Pallonate – Le galosce di Sinisa e un primogenito chiamato 6-1

I successi sportivi sono un galvanizzante naturale, specie in una piazza come Napoli abituata a vivere di passioni forti. E se a raccontarli è un giornalista come Antonio Giordano del Corriere dello Sport-Stadio, capace di trovare il lato epico pure in una gara di curling, immaginate un po’ cosa venga fuori. Roba da vertigini.

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Antonio Giordano

 

È stata così anche dopo la larga vittoria della squadra di Maurizio Sarri contro l’Empoli. Così celebrata da Giordano nell’edizione di lunedì 1 febbraio: “The show must go on: ed è uno spettacolo a cielo aperto, un calcio sublime, la ricerca d’un apparentamento con il passato remoto o recente (all’olandese? Il tiki-taka?), il divertimento allo stato puro d’una squadra che non si nega nulla e nelle cinquanta sfumature d’azzurro (le reti, i punti) si riscopre una città persa nel suo legittimo sogno”. Chi conosce lo stile di Giordano sa che periodi come questo sono la norma e non l’eccezione. Chi invece non aveva mai avuto l’onore farebbe bene a concedersi un respiro prima di proseguire: “La Grande Bellezza eccola qua, è in un Napoli alla sua sesta manita stagionale, un frullatore capace di disintegrare l’Empoli (che per un’ora è vivo), di dominare una partita divenuta perfida, di prendersela, arricchirla del rendimento straripante di chiunque, dei centrocampisti che pressano e degli attaccanti che la spaccano”.

Poesia pura, quella di Giordano. Una prosa talmente alata da richiedere un brusco ritorno alla realtà. Sicché, quale miglior antidoto che la prosa di Alessandra Bocci della Gazzetta dello Sport? Povera figliola, prova da una vita a fare la poetessa del pallone. I risultati sono desolanti, ma c’è da apprezzare la perseveranza dello sforzo.

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Alessandra Bocci in tutto il suo splendore

 

Il suo articolo su Sinisa Mihajlovic nell’edizione del primo febbraio contiene dei passaggi che per il lettore sono un invito al suicidio assistito. Per esempio, questo: “Mihajlovic sempre all’ultima spiaggia, e a un certo punto conviene comprarsi delle belle galosce per tenere i piedi asciutti”. Sì, lo so che avreste preferito mettere una guancia sulla piastra degli hot-dog piuttosto che leggere ‘sta roba qui. Ma questo è ciò che i lettori della Gazzetta si ritrovano quasi quotidianamente. E almeno voi non dovete pagare, per il frammento precedente come per quello che segue: “Non è più tempo di scherzi, probabilmente. Mihajlovic ha capito da un po’ che la sua strada nel Milan è piena di siepi, ponticelli, staccionate trabocchetto e cancelli malfermi quanto il suo posto in panchina”. O come la prosa della Boccina.

Del resto, di poetesse mancate la Gazzetta dello Sport pullula. Per esempio, Fabiana Della Valle, autrice di un esercizio di stile fra i più diffusi nel giornalismo sportivo italiano. Lo si ritrova a pagina 19 dell’edizione del primo febbraio, in un articolo sulla prova dello juventino Paul Pogba sul campo del Chievo: “Diceva Honoré De Balzac che ricchi si diventa, eleganti si nasce. Lo scrittore francese del diciannovesimo secolo non ha avuto la fortuna di veder Paul Pogba, altrimenti avrebbe pensato pure lui che il suo connazionale calciatore ha avuto in dono questa qualità”. Povero Balzac, che cosa si è perso: i palleggi di Paul Pogba e le vaccate di Fabiana Della Valle. Dimenticavo: l’esercizio di stile espresso dalla cronista gazzettara è sintetizzato dall’acronimo CLAM. Citazione Letteraria Ad Minchiam.

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Fabiana Della Valle

 

La limpida prosa di Tony Damascelli. Dal Giornale del primo febbraio: Domingos Alexandre Rodrigo Dias da Costa, mentre gli interisti provavano a leggere tutta quella roba lì, Alex, che così si fa sbrigativamente chiamare, ha piazzato la sua crapa pelata confezionando il tortello carnevalesco per i suoi fratelli rossoneri e ha svegliato il derby”. Svegliare il derby piazzando la crapa pelata e confezionando un tortello carnevalesco per i suoi fratelli. La logica è fuori di qui.

 

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Tony Damascelli

Ma se si tratta di logica, e soprattutto di pulizia del periodo, allora Gaia Piccardi del Corriere della Sera straccia tutti. Certi mappazzoni di parole potete leggerli soltanto nei suoi articoli. Roba che un giorno potrebbe sostituire i Test di Rorschach. Nell’edizione del primo febbraio un suo articolo commentava la vittoria di Novak Djokovic agli Australian Open. Riflettendo sull’apparente imbattibilità del serbo, Sua Gaiezza si è lasciata andare alla seguente considerazione: “Ha vinto quattro degli ultimi cinque Slam e ancora ci chiediamo come abbiano potuto i bermuda da surfista di Wawrinka spezzare l’incantesimo l’anno scorso sulla terra rossa di Parigi (…)”. E già, come avranno fatto i bermuda da surfista di Wawrinka? E cosa mai avrebbero potuto combinare i mutandoni in flanella di Nonna Papera? Manco la kriptonite. Ma il frammento migliore di quell’articolo è un altro: “Andy Murray si assenta subito, sfumata l’occasione break al primo game, zavorrato dalle fatiche con Ferrer e Raonic, distratto dall’imminente nascita, dall’altra parte del pianeta, del primo erede (6-1)”. Bel nome quello dell’erede di papà Andy: 6-1 Murray. E allora mi sentirei di ribattezzare Sua Gaiezza: 6-0 Piccardi.

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Pallonate – Matteo Salvini direttore della Gazzetta e il grande cuore della Juve

Volete il nome di un’eccellenza italiana? Ve lo do subito: Carlo Tavecchio. Gli basta aprir bocca e sono subito titoli sui media internazionali. Si mobilitano persino le cancellerie estere per inviare repliche. E ditemi voi a quale altro presidente di federazione sportiva nazionale capiti tutto ciò.

Carlo Tavecchio

Carlo Tavecchio

Purtroppo nessuno è profeta in patria, e ce lo dimostra il modo sciatto con cui le testate italiane hanno accolto l’ultima performance del ragioniere di Ponte Lambro. Soprattutto quelle sportive hanno mostrato un’assoluta sottovalutazione del potenziale che il presidente FIGC ha nel richiamare i riflettori sull’Italia, altro che Expo 2015. In fondo, ogni risorsa è buona per catalizzare l’attenzione globale su un Paese. E se c’era chi si mobilitava per andare a vedere il relitto della Costa Concordia ci potrebbe essere pure chi prende un aereo da Francoforte o da Oslo per assistere a una comunicazione pubblica di Tavecchio. Ma niente, non c’è stato verso di far cogliere ai direttori dei nostri quotidiani sportivi l’importanza della cosa.

Il massimo dell’indifferenza l’ha mostrato Tuttosport, che del resto ormai relega in secondo piano tutto ciò che non riguardi la Juventus. Nell’edizione di lunedì 2 novembre c’erano un titolo in taglio basso in prima pagina, un articolo di cronaca a pagina 9, e nessun commento. Qualcosa di più ha fatto il Corriere dello Sport-Stadio, che però si è dovuto dibattere in un grave imbarazzo. Come messo in evidenza una ventina di giorni fa (http://www.calciomercato.com/news/pippo-russo-il-corriere-dello-sport-sia-official-partner-dei-suo-490877), il quotidiano romano è diventato official partner della FIGC. In quell’occasione posi un interrogativo: come si comporterebbe il giornale official partner qualora Tavecchio dovesse scivolare un’altra volta su una banana di Optì Pobà? La risposta è arrivata lunedì: con imbarazzo e goffo equilibrismo. Lunedì c’era un editoriale di prima pagina, è vero. Ma il direttore Alessandro Vocalelli, il Grande Grigio del giornalismo sportivo italiano, anziché firmarlo ha preferito siglarlo con un “a. v.” messo tra parentesi.

Alessandro Vocalelli, in uno dei suoi giorni di massima verve

Alessandro Vocalelli, in uno dei suoi giorni di massima verve

La solita storia tutta italica della moglie leggermente incinta. Il titolo era “Parole inaccettabili”. E già, perdindirindina. Una trentina di righe per dire che l’Eccellenza Italiana Tavecchio aveva sbagliato, e una degna conclusione:

Tavecchio dice di essere caduto, diciamo così, in una trappola. Ma il discorso andrebbe (…) paradossalmente ribaltato. Di fronte a una platea, a un’intervista pubblica, avrebbe fatto attenzione a non dirle, certe cose. Ma come si fa, anche in privato e rilassati davanti a un’aranciata, solo a pensarli?

E già, presidente, come si fa? Almeno davanti a un fiasco di vino, e che diamine! Poi bisogna arrivare a pagina 23 per trovare copertura giornalistica della vicenda. Tutto fatto in modo sbrigativo. Non certo equiparabile a quello usato dalla Gazzetta dello Sport, che ha mobilitato anch’essa il direttore, Andrea Monti.

Andrea Monti

Andrea Monti

Con quali risultati? Agghiaccianti. Soprattutto nella prosa. Leggere per credere:

Rieccolo, Carlo Tavecchio. E rieccoci noi, con le ultime riserve di compassione, a cercare un perché che non sia dannante almeno dal punto di vista umano all’ennesima frana di parole sbagliate e pesanti come pietre con cui il presidente della Federcalcio rischia di seppellire se stesso.

 

Ma come scrive questo qui? Rileggo: le ultime riserve di compassione per cercare un perché che non sia dannante dal punto di vista umano. Nemmeno Aldo Biscardi avrebbe osato tanto. Ma non finisce qui. Appena sotto si legge:

Rieccoci, in compagnia di Optì Pobà, a soppesare il testo e il contesto del suo discorso nella speranza di poterlo collocare al di qua dell’impalpabile linea d’ombra che separa la ciarla sgangherata dalla discriminazione odiosa di genere e razza.

 

Soppesare il testo e il contesto nella speranza di poterlo collocare al di qua dell’impalpabile linea d’ombra. Quando leggo frammenti come questo mi rafforzo nella convinzione che in Gazzetta sia attiva l’AILI: Accademia per l’Involuzione della Lingua Italiana. Ne riparleremo, eccome se ne riparleremo. Per adesso ci si limita a concludere con un frammento che il direttore pensava dovesse essere perentorio:

Certo, il suo interlocutore inziga, suggerisce, va a cercare lo scivolone propiziandolo perfino con la citazione di Umberto Eco (chi era costui?). Ma lo sventurato, manzonianamente parlando, risponde. Non rendendosi conto che Ponte Milvio non è Ponte Lambro, e la fanghiglia del Tevere ha inghiottito nuotatori ben più scafati di lui.

 

Come ha commentato in privato una voce dissidente in Gazzetta, nemmeno Matteo Salvini avrebbe fatto quel paragone fra Ponte Milvio e Ponte Lambro.

Il prossimo direttore della Gazzetta dello Sport

Il prossimo direttore della Gazzetta dello Sport

Fino a qualche tempo fa ero convinto che soltanto in Gazzetta esistesse una STI: Sezione Titoli Idioti. Col passare del tempo mi sono dovuto ricredere perché anche i quotidiani sportivi del Gruppo Amodei (Corriere dello Sport-Stadio e Tuttosport) si sono dotati di analoga struttura. O magari, chissà, hanno affidato anche questo segmento del giornale all’ennesimo service esterno. Sia come sia, c’è che oggi tutti e tre i quotidiani sportivi italiani hanno titolato stesso modo. E sarà vero che il tema del giorno è il pareggio della Juventus in Champions League ottenuto grazie a un gol di Lichtsteiner, giocatore che nelle settimane scorse è stato fermo a causa di problemi cardiaci. E però, almeno un po’ di fantasia. E invece, questa è la panoramica dei titoli di prima pagina: Gazzetta dello Sport, “Juve tutto cuore”; Corriere dello Sport-Stadio, edizione nazionale, “Cuore da Juve”; Tuttosport, “Cuore Juve”. Un’invidiabile fantasia. E non oso immaginare come i tre quotidiani sportivi titoleranno nel giorno in cui Balotelli guarirà dalla pubalgia.

@pippoevai

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Pallonate (Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2010)

Ormai è diventata una sitcom. La flash interview che viene condotta alla fine della partita è il vero motivo per cui valga la pena vedere in tv l’Italia del calcio. Soprattutto per i protagonisti della scena: il ct Marcello Lippi e Carlo Paris, giornalista Rai. Meglio di Ficarra e Picone. Già la faccia esibita dal tecnico della nazionale quando Paris gli va incontro fa parte della recita. La smorfia è quella di chi s’appresta a farsi prelevare un litro di sangue, e dice: “Vabbe’, ma facciamola svelta”. Come se quell’intervista non gli toccasse da contratto; e in questo senso dalla Rai potrebbe anche cominciare a farsi sentire con la FIGC, ma questo è un altro discorso. Piazzato davanti al tabellone degli sponsor (che arriva sempre in ritardo perché prima Paris deve fare la grande fatica di fermare il ct impedendogli di bigiare), Lippi prende a non rispondere alle domande che gli vengono poste in modo vellutato. Nel senso che il cronista Rai cerca di non indisporre ulteriormente il già maldisposto tecnico della nazionale, e perciò gli presenta interrogativi con risposta incorporata. Ma nonostante ciò Lippi controbatte senza rispondere, e lo fa sempre col tono di chi dice: “Ma che razza di domanda è questa?”. E il tutto si riduce ormai a due-risposte-due, con l’allenatore azzurro sempre sul bordo dell’inquadratura pronto a scappar via. Esemplare l’ultimo duetto, inscenato la sera del 5 giugno al termine di Svizzera-Italia. Paris chiede: “Certo, questa non la si può chiamare Italia 2”. E Lippi risponde: “Ma perché, quelli che hanno giocato stasera le sembrano africani?”. Lì Paris ha cercato goffamente di spiegare ciò che voleva dire, senza che al ct importasse nulla. Poi si passa alla seconda domanda, riguardante la partita di Rino Gattuso: “Senza che qualcuno si offenda, possiamo dire a proposito di questa nazionale: ‘Meno male che Rino c’è’.” Il riferimento, ovviamente, era a “Meno male che Silvio c’è”. Ma Lippi non coglie o fa finta di non capire, e risponde come se fosse un discorso fa sordi: “Ma veramente io non mi offendo”. E adesso prepariamoci per i post-gara dei mondiali, quando per la trance agonistica del grande evento il ct potrebbe anche strappare il microfono a Paris e usarlo come un manganello.
I Toro Boys di Tuttosport sono sempre di un’altra categoria. E fra loro continua a spiccare il guru Alberto Manassero, la cui leadership è sorta e si è consolidata anche grazie a frammenti di letteratura come quello scritto per l’edizione del 6 giugno, nel pezzo sulla vigilia della semifinale di playoff di serie B fra Sassuolo e Torino: “Sulla via Emilia il Lambrusco è in fresco. I tifosi del Torino hanno preparato le mandibole e i gargarozzi per riempire le umane necessità in speranzosa attesa che la serata colmi e soddisfi l’anima”.
Potendosi giovare di una leadership culturale e morale come quella di Manassero, gli altri Toro Boys riescono a mettere a segno performance di sublime scrittura. Come ha fatto Piero Venera, nella stessa edizione del quotidiano torinese, parlando di un particolare connotato del tecnico granata Colantuono: “Sono quegli occhi, quei fari abbaglianti anche di giorno lo specchio della sua anima. Se Carlo Ancelotti denota nervosismo alzando inconsciamente il sopracciglio, Colantuono viceversa attira attenzione spalancando i fanali”. Più che un pezzo sulla vigilia d’una gara di serie B, la descrizione d’un personaggio da B-movie.