle trattative di mercato:

A prescindere dal futuro di Alessandro Matri, al centro di un’asta che vede iscritta anche la Roma, il centrocampista Marquinho si avvicina alla Juventus. Il direttore sportivo Fabio Paratici, mercoledì sera, ha confermato l’interesse al collega giallorosso Walter Sabatini, in un colloquio avvenuto nel ristorante milanese Quattro Mori, a un passo dal Castello Sforzesco, spiegando che il brasiliano stimato e dai costi contenuti, può supplire, nell’organico bianconero, al sacrificio di Emanuele Giaccherini.

 

E poiché ci aveva preso gusto, Barillà non ha potuto resistere alla tentazione di dare un’altra dritta di food-ball a proposito delle trattative tra Juventus e Cagliari:

 

Ieri c’è stato ancora un contatto tra le parti, sempre a Milano dove Paratici si è fermato fissando nuovi appuntamenti: ha ritagliato, in particolare, un pranzo di lavoro con Nicola Salerno, ds del Cagliari (…).

 

E il nome del ristorante? Notizia bucata, Barillà. Ti aspettano due settimane punitive presso la redazione curling.

Rimanendo nel settore food-ball, Antonino Milone di Tuttosport osa l’inosabile nell’edizione del 23 agosto. Parlando del possibile trasferimento dello juventino Alessandro Matri a uno dei due club milanesi, egli ha scritto:

Questa è la storia di una reciproca ossessione. I protagonisti dell’ultima pièce in salsa sabaudo-sforzesca non si nascondono dietro nomi fittizi, né tantomeno celano le loro concrete intenzioni (…).

Caro Milone, una domanda: ma che cazzo è ‘sta salsa sabaudo-sforzesca? E la metteresti mai sui tuoi spaghetti senza temere la botta di squarauss?

Sono sicuro che in questa stagione anche Il Messaggero mi regalerà numerose soddisfazioni. Nell’edizione del 26 agosto c’erano due articoli che da soli valevano il prezzo del giornale. Il primo era dedicato a Gaetano D’Agostino, centrocampista del Siena autore di due assist su calcio d’angolo nella partita del campionato di B contro il Crotone. Un tema che ha dato a Gabriele De Bari l’opportunità di esibire il suo principale talento: quello da svirgolatore. Leggete un po’:

In primavera, Gaetano D’Agostino, sembra al crepuscolo della carriera: colpa di una pubalgia che gli impedisce persino di calciare, il pezzo forte del repertorio tecnico. Però, a 30 anni, il talento siciliano, che nelle giovanili del Palermo, giocando da trequartista, segnò addirittura 100 reti in una sola stagione, non ha intenzione di smettere e, per rimettersi in discussione, sceglie di tornare a Siena dove annovera tanti estimatori.

 

Penso, che, Gabriele, De,Bari, sarà, ospite, frequente, di, Pallonate. Punto.

Poche pagine prima c’era un pezzo di Luca Pasquaretta sulla vittoria del Torino contro il Sassuolo. Questa l’immaginifica lettura della gara:

Primo tempo sostanzialmente lento, poco rock. I duellanti si annusano, pigri, e all’emozione del morso letale privilegiano l’agio della gestione oculata, in attesa che qualcosa o qualcuno offra un episodio con cui sfamarsi.

Capita l’antifona? Fra l’altro, l’incipit di Pasquaretta era da Oscar del Nonsense. Due sole parole inframmezzate da una virgola:

Toro, dunque. (…)

 

Minchia, Sabbry!

Il fine settimana d’apertura del campionato è stato caratterizzato anche dal debordare sui quotidiani di Paola Ferrari, che domenica sera in tv si è presentata con una mise e un trucco dark belli carichi. Pareva la zia tardona di Nina Hagen. Ansiosa di far sapere che questa sarà la sua ultima stagione alla conduzione della Domenica Sportiva, Ferrari ha rilasciato  interviste al Corriere della sera e alla Gazzetta dello sport. In particolare, per la rosea (edizione del 24 agosto) l’ha intervistata Elisabetta Esposito, che così ha riportato il passaggio dedicato a un recente e clamoroso scontro fra la conduttrice e uno dei principali social network:

D. Come procede la sua querela a Twitter?

<Va avanti. Ho avuto il coraggio di fare una cosa impopolare in cui però credevo. Adesso in tanti cercano tutela, la legislatura si sta adeguando ai tempi e il mio grido d’allarme è stato importante>.

Anche un mediocre studente d’istituto tecnico commerciale alle prime lezioni di Diritto sa che Ferrari intendeva dire legislazione, non legislatura. E resta da capire se lei abbia detto proprio così. Di sicuro c’è che così Elisabetta Esposito ha scritto. E a questo punto si tratta di capire se l’ignoranza sia fifty-fifty o se piuttosto una delle due abbia diritto all’esclusiva.

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