Parole – Se Benigni contromano cambia verso (La Repubblica – Firenze, 30 ottobre 2016)

benigni6

NO, anzi SI’

Qual è la parola della settimana? Senza alcun dubbio è contromano. Termine che esprime il concetto di “percorso in direzione proibita”, e che nel linguaggio specifico del Codice della Strada comporta una delle più pesanti infrazioni. Quella che fra tutte le furbate dell’automobilista è la più rischiosa, col suo mettere a repentaglio l’incolumità propria e quella altrui. E chissà se avrà pensato a tutto ciò Roberto Benigni, quando nei giorni scorsi a Roma ha infilato “in direzione ostinata e contraria” una corsia proibita per sorpassare la colonna d’auto che gli faceva da ostacolo. Del resto, si sa com’è di questi tempi: il mito della velocità s’è trasformato in coazione, tanto da fare sembrare cosa buona e giusta ogni azione che permetta di raggiungere più rapidamente l’obiettivo. Ma purtroppo per Benigni esiste anche un Codice della Strada, e fintanto che non verrà rottamato anch’esso in nome dell’altro grande mito contemporaneo (quello della semplificazione), le sue norme continueranno a essere valide. Per tutti. E poiché una pattuglia della Polizia Municipale era presente giusto lì dove l’infrazione veniva commessa, ecco che l’effetto è stato immediato: patente sospesa e ritirata.

Pare che il premio Oscar abbia cercato di giustificarsi, e è un peccato non sapere quale argomento abbia sfoderato per alleggerire una posizione non alleggeribile. Ma l’aspetto della vicenda che spicca più d’ogni altro è quello metaforico. Perché l’episodio avviene a coronamento di un periodo in cui Benigni ha confezionato una delle più spettacolari operazioni di “cambia verso” della recente storia politica italiana. Che pure è popolata d’incalliti trasformisti e voltagabbana, e dunque la compagnia è folta. Il fatto è che nel caso di Benigni la giravolta sul referendum costituzionale è stata di massima arditezza. Perché dall’essere cantori della “costituzione più bella del mondo” allo schierarsi per il suo stravolgimento passa uno scarto troppo grande per essere etichettato come mera evoluzione. Pare piuttosto una Sindrome Johnny Stecchino, con quel sosia praticamente identico ma che a giudizio dell’originale non gli somigliava per niente. E mica basta scarabocchiare un neo sullo zigomo per rendere uguale ciò che uguale non è mai stato o non lo è più. Si può benissimo cambiare idea e verso, e la cosa può essere coerente se quell’idea o quel verso non sono più in linea col nostro sentire. Ma come al solito c’è una misura nelle cose, e quella misura segna un confine fra il cambiar verso e l’andare contromano. Cioè fra l’evolvere del percorso e la furbata sbrigativa nonché pericolosa. Fortuna che almeno il Codice della Strada, queste cose, le sanzioni.

 

Annunci

Parole – Testimonial (La Repubblica – Firenze, 27 marzo 2016)

download

La compagna Belen Rodriguez

 

 

 

 

Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è testimonial. Termine che indica un personaggio di grande richiamo pubblico cui si chiede di prestare l’immagine per una campagna di comunicazione. Ciò che avviene principalmente in cambio di una (lauta) ricompensa, ma che con frequenza crescente riguarda anche concessioni d’immagine no profit. Ciò che rimane immutata è la capacità che il personaggio ha di comunicare contenuti e emozioni, deviando in qualche misura gli atteggiamenti e i comportamenti del pubblico verso l’oggetto della campagna comunicativa. Deve essere stata questa consapevolezza a stimolare l’iniziativa delle dipendenti della Guess a rischio licenziamento, causa delocalizzazione in Svizzera delle attività produttive: confidare nella popolarità della testimonial per far aumentare presso l’opinione pubblica la consapevolezza su ciò che sta accadendo. Per questo si sono rivolte a Belen Rodriguez, che al marchio Guess ha di recente prestato l’immagine per una campagna pubblicitaria. Le hanno chiesto di solidarizzare con loro rendendo pubblica la vicenda di ristrutturazione aziendale. Curiosa pretesa (cui infatti la bella argentina di nessun talento non ha risposto), e lo si dice con tutto il rispetto e la vicinanza verso chi rischia di perdere il lavoro.

Di bizzarrie in quella richiesta ce n’è infatti più d’una. A cominciare dal fatto di chiedere a una testimonial di scegliere una terza via oltre profit e no profit, e di andare contra profit parlando male di chi la paga. Cioè, in ultima analisi, schierarsi contro i propri interessi. Ma ve l’immaginate Franco Cerri in ammollo che invita a fare le corna al Bio Presto e passare al Dash? E Nino Castelnuovo mentre urla che, se usate Olio Cuore, col kaiser la saltate quella staccionata? O Alessia Marcuzzi con lo sguardo fisso in camera a esclamare che Activia e il suo bifidus fanno veramente cacare? E lasciamo pure da parte ogni discorso sulla “compagna Belen”, per riflettere piuttosto sul triste stato in cui versano i diritti del lavoratore e della persona. Cui un tempo bastava essere coperti dalla costituzione e dalle leggi, ma che nell’epoca delle tutele crescenti devono andare in cerca di nuove garanzie. E di garanti, soprattutto. Trionfa la logica del Jobs Actors, per cui la cassa integrazione viene sostituita dalla cassa di risonanza. Che la fama di qualcuno v’assista, altrimenti sono casting vostri. Sfortunato quel paese che ha bisogno di testimonial.

@pippoevai

 

Parole – Mela (Repubblica Firenze, 13 settembre 2015)

 Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è mela. Termine che per antonomasia indica il frutto della tentazione, e che a Firenze denomina una specifica forma del lasciarsi cadere nelle umane debolezze. Quella che è stata immortalata nel titolo d’un mediocre romanzo vincitore del Premio Strega 2014: la tentazione di essere come tutti. Da questa irresistibile spinta verso l’omologazione è attratta la nostra Culla del Rifacimento, che sta riempiendo il proprio centro storico di segni della colonizzazione globale. E in questo gigantesco flusso d’imitazione del format, ecco la mela di Apple che a breve campeggerà in piazza della Repubblica. La piazza che fu simbolo della Firenze Capitale e adesso sarà segno della Provincia Globale. Sit transit Gloria Gaynor, madama la marchesa, ché qui bisogna agganciare il grande flusso del mainstream e guai a rimanerne fuori. E allora si faccia spazio alla nuova Grande Mela e la si lasci visivamente impattare nella quotidianità dei fiorentini. Roba che qualunque internauta da Katmandu o da Maracaibo possa distinguere immediatamente facendosi un tour fiorentino virtuale su Google Street View. E se l’insegna è troppo appariscente rispetto ai parametri del regolamento edilizio, si fa presto a piegare la regola anziché rendere urbanisticamente compatibile il marchio. Ecco bell’e pronta una deroga. Perché non la battezzano Steve Jobs Act?

È troppo forte questa tentazione di essere come tutti, viene persino celebrata dai media locali come una sequela di eventi meritevoli della notizia. Come tale è rappresentata l’apertura in via Cavour di Queen’s Chips, la catena olandese specializzata in patatine “fritte due volte”. Notiziona. E peccato che non siano arrivati prima, ché avrebbero dato modo a quella pisquana di turista loro connazionale di farsi il selfie imboccando la statua di San Giovanni Battista con patatine pescate da un cono formato Jumbo. Il tutto con grave scorno per trippai, e per la loro cucina così trivialmente local. Ma cosa aspettano a inventarsi un marchio d’impatto globale, se davvero vogliono sopravvivere? Una cosa tipo The LampreDoctor, che permetta anche a loro di dare un contributo al grande progetto Firenze Provincia Globale. Progetto che raggiungerà il culmine con la ruota panoramica di Bellariva, un London Eye in sedicesimo che ridisegnerà lo skyline fiorentino. Del resto, che palle ‘sto Duomo, ovvìa! Meglio sforzarsi di somigliare all’imitazione di Firenze che trovereste a Las Vegas.

Parole – Grace (La Repubblica Firenze, 5 aprile 2015)

Cari amici, questo è l’articolo che oggi mi è stato pubblicato da Repubblica Firenze. Buona lettura. E ricordatevi di Grace.

scarpe-contro-la-violenza-delle-donne-638x425

Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è Grace. Un nome proprio di persona che corrisponde all’italiano Grazia e rimanda all’idea di uno stato della persona prossimo alla beatitudine. E in qualche modo la grazia doveva sentirla, la donna trovata morta in settimana nella pineta della Bufalina, tra Vecchiano e Torre del Lago, ennesima vittima di una guerra contro le donne mai dichiarata perché ancora ritenuta appartenere a uno stato di natura. Dieci coltellate per spegnere la vita di una signora che per vivere era costretta a vendere il proprio corpo, e a cui nemmeno siamo in grado di attribuire il nome esatto. Infatti, Grace la nera era l’appellativo con cui veniva identificata dalle altre donne che la conoscevano perché fanno lo stesso mestiere e dalle operatrici del progetto Saly, impegnate quotidianamente nell’opera di riduzione del danno a favore delle donne che lavorano in strada. E invece lei sul lavoro preferiva farsi chiamare Susan, perché non voleva proprio che un nome delicato come Grace venisse associato alle brutture affrontate giorno per giorno. Quanto al vero nome della donna, era Iragbonse Eghianruwa, e apparteneva a una nigeriana di 46 anni arrivata in Italia per garantire benessere e futuro a figli e nipoti. Sfruttando la sola risorsa che potesse utilizzare: non il corpo, ma la nuda vita. Quella che una mano vigliacca ha massacrato a tradimento abbandonandone le spoglie in un luogo isolato.

E soltanto dopo l’evento tragico è stato possibile conoscere la biografia di Grace. Che aveva deciso di smettere definitivamente con la strada dal prossimo settembre per tornarsene in Nigeria. Il suo paese, dove avrebbe potuto tornare a testa alta. Perché lì nessuno avrebbe rimarcato il mestiere praticato durante gli anni italiani. Piuttosto, avrebbero guardato a come quel mestiere abbia garantito ai suoi figli di vivere una vita al riparo dalla fame, e ai nipoti di laurearsi. Un futuro assicurato a tutti i componenti della famiglia, in attesa di riservarlo a se stessa come frutto delle ultime fatiche. Giusto fra sei mesi. Non gliene hanno dato il tempo, e già da domani pochi ricorderanno di aggiungere il suo nome alla tragica lista dei femminicidi. Perché Grace faceva il mestiere che faceva, e ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che la sua presenza nella lista delle martiri sia irriguardosa verso le altre. Mancando così di riguardo a tutte le altre e a lei, accomunate da una morte bestiale indipendentemente da ciò che erano state in vita. E allora almeno voi che state leggendo queste righe ricordatevi di Grace, la nigeriana fiera ammazzata una settimana di Pasqua a soli sei mesi dal suo futuro.

Parole – Superamento (La Repubblica Firenze, 29 marzo 2015)

Cari amici, questo è l’articolo che mi è stato pubblicato oggi. Buona lettura.

Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è superamento. Termine che designa l’atto di oltrepassare qualcosa, e di lasciarsi alle spalle una situazione antecedente. Ma sempre tenendo conto che questa dinamica del superare comprende sia l’andare oltre qualcosa esterna a noi, sia l’andare oltre noi stessi. Superare e superarsi, in una continua tensione verso il cambiamento.  E entrambe le accezioni di superamento vanno attribuite alla performance verbale del vicesindaco di Prato, Simone Faggi, esibita in settimana sulle frequenze di Controradio durante il programma Bellavista di sera, condotto da Raffaele Palumbo. Chiamato a spiegare lo sgombero del campo Rom di via Marconi, Faggi ha voluto fare un’immediata precisazione linguistica: “Non si tratta di uno sgombero, ma di un percorso di superamento del campo”.

Standing ovation, please!

E saltate proprio tutti quanti in piedi perché quando ci s’imbatte nel genio puro bisogna salutarlo come merita. Senza stare a curarvi del tic da politicamente corretto che possa aver armato la perifrasi dell’esponente politico dem, ansioso di dire qualcosa di sinistra per scacciare l’idea d’aver fatto una cosa di destra. Quella è polemicuzza che non interessa. Meglio dedicarsi a altri due dettagli. La prima: dichiarare immediatamente chiusa la corsa al Premio Supercazzola 2015. La competizione è stata già ammazzata con nove mesi d’avanzo, gli altri aspiranti se ne facciano una ragione e si proiettino sull’annata 2016. La seconda: provare a immaginare cosa sia questa misteriosa cosa chiamata percorso di superamento del campo. Che detta così sembra una nuova prova d’abilità modello parkour, ma persino più estrema. Magari da effettuarsi attraverso modalità diverse e con distinti coefficienti di difficoltà, come nelle gare di tuffi. Per esempio, potrebbe esserci un percorso di superamento con Tecnica della Biscia, consistente nello strisciare da un capo all’altro del campo aggirando ostacoli e arrampicandosi lungo muri tirati su a secco. O il complicato Percorso Talpa, fatto d’una rete di cunicoli dei quali uno solo porta alla meta, mentre imboccando tutti gli altri si sbuca al Macrolotto 2. O il rischiosissimo Percorso Stunt-man, per compiere il quale bisogna farsi sparare da un cannone e poi esibire in volo un quadruplo avvitamento con doppio gesto dell’ombrello dest-sinist prima di planare su un megamaterasso sito in zona Capalle.  Ma in tutto questo, vi starete chiedendo, che fine hanno fatto i Rom? Ma che domande! Quella è roba bell’e superata, ovvìa!

(E adesso consolatevi con un consiglio musicale)

Parole – Equità (La Repubblica Firenze, 26 ottobre 2014)

Cari amici, questo è l’articolo che mi è stato pubblicato oggi. Buona lettura.

strage_viareggio_n

Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è equo. Aggettivo che fa riferimento a una delle più elevate virtù sociali, certo la più complicata da mettere in pratica. Perché tutti vorremmo conseguire l’equità, ma poi la sua effettiva realizzazione si scontra con la presenza di ostacoli diffusi e ardui da rimuovere. Nei giorni scorsi se n’è avuta l’ennesima dimostrazione, a margine del processo sulla strage ferroviaria di Viareggio. Un processo che come tutti gli altri dovrebbe essere giusto, e dunque equo. E che invece a ogni passo si dimostra squilibrato a causa dell’impari disponibilità di risorse delle parti.

È quanto denunciato in settimana dai familiari delle vittime, cui l’aver subito un danno e un dolore irreparabili non è garanzia sufficiente per ottenere giustizia fino in fondo. Perché sul giudizio finale rischia seriamente di pesare la sproporzione di mezzi economici tra Ferrovie dello Stato e l’associazione dei familiari delle vittime. Da una parte, la società di stato che può pagare profumatamente consulenti e periti di parte. Dall’altra, i familiari delle vittime che invece riescono a sostenere economicamente il processo soltanto perché gli avvocati di parte civile hanno accettato d’essere pagati soltanto quando verranno liquidati i risarcimenti, e che comunque devono provvedere da sé e con mezzi nettamente inferiori per avere una consulenza di parte. Sono, queste, condizioni di processo equo? O costituiscono piuttosto offesa al più elementare senso di giustizia?

È quando avvengono fatti del genere che si scopre un’amara verità sul processo come procedimento pubblico per l’amministrazione della giustizia. Esso non è mera applicazione delle regole di cui la comunità si è dotata per la riparazione del danno. Piuttosto è arena, un agone dell’incertezza. E hanno tutte le ragioni del mondo gli inglesi a chiamarlo trial, termine che ha diverse accezioni fra le quali anche cimento, o prova. Dunque qualcosa che richiede l’espressione di una performance, cioè la capacità di districarsi in una situazione complicata. E più risorse riesci a mettere in campo, più probabilità avrai di cavartela. Senza che ciò significhi raggiungere un esito in linea col principio di giustizia giusta e equa. Non basta partire dalla stessa linea di partenza per avere eguali probabilità di successo, perché alla linea di partenza ci si arriva già in condizioni diseguali. Nel calcio l’hanno capito e stanno cercando di rimediare col Fair Play Finanziario. Sarebbe il caso di pensare a un Fair Play Giudiziario, se non si vuole che la giustizia sia prevaricazione proseguita con altri mezzi.

Parole – Quattrocento (Repubblica Firenze, 27 ottobre 2013)

Cari amici, questa è la nuova puntata della rubrica domenicale. Buona lettura.
Qual è la parola della settimana? Senza dubbio alcuno è quattrocento. Che in linea di principio sarebbe un numero, ma a seconda delle circostanze diventa parola con significato ben preciso. Nell’atletica leggera, per esempio. Dove la gara dei 400 metri viene denominata il giro di pista perché porta i concorrenti a compiere per intero l’anello di gara. E ancora una volta abbiamo la dimostrazione che nelle parole c’è una segreta saggezza, se è vero che altri e isterici giri di pista vengono innescati con la sola aggiunta di quattrocento metri. Così avviene nel caso dell’aeroporto di Peretola e della nuova pista. Che col passare degli anni ha cessato d’essere una questione logistica e di sviluppo economico per convertirsi in una piéce situazionista. Perché se è vero che soltanto le persone serie sono capaci di ridere, a rileggere con atteggiamento sobrio la cronistoria tecnica e linguistica della pista nuova del Vespucci si rischia di rotolarsi dalle risate lungo tutto il percorso della vecchia. La sola lista delle soluzioni di tracciato è da cartone animato manga: pista parallela, pista perpendicolare, pista obliqua, pista parallela-convergente. Roba che, a saperlo, Euclide ci si sarebbe dedicato lui alle droghe pesanti. E poi, d’improvviso, la proposta ormai penultima: quella che dagli specialisti è stata etichettata ” pista 12/30″. Che detta così sembra il titolo di un serial televisivo, tipo Peretola 90210, o un paragrafo del Deuteronomio. E è un peccato che non ci si sia sbizzarriti oltre a ipotizzare soluzioni d’ingegno: come per esempio avrebbero potuto essere la pista cosen-beta quadro secante, o la pista a ovonda, o la suggestiva pista a macchie di leopardo.
A ogni modo, per chi temeva che il Grande Circo Pista di Peretola avesse esaurito le esibizioni, hanno provveduto i buontemponi dell’Enac a riaprire i giochi. É bastato loro dire che bisogni allungare di quattrocento metri la nuova pista per far saltare un equilibrio tenuto assieme con lo sputo. E infatti guardate cosa è successo nel giro di poche ore: il Rossi imbufalito come tutte le volte che si descamìsa, gli industriali fiorentini che parlano di mobbing ai danni di Firenze (sic!), i pisani che ne approfottano per sfilarsi come non aspettassero altro, e sul versante opposto dell’autostrada bande di campigiani, sestesi e pratesi pronte a sparare colpi di obice contro gli aeromobili. Certo, è soltanto una pista d’aeroporto che sta cercando il suo giro. Ma date un altro paio di lustri a questo Circo, e vedrete che la trasformerà nella nuova Salerno-Reggio Calabria.
Immagine