Severgnini dispensa consigli di viaggio esistenziali. Ma a prendere il largo è soltanto la sua grammatica creativa (Panorama n. 20, 14 maggio 2014)

Cari amici, questo è il l’articolo pubblicato sul numero di Panorama in edicola fino a stasera. E domani tocca a Gramellini.

 

Una nuova vetta nella storia del pensiero occidentale. È quella che si sente di toccare a ogni nuovo libro di Severgnini Beppe da Crema,il Bertrand «Rascel» del XXI secolo. Già leggendo il titolo del suo ultimo volume scatta il tremore ai polsi: La vita è un viaggio. Molto originale. E in attesa che esca il prossimo(sarà forse L`importante è la salute?) tocca centellinare la saggezza dispensata da quelle pagine per non andare in overdose. Per esempio, «Siamo tutti viaggiatori della vita». Ma dai! Oppure: «Si possono scoprire cose meravigliose anche vicino a casa». Giura! E ancora: «Solo viaggiando s`impara a viaggiare. S`impara guardando, parlando, ascoltando, aspettando. E scrivendo, se uno lo sa fare». Condizione, quest`ultima, che stando alla pulizia della sua prosa non risulta indispensabile. L`uso della grammatica è creativo. Si legge per esempio che «nessun viaggio e nessuno spettacolo – neppure il nostro dura per sempre». A dire il vero viaggio e spettacolo sono due, dunque sono nostri e durano. E fosse solo questo passaggio. Più avanti si legge: «L`autorevolezza di una testata o di una firma non bastano». Ma se l`autorevolezza è una, perché non bastano? Misteri della saggezza severgniniana. Come quello di pag. 149: «Aprire e gestire un`azienda, oggi, è un atto eroico». Veramente a me pare che gli atti siano due, ma non è questo il punto. Il punto è che per Severgnini la vita è un viaggio nella decostruzione della lingua, partendo dai significati dei vocaboli. Leggendario il passaggio alle pagine 44-5, dove il nostro Bertrand «Rascel» spiega come l`immutato successo dei nostri latin lover stia nel fatto che «molti maschi italiani, ancora oggi, riescono a sintonizzarsi sulla controparte femminile in un modo sconosciuto ai nordeuropei». La controparte! E perché non la contropartner? Forse il problema sta nel fatto che il nostro scrive troppo in angloamericano. Lo fa per snocciolare common places sul New York Times a proposito dei turisti che non visitano l`Italia da Napoli in giù, e poi torna a usare l`italiano sul Corriere della Sera per respingere le accuse e fare il martire manco fosse Giordano Bruno, anzi: Jordain Brown. Tattica ben rodata, la sua, che sulle colonne del Nyt si potrebbe ribattezzare «mourn and screw», libera traduzione del partenopeo «chiagni e fotti» che Severgnini pratica sulla stampa nostrana. Tutto molto Italians. Anzi, molto Italiots.

 

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AAA Cercasi Exit Strategy per Walter Siti (da Panorama n. 18, 30 aprile 2014)

Cari amici, questa è la stroncatura dell’ultimo libro di Walter Siti pubblicata nel numero di Panorama in edicola fino a stasera. E domani tocca a Camilla Baresani.

 

Ma quanto è magnetica la scrittura di Walter Siti. T’avvince col fascino delle cose imperscrutabili, esattamente come accade coi dogmi della fede e i geroglifici. Capisci una cippa e perciò deponi prontamente l’ansia d’interpretare, ma cionondimeno rimani rapito almeno fino all’ora della prossima pastiglia. Il miracolo si ripete con Exit strategy (Rizzoli, pagine 222, 18 euro), dove capita di rimanere folgorati da periodi come quelli disseminati a pagina 16: “Non mi manca il suo corpo, ma la certezza della sua visitazione. (…) Il lessico religioso usurato germoglia sempre più fiacco e la schiavitù impallidisce. (…) Tutto fila liscio fin che funziona la collaudata macchina gnostica”. Ma quanto ti stimola la prosa di Walter Siti. Quanto meno a cercare il motivo dell’ebetudine che ti rende incapace di star dietro a frammenti da apnea come quello di pagina 44: “Quando strati diversi di desiderio frizionano senza chiarirsi reciprocamente, non aumenta la luce ma il buio; l’incarnazione sta passando di mano e nel passare diminuisce il voltaggio. La mia ossessione, anchilosandosi alle giunture come succede ai vecchi, lascia trasparire la sordidezza della dipendenza sotto il velo cangiante della divina mania – sotto la giaculatoria affiora la bovina ottusità del gioco d’azzardo; gli slanci verso l’Assoluto non sono (non erano?) che puntate in un casinò da cui presto mi cacceranno perché sto esaurendo le fiches”. Ma quanto è eroico Walter Siti, nel pretendere che l’editore inserisca un’appendice in extremis dove si può leggere un passaggio come quello di pagina 214: “Una di quelle serenità orizzontali che devi solo sperare non arrivino sussulti, perché non hai a disposizione ridondanze di ritorno”. Ma quanto è funambolico Walter Siti, come dimostra nel frammento a pagina 20: “La violenza e l’ingiustizia incarnate nei suoi quadricipiti gonfi come tascapani di nuvole, erotomania quale superamento dell’umano; ma l’incarnazione sempre più irrancidita e risaputa in una tavola d’equivalenze lacunosa (…)”. Impossibile resistere a tutto ciò, ce lo insegna lui che non serve a niente. E dunque, ecco ancora: “La convergente certezza che un tintinnio di miasmi  scuotesse il pendolo dei destini ciechi”. Oppure: “Consultando le effemeridi colgo l’enzima del desiderio calato dentro un esperimento d’agorafobia, e scopro che l’onanismo è epico edificare muri a secco dell’Ego”. I numeri di pagina degli ultimi due frammenti? Non esistono. Li ho scritti io, e mi sembrano soltanto delle tonitruanti minchiate. Ma ciò non toglie che Walter Siti sia troppo forte.

 

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